La visione della vita in Angelina Lanza, donna del Novecento. La casa sulla montagna. (Parte seconda)

La vena poetica della Lanza si era esaurita a causa della guerra, della morte dei genitori e delle due figlie. «La guerra mi scosse terribilmente dal mio sogno d’arte. Tornerò a scrivere? E chi lo sa? Certo, per deliberata volontà letteraria, non scriverò mai, come non scrissi mai. Se troverò un’altra ispirazione, calda e spontanea come l’antica, sì; perché non dovrei?» E una rinnovata ispirazione venne, in una prosa altamente poetica, nel libro La casa sulla montagna.

L’occasione fu questa. Nel settembre del 1928, apparve, nella rivista Leonardo, uno scritto, molto elogiativo, di Camillo Pellizzi, su La fonte di Mnemosine, l’antica e ormai dimenticata poesia della Lanza. Il Pellizzi, che raccoglieva materiale per le Lettere italiane del nostro secolo, Milano 1929, era stato sollecitato a leggere quel volume di versi, e anche, persuaso a intrecciare con l’autrice una corrispondenza epistolare.

Il Pellizzi spronava, così, la Lanza a scrivere altre poesie anche per partecipare a un concorso Mondadori. E la Lanza, riaccesasi la passione per la poesia, si mise a raccogliere quei versi che aveva scritto tra il 1913 e il 1918, e che continuano idealmente La fonte. Il concorso fu vinto da Ada Negri, né la Lanza riuscì a trovare un editore che le pubblicasse questo secondo volume di versi, Liriche e poemetti. Mentre era in questo fervore di ripresa letteraria, ma poesia nuova non le veniva di scrivere, ecco un’idea: La casa sulla montagna. Ne venne fuori un libro che è poesia.  L‘amore per Gibilmanna, la sua gente e il suo paesaggio, trabocca da ogni parola e pare che questi personaggi trasfigurino la natura umana in qualcosa di più universale, ad indicare che la Gibilmanna di Angelina Lanza vive ovunque siano presenti l’amore per gli Uomini, per la Natura, per Dio. Ė come trovarsi di fronte all’immortale Recanati del Leopardi, come entrare nella Casa del Nespolo ad Acitrezza: una Sicilia atavica e mitica che mantiene il suo fascino nonostante il trascorrere degli anni. L’universo dell’Acitrezza di Verga, però, si differenzia da quello della Gibilmanna di Angelina nella carica di toni drammatici.

In Lumen inizia la pubblicazione: dall’aprile 1935, n. IV, al giugno 1937, n. VII; pubblicato poi in volume, con prefazione di Emilio Bodrero, Domodossola, Sodalitas, 1941.

Ė un racconto costruito sulla memoria, sui ricordi: inizia con quello vivido e profondo della antica casa di montagna e si muove nella quotidiana meraviglia di vivere una vita faticosa e privilegiata insieme.

Il romanzo della Lanza nasce testimone di un’epoca nella quale si assiste ad un’accelerazione della modernità. Fin quando il passato è nell’ambiente, anzi è l’ambiente, gli attori sociali non sentono il bisogno di celebrarlo.

La Lanza, nel suo romanzo di memoria, evoca personaggi che vivono nel suo ricordo e nel suo cuore in una Madonia trasfigurata nella visione poetica di trazzere, fontane e campanili, segni inconfondibili della presenza di un gruppo umano; siciliano e non solo.

Per la Lanza i campanili rappresentano gli elementi della costruzione ideale del mondo d’arte nel quale il vero è nell’eterno essere e divenire della natura umana; nell’eterno travaglio della vita dell’uomo.

Tra la natura, l’anima e Dio vi è un legame, intimo e vivo, che riunisce in un mistero unico quello dei rapporti fra la natura e Dio, fra l’anima umana e Dio.

E questo dovette intuire la Lanza sulla spianata della Croce di Ferro. Intuizione che pian, piano, col passare degli anni, col sommarsi delle esperienze, divenne in lei evidenza piena, anche se mai interamente compiuta.

«Non è che l’anima si affacci più al mondo come semplice infante, innocente e ignara, a conoscere soltanto che cosa dicano del loro Creatore le cose della montagna e il loro ordine e ambiente primitivo; né che si fermi a meditare intellettualmente sulla bellezza e sull’ordine intimo ed estremo della creazione e delle creature.

