ALBA PRATALIA (Arava bianchi prati)

Con questo primo articolo di carattere programmatico inizio la mia collaborazione con la redazione di Libertà e Persona di cui ringrazio particolarmente il coordinatore, Marcello Giuliano, per l’opportunità che mi offre.

Alla luce di questa consapevolezza mi appare straordinario il fatto che all’origine della storia della letteratura italiana ci sia quell’enigmatico indovinello, di autore anonimo veronese, appuntato a margine di un’antica pergamena proveniente dalla Spagna, fra l’ottavo e il nono secolo dell’era cristiana.
Riporto il testo che sembra proprio riferirsi all’azione dello scrivere paragonata a quanto avviene durante l’aratura. Si legge in un latino che non è più tale e si avvia a divenire volgare:

Se pareba boves, alba pratalia araba/albo versorio teneba, negro semen seminaba.Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus.

Spingeva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati/e aveva un bianco aratro/ e un nero seme seminava/Ti rendiamo grazie Dio onnipotente ed eterno.

In tale scena i buoi (le dita di una mano) spingono avanti l’aratro (la penna) e seminano un bianco prato lasciandovi cadere il nero seme che trasforma la pagina in un’occasione per dare forma e consistenza, con i versi della poesia o il cursus della prosa, al linguaggio del cuore fino ad allora inespresso. La scrittura appare dunque come un gesto di vita dentro un orizzonte di speranza. Infatti, come il contadino trova la forza di gettare un piccolo seme, ancora una volta, magari in mezzo alla bufera della guerra e della distruzione, e lo immagina nel suo farsi stelo ricco di chicchi, così chi scrive getta un ponte fra il passato, da cui attinge il tesoro prezioso di altre generazioni, il presente del lavoro e il futuro del raccolto.

Colui che scrive, scrive solo perché conserva un briciolo di speranza. Anche chi riversa con disperazione parole di assurdo e inneggia al caso e al nulla, smentisce di fatto quanto afferma. La scrittura presuppone un lettore che domani leggerà e comprenderà a partire dalla conoscenza della stessa lingua di umanità che ogni essere umano possiede.

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Author: Maria Giovanna Fantoli

Fantoli Maria Giovanna è nata l’8 maggio 1959, a Novara, dove vive attualmente. Laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Lettere moderne presso l’Università Statale della medesima città, ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bergamo. Ha insegnato dal 1982 fino al 2021 nella scuola secondaria di secondo grado, dai Professionali ai Licei, facendo dell’insegnamento la propria vocazione. La sua storia professionale le ha permesso di approfondire la Didattica della Lingua e della Letteratura italiana e temi legati all’educazione e alla pedagogia. Ha collaborato con le riviste «Nuova Secondaria» e «Scuola e Didattica» e con il CQIA (Centro Qualità Insegnamento e Apprendimento) dell’Ateneo di Bergamo. È coautrice, insieme all’amica e collega professoressa Gelmi, di un’opera in dieci fascicoli (corredata di due guide per l’insegnante), intitolata La letteratura e la sua bellezza, pubblicata da Bonomo – Diesse e Le botteghe dell’insegnare, nel 2024. È autrice del romanzo, Stringi la mia vita. Storia di una crocerossina, edito da Bookabook, Milano 2022 e della biografia Il Nostromo. La traversata di Giorgio Ferro, edita da Ares, Milano 2024. Ha autopubblicato in Amazon la sua terza silloge di poesia, In bilico su un filo a un passo dal cielo, il romanzo Voci dalla memoria e, con la sorella Laura, una riflessione sulla vicenda della madre affetta da Alzheimer, Come sono belle le stelle. Storia di Adele e del suo Alzheimer. L’interesse più importante, oltre all’insegnamento, è la scrittura a cui si è da sempre dedicata nei suoi vari generi: filastrocche, poesie, racconti, romanzi, saggi, relazioni, recensioni, sceneggiature.