«Oggi Paradiso più Paradiso» scrive Angelina Lanza nel suo Diario per indicare una luce e una beatitudine che non si possono descrivere. Angelina, giunta quasi al termine del suo cammino terreno, era arrivata anche al culmine della sua vita interiore. Sempre ella aveva intravisto nel mondo un fondo di Bontà in tutte le cose e sapeva essere l’Universo governato da Dio. Ma ci vollero
tempo e dolori per arrivare a capire che l’anima onora il suo Creatore solo nel momento in cui Gli riconsegna tutto ciò che ha e tutto ciò che è riconoscendo che tutto quello che viene da Lui deve anche essere per Lui.
Angelina aveva cercato confusamente, nella sua giovinezza, questa Verità in una prima forma d’arte idilliaca come la chiamava lei stessa. Ma ne era rimasta delusa: poteva anche essere una forma di amor proprio e di atteggiamento mondano. Si dedicò allora alla filosofia e qui trovò una bella luce di sapienza nella filosofia di Rosmini. Ma giunto al fondo di sé l’intelletto deve trascendere anche sé stesso, perché scopre di non essere neppure lui l’Assoluto. Si rifugiò allora, per naturale sviluppo della sua personalità in cammino, nella vita ascetica dove il rapporto segreto tra sé e Dio si fece sempre più intimo.
La sua vita intellettuale, morale e religiosa, fu sempre profondamente unitaria. Di qui la sua stima della cultura storica e filosofica, oltre che delle bellezze dell’arte e della natura. Anche quando il suo spirito era ormai in mondi di esperienza religiosa fuori dell’ordinario, non perse assolutamente l’interesse per tutto ciò che è rapporto con questa vita terrena che è la preparazione all’altra vita. Quando uno dei suoi cari in un momento di cattivo umore le rimproverò che ella vivesse fuori della realtà, lei disse nella sua segreta e forte coscienza «Oh! Se tu potessi sapere che cosa mi c’è voluto per giungere a questo!»
Così Angelina, che descrisse la sua anima nelle pagine de La Completa offerta di sé a Dio, dove non si parla che di dedizione senza limiti al Creatore, non si estraniò affatto dall’umanità e mai mancò ai suoi doveri di moglie e madre.
Scrive in una lettera del 28 giugno 1936 a suor Caterina di Gesù, pochi giorni prima di morire, da Gibilmanna, dove era stata portata con la speranza che l’aria della montagna potesse farla star meglio.
«Questo Santuario, questo bosco, questa casa, hanno avuto una grande importanza nella mia vita. Li amo ancora, al punto di distacco cui sono arrivata, di un amore raccolto, profondo, religioso. Sono sicura che Gesù non se ne dispiaccia. Egli mi ha visitata qui, più volte, con prove amare, con consolazioni celesti, con ispirazioni e richiami. Ė la mia santa Verna. Quando l’anno scorso, potevo ancora andarmi a mettere alle finestre che guardano il Santuario, quel portico mi pareva come la porticina d’un tabernacolo: adoravo Gesù come in chiesa.»
Dopo aver spiegato alla religiosa le circostanze nelle quali le sgorgò dall’anima La casa sulla montagna, «Legga quelle pagine. Ad altri possono sembrare cose comuni. Lei vi vedrà di più. Ė il periodo di preparazione alla fase risolutiva che si andava avvicinando. Il mio grande amore per il Santuario, per la casa, per la terra, per la famiglia, pei miei ricordi, si preparava a diventare rinunzia. Però debbo confessare che ancora quando correggo le bozze di certi capitoli, mi cadono giù le lagrime, lagrime di tenerezza, non so, di gratitudine, di sazietà delle grazie del Signore. (…). Voglio che Lei, così innanzi nelle vie del più eletto ascetismo, non prenda scandalo dell’intrattenermi che ho fatto, sopra un argomento che può parere superficiale, ma che pure, ripeto, rappresenta una fase importante del mio avanzare verso l’olocausto.»
«Seguimi!»
