(Prima parte)
L’opera di Wiligelmo, che risale al 1099-1106 circa, è il solo esempio dell’epoca a rappresentare con la scultura non un’unica scena della Genesi, ma una serie di racconti, e la scultura offre un forte impatto emotivo, forse superiore a quello delle opere musive, grazie al gioco delle profondità e
alla “materialità” delle figure.
Dal punto di vista iconografico è interessante notare quale strumento Wiligelmo adotti per spiegare la forza creatrice di Dio: lo raffigura entro la mandorla mistica. Inoltre, l’artista parte subito dalla creazione dell’uomo, tralasciando gli altri giorni della creazione, a differenza di quanto hanno fatto, invece, gli autori dei mosaici di Monreale e di San Marco a Venezia, e prosegue rappresentando gli episodi salienti del racconto genesiaco, quelli che sono fonte di un cambiamento radicale, e si concentra su di essi.

Dalla creazione da Adamo a Noè
Wiligelmo è, probabilmente, un artista di origine lombarda1 ed è il primo scultore romanico di effettiva rilevanza europea. Grazie a una lapide risalente al 1099, sappiamo che partecipò alla decorazione scultorea della Cattedrale di Modena2 realizzando, fra l’altro, il parapetto sopraelevato del presbiterio (pontile) composto da bassorilievi raffiguranti scene di Genesi ora collocati sulla facciata, in una posizione che forse non era quella originale.
Le lastre della Genesi sono tra i più preziosi documenti figurativi del Romanico: in essi Wiligelmo dà vita a una plastica forte ed espressiva, che rappresenta un’innovazione rispetto alla produzione del periodo; infatti nell’arte scultorea degli ultimi anni dell’XI secolo le figure, tranne rare eccezioni, affioravano faticosamente dal piano di fondo e stentavano ad avere volumetria e movimento3. Le immagini di Wiligelmo segnano, quindi, un progresso fondamentale in tale direzione, staccandosi dalla superficie della lastra e acquistando rilievo. L’arte di Wiligelmo si distingue, inoltre, per un particolare recupero del mondo classico, di cui gli artisti del Romanico avvertirono il fascino, pur essendo cambiata la mentalità. Infatti la cultura classica era interessata a rappresentare l’uomo e il suo mondo, mentre quella dell’XI e del XII secolo preferiva raffigurare una realtà superiore.
Wiligelmo studia sculture, capitelli e fregi antichi con una attenzione capace di penetrarne l’essenza. Egli non ripete soltanto forme e motivi, ma cerca di coglierne l’equilibrio, il senso della misura e, soprattutto, il calcolato alternarsi di pieni e di vuoti sulle superfici scolpite4. È Romanico, invece, il rilievo dei gesti e l’inclinazione dei volti, con le labbra socchiuse e i grandi occhi sbarrati dalle pupille dipinte.

