La Ragazza sulla soglia, (Paolo Veronese, Villa Barbaro, Maser, 1560-1561 – Fonte Wikimedia Commons Pubblico dominio) nonostante la sua intrinseca simpatia, e l’esser parte di un meraviglioso ciclo di affreschi che, non a caso, nemmeno viene menzionato dal sublime Architetto della nobile dimora, forse può rappresentare la soglia, sulla quale restando tra curiosità e timore, desiderio di uscire e timore di farlo, l’allegra giovinezza del mondo potrebbe sfiorire. Così noi?
Sono un’insegnante di Lettere in pensione, ho trascorso quasi quarant’anni tra i banchi delle ‘superiori’ e, anche ora, continuo a occuparmi di scuola e a raccogliere le voci di chi opera in essa. L’intento di questo articolo è di parlare della mia esperienza con gli alunni stranieri e gli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) e con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Gli uni e gli altri sono aumentati fortemente durante i primi due decenni del nuovo millennio.
Non entro nel merito delle recenti proposte da parte dell’attuale governo relative all’accoglienza e all’integrazione degli alunni stranieri o, viceversa, dell’accoglienza degli scolari italiani quando a essere minoranza sono proprio loro rispetto ai loro coetanei stranieri. Le polemiche suscitate, a mio avviso del tutto fuori luogo, dimostrano quanto poco si conosca la difficoltà di chi insegna e di chi cerca di imparare nel sistema scolastico italiano.
Gli osservatori del mondo della scuola che lo guardano dall’esterno procedono, talora, per slogan ideologici senza avere mai sperimentato la reale situazione sul campo. In sostanza, gli unici davvero autorizzati a parlarne con cognizione di causa sono i docenti e i discenti (con le loro famiglie). Tutti gli altri possono naturalmente esprimere le loro opinioni, ma difficilmente colgonola complessità dei problemi da affrontare allorché si ha di fronte una classe multietnica.
La prima constatazione è che difficilmente gli studenti stranieri portano a termine il corso di studi e conseguono il diploma di maturità se non conoscono bene la lingua italiana, quindi, se non hanno precedentemente frequentato la scuola primaria e la secondaria di primo grado nel nostro Paese. In sostanza, solo gli studenti di seconda generazione hanno reali possibilità di successo formativo e solo nel caso in cui anche in famiglia si parli la lingua italiana. Diversamente, il loro percorso sarà accidentato e irto di ostacoli.
Un’accoglienza vera e un’inclusione efficace non possono essere pensate in termini sociologici come ‘convivenza’ rispettosa delle diversità, né possono essere ottenute solo con atteggiamenti di simpatia e di amichevole predisposizione verso gli stranieri al fine di socializzare con essi. La scuola è appunto tale e ha il compito prioritario di trasmettere la cultura, in questo caso italiana, fondata sulle radici greche e ebraico-cristiane che ha dato tanto alla civiltà occidentale. Per ottenere tale risultato, come detto prima, la conoscenza della lingua italiana è condizione fondamentalepoiché è il veicolo attraverso il quale si trasmette un tesoro di contenuti necessari a portare avanti un progetto professionale e di vita.
Immaginiamo una classe multietnica con diversi idiomi presenti e con pochi italiani. Quale dovrebbe essere il collante che unisce studenti di provenienze e culture diverse? E quale potrebbe essere il tempo concesso a una sola insegnante per lavorare in modo personale con ciascuno di essi? Per entrambe le domande esistono risposte chiare, se si esamina la questione con onestà intellettuale. Occorre che, all’inizio del percorso scolastico, la lingua italiana sia conosciuta almeno al livello A2 da tutti gli scolari. Se questa condizione non fosse soddisfatta, soprattutto se riguardasse le classi più elevate, di necessità si dovrebbe procedere con gruppi più ristretti di studenti per dare autentica attenzione a ciascuno di essi.
