Strategie pro life (per eradicare la 194)

Recentemente padre Giorgio Maria Carbone (teologo moralista di enorme valore scientifico e umano, membro di Verità e Vita) e Renzo Puccetti (medico e bioeticista tra i più competenti, rigorosi e coraggiosi sulla “piazza”, oltre che membro del Comitato Marcia per la vita) hanno scritto un articolo per La Nuova Bussola Quotidiana, intitolato: Mondo pro vita: punti fermi e strategie chiare.

Si tratta di un articolo molto importante per capire come muoversi coniugando verità, carità, competenza, strategia….

Cercherò di riassumere ciò che Carbone e Puccetti hanno già detto, sperando così di rendere più conosciuto un contributo importante.

I due articolisti sono partiti da due punti:

1)      Ogni discussione sull’aborto in Italia deve partire dalla sentenza della Corte Costituzionale del 22 maggio del 1975.

2)      Da un punto di vista culturale occorre riproporre l’ “indisponibilità della vita umana innocente”, per poter poi, un domani, “mettere mano alla legge in senso proibizionista”.

 

Dopo questa premessa hanno analizzato la legge 194, da un punto di vista filosofico, medico e giuridico. Utilizzando le categorie proposte tanti anni fa da Luigi Lombardi Vallauri, nel suo famoso “Abortismo libertario e sadismo”.

Vallauri distingueva tra “abortismo libertario” e “abortismo umanitario”. Il primo è quello per cui l’aborto è un diritto, punto e basta, sempre e comunque, e come tale sempre un bene.

Il secondo è l’abortismo ipocrita di chi ci spiegò che la legge 194 in verità altro non sarebbe servita che a salvare le donne uccise dal clandestino, in pochi e ben determinati casi. Vallauri – che allora, come tutti sanno, era uno dei pochi coraggiosi a schierarsi contro il pensiero dominante, tanto da partecipare alla fondazione del I Cav in Italia, accanto ad Enrico Ogier e Mario Paolo Rocchi, e che più tardi apostatò dalla fede- definendo “umanitario” tale abortismo, non sosteneva che fosse veramente “umanitario”: affermava, al contrario, che fosse spacciato per umanitario. Lo stesso termine, “abortismo”, è infatti in se stesso negativo.

Questa definizione classica, utilizzata infinite volte dal mondo pro life più rigoroso (si veda: Mario Palmaro, “Ma questo è un uomo”. San Paolo ed. Cinisello Balsamo. 2003.pp. 188-9; 195, dove il testo di Vallauri è definito come un “breve, ma efficace saggio”), è stata esplicitamente ripresa da Puccetti e Carbone nel suo senso originario, così come dato dal suo ideatore e inteso anche dallo stesso Palmaro nel suo libro: le categorie libertario e umanitario non si riferiscono al concepito, ma alla donna. Palmaro cita il testo di Lombardi-Vallauri dove ad esempio si legge: “L’abortismo libertario è brutale moralmente nel senso che proprio non esiste un problema di coscienza, esiste solo la rivendicazione meccanica e fuor-sennata”. Poi ancora Palmaro prosegue nell’adozione della prospettiva di Lombardi-Vallauri per spiegare nel paragrafo dedicato all’abortismo umanitario: “Dato che l’aborto (per l’abortismo umanitario, ndr) resta un male, tollerabile solo in certi casi, occorre che qualcuno controlli dall’esterno il rispetto delle regole, e che lo Stato preveda delle sanzioni per chi si procura l’aborto al di fuori delle procedure previste“.

Puccetti e Carbone hanno seguito questa traccia per spiegare che la legge 194 è frutto sia dell’abortismo libertario, sia di quello cosiddetto umanitario”.

Il primo porta all’introduzione di un aborto libero, gratuito, senza condizione alcuna; il secondo porta all’introduzione di un aborto in parte “condizionato”.

La legge 194 è dunque figlia sia dell’abortismo libertario, sia di quello umanitario. E ne porta i segni.

Cosa intendono più precisamente i due autori?

Lo dicono chiaramente, per chi conosca almeno un poco il dibattito: all’ “aspetto procedurale”.

