Il no al celibato? Roba per preti part time

Ci risiamo! Questa volta è l’arcivescovo di Malines-Bruxelles, mons. Luc Terlinden, a sollecitare l’apertura di un dibattito sull’ordinazione di uomini sposati nella Chiesa latina dopo aver partecipato come invitato al Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra, tenutosi a York dal 10 al 12 luglio. Ovvero quella chiesa che a forza di “aperture al mondo” – dai preti sposati, alle ordinazioni di “pretesse” e vescove anche lesbiche, per non dispiacere la comunità Lgbtq-ecc. – si sta allegramente suicidando dopo aver subito scismi e fughe – o ravvedimenti? – di ecclesiastici tornati in comunione con Roma. Dunque ancora una volta i fatti – e gli anglicani sono lì a dimostrarlo – non insegnano nulla. E così in casa cattolica si torna proporre non solo l’addio al celibato ma anche una qualche forma di sacerdozio femminile.

Non siamo teologi e del resto ci interessano poco i sofismi di certuni che in questi tempi sconclusionati hanno la tendenza ad abbandonare ciò che dottori, santi e papi, per due millenni hanno consegnato al magistero perenne della Chiesa per elaborare le più bislacche teorie nell’evidente intento di compiacere il mondo anziché Dio, al quale sembrano non credere più di tanto.

Purtroppo a forza di sentire preti affermare tutto e il contrario di tutto noi pecore del gregge di Dio, possiamo fidarci solo di ciò che la tradizione, e il buon senso, ci suggeriscono.

Innanzitutto il celibato ha accompagnato la Chiesa da sempre. Gesù stesso ha scelto questa forma di vita e gli stessi apostoli hanno affrontato da soli la predicazione seguendo in tutto e per tutto l’esempio e la parola del Maestro: «non c’è nessuno che abbia lasciato casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli o campi per il regno di Dio che non riceverà il centuplo quaggiù e la vita eterna» (Lc 18, 29 e paralleli); «vi sono eunuchi che si sono resi tali essi stessi per il regno», parlando di sé e di uomini che, liberamente, hanno scelto il celibato come totale servizio di Dio.(Mt 19, 12).

E in effetti già nella Chiesa delle origini la maggioranza del clero era composta di uomini maturi – i viri probati – che, col consenso della moglie, accedevano agli ordini sacri lasciando la famiglia alle cure della comunità dei credenti. Già nel 300, in occasione del sinodo, di Elvira, in Spagna nel canone 33 degli atti si legge: “I Padri sinodali sono d’accordo sul divieto completo, per tutti i chierici impegnati nel servizio dell’altare, di astenersi dalle loro mogli e non generare figli. Chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale“.

Secondo il cardinale Alfons Maria Stickler (1910-2007), storico di straordinaria erudizione, per una vita intera bibliotecario e archivista di Santa Romana Chiesa «Questa disposizione conciliare ha creato un convincimento ancor oggi diffuso: e, cioè, che il celibato ecclesiastico sarebbe stato introdotto soltanto allora. In realtà si è reso invalido ciò che da sempre era illecito. Dunque, questa sanzione è piuttosto una ennesima conferma di un obbligo esistente ab immemorabili». E comunque nella sua opera fondamentale Il celibato ecclesiastico. Storia e fondamenti (Libreria Editrice Vaticana), egli identifica un errore metodologico nella mancata distinzione tra il celibato (stato non coniugale) e la continenza totale e perpetua richiesta fin dalle origini della Chiesa, anche per i sacerdoti sposati. La tesi centrale dimostra che la legge sul celibato non è un’innovazione medievale, bensì la naturale evoluzione giuridica di una prassi di astensione dai rapporti sessuali radicata sin dall’età apostolica.

Il che è facilmente comprensibile. Se la scelta sacerdotale è conseguenza di una scelta d’amore esclusivo per Gesù, da cui promana l’amore per tutti coloro che Egli ama come può coesistere con la scelta di un coniuge, a cui ugualmente si deve dedicare la propria vita? Secondo san Paolo «chi non è sposato si preoccupa […] come possa piacere al Signore» (1 Cor 7, 32). «Piacere al Signore» vuol dire amarLo: infatti l’uomo cerca di piacere alla persona amata. Il «piacere a Dio» del sacerdote, così, ha il carattere della relazione interpersonale degli sposi.

