Beato Angelico, L’incontro dei santi Somenico e Francesco. Parte di una predella, Sec. XV. Berlino, Musei Statali. Fonte Immagine Wikipedìa. Immagine di Pubblico dominio. Diverse le opere in cui l’Angelico ritrae insieme quesi due santi uniti dalla povertà e da un profondo amore al Crocifisso.
Secondo le fonti, sia Francescane che Domenicane, sembra proprio che i due santi si siano incontrati e che non si tratti di una pia leggenda. Al riguardo si vedano sul sito dei Padri Domenicani le Vitae fratrum, al cap. I, n° 4, di Geraldo di Frachet, francese di nascita ed entrato nell’Ordine domenicano nel convento di St.
Jacques a Parigi nel 1225. Le Vitae fratrum furono scritte dopo il 1255 e terminate, con grande probabilità, nel 1271 a 50 anni dalla morte del santo fondatore. Le fonti riportate da Geraldo di Frachet sono tutte deposizioni inviate o al Maestro dell’Ordine o a lui stesso, inerenti San Domenico e i frati della prima generazione dell’Ordine.
Trattandosi di deposizioni per i superiori, si suppongono fedeli ai fatti. Si vedano anche le Fonti Francescane al n. 2706, che riportano la testimonianza di Pietro di Giovanni Olivi il quale, a sua volta, riferisce quanto dettogli da Bernardo Barravi, anch’egli frate Minore. Egli affermava di aver sentito proprio dalla bocca di Domenico che aveva incontrato Francesco durante il suo viaggio verso Roma “per l’approvazione del suo Ordine”, circostanza nella quale “ebbe l’occasione di passare da Assisi e di vedere Francesco con alcune migliaia di frati là convenuti per il Capitolo generale”. Si testimonia anche di una benevola e fraterna amicizia tra i due ordini nascenti nelle Prime costituzioni dell’Ordine dei frati predicatori (cap. 34). Parlando dei domenicani itineranti, i frati della prima generazione quivi scrissero:
“I frati Minori devono venire accolti con carità e gioia, come se si trattasse di nostri frati; e secondo le possibilità del convento si provveda loro il necessario con affetto e decoro”.
Si presume, dunque, una amicizia tra i due Ordini che non poteva non ispirarsi a quella tra i due fondatori.
Il Santo Padre, nella sua ricostruzione storica, fa riferimento alle Fonti dell’Ordine Domenicano, si sofferma sui tratti caratteristici dell anuova Religione, quali la povertà, ma soprattutto l’amore alla Fede ed alla sua diffusione con rigorosi studi, alla preghiera, con una menzione particolare del Rosario. Addita Domenico ad esempio dei sacerdoti qule modello per il ministero.
Ci sembra altresì utile e doveroso, commemorando il grande fondatore dei Dominici canes, secondo la nota paraetimologia, un’altra Fonte privilegiata, quale è la poesia di Dante che, nella Divina Commedia, ai Canti XI e XII del Paradiso, presenta francescani e domenicani in un reciproco scambio, simboleggiato da un chiasmo tra i due Canti, così che nel Canto XI è San Tommaso a tessere le lodi di San Francesco, mentre, nel Canto XII, è San Bonaventura a lodare san Domenico. Entrambi i teologi, poi, criticano la deriva spirituale dei due ordini in quel secolo XIII anche perché il divino Poeta sentiva necessario avvicinare i due dottori che in vita avevano rappresentato una certa distanza teologica, distanza che rischiava di compromettere la comune missione evangelica. Così Francesco è il sole sorto per il mondo e Domenico lo «splendore di cherubica luce».
Tutto questo interesse per San Francesco e San Domenico è dato dal fatto che grande è l’influsso sulla vita e sull’opera di Dante da parte della spiritualità francescana e, a quanto pare, Dante dovette essere un Terziario Francescano. Ricordiamo che i Terzi Ordini eramno veri e propri ordini mediante i quali chi prometteva di osservare la regola per i Terziari si obblicava a un vero spirito religioso, mitigato dal solo fatto, sposati, dall’aver eun famiglia della quale occuparsi. Oggi non è propriamente così, ma al tempo di Dante e per diversi secoli, nessuno avrebbe mai scambiato queste fraternità per una sorta di associazionismo. Si vedano a tal riguardo i noti esempi dello scorso secolo di Piero Bargellini, Sindaco di Firenze, scrittore e politico, consacrato nel Terz’Ordine Francescano, (oggi Ordine Francescano Secolare) o Giorgio La Pira, anch’egli sindaco di Firenze, chiamato anche il “sindaco santo”, professore di diritto romano, un politico cattolico e laico consacrato del Terz’Ordine Domenicano (oggi Fraternite Laiche di San Domenico). Uomini che vissero profondamente la propria consacrazione come uno specifico del proprio battesimo. Così fu per Dante.
