IL CANTO III DEL PARADISO. VISIONE APPARVE (parte quinta)

Il viaggio nel Paradiso, iniziato all’insegna dello stupore e della meraviglia, prosegue allo stesso modo, in un crescendo di gioia, e si arricchisce di numerosi incontri. La prima beata che si presenta a Dante

è l’anima di una donna, nel primo cielo della Luna. Si tratta di Piccarda Donati che, come l’intera sua famiglia, è nota a Dante. L’illustre poeta ne ha sposato la cugina, Gemma Donati, e conosce bene le vicende dei due fratelli di Piccarda, collocati l’uno, Corso Donati, nell’Inferno, e l’altro, Forese Donati, nel Purgatorio.

Nel dialogo con l’anima benedetta si cita anche la vicenda di un’altra beata posta nella medesima condizione. È la nobile Costanza d’Altavilla, moglie di Enrico VI di Svevia e madre dell’imperatore Federico II. Entrambe hanno abbracciato la vocazione monastica, ma sono state costrette a uscire dal monastero e a sposarsi contro la loro volontà. Sono collocate nel più basso dei cieli, posizione che sembrerebbe svantaggiata e inferiore, poiché meno vicina a Dio, rispetto alle anime poste più in alto. Non è così. Il dialogo fra Piccarda e Dante chiarisce come ovunque in cielo è Paradiso poiché la felicità delle anime consiste nella perfetta coincidenza fra ciò che esse vogliono e la volontà di Dio.

Dice, infatti, Piccarda: «E ’n la sua volontade è nostra pace:/ell’è quel mare al qual tutto si move/ciò ch’ella crïa o che natura face“(Paradiso, canto III, vv. 85-87). Ecco ancora il mare e ancora il movimento. Questa volta a muoversi è la volontà, vale a dire, ciò che appartiene più profondamente all’uomo, creato libero. Egli sceglie di aderire totalmente alla volontà di Dio. E, nel consegnarsi interamente, l’anima beata sperimenta la pace già durante la vita terrena.

Tale dinamica appare inconcepibile e inattuabile soprattutto per noi, uomini del nostro tempo, abituati dal pensiero moderno e contemporaneo, a concepirci come individui senza legami e autonomi nel proprio realizzarsi, quindi, di fatto orfani. Solo identificandoci nel bambino, che affida sicuro e libero la propria mano a quella del padre e della madre, proveremmo la condizione dei beati del Paradiso. Essi sono pienamente contenti della loro posizione nel primo cielo della Luna.

In realtà, alla conclusione del viaggio, il lettore scoprirà che tutti i beati sono raccolti nella ‘mistica rosa’, cioè viventi in Dio, tutti alla stessa maniera, ma si presentano a Dante in una sorta di gerarchia di merito per mostrargli come la santità di ciascuno sia qualcosa di unico e di irripetibile. Ogni creatura umana è infatti chiamata a scoprire la strada della santità che le è propria, incominciando dalle circostanze non volute in cui è posta. Come appunto accade a Piccarda e a Costanza. Entrambe avrebbero voluto fare altro nella vita, cioè scegliere la vocazione religiosa; invece sono state costrette al matrimonio. Tuttavia, non hanno recriminato né si sono lamentate ma hanno modellato la loro volontà sulla volontà di Dio lasciandosi plasmare dalla mano esperta di Colui che le amava da sempre. Piccarda era già entrata in monastero quando «Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, /fuor mi rapiron de la dolce chiostra:/Iddio si sa qual poi mia vita fusi.» (Paradiso, canto III, vv. 106 – 108). Da un male, dunque, era derivato il grande bene della santificazione di Piccarda come quella di Costanza d’Altavilla.

Nel presentare questo canto ai miei studenti, avevo cura di leggere, per contrasto, la storia della monacazione forzata di Gertrude in modo che il chiaroscuro delle due storie ci permettesse di affrontare la questione delle circostanze avverse nelle quali ci accade talora di trovarci. Esse, tuttavia, non possono costituire un pretesto per disperarsi e fare del male a sé e agli altri, ma, piuttosto, un’occasione per ricominciare in un altro modo lo stesso lavoro di santificazione a cui siamo tutti chiamati.

