DI STUPORE IN STUPORE NEL PARADISO DI DANTE  (Parte quarta)

Dante, duomo di Orvieto, cappella di san Brizio. Foto dell’autrice

Il Paradiso è luogo di stupore e meraviglia: le cose belle conosciute, nella misura e modalità umane, sono potenziate in modo straordinario o

addirittura capovolte rispetto a quanto capita nella dimensione terrena. Dante, per esempio, sale verso l’alto pur essendo ancora vivo poiché in lui è stata ripristinata la condizione originaria, quella per cui la natura umana creata da Dio a Dio ritorna compiuta.

La meraviglia di Dante è così forte da attrarlo fuori di sé distraendone lo sguardo che passa di stupore in stupore. Mentre i suoi occhi sono fissi in quelli di Beatrice, al poeta, pellegrino nell’Aldilà, capita un’esperienza unica per la quale conia un neologismo: ‘trasumanar’, cioè, andare oltre i limiti dell’umano pur essendo pienamente se stesso. Descrivere una tale condizione è impossibile con le parole, ma è possibile consegnare al lettore quanto egli vede e sente in Paradiso. Durante il suo passaggio, Dante è colpito dallo splendore e dalla luminosità dei cieli che lo accolgono in un tripudio di luce come se al sole che conosciamo si sia aggiunto un altro sole. Ciò che nella vita terrena è splendida metafora di tutto ciò che è bello, buono, vero e giusto, cioè la luce appunto, in Paradiso ha evidenza massima, totale. Dio la irradia proprio come irradia Amore. Il mistero dell’essere non è oscurità, ma è tanto luminoso da rendere impresa vana il nostro tentativo di sostenerne la potenza. Mosé, scendendo dal Sinai, ha il volto splendente a tal punto da doversi coprire per presentarsi al suo popolo. ‘Io sono’, che è il nome con cui Dio si manifesta all’uomo nell’Antico e nel Nuovo Testamento, splende con luce intensa davanti al nostro sguardo. Gesù lo ribadisce con chiarezza dicendo di sé: Io sono la luce del mondo (Gv 8, 12).

Contro la luce agiscono le tenebre, non per nulla l’inferno di Dante inizia dalla selva oscura; all’opposto, il Paradiso inizia con il segno distintivo del chiarore accecante. La visione di quella luce potenziata oltre ogni nostra capacità di afferrarla è resa possibile dalla mediazione di Beatrice: prima il poeta guarda lei e poi indirizza lo sguardo verso i cieli. È straordinaria la triangolazione di sguardi che accade in pochi versi. Beatrice guarda il sole, Dante guarda Beatrice e poi guarda il sole. I vertici di questo triangolo sono appunto il Sole, Beatrice e Dante. C’è in questa immagine una potente anticipazione di ciò che accadrà negli ultimi versi della cantica e ultimi versi del poema: lo sguardo di Dante sosterrà per pochi attimi (poiché il tempo esiste per noi ma non per Dio) il mistero della Trinità di cui questo primo triangolo è figura anticipatrice.

(…)

quando Beatrice in sul sinistro fianco/vidi rivolta e riguardar nel sole:/aguglia sì non li s’affisse unquanco./ E sì come secondo raggio suole/uscir del primo e risalire in suso,/pur come pelegrin che tornar vuole,/ così de l’atto suo, per li occhi infuso/ne l’imagine mia, il mio si fece,/e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso. (Paradiso, canto I, vv. 49-54)

Viene in mente la famosa icona della Trinità di Andrej Rublëv, nella quale il Padre guarda il Figlio e il Figlio guarda lo Spirito Santo, stessa sostanza divina in tre persone, splendida raffigurazione dell’amore circolare che si esprime visibilmente attraverso gli occhi. Fino a quando l’amore non si fa concreto, non si fa gesto, sguardo, voce, non è davvero tale. Si tratta di una potenza di cambiamento che percorre ogni fibra dell’essere umano e la trasforma dall’interno. Tutto rimane apparentemente uguale, in realtà tutto cambia di segno e diviene luce.

Analogamente, accade per il suono. Distratto dalla luce, cioè attratto da un’altra parte, Dante concentra la sua attenzione su quanto sta ascoltando. Il senso dell’udito è accarezzato dall’armonia prodotta dal movimento dei cieli, governata e modulata da Dio stesso. Così immerso nello sguardo di Beatrice che lo guida e affascinato da tanta bellezza, Dante vive l’esperienza del trasumanar, cioè l’esser pienamente lui, eppure, in una condizione umana trasfigurata e pienamente compiuta. Nel primo cielo incontra il primo gruppo di anime. Di loro parlerò nella prossima puntata.

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Author: Maria Giovanna Fantoli

Fantoli Maria Giovanna è nata l’8 maggio 1959, a Novara, dove vive attualmente. Laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Lettere moderne presso l’Università Statale della medesima città, ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bergamo. Ha insegnato dal 1982 fino al 2021 nella scuola secondaria di secondo grado, dai Professionali ai Licei, facendo dell’insegnamento la propria vocazione. La sua storia professionale le ha permesso di approfondire la Didattica della Lingua e della Letteratura italiana e temi legati all’educazione e alla pedagogia. Ha collaborato con le riviste «Nuova Secondaria» e «Scuola e Didattica» e con il CQIA (Centro Qualità Insegnamento e Apprendimento) dell’Ateneo di Bergamo. È coautrice, insieme all’amica e collega professoressa Gelmi, di un’opera in dieci fascicoli (corredata di due guide per l’insegnante), intitolata La letteratura e la sua bellezza, pubblicata da Bonomo – Diesse e Le botteghe dell’insegnare, nel 2024. È autrice del romanzo, Stringi la mia vita. Storia di una crocerossina, edito da Bookabook, Milano 2022 e della biografia Il Nostromo. La traversata di Giorgio Ferro, edita da Ares, Milano 2024. Ha autopubblicato in Amazon la sua terza silloge di poesia, In bilico su un filo a un passo dal cielo, il romanzo Voci dalla memoria e, con la sorella Laura, una riflessione sulla vicenda della madre affetta da Alzheimer, Come sono belle le stelle. Storia di Adele e del suo Alzheimer. L’interesse più importante, oltre all’insegnamento, è la scrittura a cui si è da sempre dedicata nei suoi vari generi: filastrocche, poesie, racconti, romanzi, saggi, relazioni, recensioni, sceneggiature.

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