DAL FRAMMENTO ALLA TOTALITÀ

Spunti di riflessione dopo avere partecipato all’annuale convegno di Diesse (Didattica e Innovazione Scolastica) svoltosi a Rimini lo scorso 17 e 18 ottobre.

Di ritorno dall’annuale Convention di Diesse svoltasi a Rimini il 17 e il 18 ottobre scorsi, rifletto su quanto ho ascoltato e visto. Certo, centocinquanta docenti di ogni ordine e grado non fanno notizia e neppure possono contare nulla in percentuale corrispondendo a uno zero virgola rispetto al numero totale di docenti che insegnano nelle nostre scuole.

Se sul piano statistico la Convention di Diesse è irrilevante, anzi costituisce un frammento invisibile, sul piano del valore essa rappresenta un segno autorevole che indica la direzione in cui andare. Non per nulla, il titolo dei lavori di quest’anno invitava a pensare Oltre il frammento. Attraverso le discipline, l’apertura al mondo. Gli insegnanti che si sono ritrovati nei locali della fondazione Karis di Rimini avevano ben presente che cosa stesse accadendo in alcune piazze italiane e francesi occupate da giovani capaci solo di distruggere. Al contrario, essi sceglievano di stare nelle aule di bambini, ragazzi e giovani che, come la maggior parte dei nostri scolari e studenti, in quegli stessi giorni non erano in piazza, ma in classe.  

Gli incontri e i gruppi di lavoro sono stati molto belli perché mi hanno riconfermato in una evidenza che ogni tanto si oscura: vale la pena starci, fra i banchi, davanti ai nostri allievi portando loro la nostra fragilità ma anche la nostra grande ricchezza, cioè l’impegno con la nostra umanità, con le domande più profonde e vere del nostro cuore per entrare in contatto con le domande, molto simili alle nostre, del loro cuore. Per quel piccolo resto di docenti riuniti a Rimini, la scuola è prima di tutto il luogo della vita e della realtà: quella più vera dei grandi interrogativi che sono impliciti in ogni piccola e apparentemente banale azione quotidiana e quella che ci sta attorno e ci raggiunge.

Ecco, dunque, la rilevanza del titolo della Convention di questo anno declinato dai relatori e dagli insegnanti nei vari gruppi di lavoro in diverse forme: nel rapporto fra le varie discipline e fra i singoli contenuti rispetto all’orizzonte di senso che ogni particolare ha rispetto al tutto, nel rapporto fra chi studia e ciò che studia, nel rapporto fra la scuola e la vita.

La dinamica fra il particolare e il tutto assume un rilievo straordinario quando chi abbiamo di fronte ci interroga sul rapporto fra l’effimero istante e l’aspirazione verso le cose grandi e belle a cui il desiderio si innalza. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna? domanda Leopardi guardando il cielo stellato sopra di sé. Solo l’uomo può stabilire il nesso fra la piccolezza del suo essere e il mistero che lo circonda e lo attira. La vera educazione si colloca a questo livello. Si tratta di formare la persona considerandola in tutte le sue dimensioni e aperta alla totalità del significato.

Tornando a casa in macchina le due immagini che già ho evocato si sovrapponevano nella mia mente: quei docenti a Rimini e i ragazzini a Milano pronti a devastare.

C’è una relazione fra questi due ordini di fatti? Credo proprio di sì. Da una parte la scuola e la famiglia, dall’altra ragazzi e giovani privati dell’unico nutrimento di cui avrebbero davvero bisogno: avere davanti adulti che sappiano dare loro speranza, che sappiano mostrare concretamente che vale la pena vivere e dedicarsi a imprese grandi e nobili quale può essere, ad esempio, compiere il bene e amare.

Il professor Franco Nembrini ha chiuso il convegno di Diesse citando i propri genitori e, in particolare, il padre che, pur essendo ammalato e senza lavoro, avendo dieci figli da crescere, affrontava le difficoltà fischiettando, contento di essere amato da Dio e di donare amore a propria volta.

