I due padroni

Si racconta che un giorno un nipotino di Alessandro Manzoni andò afflitto dal nonno a riferirgli della lite tra due suoi amichetti, ognuno dei quali pretendeva di aver ragione contro l’altro. Il bimbo riferì al nonno la tesi del primo e Manzoni gli disse: “ha ragione”, poi il nipotino gli raccontò la tesi del secondo, e ancora il nonno disse: “ha ragione”. E il nipotino meravigliato controbattè: “Ma nonno, come è possibile?”. E Manzoni: “Hai ragione anche tu”.

​Naturalmente in questo episodio bisogna vedere una sottile ironia del grande scrittore italiano, animo limpido ed onesto di buon cristiano e forse il nipotino avrà capito questa sottile ironia. Manzoni non fa qui che mostrarci, senza ovviamente approvare, una certa mentalità qualunquista ed opportunista – oggi diremmo “doppiogiochista” – presente ai suoi tempi, ma anche purtroppo oggi. E’ quella categoria di persone che Gesù chiama “gli ipocriti”, il cui metodo, secondo un’efficace espressione popolare, è “dare un colpo e uno alla botte”, oppure “tenere i piedi su due staffe”.

​E’ quella mentalità che si crede aperta e tollerante, rispettosa del “diverso”, capace di apprezzare tutti gli elementi di una realtà, quella mentalità che affetta di non condannare nessuno e di “amare tutti” e di dialogare con tutti. Per queste persone sembra che ogni idea vada bene, anche quelle che maggiormente sono opposte tra di loro. Parlare di “falsità”, di “errore”, o di “eresia” sembra a loro cosa di cattivo gusto, mancanza di carità e di rispetto per le idee altrui, salvo però a disprezzare coloro che ricordano loro che la verità esclude l’errore, che l’amore per il bene comporta l’odio per il male, che non tutte le persone sono sincere e in buona fede, che Cristo non può andar d’accordo con Beliar.

​In realtà anche quelle persone, come qualunque mente pensante, non possono evitare il principio fondamentale del pensiero che afferma il vero e rifiuta il falso, e il principio fondamentale della morale, per il quale ognuno di noi sempre ed inevitabilmente ama il bene ed odia il male. Però che queste persone, nel momento in cui esse sostengono il loro indifferentismo, il loro irenismo e il loro buonismo, suppongono inevitabilmente quella radicale distinzione tra vero e falso, bene e male che, come ho detto, è un meccanismo fondamentale dello spirito nel momento in cui si esprime, qualunque cosa pensi e qualunque cosa voglia.

​Esse pertanto si confutano da sole, ma ciò non impedisce loro di ostinarsi in quelle dichiarazioni errate ed anche di sedurre molti per varie ragioni: o perché non vogliono avere noie dagli altri o per timidezza o per rispetto umano o, diciamolo pure, per mancanza di intelligenza, oppure perché sedotte dal false filosofie o perché fraintendono la natura del dialogo e della diversità.

​Come si sa, Gesù Cristo ci mette in guardia dal servire due padroni, perché, Egli dice, saremo sempre e comunque obbligati a servirne uno e a rifiutare l’altro. Sta qui invece l’assurdità del nostro comportamento: di volerli servire entrambi, in pratica oscillando dall’uno all’altro, e quindi cadendo continuamente in contraddizione con noi stessi. Ma perché Gesù dice che non possiamo servirne che uno solo, sia esso Dio o sia Mammona? Perché Gesù si riferisce al valore dell’Assoluto, col quale non possiamo non fare i conti, mentre è in nostro potere considerare come assoluto o Dio o Mammona.

​D’altra parte, come risulta sempre dalle parole di Cristo, l’Assoluto non può che essere uno solo e il vero Assoluto non può che essere Dio, in quanto, che assoluto sarebbe quello che fosse in compagnia di un altro? Infatti bisognerebbe ammettere, per distinguerli, che quello che ha l’uno non lo ha l’altro. E allora, che razza di assoluto verrebbe fuori, se è vero che il vero Assoluto non può che avere la totalità delle perfezioni?

​D’altra parte, limitiamoci a prendere in considerazione una famosa giustificazione filosofica di questa doppiezza, di questo servizio a due padroni: la dialettica hegeliana. Il Servo di Dio, il teologo domenicano Tomas Tyn, amava contrapporre il metodo dialettico hegeliano a quello che egli chiamava “metodo analettico”, fondato sulla nota dottrina tomistica dell’analogia dell’essere e del modo analogico di pensare, uno strumento preziosissimo del pensiero, che consente di riconoscere la dignità del diverso senza per questo confonderlo col contrario o addirittura col contradditorio, confusione che appunto in Hegel è invece alla radice di quella “dialettica” che identifica l’essere col non-essere, il vero col falso, il bene col male. Per cui la conclusione è che tutto è vero e tutto è falso.