Nel Canto X dell’Inferno, Dante e Virgilio erano entrati nella città di Dite, dio degli inferi, che per Dante corrisponde a Lucifero. Nel Canto X del Purgatorio, Dante, invitato da beatrice a ringraziare Dio, gli spiriti beati danzano e cantano intorno ai due e San Tommaso presenta le anime dei sapienti. In fine, i beati riprendono il loro canto e la danza che introdurrà, nel Paradiso, al Canto XI al grande incontro con San Francesco, e nel Canto XII con San Domenico. Il Domenicano Tommaso canta la novella secondo la quale Dio ha dato alla Chiesa due grandi santi e racconta la storia di Francesco d’Assisi (vv 40-117), ma conclude con un rimprovero ai Domenicani, lui Domenicano, perché infedeli ai dettami del fondatore.
Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
che per diversi salti non si spanda; 126
e quanto le sue pecore remote
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l’ovil di latte vòte. 129
Ben son di quelle che temono ’l danno
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno. 132
Il suo gregge è diventato goloso di un cibo differente/ inevitabile che si disperda fra pascoli diversi; e quanto più le sue pecore vanno lontano vagabondando, tanto più tornano all’ovile prive di latte/ Ci sono ancora quelle che temono il danno e si stringono al pastore, ma sono così poche che basta poca stoffa per fare i loro mantelli. Giudizio assai severo, dunque, per il proprio ordine
Nei vv. 117-123 i due Santi sono accordati l’uno all’altro cantando Domenico quale degno compagno di Francesco a Mantener la barca/ di Pietro in alto mar per dritto segno (vv. 118-120) così che chi segue Domenico, obbedendo alla sua regola, si arricchisce di buona merce, di ricchezze spirituali.
Centrale, nel profilo che Tommaso traccia di Francesco che, dopo il desiderio di offrire totalmente la vita, annunciò Cristo e la sua Chiesa alla presenza del grande Sultano, che non trovò pronto alla conversione e tal quale il suo popolo, tanto che, per non perder tempo in quelle terre, tornò ai campi italici, dove, sul monte roccioso della Verna ricevette le Stimmate che portò per due anni sul suo corpo (vv. 100-108).
Chiaro il pensiero di Dante sulla vocazione di Francesco a Cristo, all’annuncio del Vangelo anche tra i non fedeli, desideroso anche del martirio per Cristo.
Nel Canto XII, ai vv 22-105 è San Bonaventura a narrare la storia di San Domenico, ove, al termine, rimprovera i propri confratelli francescani (106-126).
Nel Cato XII si indica un parallelo tra Francesco e Domenico. Domenico è l’amoroso drudo/ de la fede cristiana (vv 55-56); santo atleta (v. 56) delle novità delle fede. Anche Domenico, come Francesco, ha combattuto per amore.
Come il Santo di Assisi ha sposato la povertà, così il beatissimo Domenico ha celebrato le sue nozze con la fede: per entrambi è stata una questione d’amore; innamorati della virtù che praticavano[1].
Se Francesco testimoniò dottrina e fedeltà alla Chiesa con una vita ascetica e fraterna esemplari, nonché minoritica vita all’opposto degli spirituali fraticelli, Domenico esercitò un ufficio apostolico con la forza di un torrente che scaturisce da profonda sorgente, ch’alta vena preme (v. 99) ed il suo impeto colpì gli sterpi eretici con maggio forza dove opponevano più resistenza.
Perché Dante definisce gli eretici sterpi? Perché Domenico combatteva la dottrina Catara[2] diversissima da quella cattolica, essa ponendo due divinità, una del bene e l’altra del male. E nei secoli, fianco a fianco, i due Ordini, anche nelle riforme che ne seguirono, continueranno a custodire l’unità della fede, della Chiesa, della dottrina con l’esempio, l’insegnamento, la predicazione e la preghiera cattolica; pensiamo alla comune diffusione del Santo Rosario, che illustra i misteri della vita di Cristo, di Maria, della Chiesa, che egualmente i due Ordini diffusero tra le genti.
I Canti XI e XII della Divina Commedia, dunque, celebrano l’incontro dei due fondatori su una base storica di una reciproca conoscenza, ma ancora di più di una solidarietà nella stessa missione evangelica.
BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 3 febbraio 2010
San Domenico di Guzman
Cari fratelli e sorelle,
la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani.
Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”. È proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.
Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della Cattedrale nella sua diocesi di origine, Osma. Anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò come un privilegio personale, né come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà. Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa? Lo ricordavo qualche mese fa, durante la consacrazione di alcuni Vescovi: “Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per sé stessi e non per la comunità” (Omelia. Cappella Papale per l’Ordinazione episcopale di cinque Ecc.mi Presuli, 12 Settembre 2009).