Essa compie un passo più innanzi e più addentro verso la conoscenza di sé e del suo destino, accompagnandosi con la comprensione estetica e religiosa della natura, propria di chi vive con essa, e comunicando con la rivelazione divina attraverso tale comprensione: quasi in un dialogo a tre, che è un vero e proprio dramma mistico, in cui l’anima non è più solo spettatrice ed emula, ma è attrice della propria elevazione, in cui le voci della montagna e della vita naturale e primitiva e spontanea si interiorizzano in lei e le rivelano il suo cuore.» (Santino Caramella).

Il brano che si intitola Bei Nebrodi monti, e che narra di una escursione a cavallo compiuta attraverso queste montagne siciliane, contiene pagine sublimi.       

Intorno intorno alla conca (alpina pur nell’aspetto un po’ torrido di quel fieno d’oro, silenziosa e pacifica nonostante quel nome bellico – Piano della Battaglia, nelle Madonie -) si estendeva finalmente il bosco, la grande faggeta dell’altipiano. Nera, folta, con i suoi colonnati senza fine, a vista d’occhio, col suo frascame impenetrabile al sole, ci prometteva una frescura, un mistero, che pareva vergine ancora ad ogni passo, ad ogni voce umana.

Involontariamente, tacemmo tutti.

E s’udì allora un’armonia, come di venti che si levassero appena, ma tanti! come di uno sfrascare lieve, ma vasto, come di un coro confuso di campane misto a migliaia di voci umane, lontanissime. E tutto vibrava in accordo perfetto, sopra una gamma d’estensione infinita.

Io feci segno di tacere, ancora, e porsi l’orecchio.

Era veramente una musica: il canto dell’alta montagna.

Nello stesso passo rievoca anche, l’estatica visione del paesaggio siciliano, quale appare dall’alto dei monti.

Di qua, luminoso, azzurro, vastissimo, m’appariva il Tirreno con le sue natanti Eolie.

E la terra stessa, mi pareva un oceano di enormi ondate immobili e luminose. Non città, non villaggi, né campi, né vie, né selve, né fiumi nella gran luce.

Sole, e monti azzurri, e nebbia d’oro.

Pareva il luogo e l’ora della creazione prima.

Era come se la terra avesse riacquistato una sua prodigiosa verginità.   Non più la terra del lavoro e del dolore; ma un paese favoloso, disabitato dall’uomo, dove regnava solo un mistero pregno di forze ignote.

Non era, lassù, un senso di morte, ma di vita, d’una vita che i sensi non percepivano, se non come luce, come spazio, come suono: il suono dell’altezza, il suono prodigioso della montagna.

Sulle valli, la nebbia chiarissima ristagnava, come l’acqua nei bacini montani. Con questa visione abbagliante scesi verso le ombre della faggeta, e mi rimisi in sella, per il ritorno…

Anche nella descrizione dei tipi umani Angelina Lanza è maestra d’arte.

Nel brano intitolato Il melòmane, dipinge la figura di un capraio, Santo, abilissimo nel suonare non solo lo zufolo, ma anche la cornamusa e il mariuolo, cioè lo scacciapensieri, il tipico strumento siciliano chiamato anche marranzano.

Era di giugno. A un tratto, dal bosco, si levò la voce dell’usignolo.

Allora il capraro si tolse dalla bocca di satiro lo zufolo, e ascoltò, a sua volta. Ed ebbe un’espressione bella: «Quando canta il russignolo, il friscaletto non passa più.»

Quello che aveva levato la voce, era il suo maestro.

«Da questo complesso colloquio, dell’Uomo, tra il sublime della sua espressione artistica e il trascendente della religiosità, anche attraverso le manifestazioni esteriori di devozione al divino, l’anima è condotta a sapere di sé, non più solo nel senso dell’esistenza, ma in quello dell’essenza. A sapere qual è il suo posto nella natura secondo l’amore per le creature e le cose; secondo la loro rivelazione amorosa e favolosa. A dire, secondo la Lanza, quale sia la risposta dell’anima a ciò che Dio le rivela mediante le cose e le creature della montagna (e del mondo di ciascuno), così vicine a Lui. Questa non è soltanto un’esperienza dell’autrice, ma pure dei suoi personaggi, e del lettore. Non è un’esperienza di ragione, bensì un’esperienza di sentimento: di quel sentimento fondamentale della vita che Rosmini dimostrava costruire la relazione immediata fra la natura delle cose e la natura dell’uomo, quella relazione che doveva ispirare la ragione nella ricerca delle relazioni mediate concesse alla conoscenza.» (Santino Caramella)

