Un intero paese trasformato in un lager e campo di sterminio costato la vita a 3milioni di persone su 7,5. Ma nessuno ha mai fatto autocritica e il comunismo, che ha solo cambiato casacca, continua a infettare e infiammare le nostre società.
Cinquant’anni fa, il 17 Aprile 1975, i comunisti kmer rossi entrarono nella capitale della Cambogia, Phnon Penh, mettendo fine a otto anni di guerra civile per aprire una lunga stagione di terrore che causò almeno tre milioni di morti, su una popolazione stimata di poco più di sette milioni. Un vero e proprio genocidio consumato nel silenzio delle sinistre europee, che dopo aver sostenuto la “guerra di liberazione” contro l’”imperialismo americano” in Vietnam, Laos e Cambogia nascose la testa sotto la sabbia per non infrangere il sinistro mito rivoluzionario.
A capo del partito e della cricca omicida vi era Pol Pot, diventato un simbolo di ferocia, ma la maggior parte dei gerarchi responsabili di aver trasformato l’intero paese in un campo di “rieducazione” e sterminio l’hanno fatta franca sfuggendo alla giustizia per i crimini commessi e in alcuni casi continuando a occupare posizioni di potere dopo la caduta del regime.
Qualcuno però è riuscito a pentirsi, come Ong Thong Hœung, che nel 2004 ha pubblicato il libro, Ho creduto nei khmer rossi (Guerini e associati). in cui tra l’altro ha scritto: «I compagni che sono morti non meritavano questa fine. E io non meritavo di aver salva la vita». Ong Thong Hœung come molti altri capo del partito e lo stesso Pol Pot ha studiato in Europa, dove ha conosciuto e abbracciato l’utopia comunista.
Lui e i suoi compagni hanno frequentato quelle università e quelle scuole dove ancora oggi si educano i giovani a quella perversa ideologia.
Certo, oggi i partiti comunisti si sono estinti o sopravvivono a stento – eccetto che in Cina – in qualche parte del mondo; tuttavia l’ideologia è più viva che mai; ha solo cambiato pelle. L’internazionalismo proletario è mutato in immigrazionismo, dietro l’ambientalismo si nasconde l’antico odio per lo sviluppo capitalista e anziché predicare l’odio di classe e l’egualitarismo si parla di “inclusione” di minoranze e “diversi” di ogni genere vagheggiando società “aperte” e comunque livellate.
Rimane invariato l’odio per l’Occidente “bianco” e cristiano per abbattere il quale sono spuntate l’ideologia woke e il movimento Black Live Matter, che ha adepti anche in casa nostra.
Come pure resiste l’atteggiamento violento, intrinsecamente totalitario e settario che ha sempre contraddistinto, sin dagli albori, il movimento rivoluzionario che ha infestato l’Europa dal 1789 a oggi. Prima ha indossato la casacca dei giacobini, poi quella degli anarchici e socialcomunisti che a partire da Lenin hanno seminato di gulag e di cadaveri metà del nostro continente prima di dilagare nel resto del mondo. Dopo aver dismesso la camicia bruna e la camicia nera gli eredi di tutti questi totalitarismi assassini continuano a riversare quella stessa violenza nelle società contemporanee, aggredendo, calunniando verbalmente gli avversari nelle aule parlamentari e sui media; fisicamente nelle piazze.
Se all’epoca di Pol Pot e del Vietnam le piazze europee erano attraversate dal popolo comunista e arcobaleno che gridava «meglio rossi che morti», i “pacifisti” 2.0 sono ancora uniti dalla protesta per l’intervento “amerikano” e “sionista” in Medio Oriente. Il comun denominatore resta comunque l’odio per l’Occidente, responsabile di ogni colpa. Un Occidente da rieducare, magari sul modello della Kampuchea democratica, dove in un sol giorno furono svuotate le città e l’intera popolazione deportata nelle campagne: Arbeit macht dich frei!
Che poi sarebbe il sogno di tanti ecologisti, verdi fuori e rossi dentro.