“Uno spettro si aggira per il mondo: ne parlano i media, gli scienziati, i politici. Un nemico invisibile minaccia l’umanità, e non si tratta di terroristi o “scontri di civiltà”, ma di qualcosa di molto piccolo, e terribile, di nome virus. Un virus – o più microrganismi- che gli studiosi temono possa un giorno non lontano scatenarsi e mietere milioni di vittime, come fece nel 1918 la tristemente
famosa epidemia detta “Spagnola”.
Un nome assai temuto
C’è un nome che sta diventando sinistramente familiare a molte persone: pandemia, ovvero un’epidemia che colpisce un’area geografica di vaste proporzioni, che colpisce – come dice il nome stesso di origine greca- tutti i popoli”.
Queste erano le prime righe del mio libro Pandemie, edito da Ancora nel 2006. Un libro dedicato alla storia delle pandemie e scritto in tempi non sospetti, nel 2006. Sono passati 20 anni, abbiamo avuto la pandemia da SARS-COV 2, ma le parole che scrissi 20 anni fa sono purtroppo ancora valide. Periodicamente viene agitato lo spettro di nuove epidemie, senza alcun fondamento scientifico. Lo si è fatto dopo il Covid con il Vaiolo delle scimmie, con Zyka, con altre minacce-fantasma come l’attuale Hantavirus, una zoonosi (cioè una malattia trasmessa da animali all’uomo, in questo caso dai topi) molto rara. In questo momento non c’è alcuna epidemia di tale virus, ma è immediatamente partito l’allarmismo mediatico che alimenta la paura. E a proposito di paura … si continua dopo il Covid a registrare questo fenomeno, che personalmente osservavo e giudicavo già 20 anni fa: nell’Occidente contemporaneo, la mortalità dovuta a malattie infettive, ossia trasmissibili, è in percentuale meno dell’uno per cento. Di fatto si muore per malattie cronico-degenerative, come i disturbi cardiocircolatori, le malattie respiratorie, i tumori. Una importante causa di morte è rappresentata anche dagli incidenti, che costituiscono la prima causa di morte nei giovani al di sotto dei venticinque anni, seguita al secondo posto- è triste dirlo- dai suicidi. Questo è ciò per cui si muore oggi in Italia, in Europa e nel mondo occidentale. Eppure nessun dato sulla mortalità da tumori, da infarti, da ischemie cerebrali o da altre patologie incidenti del traffico è in grado di determinare il panico collettivo suscitato dalla sola possibilità che ci si possa ammalare di strani ed esotici microrganismi.
Interrogativi sulla paura
Perché l’uomo teme tanto le malattie trasmesse da virus? Cosa rappresenta il timore del contagio? Cosa realmente è accaduto nella storia, e perché nel XXI secolo le malattie trasmissibili vengono percepite come una minaccia così sconvolgente? Ci sono inoltre ipotesi inquietanti rispetto all’emergere di nuovi virus, come lo è stato il Covid, uscito da un laboratorio situato sì, in Cina, ma di proprietà franco-americana e sotto l’organizzazione di Anthony Fauci, il virologo di Biden che gestì la cosiddetta emergenza Covid.
Virus mutati come il Coronavirus di Wu Han hanno dei legami con la manipolazione genetica, o si tratta di strani scherzi della natura? I continui allarmismi sui virus hanno fondamento? Oppure sono solo un grande bluff dietro il quale si celano interessi economici e geopolitici?
Sono interrogativi che occorre porsi, in particolare quando ci si ricorda che nella storia si sono verificate numerose pandemie, dagli esiti culturali e sociali spesso gravi e imprevedibili. Non parliamo solo delle memorabili pestilenze dell’antichità, ma anche di eventi molto vicini a noi, fra cui la citata spagnola, e di minacce recentissime, se non addirittura ancora incombenti, come l’AIDS, la tubercolosi, i virus africani.
Nell’ambito civile è iniziato un tempo- a lungo atteso e auspicato- di inchieste, di indagini, di interventi della Magistratura, al fine di far emergere la verità sulla gestione politica e sanitaria dell’epidemia da Covid-19.
