Qualche riflessione sul Rapporto RSF sulla libertà di stampa

La libertà di stampa è riconosciuta a livello internazionale come un diritto umano fondamentale e un pilastro imprescindibile dei sistemi democratici. Ne consegue che misurare e comparare sistematicamente la libertà di stampa tra paesi diversi è un’operazione di grande rilevanza pratica, politica e accademica.

L’organizzazione non governativa francese Reporters Sans Frontières (RSF) pubblica ogni anno dal 2002 – in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, il 3 maggio – il World Press Freedom Index (WPFI), una classifica annuale che valuta paesi e territori sulla base del livello di autonomia di cui godono giornalisti, redazioni e utenti della rete. L’indice è diventato il più citato al mondo nel dibattito pubblico sulla libertà di stampa e viene utilizzato da governi, organizzazioni internazionali, agenzie di sviluppo e media come riferimento per valutare la situazione in ciascun paese.

L’indice non prende in considerazione la qualità del giornalismo né le violazioni dei diritti umani in senso lato: il suo perimetro è dichiaratamente limitato alla libertà di stampa come capacità dei giornalisti di svolgere il proprio lavoro in modo indipendente. Dal 2020, un gruppo di sette esperti accademici — tra cui Thomas Hanitzsch (Università di Monaco), David Levy (Reuters Institute), Sallie Hughes (Università di Miami) e Herman Wasserman (Università di Cape Town) — collabora alla revisione periodica della metodologia.

Il report del 2026, pubblicato in questi giorni, e consultabile sul sito di RSF (riportato anche in calce a questo articolo), esprime un giudizio profondamente negativo sulla situazione attuale, affermando che, per la prima volta negli ultimi 25 anni: 

  • il punteggio medio complessivo di tutti i paesi studiati non è mai stato così basso;
  • più della metà dei paesi del mondo (52,2%) si trova in una situazione “difficile” o “molto grave”, mentre nel 2002 erano solo una piccola minoranza (13,7%); 
  • nel 2002, il 20% della popolazione mondiale viveva in un paese in cui la situazione della stampa era percepita come “buona”. Venticinque anni dopo questa percentuale è scesa a meno dell’1%.

Si legge nell’analisi del 2026 pubblicata sul sito: “Per la prima volta nella storia del World Press Freedom Index di Reporter Senza Frontiere (RSF), più della metà dei paesi del mondo si trova in una situazione “difficile” o “molto grave”. In 25 anni, il punteggio medio per tutti i paesi studiati non è mai stato così basso. Lo sviluppo di un sistema legislativo sempre più restrittivo, legato in particolare alle politiche di sicurezza nazionale, ha eroso, a partire dal 2001, il diritto all’informazione, anche nelle democrazie. L’indicatore legale è quello che quest’anno è in calo maggiore, segno di una crescente criminalizzazione del giornalismo. E le Americhe stanno vivendo uno sviluppo significativo: gli Stati Uniti stanno perdendo sette posizioni, mentre diversi paesi latinoamericani stanno sprofondando in una spirale di violenza e repressione”.

I punteggi sono assegnati nel range 0 .. 100, dove l’entità del numero è direttamente proporzionale al grado di libertà goduta dalla stampa nella nazione in oggetto, come esemplificato nella tabella seguente:

PunteggioValutazione
[85; 100 punti]buona posizione (verde)
[70; 85 punti]situazione abbastanza buona (giallo)
[55; 70 punti]situazione problematica (arancione chiaro)
[40; 55 punti]situazione difficile (arancione scuro)
[0; 40 punti]situazione molto grave (rosso scuro)

Quest’anno l’Italia occupa il cinquantaseiesimo posto in classifica – il quart’ultimo in Europa, seguita solamente da Bulgaria, Ungheria e Bosnia Erzegovina – con un punteggio di 65,16, che secondo la valutazione di RSF corrisponde a ‘situazione problematica’.

Secondo l’analisi dell’organizzazione francese le motivazioni di questo crollo di 7 posizioni dal 2025 sono da ricondurre a:

  • ingerenze della politica: l’organizzazione rileva una forte pressione del potere esecutivo e della politica sui media pubblici (in particolare la Rai) e sui canali di informazione.
  • Pressioni legislative: pesano le riforme restrittive e le cosiddette “leggi bavaglio”, che limitano la pubblicazione degli atti giudiziari e la cronaca giudiziaria.
  • Minacce della criminalità: oltre venti giornalisti italiani continuano a vivere sotto scorta armata a causa di minacce di stampo mafioso ed estremista legate a inchieste sulla corruzione.
  • Precarietà economica: la diffusa precarietà dei contratti e la concentrazione della proprietà editoriale spingono molti professionisti verso forme di autocensura per tutelare il proprio posto di lavoro.

