Se ora dall’Europa ci allarghiamo al resto del mondo ci accorgiamo che dopo la caduta del muro di Berlino e del comunismo e la fine del bipolarismo non solo la storia non è finita, come qualcuno pensava, ma si è ulteriormente ingarbugliata: infatti il sogno di “un nuovo secolo americano” – coltivato non dal popolo americano, che spesso ne ha patito le conseguenze, e in qualche occasione si è anche ribellato -, ma dalle sue elite democratiche e repubblicane,
ha portato ad un susseguirsi di guerre presentate, alla Robespierre, come nobili tentativi di esportare libertà e democrazia, in verità tese a tutelare interessi geopolitici e controllo dell’energia (vedi guerre in Iraq, Libia ed Ucraina).
Di pari passo con questa globalizzazione delle guerre (cioè di guerre condotte su varie parti dello scacchiere mondiale, delineando così una “guerra mondiale a pezzi”), si è realizzata la globalizzazione dell’economia e della comunicazione, con un duplice effetto: la prima ha creato una quantità incredibile di monopoli ed oligopoli, generando una diseguaglianza tra ricchi e poveri inaudita, mentre la seconda ha promosso la creazione di un pensiero unico, anch’esso permesso dalla presenza di oligopoli dell’informazione (dai grandi gruppi editoriali ai social come Facebook e Twitter, in origine luoghi di libertà, ma piano piano sempre più censurati e “normalizzati”).
Il risultato è che la politica vera e propria, dopo l’onnipotenza del primo Novecento, il ritorno ad un ruolo della politica nella seconda metà del secolo scorso, è rimasta schiacciata dalla morsa dei poteri forti (finanza/media/Ong strumentali ad interessi privati…).
Il giornalista Marcello Foa, nel suo Il sistema (in)visibile, ha introdotto la sua lunga analisi, tutta da leggere, con questa frase:
“Pensavamo di essere padroni del nostro destino, mentre altri, in luoghi che nemmeno immaginavamo e che non necessariamente coincidevano con governi e parlamenti, decidevano per noi”.
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