Angelina Lanza si recò a Gibilmanna la prima volta, il 13 giugno 1898, sposa da un giorno. «Un giorno di giugno, di un anno molto lontano, per l’aspra via mulattiera che sale da Cefalù verso il Pizzo Sant’Angelo, una sposa giovinetta, innamorata e fantastica procedeva a cavallo, tra castagneti e querceti, su, su, verso l’alto…»

«Per la prima volta percorreva essa quella via che doveva essere per tanti anni poi, la via della sua pace. E quando sboccò sulla spianata verde che si chiama “Croce di Ferro”, e alcuno le disse di alzare gli occhi, la viaggiatrice ebbe davanti a sé una veduta di bianchezza e di austerità non ancora pensata…»

Questa percezione riguarda non solo la sfera della sensibilità, ma richiede un diverso approccio teoretico ed una nuova prospettiva ontologica che guardi al rapporto fra soggetto e luogo come relazione di senso.

Nel romanzo della Lanza, la casa acquista valore e significato di simbolo e di allegoria sacra. L’Autrice lasciava questo libro ai figli e ai nipoti, come sua eredità più preziosa.

«Questo povero libriccino fu scritto, principalmente, per ricordare ai miei figli la casa paterna, la dolcissima loro adolescenza, le sorelle morte. In second’ordine, ho voluto lasciare, per il tempo in cui la civiltà invadente avrà spazzato via usi locali, tradizioni sante, semplicità di costumi patriarcali, un piccolo quadro (animato da figure che sono ritratti autentici) del paese che fa da cornice al Santuario e alla casa. Vorrei avere con questo modesto libriccino, innalzato un canto di lode a Maria e aver celebrata la bellezza della campagna, la bontà degli affetti familiari. Soprattutto, vorrei che fosse un inno elevato al culto della famiglia: che presso i contadini, almeno, non è divenuto un nome vano! Ho pensato, in questi giorni, alla risposta di San Carlo Borromeo, mentre giocava a scacchi per riposarsi dalle sue sante fatiche. “Che fareste, se vi dicessero che domani morrete?” “Continuerei a giocare, perché ho cominciato con l’intenzione di servire Dio”. (Non so se ricordo male). Io sono nelle disposizioni d’animo di chi si prepara a morire. Eppure trovo che questo lavoro era doveroso, e l’ho compiuto a cuor sereno: l’ho fatto con retta intenzione, come opera di bene. Ringrazio Iddio che m’abbia dato tanta serenità e lucidità di mente, da poter correggere anche qualche lungaggine, qualche ripetizione, qualche menda di forma.» (Diario, 26 febbraio 1933).

Angelina Lanza coglie il dramma di un tempo in cui la civiltà invadente tende a cancellare usi locali, tradizioni sante. La Lanza non si nasconde l’arretratezza del presente. Quando parla di “Questa buona gente” di Gratteri, dice infatti: «Era indietro almeno d’un secolo, fino al tempo della guerra. Ma non s’è ancora aggiornata, come si dice ora.» E per quanto riguarda la condizione delle donne: «Il lavoro che compie durante l’anno una di queste donne, è una somma enorme di attività, d’intelligenza, di sacrifizio. E generalmente gli uomini le sono poco grati. Ė il lato men bello del carattere maschile, in questa popolazione rustica.» Essa teme, però, che il progresso, pur necessario e inevitabile, venga ad intaccare quel collante della vita sociale che risiede nella solidarietà. La sua fede religiosa e la sua tendenza mistica la portano a vedere ogni realtà alla luce della trascendenza; ma non si può dire che La casa sulla montagna sia obsoleta e non abbia più niente da dire all’uomo di oggi. La Casa è un testo che ci dà un quadro credibile ed esauriente della mentalità, delle usanze, del modo di intendere i rapporti interpersonali nel passato. Un vero e proprio poema della natura nel senso classico.

La somiglianza con la prosa manzoniana (non dimentichiamo il legame di amicizia che univa Manzoni a Rosmini) la ritroviamo nello stesso modo di avvicinarsi al mondo degli umili che deriva dal comune spirito rosminiano. Certo, non troviamo una poetica comune sul lato formale essendo quella Milanese e quella Siciliana diverse per distanza e identità.

