«Ecco papà!» lasciando l’appoggio al davanzale e dando la notizia al resto del mio mondo: mamma accese il fornello sotto la pentola della pasta, Vittorio raccolse le figurine dei calciatori sparse sul tavolo ovale di opalina.
Facevano come niente fosse, ma anche loro aspettavano: tutte le sere.
Pure d’inverno, sì, quando affacciarsi alla finestra comportava
il congelamento del mio naso a patatina, come mi chiamavano scherzosamente.
Ma non resistevo, verso le sei del pomeriggio papà tornava dal lavoro, diritto, con la borsa in spalla e la camminata veloce, ché qualche volta scendeva in strada, rasente le auto parcheggiate, per evitare la gente che gli intralciava il passo.
Arrivava, si cambiava e, già mentre apparecchiava la tavola accanto alla mamma che cucinava, iniziava a raccontare della sua giornata.
Fiero e ciarliero diceva di come aveva spiegato all’Ingegnere che quella putrella, così, proprio non andava o di come un muratore aveva tirato su il muro senza lasciare l’apertura per uscire.
«Si è murato vivo!» e rideva quella risata, da sempre, per tutti contagiosa.
Mai era stanco. Non lo diceva, ma noi lo capivamo quando dopo cena sulla sedia a guardare un film la testa crollava in avanti con un contraccolpo che la faceva ritornare contro il muro. Un vago spaesamento, poi il contagio della sua risata.
«Vado a dormire, che è meglio».
Questo accadeva tutte le sere. Non quella.
«Maria» mentre tirava fuori la schiscetta dalla borsa «Stasera andiamo a mangiare una pizza?».
«Sì, papà!» esultò mio fratello ed io gli feci eco.
«Ma, Giacomo. C’è già pronto…» forse pensando al conto.
«E dai!» insistette «Lo mangeremo domani».
Non più di tre minuti separavano casa nostra dalla pizzeria Da Giulio che fecero le unghie viola e le orecchie di cartone.
Il vento del nord accendeva le stelle al sopraggiungere del buio della notte più lunga dell’anno. E danzava le ali degli angeli a guardarsi dai lati della strada nell’illuminare il Natale alle porte.
Il conto vide Giacomo contento e Maria pensierosa.
Intorno alle nove e mezzo i saluti e lo scambio di auguri con Giulio che conoscevamo da anni.
Al minuto uno, dei tre che servivano per tornare al calduccio e infilarci nello zio letto, una via laterale si immetteva sul Corso.
All’angolo, accanto alla farmacia, un palo reggeva un cestino di metallo. Grigio, traforato, molto elegante a paragone della figura abbozzata in un pastrano nero che con una manica lo abbracciava, mentre l’altra affondava fino in fondo, alla ricerca di una dignità perduta.
Ridevamo, scherzando sul freddo pungente che in men che non si dica avremmo chiuso fuori dal nostro mondo. Non avevamo neanche fatto caso a quella realtà così aliena.
Ma lo sguardo di papà indugiò su quei capelli bianchi alla mercè di ingiurie ed intemperie. Né un cappello a coperta.
Pochi passi.
«Un attimo» e tornò indietro.
Non sentivamo quello che stava dicendo al signore, lui però tirò fuori il braccio dai rifiuti e incrociò i suoi occhi, ma subito abbassò lo sguardo.
Uno sguardo perso.
Giacomo si voltò un istante verso Maria, poi mise un braccio intorno alle spalle del vecchio dai capelli bianchi e lo condusse fino a noi.
Vittorio ed io ci guardammo, tirandoci un po’ indietro, alzando la testa a cercare il viso della mamma.
L’espressione era perplessa, ma sorrideva. Era tutto a posto.
«Giuseppe» si presentò, in quella situazione di evidente imbarazzo.
Veniva da Vigevano dove aveva litigato coi figli dopo la morte della moglie.
«Non c’è più niente e nessuno per cui vivere. Aspetto solo che la signora con la falce venga a prendermi e spero che giunga come dono di Natale».
«Ma che dice, Giuseppe!» lo rimbrottò papà e alla mamma si inumidirono gli occhi.
«Andiamo a casa, così parliamo meglio».
Gli occhi di Maria si allargarono, ma non disse niente, sembrava molto importante per suo marito.
«No, proprio non posso, sono troppo sporco…» e si schermì con la mano, facendo un passo indietro.
Le forti braccia di papà guidarono il vecchio dentro il portone e lo sostennero lungo i tre piani.
«Mi dispiace Giuseppe, per le scale a piedi».
Lui si fermò a prender fiato e gli batté due stanche pacche sulla spalla. Quindi riprese a salire, la mano destra aggrappata al corrimano della ringhiera, la sinistra sottobraccio a Giacomo.
