Gli insegnanti di Lettere presentano normalmente tutti i canti sesti della Commedia (6^ dell’Inferno, 6^ del Purgatorio e 6^del Paradiso) come canti politici poiché Dante si occupa di questioni importanti che riguardano il governo della polis,
si tratti di Firenze, dell’Italia o dell’Impero. La sua visione della storia, da quella locale a quella universale, è improntata alla fede in Dio che, attraverso vicende spesso oscure e drammatiche, guida l’umanità verso una comprensione, a mano a mano, più completa del proprio fine terreno e soprattutto del fine ultimo costituito dalla salvezza di ogni uomo e dell’intero genere umano. Poiché la salvezza è riconoscere Cristo, volto del Padre, ne consegue che il significato della storia è Cristo Risorto presente qui e ora nella Chiesa da Lui fondata.
L’istituzione politica voluta da Dio stesso per preparare, accogliere e diffondere l’instaurarsi del Suo regno in ogni angolo del mondo è l’impero o, detto nei termini usati allora, la res publica christiana. L’impero è presente senza soluzione di continuità dai primordi della storia di Roma fino all’epoca di Dante. Si tratta di un organismo sovranazionale e universale costituito da popoli, sovrani e governanti che si riconoscono parte di questa storia di salvezza e contribuiscono a costruirla, pur con tutto il peccato che caratterizza la condizione umana.
Non mi soffermo oltre sul significato e sulle caratteristiche che ha l’impero medioevale. Sottolineo invece alcuni aspetti di questo canto che mi hanno colpito. Il protagonista è l’imperatore bizantino Giustiniano che regna dal 527 al 565 d. C., famoso per avere raccolto in un unico codice, il Corpus Iuris Civilis, le leggi di Roma fino a quel momento. Egli trasse da un materiale vasto e complesso il troppo e ‘l vano (Paradiso, canto VI, v. 12) per rendere essenziale e maggiormente efficace il diritto vigente.
Ebbene, Giustiniano è il potere nella sua forma più alta, è il sovrano di un impero sacro e romano ed è in Paradiso non nonostante il suo ruolo, ma proprio grazie a quel compito che ha svolto al servizio della Chiesa di Cristo e degli uomini a lui affidati. Come Giustiniano anche altri celebri personaggi sono annoverati tra i beati: Traiano e Costantino, per esempio. La santificazione avviene dunque nel luogo in cui il disegno di Dio e la libertà dell’uomo, che vi acconsente, ci pongono e dipende dal modo serio con cui svolgiamo l’opera che ci è stata affidata.
La politica è, per il cristiano, da sempre, un ambito privilegiato nel quale assumersi impegni e responsabilità operando per la giustizia e la pace. L’ordine terreno è la condizione fondamentale perché si realizzi il fine ultimo dell’uomo, la salvezza appunto; e, viceversa, senza che si rispettino la retta coscienza, le leggi morali e il comandamento dell’amore verso Dio e verso i fratelli, difficilmente il mondo potrà godere di concordia e di benessere. Tuttavia, il primato di guidare la società spetta sempre e solo a Dio e alla Chiesa che esercita l’auctoritas, superiore alla potestas, proprio come in quell’insieme di corpo e di anima che è l’uomo, lo spirito guida o dovrebbe guidare la materia.
Alla nostra mentalità risulta strano il fatto che i pontefici esercitassero tale autorità arrivando persino a comminare punizioni severe a imperatori e sovrani che si fossero macchiati di colpe gravi; in realtà, strano non lo è affatto se assumiamo che la città terrena si può costruire solo se al suo centro si pone la città di Dio, pur nella distinzione delle funzioni costitutive dell’una e dell’altra.
Ostinatamente da almeno sei secoli a questa parte l’umanità ha scardinato questo ordine e si vanta di averlo fatto. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sarà banale, ma senza Dio si distrugge anche l’io e dunque la possibilità stessa di esercitare il potere per il bene comune. Una strana vergogna irrigidisce i cristiani nel manifestarsi tali nella vita sociale e pubblica. Non si tratta certo di imporre una fede, ma neanche di annullarla o nasconderla in nome di un preteso rispetto dell’altro che non la condivide. A ben vedere, l’etimologia della parola rispetto significa tutt’altro: re-spicere da respicio, guardare di nuovo. Appunto, guardare con attenzione l’altro e farsi guardare vicendevolmente per tutti gli aspetti che ci costituiscono. Poiché la fede dovrebbe definire in profondità chi siamo, censurarla, ridurla o negarla equivarrebbe a cancellare la nostra identità di cristiani e ad annullare il rispetto reciproco.
Giustiniano ci parla della sua santità raccontandoci la storia della sua fede e di come lo spirito invocato per un’alta opera civile lo abbia sorretto proprio in quanto imperatore e legislatore. Qualcosa da lui, i ‘grandi’ della storia, e non solo loro, dovrebbero imparare.