Stabilmente in testa alla classifica stilata da RSF le nazioni del Nord Europa: Norvegia, Paesi Bassi, Estonia, Danimarca e Svezia occupano nell’ordine dal primo al quinto posto.

Per comprendere meglio questi esiti e la loro attendibilità è necessario approfondire la metodologia adottata da RSF per elaborare il WPFI.

Composizione e Metodologia dell’Indice RSF

Il punteggio finale è il risultato della combinazione di due componenti:

  • Analisi qualitativa attuata mediante la valutazione delle risposte fornite da specialisti del paese in oggetto a un questionario opportunamente predisposto da RSF
  • Analisi quantitativa fondata sulla rilevazione di abusi e violenze contro giornalisti nel periodo di riferimento)

La componente qualitativa si basa su un questionario strutturato inviato a specialisti locali: giornalisti, ricercatori, accademici, giuristi e attivisti per i diritti umani residenti nel paese valutato. Nelle versioni più recenti il questionario comprende 117 domande, tradotte in oltre 20 lingue, raggruppate in cinque dimensioni tematiche.

Dalla metodologia adottata dal 2013 al 2021 — che includeva sette criteri (pluralismo, indipendenza dei media, ambiente mediatico e autocensura, contesto legislativo, trasparenza, infrastrutture, abusi) — si è passati nel 2022 a una struttura basata su cinque indicatori (contesto politico, legale, economico, socioculturale, e il tema della sicurezza). Il cambio metodologico del 2022 ha avuto ripercussioni significative sulle classifiche: l’Italia, ad esempio, ha perso 17 posizioni in un solo anno, in parte attribuibili proprio alla nuova ponderazione.

Da notare che queste revisioni periodiche della metodologia rendono difficile la comparabilità diacronica dei punteggi. Il balzo dell’Italia da 41° a 58° nel 2022 è in parte spiegato dal cambio di metodologia, e non tanto da un effettivo deterioramento della libertà di stampa. Analogamente, Hong Kong ha perso 68 posizioni nello stesso anno, ma parte del calo è attribuibile al nuovo sistema di calcolo piuttosto che ai soli cambiamenti reali nel paese.

Il questionario viene inviato a partner organizzativi (18 ONG per la libertà di espressione distribuite su cinque continenti), alla rete di 150 corrispondenti di RSF e ad altri esperti selezionati — giornalisti, giuristi, ricercatori e attivisti per i diritti umani. Non vengono resi pubblici né il numero esatto dei rispondenti per ciascun paese, né la loro identità, per ragioni di sicurezza nei contesti più repressivi.

La parte quantitativa dell’indice invece monitora direttamente gli episodi di violenza e abuso registrati da RSF nel corso dell’anno: omicidi di giornalisti, arresti, procedimenti giudiziari, confische di attrezzatura, attacchi digitali. Questa componente viene combinata con i risultati del questionario per produrre il punteggio finale, con un peso che varia a seconda della categoria.

Punti di forza del WPFI sono l’ampia copertura geografica (180 paesi valutati), la continuità temporale (un rapporto ogni anno dal 2002), l’influenza documentata sulle politiche di cooperazione internazionale (il report di RSF viene utilizzato dalla Millennium Challenge Corporation degli Stati Uniti come base per l’indicatore “Freedom of Information” che condiziona l’accesso ai fondi di sviluppo), l’attenzione mediatica e la pressione diplomatica che suscita.

Di contro, la maggior criticità è nella soggettività del metodo adottato per l’analisi qualitativa: non vi è garanzia che i rispondenti di paesi diversi applichino gli stessi standard nel valutare indicatori identici. Un giornalista operante in una zona di guerra ha una soglia di percezione del “rischio” strutturalmente diversa da un collega che lavora in Norvegia. Come ha osservato il ricercatore Cherian George, quello che RSF produce è al più un “national perception of press freedom index” piuttosto che una misurazione oggettiva della libertà di stampa.

Inoltre, per ragioni di sicurezza, l’identità dei rispondenti non viene resa pubblica, precludendo la possibilità di verificare la rappresentatività del campione, l’assenza di conflitti di interesse o la presenza di distorsioni sistematiche nel processo di selezione. Non vengono divulgati nemmeno i punteggi disaggregati per singola domanda, impedendo qualsiasi verifica esterna della coerenza interna del modello.

Altre rilevanti critiche riguardano la struttura stessa del questionario: le opzioni di risposta— come “raramente”, “regolarmente”, “sistematicamente” — non sono associate a definizioni operative precise, il che introduce una variabilità interpretativa difficilmente controllabile. Analogamente, categorie come il “danno professionale” (es. perdita del lavoro) sono difficili da attribuire inequivocabilmente a cause connesse alla libertà di stampa, rispetto a cause puramente professionali.