Non so se sia stato Shakespeare o un altro grande autore dello stesso calibro a dire che la violenza è il frutto amaro della malinconia. Chiunque abbia espresso tale aforisma di certo capiva molto dell’animo umano. La motivazione principale che genera violenza è la mancanza di senso, l’assurdità di una vita trascorsa a faticare per finire nel nulla, un’esistenza dunque chiusa nell’immanenza senza rapporto con Dio.

Lo affermo molto chiaramente: le brutture che ci confondono e che i nostri ragazzi compiono con leggerezza sono il risultato di un essere umano che non riconosce più ciò che, ultimamente, lo costituisce, vale a dire quello che don Luigi Giussani chiamava senso religioso, la domanda di totalità, di pienezza, di felicità che solo Dio può accogliere pienamente e soddisfare.

A questo proposito, non dimentichiamo che neppure un mese fa le stesse strade di Parigi che oggi sono scenari di scontri devastanti erano affollati da centinaia di migliaia di giovani accorsi per incontrare papa Leone XIV. Per considerare davvero quanto sta accadendo in questo autunno così difficile occorrerebbe tenere presente tutti i fattori in gioco. I giovani del papa non sono, però, i buoni contrapposti agli altri cattivi. Sono semplicemente giovani che sono aiutati ad approfondire le ragioni del loro cuore e le domande radicali di senso che li animano. I ragazzi che scendono in strada oggi non hanno davanti a sé adulti che tengano davvero al loro bene, al contrario sono strumentalizzati per la rivoluzione oppure per dimostrare che il governo di centrodestra ha fallito o, ancora, per affermare la necessità di salvare il pianeta dall’inquinamento e dagli altri problemi.

Guardiamoli davvero questi ragazzi a uno a uno: sono stati bambini, non molto tempo fa, con gli occhi spalancati alla scoperta di una realtà meravigliosa. Come mai nel volgere di pochi anni il loro sguardo si è oscurato e corrotto? In quali occhi si sono rispecchiati? Oggi essi invocano le tenebre. A loro possiamo ricordare il prologo del Vangelo di San Giovanni: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. A questa luce dobbiamo guardare noi adulti in modo che lo sguardo dei ragazzi si sposti e ritorni a comprendere ciò per cui l’occhio è stato fatto, ciò per cui la vista ha senso, appunto la luce.

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Author: Maria Giovanna Fantoli

Fantoli Maria Giovanna è nata l’8 maggio 1959, a Novara, dove vive attualmente. Laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Lettere moderne presso l’Università Statale della medesima città, ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bergamo. Ha insegnato dal 1982 fino al 2021 nella scuola secondaria di secondo grado, dai Professionali ai Licei, facendo dell’insegnamento la propria vocazione. La sua storia professionale le ha permesso di approfondire la Didattica della Lingua e della Letteratura italiana e temi legati all’educazione e alla pedagogia. Ha collaborato con le riviste «Nuova Secondaria» e «Scuola e Didattica» e con il CQIA (Centro Qualità Insegnamento e Apprendimento) dell’Ateneo di Bergamo. È coautrice, insieme all’amica e collega professoressa Gelmi, di un’opera in dieci fascicoli (corredata di due guide per l’insegnante), intitolata La letteratura e la sua bellezza, pubblicata da Bonomo – Diesse e Le botteghe dell’insegnare, nel 2024. È autrice del romanzo, Stringi la mia vita. Storia di una crocerossina, edito da Bookabook, Milano 2022 e della biografia Il Nostromo. La traversata di Giorgio Ferro, edita da Ares, Milano 2024. Ha autopubblicato in Amazon la sua terza silloge di poesia, In bilico su un filo a un passo dal cielo, il romanzo Voci dalla memoria e, con la sorella Laura, una riflessione sulla vicenda della madre affetta da Alzheimer, Come sono belle le stelle. Storia di Adele e del suo Alzheimer. L’interesse più importante, oltre all’insegnamento, è la scrittura a cui si è da sempre dedicata nei suoi vari generi: filastrocche, poesie, racconti, romanzi, saggi, relazioni, recensioni, sceneggiature.

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