«Un giorno udì nitidamente, (se dall’interno del suo spirito o dal di fuori, non lo seppe mai) la voce di Dio, che le domandava qualche dono! Quella voce e quella richiesta, da principio, la turbarono profondamente, Ne prese una malattia. Ma quando fu guarita e riebbe tutta la tranquillità del suo spirito, pensò che quello strano fenomeno di voce, qualunque opinione potevano averne gli uomini della scienza o i dotti ecclesiastici, non aveva poi di strano che la forma sensibile distinta e chiarissima; nulla di più naturale e di più giusto che Dio possa chiedere qualche cosa in dono alle sue creature. L’infimo degli esseri dà un suo particolare contributo di servizio alla gloria di Dio. Quell’evento segnò nella storia della sua vita una svolta decisiva, ch’ella chiamava la sua conversione.»
Così padre di Rosa ci ha raccontato il processo di conversione che fu l’inizio di una tenace vita ascetica.
La fede che Gesù chiede quando dice «Seguimi!» è una scelta che rimette in gioco tutte le altre, imponendo di ricominciare da capo il proprio cammino.
Padre Luigi di Rosa, è del parere che quando Dio chiede qualcosa in dono «ad una sua creatura, è difficile che essa comprenda subito quel che Dio vuole da lei. La ragione è che essa non ha da principio quel che Dio le chiede; lo avrà in seguito, quando Dio stesso, mediante una trasformazione soprannaturale di tutto il suo essere, produrrà in lei, non senza di lei, la capacità di darlo.»
Quando, infatti, si ammalò la prima figlia, Antonietta, essa non credette, non ammise la morte. C’era lei vicino a sua figlia a scongiurarla. E Dio sarebbe venuto in suo aiuto. La preghiera non è un mezzo infallibile? E la fede viva non è in grado di trasportare le montagne? La morte arrivò. Ma la sua fede non venne meno.
Si ammalò l’altra figlia, la maggior, di ventitré anni. Di nuovo si appella all’onnipotenza della fede, la intensifica, ricorre alla preghiera degli altri. Questa volta il Signore le avrebbe concesso quel che le aveva negato l’altra volta. La morte giunse un’altra volta. Seguirono anni di silenzio, anni di raccoglimento e di preghiera. Ora, Angelina Lanza è una donna tutta chiusa nel suo dolore e una nuova visione della vita le è di fronte: «Storia di un’umanità che si riscatta soffrendo. Mistero del dolore e del male, grandezza e tragedia dell’uomo che ha nella libertà le radici della sua personalità. Al centro, Cristo Redentore. Tutte le altre cose, o le apparivano vanità (anche la poesia e l’arte), o perdevano, oramai, dinanzi alla consapevolezza della vita come dolore ed espiazione, di interesse ai suoi occhi.» (Professor Peppino Pellegrino).
«Angelina tenne il suo segreto il più che le fu possibile. Ma una terribile prova fu quella di trovarsi una volta nella fisica impossibilità di nascondere ciò che avveniva in lei. L’incomprensione, troppo naturale, di chi la circondava ci vide dei segni di squilibrio mentale. Ma fu l’unica di tali prove.
Anni e anni passarono in cui mantenne una continua, uguale serenità della sua condotta esteriore.» Padre di Rosa dice tutto questo per far comprendere la personalità della Lanza in modo di non travisare le prove che la vita ascetica le riserverà.
«Cominciò così la nuova poesia, che sono le pagine spirituali: l’umiltà de Le virtù nascoste, il sacrificio de La completa offerta di sé a Dio. Le prime per anime ordinarie, per i principianti, la seconda per anime sublimi. La Lanza sapeva bene che ogni cristiano come tale, è sempre l’uno e l’altro insieme. Vedeva anzitutto nella propria anima quel contrasto e quella sintesi: di qui il continuo riprendersi dei tanti difetti che scopriva nella coscienza e nella sua condotta, e insieme lo slancio magnanimo della rinuncia e della donazione assoluta.
Nessuno legge questi scritti che non vi senta un afflato lirico che tutto pervade. Non mai un’ombra di sforzo, in uno stile semplice all’estremo, ma sempre alato. Più ancora che nelle poesie in versi, l’ispirazione si mantiene costante. E la prosa è fluida e musicale (una musica in sordina) non meno dei suoi versi. Ne nasce un’opera di edificazione dove rimane l’impronta dell’artista, della signora, della mente aperta alla più varia cultura e alla filosofia.» (Padre di Rosa).