“Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.” Con queste parole Benedetto XVI ha comunicato al collegio cardinalizio, riunito ieri in Concistoro, che dal 28 febbraio prossimo la sede di Pietro sarà vacante. Nel mese di marzo si procederà ad un Conclave per la elezione del successore.
Il Codice di diritto canonico ammette questa possibilità di rinuncia purché sia fatta liberamente e pubblicamente, mentre non si richiede che qualcuno debba accettarla. Insomma, Benedetto XVI non ha fatto un gesto rivoluzionario in senso assoluto, ma certamente un atto di grande libertà spirituale e di coraggio.
Questo gesto mostra consapevolezza rispetto alle difficoltà di governo della Chiesa: “nel mondo di oggi – aggiunge Benedetto XVI – soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito”.
Grande teologo e coraggioso difensore della fede, Ratzinger è stato Prefetto dell’ex Sant’Uffizio dal 1981 al 2005; in un libro intervista ebbe il coraggio di denunciare che dopo il Vaticano II non tutto era andato liscio. Nella Missa Pro eligendo Pontifice del 2005 espresse uno sferzante giudizio sulla realtà ecclesiale, parlò di “dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Di lì a poco sarebbe stato proprio lui a governare la Chiesa.
Il tema di fondo del suo pontificato è “carità nella verità”. Nel famoso e frainteso discorso di Ratisbona 2006, il Papa ribadiva che occorre un concetto di ragione allargata, non chiusa nel recinto della scienza moderna, ma capace di raggiungere la verità anche in ambito metafisico. Una ragione a disposizione di tutti gli uomini con cui è possibile giudicare del bene e del male, nonché sulla falsità e sulla verità dei fenomeni religiosi.
Altro ambito caro a Benedetto XVI è quello liturgico dove ha promosso uno stile più attento alla sacralità del rito. Nel 2007 con un Motu Proprio, mal digerito in molte curie, riporta alla luce del sole la cosiddetta “messa in latino” affermando che il rito di S.Pio V deve essere tenuto nel “debito onore”.
Celebre il discorso alla Curia romana del 2005, dove parlò di “rinnovamento nella continuità” come chiave di interpretazione del Vaticano II, un concilio che non può rompere con tutto ciò che era prima del 1962, ma va inquadrato come sviluppo omogeneo alla luce della tradizione ininterrotta della Chiesa.
Le reazioni alla rimozione della scomunica ai vescovi ordinati da Mons. Lefebvre, il dramma della pedofilia, il caso vatileaks, sono stati i problemi più spinosi che ha affrontato. Riecheggiano le parole da lui pronunciate nella Via Crucis del 2005: “Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa” E ancora, nell’anno dedicato al sacerdozio: “Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti.”
Calo delle vocazioni, relativismo etico/dottrinale, perdita del senso del peccato, scismi striscianti che chiedono di più in materia di preti sposati, riconoscimento di coppie omosessuali, sacerdozio femminile e contraccezione, lobby e carrierismo curiale. Benedetto XVI ha ben chiaro quali sono i problemi da affrontare, le sue dimissioni non sono una fuga, ma un supremo atto di governo, perché sa che oggi, al timone della barca di Pietro, c’è bisogno di governo autorevole e vigoroso.
(La Voce di Romagna, 12/02/2013)