Inoltre, come ha rilevato il governo indiano, il WPFI non include indicatori sistematici sulla struttura proprietaria dei media — una delle minacce più insidiose alla libertà di stampa nelle democrazie contemporanee. Non distingue tra media formalmente privati, ma di fatto controllati da interessi politici, o economici allineati al governo, e media genuinamente indipendenti.

È anche discutibile l’adeguatezza dei questionari a tutti i diversi scenari geopolitici contemplati: il modello è concepito da un’organizzazione basata a Parigi, con un panel di esperti prevalentemente di formazione occidentale, e tende a misurare la libertà di stampa secondo paradigmi liberali anglosassoni che non necessariamente si applicano con la stessa pertinenza a contesti culturali, economici e istituzionali profondamente diversi o non in linea con le direttive politiche dell’Unione Europea (si veda il punteggio molto basso assegnato all’Ungheria presieduta da Viktor Orbàn). Diversi governi — tra cui quelli di India, Russia, Cina, Ungheria e paesi del Medio Oriente — hanno contestato i propri punteggi citando proprio questa distorsione prospettica e ideologica.

La debolezza intrinseca della valutazione qualitativa come illustrato, comporta che gli strumenti RSF si adattino meglio a valutare contesti non democratici, dove le violazioni sono oggettive, dirette e misurabili, mentre risultino meno efficaci nel cogliere le forme più sottili di limitazione della libertà di stampa tipiche delle democrazie: concentrazione proprietaria dei media, dipendenza dalla pubblicità, influenza degli inserzionisti, autocensura strutturale…

Alcuni critici rilevano che RSF riceve finanziamenti da governi e fondazioni private occidentali, il che potrebbe — almeno in teoria — generare allineamenti tra le classifiche e gli interessi geopolitici degli stati donatori. La questione rimane dibattuta e non si traduce necessariamente in manipolazioni intenzionali, ma solleva legittime domande sulla governance dell’organizzazione.

In conclusione, se da un lato l’invito è di valutare criticamente gli esiti forniti da RSF particolarmente quando si riferiscono a democrazie occidentali, dall’altro, anche in assenza di analisi fornite da organizzazioni prestigiose, a dimostrare la cattiva salute della libertà di stampa in Europa e nel nostro paese in particolare, basterebbe pensare alla gestione mediatica della recente pandemia.

Riferimenti

  1. Freedom of Information Indicator – Millennium Challenge Corporation.
  2. World Press Freedom Index – Wikipedia
  3. La classifica sulla libertà di stampa non è così affidabile come sembra
  4. Reporter Senza Frontiere: la libertà di stampa ai minimi nel mondo
  5. Libertà di stampa a livello globale al livello più basso degli ultimi 25 …
  6. Methodology
  7. What’s Wrong With the World Press Freedom Index
  8. Press Freedom Index 2024 – Datahub – BridgeGap
  9. World Press Freedom Index – UNESCO
  10. Libertà di stampa: Situazione disperata ma non seria
  11. Reporters Without Borders – Press Freedom Index
  12. Come funziona la classifica della libertà di stampa di …
  13. RSF Press Freedom Index
  14. Why RSF’s Press Freedom Index is flawed – and why it works
  15. Deciphering the World Press Freedom Index – NITI AAYOG, India
  16. Hypocrisy Mars Press Freedom Index
  17. Media Freedom Indices: What They Tell Us – And What They Don’t
  18. Media Freedom Indexes in Democracies: A Critical Perspective Through the Cases of Poland and Chile
  19. 40 PACIFIC JOURNALISM REVIEW 21(1) 2015
  20. Deciphering the World Press Freedom Index
  21. Come funziona e cosa dice la classifica sulla libertà di …