Nel frattempo avevamo aperto la porta e, appena varcata la soglia, Giuseppe si lasciò cadere sulla sedia che Maria gli stava porgendo.
«Grazie. Che vergogna, sono così sporco…».
«Giuseppe, è il benvenuto nella nostra casa. Adesso si riposa, noi prepariamo da mangiare e intanto può darsi una lavata con tutta tranquillità».
Maria osservava suo marito.
“C’è qualcosa…” pensava.
Intanto aveva preparato dei vestiti puliti, ché la corporatura media era pressappoco simile a quella di papà, dopodiché ci mettemmo tutti a tavola a fargli compagnia.
La pastasciutta, la carne e la verdura che mamma aveva preparato per noi, misero Giuseppe di buon umore e il bicchiere di vino gli sciolse i pensieri.
Divenne loquace nel raccontarci di come aveva allontanato sempre più figli e nipoti per il dolore che provava da quando la sua Adele lo aveva lasciato sei anni prima.
Aveva tagliato i ponti con tutto e da due anni faceva questa vita da randagio nella grande città.
La preoccupazione per il cibo, per un posto dove dormire; la paura che i ladri o gli altri barboni gli rubassero le scarpe o la coperta, lo distoglievano dal suo dolore più grande: il ricordo dei giorni vissuti con sua moglie.
«Può sempre cercare di fare pace coi suoi figli. Non le mancano i nipoti?».
«Eccome…» sospirando.
«L’orgoglio è la peggiore delle malattie. Torni a Vigevano, l’accompagno io con la macchina, se vuole. Ci mettiamo un attimo. Vedrà che la sua famiglia sarà felice di vederla. Questo sì che sarebbe un bellissimo regalo per Natale».
«Dici?».
«Altroché, ne sono sicurissimo!».
«Bene, Giacomo. Ė tempo di andare. Ora posso dire che gli angeli esistono. Ti auguro tutta la felicità che meriti. A te e alla tua bella famiglia».
«Vuole fermarsi qui a dormire?» gli chiese.
«No, devo andare» era tornato vecchio.
Papà lo accompagnò giù per le scale fino al portone. Aspettò sul marciapiede che girasse l’angolo.
Giuseppe si fermò prima di sparire, giusto il tempo di alzare la mano in segno di saluto senza distendere le labbra in un sorriso.
Giacomo restò ancora qualche secondo, chissà, forse si aspettava di vederlo ricomparire.
«Assomigliava così tanto a mio padre» ci disse chiudendo la porta.
C’era qualcosa.
Gelido, il tempo proseguiva il suo cammino a cavallo delle lancette.
Finale per la magia del Natale
Qualche giorno dopo Natale, verso sera, il suono del campanello annunciò una visita inaspettata.
Papà, appena tornato dal lavoro, aprì la porta.
«Giuseppe. Entra!» passando istintivamente al tu, in un’intimità di cuori.
«Buonasera, Giacomo».
Dietro a lui due donne e un uomo.
«I miei figli non credevano che gli angeli esistono e li ho invitati a vedere di persona».
«Accomodatevi!».
Cenammo in sala, al tavolo grande che, come il cuore di mio padre, accolse tutto quell’amore.
Finale per la cruda realtà
La Vigilia mise neve. I nasini dei bimbi erano spiaccicati contro i vetri ad ammirare l’incanto e i più temerari scesero ad ingaggiare infantili battaglie senza vincitori, né vinti.
Il sole di Natale scintillò tutto quel biancore, portando gioia nei cuori di grandi e piccini.
Il giorno dopo il quotidiano riportava in poche righe la morte di uno dei tanti barboni che popolavano le notti cittadine.
«Giuseppe Riboni si chiamava» disse papà lasciando scivolare il giornale sulle ginocchia e abbandonò la testa sulla spalliera della poltrona.
«Ė morto per il freddo?» chiese mamma sedendogli accanto sul bracciolo.
«Sì».
«E dove l’hanno trovato?» gli domandò ancora.
Mio fratello ed io ci eravamo avvicinati ad ascoltare.
«Era sotto i portici in Duomo. Si era accucciato su alcuni cartoni e riparato coi giornali e la sua coperta».
Ci fu una pausa che nessuno di noi interruppe.
«Se avessi fatto di più…».
«Cosa potevi fare» cercava di consolarlo Maria.
«Poi dicono che i miracoli non avvengono» riprese papà con aria rassegnata «Ha avuto il regalo che desiderava, la signora che aspettava è venuta a prenderlo. Speriamo che adesso sia con la sua Adele».
Tutti avevamo gli occhi lucidi per la morte di un vecchio barbone che aveva illuminato i nostri cuori prima di spegnersi.
«Se avessi fatto di più…» ripeteva ancora papà.