Storie della Genesi
Tali caratteri scultorei sono presenti nelle quattro tavole5 raffiguranti storie della Genesi, dove i personaggi hanno fisicità e atteggiamenti variati. Nel primo di questi bassorilievi, sono rappresentate tre diverse scene: la creazione di Adamo, la Creazione di Eva e il Peccato originale. La narrazione si svolge da sinistra a destra e avvenimenti fra loro cronologicamente distanti vengono rappresentati in successione, senza alcuna divisione l’uno dall’altro, il che conferisce al rilievo una forte unità spaziale e temporale. Il linguaggio adottato da Wiligelmo era così comprensibile a tutti: come nella forma di teatro più popolare del tempo, quella delle sacre rappresentazioni nelle quali gli episodi si succedevano in piccoli palchi affiancati, così lo scultore pone le scene una accanto all’altra, mette in posa i personaggi, enfatizza i gesti per renderli più espliciti e comunicativi6. Nella prima formella, all’estrema sinistra, appare Dio Padre che affiora dalla “mandorla di gloria7”,sorretta da due angeli inginocchiati, e indica il libro aperto in cui si legge “Lux ego su(m)/ via verax vita perennis”. La rappresentazione prosegue con La creazione dell’uomo dove Dio modella Adamo a sua immagine e somiglianza. L’uomo, nudo e goffo, prende per la prima volta consapevolezza del proprio corpo, che Wiligelmo fa emergere quasi con fatica dal fondo del rilievo. Adamo ha una volumetria rara nella scultura del periodo; l’artista riesce a realizzare questo nudo “distinguendo e degradando le masse8”: in primo piano il braccio sinistro piegato e la gamba sinistra, poi meno rilevati il torace e il ventre, il braccio destro disteso e l’altra gamba. I volti, secondo l’uso dell’epoca, non hanno espressione; l’artista racconta i sentimenti attraverso gli atteggiamenti e le posizioni. Tutte le figure obbediscono alla medesima stilizzazione e hanno tratti sintetici, ma il gesto di Dio trasmette autorevolezza e potere, mentre il corpo pesante e impacciato di Adamo evidenzia la fatica della nascita. Al centro si trova La creazione di Eva, che Dio trae, con gesto solenne e imperioso, dal fianco destro di un Adamo pesantemente addormentato. La donna appare spaesata e quasi incredula, ancora incapace di reggersi in piedi da sola. L’ultima scena raffigura il Peccato originale. Adamo, scolpito di tre quarti, sta mangiando avidamente il frutto proibito colto da Eva e questa, voltatasi verso di lui, lo guarda con dolcezza, mentre il demonio, con le sembianze del serpente tentatore, con un sorriso maligno, si avviluppa all’albero della conoscenza del bene e del male. Si deve sottolineare la particolare impostazione narrativa adottata da Wiligelmo, il quale parte direttamente dal sesto giorno, dalla creazione, cioè, dall’uomo, tralasciando l’opera creatrice di Dio dei giorni precedenti.
- Cfr. L. Castelfranchi Vegas – E. Cerchiari Necchi, Storia dell’arte, Signorelli, Milano rist.1983, vol.2, 109. ↩︎
- Wiligelmo operò nella Cattedrale di Modena insieme all’architetto Lanfranco responsabile del cantiere della costruzione. I cittadini furono così soddisfatti dell’opera che vollero ricordarli in due iscrizioni che si possono leggere all’interno del Duomo. Secondo l’usanza del tempo, Wiligelmo sarebbe stato affiancato da un dotto esponente del clero, che gli avrebbe indicato i temi da rappresentare, ma non per questo si deve pensare che la libertà creativa dello scultore fosse limitata, come si può notare in alcune formelle. ↩︎
- Cfr. L.Castelfranchi Vegas – E. Cerchiari Necchi, Storia dell’arte, op.cit., 109. ↩︎
- Cfr. ivi . ↩︎
- Wiligelmo usò pannelli di diversa natura quali: breccia rosa di Verona, marmo greco e pietra d’Istria. Le tavole misurano 1 metro per 2,8 circa. ↩︎
- Cfr. L. Castelfranchi Vegas – E. Cerchiari Necchi, Storia dell’arte, 110. ↩︎
- Mandorla Mistica o Visica Piscis: si tratta di un simbolo di forma ogivale, ottenuto dalla sovrapposizione di due cerchi aventi lo stesso raggio che, intersecandosi nel centro, danno origine a due archetti perfettamente speculari. I due cerchi sono la rappresentazione dei due mondi sui quali si basa la creazione dell’Universo, ovvero il divino e l’umano. L’unione indissolubile tra ciò che è puro spirito, essenza vitale del mondo, e ciò che invece è terreno, materiale e carnale. L’esempio cardine dato dall’intersezione di questi due mondi è Gesù Cristo, il figlio di Dio fattosi uomo. ↩︎
- Cfr. L. Castelfranchi Vegas – E. Cerchiari Necchi, Storia dell’arte, 110. ↩︎