Vittorio Sgarbi a Viterbo il 18 Dicembre 2022 – Di Merulana – Opera propria Fonte Wikipedìa CC BY-SA 4.0
Mi sono imbattuto su Facebbok nel ‘post’ pubblicato sul profilo Che Donna.it. Riportava delle parole del caro critico d’arte Vittorio Sgarbi.
Da tempo, Sgarbi chiede aiuto. Appare non solo dimesso fisicamente, molto provato, ma anche con quella consapevolezza dell’uomo che sa
di non avere le forze, di essere malato più nell’anima che nel corpo, destinato ad un futuro che non conosce e che ora lo inquieta, come prima e più di prima e che, apparentemente, non sa come guarire dal male di vivere nella prospettiva di una morte fisica; essa rischia di essere anche morte non solo della sua memoria, ma del suo spirito.
Io non credo che tu non lo sappia, Vittorio, e scusami se passo al tu.
Ma ecco le tue parole, credo, infatti, che siano le tue e non in qualche modo tue parole ricostruite.
Dal profilo Facebook CheDonna.it del 3 Settembre 2026
«Ho perso parecchi chili. Faccio fatica in tutto. Riesco a tratti ancora a lavorare. Ho sempre dormito poco. Ora passo molto tempo a letto.
La mia attuale malinconia o depressione è una condizione morale e fisica che non posso evitare. Come abbiamo il corpo, così esistono anche le ombre della mente, dei pensieri, fantasmi che sono con noi e che non posso allontanare.
Non ne avevo mai sofferto. Mi sembra un treno che si è fermato a una stazione sconosciuta.
Trascorro una fase di meditazione dolorosa su quello che ho fatto e sul destino che mi attende. In fondo le cose che ho scritto, le opere d’arte che vedi appartengono a un progetto di sopravvivenza. Qualcosa che rimanga e che si prolunghi oltre la vita.»
Vittorio Sgarbi
Chi ti ha conosciuto solo attraverso discutibili ‘talk show’, spesso ti ha disapprovato come persona. Io stesso avrei scelto toni più moderati, simili a quelli dell’ amico, da te stimato, Philippe Daverio. Invece, tu osavi. Osavi lasciarti provocare ed a tua volta rispondere con un fuoco di fila. Volevi umiliare avversari incolti e presuntuosi. Volevi umiliare l’insipiente, mettendoti quasi al posto di Dio (cf Gc 4, 6), non essendovi un dio (cf Sal 14, 1; anche AUGUSTINUS, Discorso 351), come forse credevi e ancora forse credi.
Non così accadeva quando, non troppo spesso purtroppo, avevi per interlocutori persone competenti e più umili; allora, il tuo discorrere assumeva i toni non solo della normalità e del buon gusto, ma dell’approfondimento e del dialogo alla pari.
Mi ricordo quando venisti a Romano di Lombardia il 25 agosto 2023 per presentare il tuo libro Scoperte e rivelazioni. Caccia al tesoro dell’arte. C’era caldo. Arrivasti stanco. I panataloni blu scuro che indossavi anch’essi sembravano mostrare stanchezza; la camicia bianca, larga, semi fuori dalla cintola, le braccia molli e cadenti lungo i fianchi.
Prima di sederti, ed inizare la conferenza, ti portasti davanti ad alcune pale di altare con la tua pila per meglio osservarle. Non perdevi momento, sempre prezioso aper interiorizzare immagini d’arte, assaporarle e svelarle.
Esordisti, rivolgendoti all’assemblea, ed ai sacerdoti presenti, dichiarando che nella tua vita hai passato in chiesa maggior tempo tu che non gli stessi sacerdoti; ma lo dicevi non con sottile e scherzosa ironia, ma perché spesso è vero, sempre tu ad indagare le opere dei grandi, come degli umili, per scoprirne la bellezza, sempre lì, in dialogo con tanti sacerdoti ma restando sul confine con il divino, senza varcarne la soglia. La tua intelligenza, grande dono e grande umana angustia, ti soccorreva ma solo fino al limes ancora insuperato.
