Gli operai dell’ultima ora e il peccato sociale

Giuseppe Pelizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901, Milano Galleria d’Arte Moderna – Fonte immagine Wikipedìa.org/wiki licenza Creative Commons CC0 CC0 1.0 Universal.

Riflettendo sul Vangelo di questa passata Domenica, Matteo 20, 1-16, vorrei provare a collegarlo alle cosiddette strutture di peccato.
Partirei da una domanda. Se il peccato è sempre personale, come mai ci troviamo tutti intrappolati

in mali che nessuno di noi ha voluto?
Per rispondere, la teologia morale sociale ha coniato l’espressione strutture di peccato, la cui idea nasce negli anni ’60 del secolo scorso nelle periferie dell’America Latina ad opera di Padre Gustavo Gutiérrez, fondatore della Teologia della Liberazione, che guardando alle favelas (di fronte all’opulenza) parla di peccato sociale.

La Chiesa rimane prudente per tanti anni, perché questa concezione sembra togliere la responsabilità personale: “se pecca il sistema, io non pecco più”.
Bisognerà aspettare Papa Giovanni Paolo II nel 1987, con l’Enciclica Sollicitudo rei socialis, 36, che ne darà la definizione: le strutture di peccato sono la somma e il frutto di tanti peccati personali che si consolidano, diventano anonimi (perché generalizzati) e permeano e condizionano la società e il singolo individuo e cittadino.
Tutto deriva anzitutto dal peccato personale, spesso dall’ avidità di guadagno, che fa sotto pagare gli operai sfruttandoli in nero. Altri mille fanno lo stesso, e diventa mercato.
A questo punto, nessuno si sente colpevole e tutti comprano dove costa meno.
Infine, il condizionamento: il male strutturato produce nuovi peccati.
Il Papa invita ad uscirne attraverso tre passi: la conversione personale, la solidarietà e la sussidiarietà.

Un esempio in tale direzione è l’Economia di Comunione dei Focolarini, nata in Brasile negli anni ’90 grazie all’opera e all’intuizione di Chiara Lubich.
Tale economia solidale funziona in questo modo: a fine anno, l’azienda, anziché trattenere e incassare tutto l’utile, lo divide in tre: una parte resta in azienda, una parte va ai poveri per farli lavorare e un’ultima parte viene impiegata per formare e insegnare ad altri ad agire così.

Applicato alla parabola degli “operai dell’ultima ora” di Gesù, questo concetto smonta la meritocrazia come idolo. Infatti la nostra struttura dice: «Più riproduci, più vali. Più ore fai, più meriti».
Dio, invece, paga tutti uguale: non retribuisce le prestazioni, ma garantisce la dignità. Non è ingiusto, ma generoso.
L’invidia rende ineguali («Io ho pagato i contributi per 40 anni, perché il migrante deve avere il medico gratis?») e fa peccare dell’invidia della grazia e della salvezza altrui perché arrivati dopo, mentre Dio chiama tutti nella Sua vigna a lavorare (pensiamo ai riders ad aspettare in piazza sotto il sole…) e rende gli ultimi primi, ovvero, tutti uguali ai Suoi occhi in valore e dignità.
Infatti, dice ai primi operai: « (…) o il tuo occhio è cattivo perché Io sono buono?».
In conclusione, Dio non paga le ore, paga la vita!
E se è vero che questo tipo di retribuzione non può essere applicato al nostro sistema economico, è però da tenere presente a modello della nostra giustizia sociale.

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Author: Letizia Alberton

Letizia Alberton si è Diplomata al Liceo Linguistico Europeo di Moncalieri (TO). È laureata in Scienze dell'Educazione ed ha svolto attività di sostegno con bambini e ragazzi autistici, o con difficoltà. Bilingue con esperienze di volontariato e studio internazionale, da 3 anni frequenta i corsi di Scienze religiose. Ha una predisposizione per le lingue, la musica e la comicità.

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