La legge 194, infatti, è stata introdotta in un paese ancora un po’ cattolico; per questo sono stati inseriti, ipocritamente (“per celare l’abortismo libertario della legge”, scrivono i due articolisti), per strategia, per evitare il rischio di vedersela respinta, alcuni minimi limiti: l’aborto, per esempio, deve avvenire nelle strutture pubbliche; alla donna devono essere dati 7 giorni di ripensamento…

Questi limiti, continuano i due autori, sono poca cosa, un piccolissimo varco nell’abortismo libertario, ma ci sono, e per quanto possibile vanno: 1) utilizzati; 2) gradualmente ampliati.

Utilizzati: perché sappiamo che i 7 giorni, se fossero fatti rispettare, quando sono fatti rispettare, salvano bambini. Perché se la Ru 486 non si vende in farmacia, è perché qualcuno ha rilevato che farlo, sarebbe stato contro la legge (ora non è chi non veda che se la Ru486 si vendesse in farmacia, gli aborti crescerebbero esponenzialmente); perché il fatto che per la legge 194 l’aborto non deve avvenire dentro le strutture pubbliche ha impedito la nascita, da noi, del più grande motore dell’aborto nel mondo, che si chiama Planned Parenthood, e il sorgere di decine e decine di cliniche abortiste private che porterebbero il numero degli aborti nel nostro paese a moltiplicarsi più volte…

Chi conosce la storia della grande battaglia sulla vita sa che i radicali, nel 1981, proposero un referendum per abrogare la legge 194, proprio perché la volevano più aperta! Sapevano che una legge senza alcun limite, avrebbe ucciso ancora molti più bambini, come succede in altri paesi.

Questi limiti rendono la legge 194 buona? No! E’ chiarissimo dal discorso di Carbone e Puccetti, ancor più se letto alla luce di mille altri loro inequivocabili interventi, che non è assolutamente questo che vogliono dire.

Essi parlano di “più obiettivi” da perseguire contemporaneamente. Vogliono dire che è ora anche in Italia di continuare la battaglia culturale, senza se e senza ma, avendo come fine l’abrogazione della legge (“non si tratta di parti buone –scrivono- non esistono parti buone in una legge abortista”), come entrambi hanno sempre fatto; ma è anche ora di iniziare una strategia del carciofo, proprio come fanno i pro life americani.

In cosa consiste tale strategia? Nel non ridurre la battaglia alla battaglia culturale intesa solo come scritti, conferenze, ecc., come è accaduto, per quanto poco, sino ad ora da noi.

E’ ora cioè di agire anche a livello giuridico, amministrativo, medico, sia per far rispettare, almeno, tali limiti (mentre lavoriamo con una mano a contrastare l’aborto tout court, con l’altra non si può non fermare la Ru 486 nelle farmacie, per non ricorrere alla legge 194), sia per introdurne, piano piano, di nuovi. Agendo come hanno sempre fatto i radicali, che mentre lottano per l’eutanasia, introducono qua e là i registri per il testamento biologico; che mentre combattono per il suicidio assistito per tutti, anche per chi sta benone, cominciano con il proporlo per i malati terminali.

La strategia del carciofo ha infatti due vantaggi essenziali: da una parte permette di salvare qualche decina di migliaia di bambini ogni anno; dall’altra permette di tenere vivo il dibattito.

In Usa succede esattamente questo: i pro life nella marcia per la vita chiedono abolizione aborto legale, rispetto totale senza condizioni della vita umana, ma nei singoli stati costringono ad arretramenti graduali il fronte abortista tramite processi alle cliniche che non rispettano la legge, revisioni dei limiti entro i quali l’aborto è permesso, misure amministrative di vario genere…

Come nella guerra di logoramento, stanno guadagnando terreno, palmo a palmo, ogni giorno. Mentre aumentano i partecipanti alle marce per la vita, che lottano contro l’aborto come omicidio, senza cedimenti, chiudono ogni anno decine di cliniche private abortiste, accusate di non essere rispettose neppure della malefica legge abortista, o penalizzate dai nuovi limiti, per quanto piccoli e graduali, imposti dal fronte pro life.

Nulla a che vedere con la strategia rinunciataria, sia a livello culturale, sia a livello giuridico-politico-amministrativo, adottata per tanti anni nel nostro paese.