​Invece, il modo di pensare secondo l’analogia nel rispetto del principio di non contraddizione collega l’uno col molteplice e l’identico col diverso, mentre la dialettica hegeliana crede falsamente di poter spiegare il divenire e il diverso (ossia il molteplice) con la contraddizione, annullando così l’esistenza stessa pensiero e cadendo nel nichilismo.

​Cristo invece dice: “Il vostro parlare sia: sì, sì, no, no; il resto appartiene al maligno”. Abbiamo qui la virtù della lealtà, della franchezza, della coerenza, per la quale noi riconosciamo essere ciò che è e non essere ciò che non è. Abbiamo quindi qui nella bocca dello stesso Maestro divino l’enunciazione del metodo della verità come corrispondenza del pensiero alle cose  e nel contempo il principio di non contraddizione che ci proibisce di non dichiarare essere quello che non è.

​Invece la dialettica hegeliana ci dice il contrario: il sì è il no e il no è il sì, con la falsa apparenza di saper cogliere il reale nel suo divenire e nella sua varietà, ma in realtà gettando l’intelligenza nel torbido e la condotta morale nell’equivoco, nell’ipocrisia, nella doppiezza. Mentre Cristo invita a non servire due padroni, la filosofia hegeliana tenta di giustificare tale servizio, senza temere la patente contraddizione. Eppure, se la contraddizione è impossibile nel pensiero, essa in certo modo è possibile nella condotta pratica in vari modi: col non far corrispondere alle parole i fatti, col crearsi una molteplicità di idoli, per la quale passiamo indifferentemente dall’uno all’atro, o con certe visuali sincretistiche che appunto cercano di far convivere in noi Cristo e Beliar.

​Potremmo chiederci: qual è stato lo scopo della dialettica hegeliana? Hegel che cosa intendeva fare? Egli dichiara di voler spiegare la mediazione. Senonchè egli si illuse che possa esistere una mediazione tra l’essere e il non-essere, tra il vero e il falso, tra il bene e il male. Viceversa Cristo, con la sua dottrina dei due padroni, proibisce una simile falsa mediazione, mentre, come è noto per noi credenti, Egli solo è il vero Mediatore. Ma in che cosa consiste la vera mediazione? In un accordo nell’ambito dell’essere, del vero e del buono, per quanto i due termini siano in contrasto tra di loro. Ma allora la mediazione non fa altro che togliere gli aspetti di contrasto e mostrare come i due termini in realtà possano convenire tra di loro.

​Indubbiamente, se siamo nel dubbio o prigionieri di una semplice opinione, non possiamo affermare una tesi in modo categorico o assoluto, ma ciò non ci impedisce di riconoscere che comunque la verità in se stessa esiste, anche se nella fattispecie, per il momento, non la raggiungiamo o non la raggiungeremo mai.

​C’è poi chi, per giustificarsi, cerca di trovare la contraddizione in Dio stesso, magari tirando fuori la celebre espressione di Nicolò Cusano coincidentia oppositorum, anche se non è così sicuro che il dotto e virtuoso Cardinale intendesse proprio ciò che Hegel o Böhme avrebbero inteso in sèguito, ma semplicemente che in Dio virtualmente sono contenuti i contrari (per esempio, l’opposizione tra il caldo e il freddo) in quanto Egli è il creatore di entrambi, ma non che in Dio ci sia la contraddizione (per esempio un cerchio quadrato).

​Tutti noi però purtroppo, in seguito al peccato originale, ci sentiamo attratti contemporaneamente dal vero e dal falso, dal bene e dal male, da Cristo e da Beliar. Dobbiamo confessare questa incoerenza. Ma sarebbe veramente diabolico tentare di giustificarla o farne addirittura l’apologia quasi fosse la verità, a parte che ci confuteremmo immediatamente col ritenere falso chi non la pensa come noi.

​Questa mentalità irenistica e falsamente dialogica e tollerante, si è talmente diffusa anche tra noi cattolici, che in occasione della mia richiesta, tempo fa, alla Libreria Editrice Vaticana di pubblicare un mio trattato di cristologia nel quale confutavo gli errori di alcuni cristologi, il Direttore allora in carica mi espresse il suo rifiuto motivandolo con queste precise parola: “noi non siamo contro nessuno”. Poco tempo fa mi venne in mente il famoso trattato di S.Ireneo “Contro le eresie” e mi chiesi: chissà se la Libreria Editrice Vaticana ha mai pubblicato quest’opera.

​Questi atteggiamenti falsi ed antievangelici lasciamoli agli hegeliani, alle persone furbe e viscide, agli opportunisti e ai voltagabbana, a coloro che vogliono restare a galla in ogni modo, dar ragione ipocritamente a tutti, andar dietro alle mode vane del mondo. Ma noi, se volgiamo esser veri discepoli di Cristo, dobbiamo fare ogni sforzo per vincere in noi questo vizio e fare di Cristo il nostro vero ed unico Dio.

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