Insomma, o si ama Cristo o si ama una donna. E forse non è un caso che il dibattito sul celibato ecclesiastico abbia cominciato a scaldarsi da quando molti preti hanno cominciato ad amare meno – o addirittura abbandonare – Cristo. Non è forse vero che quando l’amore per la propria sposa si affievolisce è allora che per colmare un vuoto arriva la tentazione del tradimento?

L’impressione è che oggi si sia perso il senso della missio del sacerdote, che non è un funzionario del sacro, un professionista impiegato nel ramo “religione & affini” ma un alter Christus, come il Maestro totalmente votato al servizio di Dio e del prossimo nonché lievito per la società.

Non si nega certo la difficoltà del ministero, specialmente oggi in cui il prete è sempre più solo e sotto l’attacco dalle forze del male. Non per nulla tutti noi gemiamo e soffriamo in questa valle di lacrime in attesa del riscatto celeste ma questo fa parte del “pacchetto”, confezionato su misura per ciascuno, indipendentemente dal proprio status e non c’è moglie, amante, o altro che possa addolcire la pillola.

Oltre a tutto ciò ci sono poi ragioni molto più prosaiche per rifiutare l’idea dei preti sposati.

Innanzitutto chi si deve occupare di una famiglia ha meno tempo per occuparsi dei fedeli, tanto che nelle comunità “riformate” dove i pastori sposati sono la norma si discute della necessità di imporre un limite all’ “orario lavorativo”, anche sulla spinta delle consorti, alle prese con una vita familiare costantemente interrotta dalle necessità dei fedeli.

Ma i preti sposati sono anche facilmente ricattabili. Nell’Unione sovietica, tanto per fare un esempio, non pochi preti ortodossi sotto la minaccia di ritorsioni su mogli e figli erano diventati delatori del Kgb.

E poi pensiamo al nepotismo. Quanti figli di preti, vescovi e cardinali ci dovremmo un giorno sorbire nei posti che contano? Anche se a onor del vero ormai la raccomandazione del chierico, in un mondo sempre più ateo e pagano, conta sempre meno.

Insomma, caro monsignor Luc Terlinden, lasci perdere il matrimonio che – si fidi di chi ci è passato – porta tanta consolazione ma anche tanti grattacapi e ascolti quei bravi e buoni preti che dal celibato hanno ricevuto tante grazie e consolazioni; apprezzate pure da quelli che non sono arrivati vergini alla tonaca. Il che per inciso smonta la bufala di coloro per i quali il matrimonio è un rimedio a pedofilia e omosessualità.

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Author: Pietro Licciardi

Pietro Licciardi, giornalista professionista dal 1991, ha collaborato con La Nazione e Il Telegrafo. Nel 1992 ha collaborato a due programmi di fascia pomeridiana della RAI e nello stesso periodo ha lavorato presso l’Ufficio relazioni esterne dello stabilimento Ilva di Piombino, per il quale ha realizzato l’house organ, curato la comunicazione interna e tenuto i rapporti con la stampa locale e nazionale. Ha successivamente svolto incarichi di ufficio stampa ed è stato addetto stampa a Roma presso la sede nazionale di una associazione di lavoratori. Inoltre, ha diretto e collaborato con diverse riviste. Tra il 1993 e il 2000 ha svolto una inchiesta sul “Mostro di Firenze” al termine della quale ha pubblicato: Gli “Affari riservati” del mostro di Firenze – Roma 2000, La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e il “mostro” di Firenze – Derive e Approdi, Roma 2007. Altre pubblicazioni: Sussidiarietà: pensiero sociale della Chiesa e riforma dello Stato - Monti, Saronno 2000, Franchising ed impresa sociale – Franco Angeli, Milano 2003, Facility management e global service - Franco Angeli, Milano 2003.

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