I primi lettori furono i figli ed il marito. Il libro li incantò. Ne vennero fatte alcune copie dattiloscritte e andarono in mano alle care amiche, ai due sacerdoti cui la Lanza era legata da vincoli di devozione filiale, i padri Balsari e Bozzetti. Della stesura del libro, dava notizia al padre Bozzetti in una lettera del 5 gennaio 1931. «Mi son rimessa a scrivere… Ho finita la prima stesura d’un libro in prosa, lassù in campagna. Un libro dove vorrei far echeggiare l’amore al mio Santuario, la poesia della famiglia, la bellezza dei monti, e anche la sanità morale dei nostri contadini, dei loro costumi, delle loro leggende. Mi riuscirà? Non so. So che l’ho pensato con intenzione di bene, e l’ho scritto con gioia: ma bisogna ancora lavorarvi (…). E ho finito col ritrovare la gran gioia d’una volta, a fare un’arte sana, che possa confortare qualche altra anima, oltre la mia, e che possa insieme testimoniare la mia fede in Dio.»

Nel 1941, l’Editrice Sodalitas di Domodossola, nota per la diffusione dei testi ascetici di Rosmini, accolse nelle sue edizioni, unica eccezione, l’opera di Angelina Lanza. Il libro fu arricchito di fotografie e di una prefazione di Emilio Bodrero, docente di Storia della filosofia greca nell’Università di Roma: «Qui si racconta tutta una lunga estate trascorsa in vari tempi a Gibilmanna, in una casa della montagna siciliana, dallo scorcio di una primavera al cominciar di un inverno. Al piccolo paese si giunge a dorso di mulo, e pure tutto un vasto mondo fisico e morale è racchiuso entro quel breve orizzonte.»

«Il paesaggio», prosegue Bodrero, «con la sua vita, le sue gioie e le sue tragedie, è descritto con una sapienza così sobria e incisiva da darcene la perfetta evidenza. Così gli avvenimenti che vi si svolgono son narrati con larghezza e ricchezza di sintesi, senza che quasi la scrittrice apparisca. Ma soprattutto i tipi che popolano quel paese sono modellati come protagonisti di un grandioso bassorilievo: il curàtolo, il campiere, il melòmane, il latitante, il giumentaro, son figure di risalto scultoreo e di vita profonda, così come l’incendio, la sagra, la sorte degli alberi, son drammi in cui vibra una passione intensa ed inespressa per entro un senso quasi immobile del primitivo.

Il termine primitivo aveva trovato la sua esatta collocazione all’interno dell’antropologia, grazie soprattutto, alla corrente di pensiero evoluzionista, di cui Pitrè fu un portavoce importante.

«Il paesaggio, come le persone che lo abitano, sono primitivi, che dei primitivi hanno tutta la profondità e tutta la poesia. Questa stirpe è viva da millenni ed i suoi ricordi si perdono nell’immemorabile, ma ha una sua misteriosa civiltà nativa che la rende talvolta più che civile, nella spontaneità sicura di ogni sua espressione. Essa ci appare come transcritta da un Teocrito che fosse anche tragedo, meglio ancora da un Verga nutrito della sapienza di un Pitrè. E nei rapidi scorci, quest’anima popolare, antica come un coltello di selce, si rivela in parole e gesti ed opere fatte di poesia densa di esperienza e di bellezza, come quella che è grandiosa perché semplice, esauriente perché votiva.» (E. Bodrero, 1941, Prefazione a La casa).

Ciascuno dei trenta capitoli de La casa sulla montagna è un’opera d’arte che sembra non appartenere alla letteratura prosastica, ma è pittura o scultura, musica o poesia insieme. L’autrice non compare mai, ma è sempre presente.

Intorno a chi legge, un’atmosfera di sanità, di serietà, di bontà che conferisce a tutto il libro un valore trascendente a quello di una poetica e personale pittura fedele e animata di un paese di Sicilia. Ma anche questo, il paese ancora omerico ed ulisseo, medioevale e naturale, serve da magnifico quadro e da mirabile sfondo alle tenui vicende narrate.

