Durante la pandemia da Covid 19, nel recente passato, si è sdoganato l’uso del collegamento a distanza per fare lezione
e svolgere gli adempimenti legati alla professione del docente e all’organizzazione della scuola. Si è trattato di un’emergenza che ha coinvolto quasi tutti gli ambiti produttivi e di lavoro nonché appunto la didattica degli istituti di ogni ordine e grado e le quotidiane relazioni fra persone.
Rientrata la fase acuta di tale crisi epocale, la situazione non è però tornata allo status quo ante, anzi. Da allora si è affermata come prassi consolidata la riunione online. L’unica eccezione, fino a qualche giorno fa, era il Collegio docenti a carattere deliberativo. Come è noto, il collegio docenti è, insieme al Consiglio di Istituto, l’organo più importante per la gestione di una scuola. Poiché in tali momenti deliberativi è richiesta l’espressione di un voto da parte dei partecipanti, l’assemblea si svolge alla presenza fisica e in loco dei suoi componenti.
Lo scorso 24 giugno, però, si è arrivati a un accordo fra Ministero dell’Istruzione e Merito e le organizzazioni sindacali affinché anche le riunioni a carattere deliberativo del Collegio docenti possano essere effettuate in modalità telematica. L’intesa costituisce l’atto attuativo dell’art. 44, comma 6, dei CCNL (Contratti collettivi nazionali di lavoro) 2019-2021. Si apre così una breccia significativa nel luogo che, più di ogni altro, insieme all’ambito medico, vive di relazioni interpersonali. Esse richiedono un fare nel quale si mette la faccia direttamente sul posto e in situazione, non attraverso il quadratino di una finestra, talora molto piccola e oscurata, aperta in uno schermo.
L’educazione dei ragazzi e dei giovani come anche i rapporti all’interno di una comunità educante si basano sulla relazione interpersonale. Essa passa attraverso tutto ciò che costituisce l’essere umano di cui forse la parola è l’elemento meno significativo. La scuola non è luogo di trasmissione di informazioni, ancor meno lo è il processo di insegnamento e apprendimento. Per questo non ci sarebbe certo bisogno di avere una professione particolare e unica nel suo genere come quella dell’insegnante, cioè la professione che più si avvicina ai compiti di un padre e di una madre in una famiglia. Nella relazione è coinvolta tutta la persona a partire dallo sguardo, dalla postura, dalla fisicità di una presenza, dal luogo condiviso in cui ci si svolge la lezione. Per coinvolgere gli studenti non bisogna essere influencer, anzi, esattamente il contrario: non si chiede di influenzarli, ma di sollecitare continuamente la loro libertà e la loro capacità di ‘giudizio’ i cui criteri sono forniti dalle evidenze di cui ogni cuore umano è dotato.
La stessa considerazione si applica alle dinamiche interne al collegio docenti soprattutto quando esso è chiamato a prendere decisioni sull’andamento didattico e sulla governance della scuola. La discussione che precede il voto avviene in uno spazio comune nel quale ciascuno incontra l’altro nella totalità dei suoi fattori. Può essere che faccia caldo oppure freddo, che non si senta bene il microfono o al contrario che sia troppo potente; insomma, le condizioni fisico-ambientali sono le stesse così come la presenza di tutti che, se seri nello svolgimento del proprio compito, sono protesi a partecipare con le proprie capacità e competenze.
Se poi consideriamo le procedure da mettere in atto, da remoto, per rendere validi il dibattito in assemblea e il voto di persone che sono lontane tra loro, allora una riunione a distanza risulta essere assai svantaggiosa sia sul piano economico sia su quello procedurale. Bisogna infatti accertare tutte le condizioni per la privacy, far fronte a eventuali disfunzioni del collegamento, provvedere a rendere ‘sicura’ la postazione dalla quale si ‘partecipa’ alla riunione, ecc., tutti aspetti che dovranno essere normati con precisione.
Guglielmo da Okkam, filosofo medioevale vissuto tra il 1288 e il 1347, propose il suo metodo di ragionamento consistente nel non moltiplicare gli enti oltre il necessario. Ebbene, mi sembra che con l’introduzione del digitale a scuola e, in generale, nella Pubblica amministrazione si vada esattamente nella direzione contraria rendendo complicato, farraginoso e costoso ciò che è naturalmente semplice. L’antica democrazia ateniese ci ha dato l’esempio di dove e come condurre un’assemblea. Nello spazio della piazza avveniva la discussione e lì contestualmente venivano deliberati gli atti utili alla vita della polis.
Senza considerare tutti quei comportamenti discutibili quando non scorretti come il fatto di oscurare lo schermo e fare altro, lo svolgimento di riunioni da remoto presenta aspetti assurdi, infatti, adottando tale modalità si è comunque costretti a moltiplicare procedure e regolamenti per rendere il momento assembleare più vero e autentico possibile volendo ricreare l’impossibile situazione di chi si trova in presenza nello stesso luogo.
Capisco perfettamente riunioni da ‘remoto’ allorché tale aggettivo ha davvero questo significato per cui, per esempio, un utente si trovi negli Stati Uniti e l’altro in Italia, ma i docenti di una scuola raramente vivono molto lontano da essa. E comunque nell’industria privata, quando si tratta di chiudere un accordo che implica esborso di denaro o scelte difficili, volano le delegazioni da una parte all’altra del mondo per guardarsi in faccia e compiere, vis à vis, il lavoro nel migliore dei modi.
Forse che il governo di una scuola e le decisioni didattiche a essa collegate sono meno significative di un affare da milioni di dollari?