Caro Vittorio, chi avesse letto qualcuno dei tuoi libri, si sarà imbattuto in alcune chiavi per comprendere un poco di te. Come io stesso apprezzai le tue parole su tuo Padre, che ti avviò agli studi classici ed all’arte! I tuoi riferimenti discreti alla tua discreta sorella Elisabetta, non meno colta e sensibile di te.
Spiegasti anche perché in televisione assumevi quei toni sprezzanti e umilianti. Una volta ne scrissi su queste pagine. Ma oggi non lo farò. Non possiamo tutti guardare la televisione e sentenziare con disprezzo, certo non minore del tuo: questo è bravo e questo è cattivo. Facciamo almeno la minima fatica di conoscere! Chi vorrà, comincerà a leggere i tuoi libri, ben altra cosa dai ‘talk show’, o riguarderà le tue numerose trasmissioni televisive d’arte.
Non so se qualcuno ti passerà queste righe. Ma proprio qui, alle fine, il cenno più importante sulla tua depressione, o male oscuro, che non è una semplice malattia psichica. Forse, già immagini cosa stia per scriverti. Ma un conto è sapere e un conto trarne le conseguenze e non è facile.
La depressione ha risvolti e conseguenze psicofisiche anche gravi e spesso ha bisogno di sostegno farmacologico, è vero, ma la malattia è solo una conseguenza, pur con ripercussioni in tutta la persona. In redice, però, non è malattia del corpo e della psiche. O, se vuoi, lo è anche della psiche, ma intesa come anima spirituale e non solo come sede del mondo interno.
Per anni, hai tenuto la tua anima al guinzaglio, davanti a banchetti appetitosi, quali sono le opere di arte sacra che le hai fatto vedere senza permetterle di cibersene nella interiore contemplazione. Ovvio che la tua anima si sia indebolita, privata dell’alimento interiore. Perché fu da te privata di tale alimento? Perché l’alimento assaporato dalla mente non viene immediatamente assimilato dall’anima spirituale se non glielo si permette. E tu, come tante volte ci hai raccontato, forse anche facendo sorridere qualcuno, hai continuato a percorrere il mondo animato dall’ inquietudine, dalla ricerca di te, della bellezza corporea, sperando di trovarvi la Bellezza. Ma invano, perché essa non è nei corpi, che ne sono solo riflesso e copia evanescete, e tu ben lo sai. Sempre vicino al lido … senza mai attraccare in questo tuo impetuoso viaggio.
Non eccedo. Non voglio pontificare quasi per insegnarti l’ennesima inefficace ricetta. Tu conosci meglio di me il resto del discorso. Solo di una cosa ti dichiaro la certezza. L’anima esiste ed è spirituale. Dio esiste e non è causa della sofferenza e della morte. Sta a noi decidere se affrontare la sofferenza da soli o con l’aiuto di Dio. La morte è porta alla Vita, è sorella, come per San Francesco d’Assisi. Ci attende il Giudizio di Giustizia e di Misericordia. Ricordi? Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia (cf 1Pt 4,8 e riflessione dell’Innominato ripensando alle parole di Lucia).
Apri, dunque, il cuore alla luce. Prova a rivolgere, ancora una volta, perchè certo già tentasti, apparentemente invano, la tua anima alla Parola, al Signore, in umiltà e, forse, ritroverai già adesso, o a breve, una nuova pace e, oltre, la Pace divina. E, se un giorno ivi ci precedessi, ad accoglierci ci sarai anche Tu.
Scrivesti nel tuo ultimo libro Il cielo più vicino – La montagna nell’arte:
Nulla è più vicino all’eterno della montagna e allo stesso tempo niente permette di intendere meglio i limiti dell’uomo, la sua fragilità. L’uomo e la montagna hanno una storia, che l’arte ha raccontato nella sua autonomia espressiva. Un racconto che inizia con Giotto e arriva fino ai testimoni del nostro tempo. Un lungo percorso, ricco di sfumature, ma che ha una stessa sostanza, un solo pensiero. Che è il pensiero di un assoluto.
Dunque, anche questa volta, osa! Chi seppe compiere questo passo si ritrovò immediatamente, da che era depresso, privo del senso e disperato, rinato, risorto!

