Difficile pensare Benedetto XVI nella terra di mezzo, la regione abitata dagli Hobbit, i singolari e piccoli personaggi che Tolkien pone protagonisti della grande vicenda del Signore degli anelli. Sorprende pensarlo molto simile a questi buffi abitanti semplici, bassi di statura e in presunzione, ma soprattutto lieti e grati.
Andrea Monda è uno tra i massimi conoscitori della letteratura cristiana anglofona del secolo scorso e che trova i suoi rappresentanti maggiori in C.S. Lewis e J.R.Tolkien, passando per G.K.Chesterton e J.H.Newman. Nel suo “Benedetta umiltà” (ed. Lindau, 14 euro, pag. 192) Monda arriva a dire che l’hobbit nel suo essere “humi acclinis”, ossia incline alla terra, avvezzo alla terra, è un paradigma della persona di Benedetto XVI e delle sue più riservate, ma incisive qualità. E’ davvero ardito il paragone con cui Monda associa il pontefice regnante con questi “mezzi uomini”, eppure appropriato. Abituati dai mezzi di comunicazione a pensarlo degno erede dei più arcigni inquisitori, con quell’accento tedesco così privo di appeal mediatico, nel scorrere le pagine ci si trova dinanzi ad un Papa mite, gentile, umoristico, ma tutt’altro che imbelle, coraggioso, generoso nel suo farsi carico dell’anello di Pietro.
“Benedetta umiltà” non è un libro di spiritualità “fantasy”, non vuole nemmeno essere una di quelle imprese letterarie in cui l’improponibile viene dato in pasto al lettore al solo gusto di propinargli qualcosa di esotico. E’ un omaggio ad un uomo. Un uomo che ha compiuto sempre ciò che non avrebbe mai voluto assolvere. Un uomo che ha intuito, sin da piccolo, che il “cristianesimo dà gioia”. Un uomo che, suo malgrado, è divenuto Papa, ma attende alla moltitudine dei problemi e delle questioni da affrontare non puramente “contro”, ma invitando a guardare positivamente la prospettiva cristiana.
Monda intende offrire un ritratto di Papa Benedetto XVI a partire da quelle virtù semplici che ne definiscono la persona e, in un certo qual modo, ne costituiscono una chiave interpretativa del suo ministero pontificio.
Il paragone con gli “hobbit della terra di mezzo” – per la verità, solamente accennato – è in realtà uno spunto originale per raccontare la forza affascinante dell’umiltà di questo uomo che la Provvidenza ha voluto porre sette anni fa a guida del gregge. Anzi, a lavorare nella vigna del Signore.
L’agile biografia temperamentale di Joseph Ratzinger prende, appunto, le mosse dalle sue prime parole pronunciate dopo la sua elezione. “Sono un umile lavoratore nella vigna del Signore” che diventano così il punto di fuga con cui guardare al mistero della sua persona e al modo in cui interpreta il suo ministero.
L’accento prevalente, per l’autore del saggio, cade sull’umiltà. E’ proprio questa attitudine che ci fa consapevoli di noi stessi. In questo consiste l’umiltà: nella piena e autentica considerazione di sé. “Che cos’è l’uomo perché te ne curi?” recita un salmo della scrittura. “Ed io chi sono?” grida Leopardi guardando l’infinito di un cielo stellato. Il riconoscimento della propria piccolezza dinanzi al reale e ancor più, davanti alla coscienza della propria miseria e inconsistenza, non possono che tradursi in uno stupore umile e grato.
L’umiltà dell’uomo esige la gratitudine per ciò che è e avrebbe potuto non essere; per ciò che non è eppure gli è dato di essere. Così Joseph pur non essendo Karol, pur non avendo la sua sportiva possanza, la sua irruenza comunicativa, pure lui è chiamato a guidare e a sostenere la gioia del popolo cristiano. Sì, perché se la gioia è il contenuto dell’avvenimento cristiano, la gioia deve essere la modalità della nuova evangelizzazione. Un criterio, dunque, di valutazione della fede non potrà che essere la gioia come un “barometro della fede”.
Ecco, il tratto della gioia è il più commovente e sorprendente. Scaturisce dal fatto di lavorare nella vigna. Più che il pastore, più che il pescatore, l’attuale pontefice si riconosce nel “lavoratore della vigna” il cui frutto, il vino, è il segno più evidente della gioia.
Una gioia condivisa. Benedetto XVI non è uomo solo al comando, ma come i piccoli e lieti personaggi inventati da Tolkien, è un uomo che ama lavorare insieme. “Collaboratori della verità” è il motto che compare nell’araldica pontificia. Quel plurale dice uno stile. Uno stile che racconta l’animo finemente cordiale e semplice.
Recentemente il Papa ai cardinali riuniti attorno ha rivolto un inusitato saluto: “Sono circondato dagli amici del Collegio cardinalizio: sono i miei amici e mi sento a casa, mi sento sicuro in questa compagnia di grandi amici che stanno con me e tutti insieme col Signore (…) La storia è una lotta tra due amori: quello per se stessi e quello verso Dio. Una lotta nella quale è importante avere accanto degli amici”. Un uomo che sente l’esigenza di camminare insieme. Non un uomo temuto, ma circondato dalla certezza di una compagnia di amici.
Si dice che Papa Ratzinger sia il Papa della parola. A fronte del predecessore, Giovanni Paolo II, il Papa dei gesti, quello di Benedetto XVI si connota per la nitidezza del pensiero, per la catechesi semplice e accessibile, per l’ecologia della sua teologia. Monda, in questo piccolo omaggio, ci dice che il magistero di questo anziano Papa è dettato anche dalla mitezza e dall’umile gentilezza dei suoi modi che inventano uno stile magisteriale. Un esempio? La Liturgia. Benedetto XVI celebra in un modo che inequivocabilmente costituisce una riforma della riforma post conciliare. Il suo stile non si impone. Non lo impone. Benedetto lascia che i sacerdoti nella Chies alo imitino senza dare in modo autoritario legittime disposizioni. Lascia che il suo stile piccolo e semplice, s’imponga pian piano. Un metodo nuovo. Di cui evidentemente, visto il modo in cui viene seguito, ancora non si vedono gli effetti. Di questo è consapevole. Non ha fretta. E’ paziente. Sa che il Signore lo voluto a lavorare nella sua vigna non per un’ora soltanto. La fine della giornata arriverà quando il Signore, attraverso di lui, avrà portato a termine il suo disegno. Per questo, non c’è traccia in lui né di un ansia impositiva, né di una rassegnazione stanca. C’è, piuttosto, la certezza che quella Contea che è la Chiesa ha un Pastore ben più grande e sicuro. Il Papa, in fondo, è solo un “mezzo uomo”. Grande.