Postilla

L’articolo potrebbe fermarsi qui, ma per maggiore chiarezza, a scanso di equivoci, per chi avesse tempo, una postilla.

La diversificazione degli obiettivi e delle strategie, è fondamentale. Anche perché la battaglia sull’aborto passa dai giornali, dai tribunali, dal parlamento nazionale, dai consigli regionali e comunali, dai regolamenti, presino dagli ordini professionali… Non solo dagli articoli e dall’educazione… Dimenticare la battaglia culturale sarebbe un delitto; omettere le tante piccole battaglie “locali”, pure. E’ vero che può presentare qualche rischio: che qualcuno lotti per un obiettivo parziale, e che poi si accontenti di quello.

Ma la bussola è chiara. Torno all’articolo di Puccetti-Carbone:

Non ignoriamo l’argomento secondo il quale avere più obiettivi da realizzare contemporaneamente renderebbe meno efficace e significativa la nostra azione. Certamente la soluzione capitale, cioè l’abrogazione totale della legge 194, è il nostro obiettivo. Osservando però con realismo, e senza pregiudizi ideologici, la situazione italiana e mirando sempre all’obiettivo radicale, siamo convinti della bontà e della necessità di perseguire anche quei tre obiettivi sopra ricordati. Se perseguissimo solo la soluzione capitale, combatteremmo una nobilissima battaglia, ma non riusciremmo a salvare dall’aborto molti figli. Se invece perseguiamo anche gli altri obiettivi, facciamo un po’ come la politica del “carciofo”: foglia dopo foglia eroderemo la pratica dell’aborto, procureremo la nascita di figli, altrimenti votati alla morte, e diffonderemo una mentalità di accoglienza verso la vita umana.

Ancora Puccetti-Carbone:

Non si tratta di parti buone (della legge 194, ndr), non esistono parti buone in una legge abortista, ma esistono parti che opportunamente interpretate consentono di ostacolare la più micidiale macchina di sterminio nella storia dell’umanità. Anche un solo granello di sabbia messo negli ingranaggi della macchina abortista, significa salvare vite umane.

L’obiettivo finale è chiaro; ma deve essere altrettanto chiaro che al bersaglio si arriva per progressivi avvicinamenti. E che mai nella storia i cristiani hanno cambiato la mentalità (schiavista, abortista…) se non per tappe progressive, in ogni settore.

Prendiamo ancora l’esempio americano. Puccetti-Carbone ne parlano così:  

La legge recentemente approvata in Texas che obbliga i medici che effettuano gli aborti nelle cliniche private a dovere ottenere il diritto a ricoverare le pazienti in uno degli ospedali situato entro 30 miglia dalla clinica abortiva (privilegio di ammissione all’ospedale), ha costituito un duro colpo per l’industria abortiva che è stata costretta a chiudere un terzo delle cliniche. Il provvedimento ha resistito al giudizio della Corte Suprema americana non perché attuato per tutelare il concepito o contrastare il business abortista, ma solo in quanto fondato sulla tutela della salute delle donne che abortiscono. Il fronte pro-life americano ha esercitato in quel caso una pressione sui responsabili politici per allargare la piccola quota di abortismo umanitario che le decisioni della Corte Suprema consentono dopo le sentenze Roe vs Wade e Doe vs Bolton entrambe del 1973.

Mattia Ferraresi, sul Foglio afferma:

L’oggetto del contendere, nel caso texano, è la decisiva clausola per cui tutti i medici che praticano interruzioni di gravidanza devono essere accreditati presso un ospedale locale. Secondo le associazioni pro choice questa misura ha costretto un terzo delle cliniche abortive dello stato a chiudere (http://www.ilfoglio.it/soloqui/21346)

I pro life americani hanno inserito una clausola, che sta all’interno del recinto tracciato dalla sentenza Roe v. Wade; non potevano fare di più; facendolo hanno salvato migliaia di bambini.

Sarebbe sbagliato dire che la loro battaglia è conclusa; altrettanto, a mio giudizio, negare, ignorando la differenza tra “male minore” e “massimo bene possibile”, che si tratti di una conquista pro life. E di un esempio, mutatis mutandis, da seguire…

 

 

 

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