Chiesa, paure ed il caso di Mons. Giovanni D’Ercole
Potrebbe essere l’occasione perché anche la Chiesa Cattolica operi una profonda, seria riflessione su quanto è accaduto, e come il mondo cattolico ha affrontato un periodo, che ha avuto un impatto fortissimo sulla vita delle comunità cristiane e dei singoli fedeli.
Proviamo a riavvolgere il film di quanto è accaduto: nella prima fase dell’epidemia, quella del terrore, delle comunicazioni mediatiche schizofreniche (da una parte “andrà tutto bene” e i canti sul balcone, dall’altra la percezione indotta che si fosse davanti ad un virus apocalittico) la Chiesa si presenta attonita, non in grado di esprimere un proprio giudizio di valore, completamente appiattita sulla narrazione ufficiale. La Chiesa fa ciò che fanno un po’ tutti. Si fida degli esperti che compaiono sui Media e sui Social, e impongono la loro visione. Le autorità costituite impongono i loro protocolli, la loro legge, e la Chiesa accetta senza nulla eccepire. Solo il Vescovo di Ascoli, monsignor D’Ercole, cerca di far sentire la propria voce contro i diktat del Governo, ma pochi giorni dopo le sue dichiarazioni critiche verso Conte, improvvisamente, dà le sue dimissioni e lascia la Diocesi e la stessa Italia.
Ospedale da campo chiuso per …?
Nel frattempo, l’“ospedale da campo”, come qualcuno ha voluto ridefinire la Chiesa, è deserto. Chiuso per profilassi igienico-sanitaria. Eppure, nella storia la Sposa di Cristo non aveva mai avuto paura di virus e batteri e non aveva mai chiuso i battenti. Non solo chiese chiuse, ma anche proibizione ai sacerdoti di entrare nelle corsie degli ospedali. Decine di migliaia di persone sono morte senza ricevere i Sacramenti. Uno scenario triste, quello della Chiesa agli ordini dello Stato, e poi in ritirata, una Chiesa accondiscendente e rispettosa di tutte le regole della burocrazia sanitaria, ma con poca fiducia nella potenza salvifica della preghiera. Poi, col lento ritorno alla “normalità”, mentre tutto riapriva, ecco che nella “prassi pastorale” sono entrate misure igienico-sanitarie mediate dall’OMS anziché dal Vangelo, come l’obbligo della Comunione in mano (in realtà sappiamo che sono proprio le mani la maggior fonte di contagi microbici) pensate per rendere le Messe asettiche e a prova di virus, ma anche vuote della presenza del Signore. Tanti fedeli, dopo le riaperture delle chiese al pubblico, non sono più tornati . Anche ciò dovrebbe far riflettere.
L’idolo della salute
Molte persone vivono ancora nella paura, e hanno elevato la “sicurezza” a idolo, superiore all’importanza del Culto domenicale. È stato accettato, senza obiettare, che per evitare che il “male” si diffondesse attraverso il contatto tra i nostri corpi, bisognasse privarsi anche del contatto con il Corpo e il Sangue del Salvatore. C’è persino chi, in ambito teologico, aveva interpretato la sospensione dei Sacramenti e la chiusura dei luoghi di culto come una sorta di salutare “digiuno spirituale.”
Quindi, in conclusione, il problema su come il mondo cattolico ha affrontato la vicenda del Covid non riguarda solo l’episcopato, la gerarchia dei pastori, ma anche la base, dove si è diffusa una visione sostanzialmente non cattolica del dramma che si stava vivendo. Dove si è persa la fede nella preghiera e nei Sacramenti, dove la paura ha prevalso sulla virtù della Speranza, e dove anche quella della Carità è venuta meno. In un tempo dove nella Chiesa si discute di tutto, è venuto il momento di riflettere a fondo su quello che è avvenuto della nostra fede di fronte all’epidemia. O meglio: di fronte all’avanzare del Grande Reset, prima che di fronte all’Hantavirus di turno, si torni alle misure coercitive anche all’interno della Chiesa.