La mia riflessione si concentra però sulla scuola secondaria di secondo grado dove le percentuali degli alunni senza cittadinanza italiana si abbassano. Si tratta di un dato significativo poiché dice di quanto sia difficile proseguire fino al termine della scuola ‘superiore’. Infatti, se da un lato, le statistiche presentano percentuali inferiori di alunni nati all’estero e che non possiedono il livello A2 di italiano, dall’altro, sono proprio gli stranieri a gonfiare le percentuali dell’abbandono e della dispersione scolastica.
Fino al 2021, il mio ultimo anno di insegnamento, scorrendo l’elenco degli alunni non ammessi alla conclusione dell’anno scolastico risultava che la maggior parte di loro era di origine straniera. La soluzione appariva semplice: riorientarli verso i professionali e corsi regionali oppure fermarli con la bocciatura. Tra l’altro solo pochi docenti erano disposti a modificare in modo significativo la programmazione per gli studenti stranieri che in molti casi non avevano neppure il PDP, poiché alle spalle avevano famiglie sprovvedute e poco consapevoli della normativa vigente.
Nelle classi in cui ho insegnato era prassi inserire studenti senza cittadinanza italiana appena arrivati in Italia (i cosiddetti NAI, Neo Arrivati in Italia) nella classe congruente all’età anagrafica (nel migliore dei casi) oppure inferiore con una variazione di età anche importante (tra i diciotto anni e i quattordici anni dei compagni) senza che essi possedessero il livello adeguato della lingua italiana. Pochi docenti (2-3) venivano impegnati con corsi di alfabetizzazione erogati per studenti con difficoltà e, in taluni casi, si provvedeva a cancellare alcune materie per liberare ore al fine di apprendere la lingua italiana. Alla conclusione dell’anno scolastico tale trattamento di ‘favore’ veniva di fatto annullato. Al liceo, i traguardi fissati per l’intera classe dovevano essere raggiunti a prescindere dalle diverse condizioni personali, se non al primo anno senza dubbio al secondo.
Ho avuto studenti del primo biennio del liceo che, a fronte del loro insuccesso scolastico, erano dirottati all’istituto tecnico economico giudicato più semplice come se per uno studente ucraino, per esempio, appena giunto in Italia (in tempi non sospetti) fosse più semplice studiare Diritto,Economia aziendale, Finanze invece di Chimica, Biologia, Latino e affini. Ho provato più volte a suggerire di utilizzare testi in inglese o in altra lingua veicolare conosciuta dallo studente straniero per rendergli più semplice studiare materie di indirizzo che non cambiano in un Paese rispetto a un altro. Mi riferivo per esempio alla Matematica, alle Scienze, all’Economia. Nulla da fare. Solo con grande motivazione, notevoli capacità personali, carichi di lavoro aggiuntivi e tanto sacrificio alcuni alunni, in partenza NAI, arrivavano all’Esame di Stato. Ma si trattava di eccezioni.
A mio avviso, per aiutare e integrare davvero gli stranieri (come anche gli altri alunni con difficoltà), occorre ripensare l’intera politica scolastica. Nelle ‘superiori’ si può procedere seriamente con una programmazione alternativa rispetto a quella degli studenti italiani oppure la situazione non cambierà molto. Nel primo caso, allorché si propone un percorso differente,coerenza vuole che si istituiscano gruppi di stranieri i cui docenti italiani sappiano però parlare, o per lo meno comprendere, oltre alla lingua italiana, anche una seconda lingua veicolare utilizzando testi scritti nella lingua conosciuta dai ragazzi (Inglese, Francese, Spagnolo). Meglio sarebbe impostare dalla scuola primaria un’altra modalità di approccio.
Infatti, bisogna intervenire subito quando lo scolaro entra per la prima volta in un’aula scolastica e non parla quasi per nulla la lingua italiana; magari, ad aggravare il problema, i genitori e i parenti mantengono l’idioma del paese di provenienza e, in diversi casi, hanno un atteggiamento di chiusura e di distanza dalla cultura del Paese che li accoglie.