Il risultato è uno spettacolo di bellezza che traspare nei volti, nelle parole e negli atteggiamenti. Piccarda è così bella – e allo stesso modo le altre anime – che Dante non la riconosce subito. È lento nel riportare alla mente i tratti della fanciulla che pure aveva conosciuto quand’ella era nella vita terrena. La bellezza, la gioia e la luminosità dei volti e degli sguardi sono il riflesso perfetto della felicità piena che i beati godono in Paradiso. Il loro corpo si trasfigura, anzi, diviene evanescente, senza consistenza, non perché non sia importante – è infatti destinato alla risurrezione – ma perché rappresenta tutto ciò che nell’aldiquà è il nostro limite e la nostra mancanza.  Persino Dante non sa interpretare la situazione: egli sta per continuare un dialogo con Beatrice quando, dimenticando ciò che stava per dire, è attratto da una mirabile visione di anime desiderose di parlare con lui. Poché esse appaiono come figure riflesse, labili e trasparenti, Dante si volge indietro per vedere le «vere sustanze» di cui quelle immagini sono il riflesso. Qui il sommo poeta appare davvero come un bambino di fronte a qualcosa di straordinario, per questo si affida a Beatrice che lo invita a volgere lo sguardo nella direzione giusta e a parlare con colei che è già pronta a esaudire ogni richiesta.

In Paradiso il senso dell’udito e quello della vista sono continuamente sollecitati e portano al cuore e alla mente di Dante sempre nuovi motivi di stupore, di riflessione, di scoperta della consistenza ultima delle cose. Credo si possa dire che il respiro e il pensiero di Dante si muovano in un movimento di sistole e di diastole, di estroflessione verso ciò che lo cattura e di introversione verso la propria interiorità, luogo deputato a riconoscere la verità. La conclusione del canto terzo è mirabile in questo senso: lo sguardo di Dante segue Piccarda che svanisce alla sua vista, protesa oltre misura, poi egli si rivolge a Beatrice per esprimere il frutto del suo pensiero, ma quella sfolgora davanti a lui così che, nuovamente chiamato fuori di sé, diviene «a dimandar più lento»

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Author: Maria Giovanna Fantoli

Fantoli Maria Giovanna è nata l’8 maggio 1959, a Novara, dove vive attualmente. Laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Lettere moderne presso l’Università Statale della medesima città, ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bergamo. Ha insegnato dal 1982 fino al 2021 nella scuola secondaria di secondo grado, dai Professionali ai Licei, facendo dell’insegnamento la propria vocazione. La sua storia professionale le ha permesso di approfondire la Didattica della Lingua e della Letteratura italiana e temi legati all’educazione e alla pedagogia. Ha collaborato con le riviste «Nuova Secondaria» e «Scuola e Didattica» e con il CQIA (Centro Qualità Insegnamento e Apprendimento) dell’Ateneo di Bergamo. È coautrice, insieme all’amica e collega professoressa Gelmi, di un’opera in dieci fascicoli (corredata di due guide per l’insegnante), intitolata La letteratura e la sua bellezza, pubblicata da Bonomo – Diesse e Le botteghe dell’insegnare, nel 2024. È autrice del romanzo, Stringi la mia vita. Storia di una crocerossina, edito da Bookabook, Milano 2022 e della biografia Il Nostromo. La traversata di Giorgio Ferro, edita da Ares, Milano 2024. Ha autopubblicato in Amazon la sua terza silloge di poesia, In bilico su un filo a un passo dal cielo, il romanzo Voci dalla memoria e, con la sorella Laura, una riflessione sulla vicenda della madre affetta da Alzheimer, Come sono belle le stelle. Storia di Adele e del suo Alzheimer. L’interesse più importante, oltre all’insegnamento, è la scrittura a cui si è da sempre dedicata nei suoi vari generi: filastrocche, poesie, racconti, romanzi, saggi, relazioni, recensioni, sceneggiature.

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