La cultura non è il numero delle cose che una persona sa e non attiene all’ambito dell’avere, ma dell’essere. Indica una dimensione profonda – San Tommaso direbbe un habitus – che attraversa mente, cuore, sguardo e coinvolge tutti i sensi esteriori della percezione sensibile e interiori
della percezione spirituale. Essa si sostanzia del supporto della memoria che trattiene profondamente, imparando a memoria, appunto, ciò che è stato compreso secondo la celebre definizione di Dante: “Non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso” (Paradiso, Canto V, v. 42).
Ebbene, che gli oggetti materiali e immateriali della nostra cultura, nonostante la tutela garantita dalla Costituzione italiana e da organismi internazionali come l’Unesco, siano oggi non sempre apprezzati come si dovrebbe, lo dimostrano progetti di vario genere che, pur nascendo con l’intenzione di ‘salvare’ il pianeta dall’inquinamento, presentano ricadute ad alto impatto ambientale. L’ultimo di questi casi riguarda il borgo di Castagneto Carducci in provincia di Livorno, con il suo famoso filare di cipressi. Essi rientrerebbero in un’area molto vasta, comprendente i territori di dieci comuni della Costa degli Etruschi e della Val di Cornia, su cui sorgerebbero gli impianti necessari (sottostazioni e tralicci) alla realizzazione di un elettrodotto della lunghezza di ben 43,5 Km che unirebbe la nuova sottostazione di Castellina con quella già esistente di Cornia al fine di assicurare energia al Parco eolico offshore flottante nel mare tra la Gorgona e Capraia.
Si immagini quanto e come potrebbe cambiare il paesaggio a partire da queste opere e da tutto l’indotto sorto al seguito di esse: dal Tirreno, solcato nei millenni da flotte di vari popoli, fino al paesaggio toscano, fonte di ispirazione di artisti e letterati, passando attraverso borghi di semplice bellezza, tutto verrebbe modificato e cambierebbe di segno.
Se la preoccupazione ambientale è senza dubbio legittima e sta orientando tutta la politica interna dell’Unione europea, non di meno è importante avere presente che i ‘costi’ di tale orientamento possono essere di notevole peso. Non si può convertire un’intera civiltà industriale basata su fonti energetiche non rinnovabili e inquinanti senza pagare un prezzo considerevole. Sappiamo infatti che basare il nostro sistema produttivo sulle rinnovabili richiede molta energia e tale energia va prodotta e trasportata con numerosi impianti di varia natura (pannelli solari, pale eoliche, bacini idroelettrici, ecc.).
Se relativamente piccole quantità di carbone, petrolio e gas producevano, ieri, un’ingente quantità di energia, oggi, per produrne altrettanta con le rinnovabili occorre avere impianti estesi e assai efficienti. Pensiamo poi a quante aziende cibernetiche e votate al progresso dell’intelligenza artificiale sono altamente energivore. La questione è complessa e va affrontata con grande equilibrio (non sempre presente negli organismi decisionali), consapevoli delle conseguenze economiche, sociali e ambientali. Il caso di Bolgheri è stato presentato come esempio di tanti altri casi analoghi che richiedono uno studio attento di fattibilità ambientale.
Tornando ai cipressi di Bolgheri, immaginiamoli in un contesto di tralicci di alta tensione. Certo, essi sarebbero salvaguardati, ma la poesia della loro presenza probabilmente sarebbe compromessa.
Ma c’è da aggiungere una considerazione ancora più grave. Temo, infatti, che ai ragazzi delle generazioni, nate dopo il 2000, un filare di cipressi non dica più nulla se non, spero almeno quello, da un punto di vista naturalistico.
Il fatto di guardare un paesaggio e di scorgerne le tracce letterarie, storiche, artistiche, enogastronomiche può, dunque, diventare un gesto carico di significato che arricchisce e migliora un’intera comunità. Quanti scolari e studenti del secolo scorso, salendo oggi da adulti o anziani su un colle con una siepe, esclamerebbero: Sempre caro mi fu quest’ermo colle e quanti vedendo un filare di cipressi declamerebbero i versi di Carducci: I cipressi che a Bólgheri alti e schietti/Van da San Guido in duplice filar o, ancora, scorgendo ordinate le viti accudite e coltivate secondo l’antica arte della viticoltura, apprezzerebbero lo straordinario risultato di un vino prelibato, eccellenza italiana nel mondo?
Il vero problema è che per molti giovani, ma non solo giovani, un muro è solo un muro, un cipresso solo un albero e un affresco solo un po’ di colore sul mattone. Il nostro sguardo sembra incapace ormai di cogliere i significati che la tradizione e la ricchezza culturale del Bel Paese hanno impresso nel nostro paesaggio naturale e nelle opere che le generazioni precedenti ci hanno consegnato.
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