Classifica RSF 2026

PosizionamentoNazionePunteggio globale
1Norvegia92,72
2Paesi Bassi88,92
3Estonia88,54
4Danimarca88,47
5Svezia87,61
6Finlandia86,22
7Irlanda85,93
8Svizzera84,83
9Lussemburgo84,14
10Portogallo83,71
11Repubblica Ceca83.01
12Islanda82,77
13Liechtenstein82,62
14Germania82.17
15Lituania81,34
16Belgio81.17
17Lettonia81,00
18Regno Unito79,45
19Austria79,43
20Canada78,76
21Sudafrica77,95
22Nuova Zelanda77,38
23Namibia76,97
24Fiji76,76
25Francia76,68
26Giamaica75,87
27Polonia75,52
28Taiwan75,44
29Spagna75,42
30Timor Est75,29
31Moldova74,77
32Trinidad e Tobago74,70
33Australia74,58
34Suriname73,20
35Seychelles73.04
36Slovenia72,88
37Slovacchia72,71
38Costa Rica72,35
39Ghana72.20
40Capo Verde71,98
41Montenegro71,80
42Mauritania70,92
43Gabon70,57
44Repubblica Dominicana69,73
45Macedonia del Nord69,49
46Gambia69,42
47Corea del Sud69,12
48Uruguay68,72
49Romania67,71
50Armenia67,02
51Tonga66,62
52Brasile66,37
53Croazia66,31
54Costa d’Avorio66,27
55Ucraina66.10
56Italia65,16
57Stati dei Caraibi orientali64,60
58Liberia64,54
59Samoa64,53
60Andorra63,91
61Mauritania63,36
62Giappone62,90
63Botswana62,89
64STATI UNITI62,61
65Panama62.14
66Belize61,66
67Malta61,44
68Congo-Brazzaville61.21
69Malawi60,96
70Cile60,84
71Bulgaria60,28
72Comore60.23
73Papua Nuova Guinea60.11
74Ungheria59,85
75Qatar59,79
76Guyana59,58
77Zambia58,58
78Senegal58.11
79Sierra Leone57.06
80Cipro56,91
81Repubblica Centrafricana56,73
82Cipro del Nord56,57
83Albania56,52
84Kosovo55,89
85Mongolia55,79
86Grecia55,05
87Nepal54,80
88Paraguay54,67
89Lesotho54,37
90Bosnia ed Erzegovina54,29
91Bolivia54,25
92Thailandia53,97
93Chad53,90
94Guinea Equatoriale52,79
95Malaysia52,73
96Brunei52,58
97Togo52,56
98Argentina52,44
99Mozambico52.27
100Guinea-Bissau51,99
101Eswatini51,94
102Colombia51,66
103Madagascar50,95
104Serbia50,79
105Marocco / Sahara Occidentale50,55
106Kenya50.51
107Haiti50,32
108Maldive49.23
109Angola48,82
110Burkina Faso48,52
111Guinea48,45
112Nigeria48.11
113Benin47,39
114Filippine46,79
115Libano46,49
116Israele46,46
117Tanzania46.22
118Sud Sudan46.16
119Burundi46.14
120Niger46.02
121Mali45,63
122Messico45.23
123Singapore44,57
124Zimbabwe44,37
125Ecuador44,37
126Somalia43,84
127Oman43,67
128Guatemala43.21
129Indonesia43.02
130Repubblica Democratica del Congo42.16
131Uganda41,98
132Honduras41.02
133Camerun40,88
134Sri Lanka40,77
135Georgia40,77
136Kuwait40.44
137Tunisia40.43
138Libia40,34
139Ruanda39,58
140Hong Kong39,49
141Siria39.44
142Giordania39.33
143Salvador38,88
144Perù37,86
145Algeria37,38
146Kirghizistan35.06
147Uzbekistan34,95
148Etiopia34,66
149Kazakistan34.41
150Bhutan33,50
151Cambogia33,28
152Bangladesh33.05
153Pakistan32,61
154Laos32,54
155Tagikistan32.22
156Palestina32.09
157India31,96
158Emirati Arabi Uniti30,86
159Venezuela30.48
160Cuba29.22
161Sudan29.02
162Iraq28,85
163Turchia27,94
164Yemen27,89
165Bielorussia27,72
166Birmania26.38
167Gibuti25.04
168Nicaragua24,98
169Egitto24,92
170Bahrein24,84
171Azerbaigian23,95
172Russia23.15
173Turkmenistan23.06
174Vietnam21.15
175Afghanistan19.51
176Arabia Saudita19.11
177Iran17.45
178Cina13,85
179Corea del nord12,67
180Eritrea10.24
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Author: Wanda Massa

Wanda Massa, nata a Milano, vive in provincia di Monza. Laureata in Scienze dell’Informazione, ha lavorato per oltre vent’anni in società di consulenza informatica.  È impegnata in realtà prolife, in particolare l'associazione Ora et Labora in difesa della Vita. Collabora saltuariamente con il blog di Sabino Paciolla e con il foglio La Domenica della Società San Paolo. Con un piccolo gruppo di amici ha ideato la Rete nazionale Patris Corde e amministra la chat telegram omonima. È tra i fondatori dell'associazione Luces Veritatis che ha l'obiettivo di riportare Cristo al centro della società attraverso la creazione di una rete di comunità ispirate alla regola benedettina e alla dottrina sociale della Chiesa.

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