Purtroppo il clima era quello della guerra e il libro non riuscì a raggiungere la redazione delle riviste e dei quotidiani; non ebbe alcuna fortuna (una sola recensione, di Guglielmo Lo Curzio, nel Giornale di Sicilia, e un cenno fugacissimo, nel Corriere della Sera). La II edizione, del 1957, preceduta appena due anni prima, da un ampio volume di Lettere, ha avuto il merito di riproporre ai critici l’opera e la personalità di Angelina Lanza nella cultura e nella vita spirituale del nostro tempo. Notevoli i consensi; numerose le recensioni, sì che non ci fu giornale o rivista che non ne abbia parlato; molti gli studi; ben cinque tesi di laurea, La casa è stata riconosciuta, per fantasia e stile, come un classico; e, per la sua anima ispiratrice francescana e rosminiana, come il nuovo Cantico delle creature. Testimonianza di lettura profondamente unitaria, la recensione di Mario Apollonio (L’Italia, Milano, 16 aprile 1958):

«(…) A me tocca la letteratura: dirò subito che pochi esempi conta la letteratura italiana moderna di una scrittura che si fa via via più spoglia di preoccupazioni artistiche e più ricca di risultati, animata e nutrita come è da una sempre più copiosa ricchezza interiore, ricchezza d’anima, direi, a significare il rapporto che si stabilisce fra l’espressione e la sua prima scaturigine. Diceva Camillo Pellizzi: “La Lanza si esprime come “è”, la poesia è, per lei, in rapporto diretto con quella esistenza trasvalutata che diciamo anima; e quando la religione sopravviene a nutrire quest’anima che si era abbandonata con tanta spontaneità alla natura e a Dio, la poesia, che direttamente l’esprime, senza mediazioni di scuola o di dottrina letteraria, si fa più ricca e profonda”. E proseguiva, Camillo Pellizzi: “Trovando in sé alcune cose da dire, libere e nuove, cerca e trova anche libertà e novità di ritmo; e il ritmo elaborato originalmente, e che, così, si addice alla freschezza dell’ispirazione, dà a questa scrittrice, nelle sue ore migliori, la nobiltà e la serenità dei classici. A ciò si aggiunga l’atteggiamento dell’animo, che non isforza la poesia, e che non va a caccia di vezzi e di atteggiamenti; lo sguardo adulto, commosso ma limpido…” (…) Noi spostiamo la prospettiva dalla cultura (che in lei, nata e sposata in famiglie di universitari, era pur sempre un fatto di nativa gentilezza e di “cultura animi” più che di sistema intellettuale) alla vita religiosa. La pietra di paragone di come dolce parla e dolce ride, è qui.» (M. Apollonio).

Apollonio ci dà quasi delle direttive per la scoperta del libro: non ci si fermi alla parte più superficiale di esso: «Un racconto, o una serie di rapsodie, fra un modo che è di visione, e uno che è di ritratto. Il primo richiama due episodi nella vita della Lanza: il Santuario e la casa sulla Montagna visti dai balconi della casa di città, oltre il golfo di Palermo, oltre Bagheria, là dove le Madonie declinano verso il mare, alla prealpe dei Nébrodi: nei tramonti limpidi giunge un momento che ella sa, quando la facciata del Santuario è investita in pieno dal sole che declina: una cuspide e due campanili: e da quel punto scendendo il declivio scopre un’altra macchiolina bianca, la casa.»

«E d’un tratto tutto scompare nel grigio… Sparito il sole, quel po’ di bianco rientra nella tinta eguale del monte.»

E il ricordo dei morti, la prima sera di ogni arrivo: quello della suocera che non conobbe, e che ama e «ch’era intenta a pettinarsi i magnifici capelli, quando sentì ch’era giunta l’ora sua. Per alzarsi ed andare a morire, appoggiò le mani su questo marmo bianco; in questo specchio levigato vide il pallore del viso e il cerchio nero intorno agli occhi; e forse di lei, dell’immagine mite e triste, qualche ombra è rimasta sul cristallo»; e quello della figlia Antonietta «A un tratto, io sentii che doveva essere giù, nella campagna. Intorno alla casa doveva essere, fra l’erba e le fratte; non so; correva, cantava, giocava; c’ era infine!

Ancora Apollonio: «Per il secondo modo, che è la traduzione sensibile ed evidente di quel lontano guardare, di quel lontanissimo rammemorare [della Lanza], leggiamo Il curàtolo, Il melòmane, Il latitante, accompagniamo i gesti e i cori delle donne, i lavori agresti, ascoltiamo la vita delle piante e delle bestie. Stanno fra le più alte e limpide pagine della prosa italiana moderna».

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Author: Francesca Bronzetti

Insegnante specialista di Religione Cattolica nei licei e di Teologia alla Università Cattolica del sacro Cuore di Milano.

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