Il Vescovo di Osma, che si chiamava Diego, un vero e zelante pastore, notò ben presto le qualità spirituali di Domenico, e volle avvalersi della sua collaborazione. Insieme si recarono nell’Europa del Nord, per compiere missioni diplomatiche affidate loro dal re di Castiglia. Viaggiando, Domenico si rese conto di due enormi sfide per la Chiesa del suo tempo: l’esistenza di popoli non ancora evangelizzati, ai confini settentrionali del continente europeo, e la lacerazione religiosa che indeboliva la vita cristiana nel Sud della Francia, dove l’azione di alcuni gruppi eretici creava disturbo e l’allontanamento dalla verità della fede. L’azione missionaria verso chi non conosce la luce del Vangelo e l’opera di rievangelizzazione delle comunità cristiane divennero così le mète apostoliche che Domenico si propose di perseguire. Fu il Papa, presso il quale il Vescovo Diego e Domenico si recarono per chiedere consiglio, che domandò a quest’ultimo di dedicarsi alla predicazione agli Albigesi, un gruppo eretico che sosteneva una concezione dualistica della realtà, cioè con due principi creatori ugualmente potenti, il Bene e il Male. Questo gruppo, di conseguenza, disprezzava la materia come proveniente dal principio del male, rifiutando anche il matrimonio, fino a negare l’incarnazione di Cristo, i sacramenti nei quali il Signore ci “tocca” tramite la materia, e la risurrezione dei corpi. Gli Albigesi stimavano la vita povera e austera – in questo senso erano anche esemplari – e criticavano la ricchezza del Clero di quel tempo. Domenico accettò con entusiasmo questa missione, che realizzò proprio con l’esempio della sua esistenza povera e austera, con la predicazione del Vangelo e con dibattiti pubblici. A questa missione di predicare la Buona Novella egli dedicò il resto della sua vita. I suoi figli avrebbero realizzato anche gli altri sogni di san Domenico: la missione ad gentes, cioè a coloro che ancora non conoscevano Gesù, e la missione a coloro che vivevano nelle città, soprattutto quelle universitarie, dove le nuove tendenze intellettuali erano una sfida per la fede dei colti.
Questo grande santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione: è Cristo, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare! Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti – pastori e fedeli laici, membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali – che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo!
A Domenico di Guzman si associarono poi altri uomini, attratti dalla stessa aspirazione. In tal modo, progressivamente, dalla prima fondazione di Tolosa, ebbe origine l’Ordine dei Predicatori. Domenico, infatti, in piena obbedienza alle direttive dei Papi del suo tempo, Innocenzo III e Onorio III, adottò l’antica Regola di sant’Agostino, adattandola alle esigenze di vita apostolica, che portavano lui e i suoi compagni a predicare spostandosi da un posto all’altro, ma tornando, poi, ai propri conventi, luoghi di studio, preghiera e vita comunitaria. In particolar modo, Domenico volle dare rilievo a due valori ritenuti indispensabili per il successo della missione evangelizzatrice: la vita comunitaria nella povertà e lo studio.
Anzitutto, Domenico e i Frati Predicatori si presentavano come mendicanti, cioè senza vaste proprietà di terreni da amministrare. Questo elemento li rendeva più disponibili allo studio e alla predicazione itinerante e costituiva una testimonianza concreta per la gente. Il governo interno dei conventi e delle provincie domenicane si strutturò sul sistema di capitoli, che eleggevano i propri Superiori, confermati poi dai Superiori maggiori; un’organizzazione, quindi, che stimolava la vita fraterna e la responsabilità di tutti i membri della comunità, esigendo forti convinzioni personali. La scelta di questo sistema nasceva proprio dal fatto che i Domenicani, come predicatori della verità di Dio, dovevano essere coerenti con ciò che annunciavano. La verità studiata e condivisa nella carità con i fratelli è il fondamento più profondo della gioia. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano” (Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]).
In secondo luogo, Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa “dimensione culturale” della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate.
Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda “gioia interiore” nel contemplare la bellezza della verità che viene da Dio, verità sempre attuale e sempre viva. Il motto dei Frati Predicatori – contemplata aliis tradere – ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tale verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione.
Quando Domenico morì nel 1221, a Bologna, la città che lo ha dichiarato patrono, la sua opera aveva già avuto grande successo. L’Ordine dei Predicatori, con l’appoggio della Santa Sede, si era diffuso in molti Paesi dell’Europa a beneficio della Chiesa intera. Domenico fu canonizzato nel 1234, ed è lui stesso che, con la sua santità, ci indica due mezzi indispensabili affinché l’azione apostolica sia incisiva. Anzitutto, la devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali nella storia della Chiesa hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà. In secondo luogo, Domenico, che si prese cura di alcuni monasteri femminili in Francia e a Roma, credette fino in fondo al valore della preghiera di intercessione per il successo del lavoro apostolico. Solo in Paradiso comprenderemo quanto la preghiera delle claustrali accompagni efficacemente l’azione apostolica! A ciascuna di esse rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso.
Cari fratelli e sorelle, la vita di Domenico di Guzman sproni noi tutti ad essere ferventi nella preghiera, coraggiosi a vivere la fede, profondamente innamorati di Gesù Cristo. Per sua intercessione, chiediamo a Dio di arricchire sempre la Chiesa di autentici predicatori del Vangelo.
[1] Nembrini, Franco, Dante Alighieri, Paradiso XII, Mondadori, Milano 2021, p. 308.
[2] I Catari venivano anche detti Albigesi dalla città di Albi.
Nelle puntate precedenti
-27 Luglio 2026 San Francesco d’Assisi piccolino ripara la Chiesa di Cristo anche oggi (2)
– 20 Luglio 2026 I Frati Minori ed i Frati Predicatori nella visione di Papa Benedetto XVI (1)