Sono stata al Meeting di Rimini, appena conclusosi il 26 agosto scorso. Si è trattato di tre giorni molto intensi e significativi. Appassionata di Dante, sono stata attirata dal titolo così suggestivo e profondo. La manifestazione, giunta alla sua quarantasettesima edizione, è divenuta una realtà importane nella vita di migliaia di persone a cominciare dalla mia, dal 1982,
cioè da quello straordinario incontro con il santo papa Giovanni Paolo II che ci invitò a costruire la civiltà dell’amore in tutti gli ambienti dove avremmo vissuto la nostra vita.
L’amore è il cuore di ciò che accade nei grandi padiglioni della Fiera nuova della città romagnola. Il titolo, L’amor che muove il sole e l’altre stelle, ultimo verso della Commedia, in realtà costituisce il principio di ogni cosa, a partire proprio dal poema stesso di Dante, come spiega il professor Ambrogio Camozzi, docente ad Harvard, in una sua affascinante e mirabile conferenza. Egli sostiene che l’ultimo verso è il primo nel pensiero di Dante e nella realtà dei fatti. Il pubblico, ammaliato dalla chiarezza espositiva e dalla passione del relatore, segue la spiegazione ardita che si innalza in una dimensione di tangibile bellezza a proposito della Forma dell’amore. Come Dante scrisse la Divina Commedia.
Dunque, l’ultimo verso è in realtà il primo poiché l’amore di Dio continuamene crea e si esprime in ogni aspetto del creato, muove il desiderio profondo dell’uomo, si presenta come Bene che convince la volontà e attira la libertà.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Come si legge nei versi sopra riportati, la parola amor è il soggetto del verbo volgere a cui seguono i due complementi oggetti disio e velle (volere). Ed è anche il soggetto della proposizione relativa cioè muove le piccole creature e le più mirabili come è il firmamento e le sue luci. Ecco, dunque, il vero inizio di tutto che si irradia a ritroso fino alla prima terzina del Paradiso. Infatti, in una perfetta circolarità, attraverso onde espansive di amore, si torna alla gloria, alla manifestazione della presenza di Dio nella sua creazione, La gloria di colui che tutto move, appunto. Del resto, già nei primi versi dell’Inferno è contenuto il riferimento al Bene che si rende visibile persino nelle situazioni più lontane e opposte a Dio.
In mezzo, tra i due estremi della perdizione e della salvezza, si dipana il racconto del viaggio di Dante che è il viaggio di ogni uomo, dell’umanità intera, del cosmo e della storia. I protagonisti di tale emblematica vicenda – che è poi quella di ciascuno – sono dunque l’amore di Dio e la libertà dell’uomo che può anche rifiutare il suo creatore. Infatti, se l’ultimo verso dell’opera di Dante è il primo poiché definisce la natura di Dio come amore, l’oggetto investito dall’amore divino è l’uomo chiamato a rispondere alla chiamata in modo libero poiché appunto il libero arbitrio è ciò che lo definisce intimamente. Tale espressione ‘libero arbitrio’ apre e chiude una serie di versi che sono centrali nella Commedia. Infatti, essa è ripetuta due sole volte nella summa di Dante, al verso 76 del canto XVI e al verso 74 del canto XVIII cioè in posizione perfettamente simmetrica rispetto ai versi centrali del canto XVII del Purgatorio.
Da quella cerniera di versi, posta nel mezzo delle 4711 terzine, come mostra il professor Camozzi, si espandono, per onde successive, le ‘ali’ di un’opera che non ha eguali al mondo né per struttura né per contenuto. Il sommo poeta ha trasformato la quotidianità della vita terrena, vista e giudicata dal punto di vista dell’Eterno, nella realtà perfetta del Paradiso, proprio come dall’apparente morte del bruco, incapsulato nella tomba del suo involucro, si sprigiona l’energia di una vita nuova: una splendida farfalla che si innalza verso il cielo.
L’amore di Dio, dunque, ci attira e ci incontra attraverso L’Incarnazione, la Morte e la Risurrezione di suo Figlio Gesù, il Cristo. Questo amore coincide con la vita di Gesù Risorto, si esprime nella Chiesa e incontra coloro che hanno il cuore dilatato da una insondabile domanda di significato, di grandezza, di bontà, di bellezza, di giustizia, di verità. Così, il cuore di Cristo, unito al cuore libero dell’uomo, inizia a trasformare angoli di storia attraverso incontri, situazioni, circostanze che fanno presagire quanto può essere bello e gioioso permanere in Sua compagnia.
Il Meeting è una delle opere nate da questo amore. Tale essenza si rifrange in migliaia di storie, altrettanto colme di amore. Quest’anno ho voluto ascoltarne alcune e mi sono fermata a parlare con persone semplici e grandiose che me le hanno raccontate: la mamma di un figlio, gravemente disabile e continuamente bisognoso di cure, che riceve dal marito il dono di poter partecipare al Meeting poiché alcune amiche suore si occuperanno del ragazzo in loro assenza. E che cosa fanno questi coniugi: partecipano come volontari e si mettono al servizio degli altri. Questa, infatti, è la più alta espressione dell’amore: servire gratuitamente e con umiltà chi ci sta accanto ed essere felici della loro gioia e addolorati per il loro dolore.
Ancora i tre volontari delle ‘Misericordie’ che ci raccontano del fiume di carità che ha percorso i secoli da quando a Firenze, nel 1244, fu fondata la prima confraternita e oggi essa era lì rappresentata da quelle semplici persone, una dell’Umbria, un’altra di Firenze e una terza di Torino, a parlarci delle loro giornate al servizio di chi sta male.
E per amore, il Santo Padre ci ha visitato e ha sentito il nostro amore. Abbiamo guardato a lui come al faro che fa luce nel buio e come alla pietra che sorregge la costruzione. La sorgente di questa luce è Cristo stesso (luce da luce, Dio vero da Dio vero) e la pietra è quella scartata dai costruttori e divenuta testata d’angolo. Tutto il male, il dolore, il limite e il peccato che ci accompagnano e che noi stessi operiamo sono continuamente redenti da quell’Amore, lo stesso Amore che continua a muovere e muoverà per sempre il sole e l’altre stelle.