Qui è davvero importante che il numero di questi ragazzini sia molto contenuto rispetto al totale degli alunni italiani, altrimenti non si crea un ambiente di apprendimento condiviso e omogeneo, favorevole a imparare la lingua anche solo per osmosi. Soprattutto una presenza eccessiva di scolari stranieri renderebbe difficile un approccio personalizzato da parte del docente su cui grava la responsabilità di favorire l’apprendimento di ciascuno dei suoi alunni rimuovendo gli ostacoli che lo impediscono o lo rallentano.
La personalizzazione di cui si parla già da decenni e che è diventata parte della normativa vigente a partire dalla legge Moratti, Legge 53 del 2003, non va intesa naturalmente come moltiplicazione delle programmazioni, piuttosto come esigenza di mettere al centro ogni studente, sapendo modulare i contenuti e dando priorità alle competenze rispetto alle nozioni. Anche sulle competenze si è molto frainteso: esse non vanno confuse con le skill, abilità e procedure meramente tecniche, ma come sintesi di conoscenze, abilità e capacità personali di elaborazione e apprendimento delle une (le conoscenze) e delle altre (le abilità) per ‘muoversi’ nella realtà con una solida cultura e formazione umana integrale.
Da questo punto di vista i contenuti della scuola primaria avrebbero bisogno di una salutare revisione; a mio avviso, essi dovrebbero concentrarsi solo sull’apprendimento linguistico e sulla matematica (aritmetica e geometria) e essere sfoltiti nelle altre discipline ancora troppo nozionistiche. All’inizio della classe terza primaria, per fare un esempio, si ‘perdono’ ore a parlare dei dinosauri e della loro sparizione obbligando a imparare nomi astrusi che intasano la memoria sacrificata a nomenclature fini a se stesse.
La riflessione sul concetto di competenza e sulla revisione dei contenuti proposti nella scuola primaria può sembrare staccata e fuorviante rispetto alla questione degli stranieri con scarsa conoscenza della lingua italiana. In realtà, se si agisse in modo saggio e di buon senso su questi due ambiti, si avrebbero più tempo ed energie per accogliere e integrare davvero gli stranieri. Non dimentichiamo inoltre che in una classe ci sono mediamente anche scolari e studenti con Bisogni Educativi Speciali e con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. L’alternativa è semplice: o si scrivono pagine e pagine di documenti (PEI, PDP, ecc.) lasciandoli però lettera morta, senza reale attuazione, o si fa seriamente riducendo alcuni contenuti per insistere su altri (sfera linguistica, creativa, artistica e sfera logico-matematica) che mettano in grado gli alunni (italiani e stranieri) di proseguire con successo il loro percorso nel sistema di istruzione e formazione e consentano loro di scegliere l’approfondimento e la specializzazione delle materie di indirizzo nella scuola secondaria di secondo grado abbandonandone altre.
Ho sempre ritenuto molto superficiale – quando non dettata da pura malafede – prospettare l’accoglienza degli stranieri a oltranza, senza progettualità successiva. Non basta aprire indiscriminatamente le porte; occorre far accomodare l’ospite e metterlo nelle condizioni di capire che la famiglia che lo accoglie lo precede e ha una propria forma e funzionalità entro la quale l’ospite si integra poco per volta fino a diventare membro effettivo di essa e, forse anche, figlio.
Ho visto diversi ragazzi stranieri, dotati di capacità, e anche altri meno dotati ma con tanta buona volontà, abbandonare la scuola e perdersi. Non sono riuscita ad aiutarli in un sistema che non mi ha permesso di farlo. Spero che abbiano potuto re-inventarsi in altro modo e che abbiano trovato persone che li abbiano aiutati davvero. Rimane il rincrescimento che proprio la scuola li abbia estromessi dopo avere dato loro l’illusione di accoglierli.