L’hijab, questo sconosciuto

Bambina somala con Hijab. By Amison Public Information – Fonte Wikipedìa– CC0, 1.0 Universal

Dopo la proposta di vietare il velo integrale a scuola immancabilmente si scatena la polemica. Peccato che ad alimentarla siano per lo più coloro che non sanno l’origine del velo islamico. Lo spiega questo articolo, secondo il quale velare le donne non può essere considerato un “dogma” coranico. Piuttosto sta sempre più diventando il segno visibile e imposto della crescente conquista islamica della nostra società.

Siccome per alcuni ogni pretesto è buono per attaccare il governo e per altri di inneggiare, spesso a sproposito, al “multicuturalismo” da quando è stata manifestata l’intenzione di non fare indossare il velo integrale islamico a scuola si sono scatenate le polemiche.

Oggi il velo per le donne islamiche è diventato non solo un mezzo per difendere il pudore – secondo il profeta nei capelli risiede buona parte della bellezza femminile – ma un segno di identità benché lo stesso Corano non sia chiaro in proposito. In velo nel libro è richiamato sette volte, un po’ poco per un elemento al quale è stata attribuita così tanta importanza, tanto più che durante la vita di Maometto non c’è nulla che attesti l’uso del velo da parte delle sue molte mogli.

In genere si fa riferimento al versetto 53 della sura 33: «O credenti, non entrate nelle case del Profeta, a meno che non siate invitati per un pasto e dopo aver atteso che il pasto sia pronto. Quando poi siete invitati, entrate; e dopo aver mangiato andatevene senza cercare di rimanere a chiacchierare familiarmente. Ciò è offensivo per il Profeta, ma ha vergogna di [dirlo a] voi, mentre Allah non ha vergogna della verità. Quando chiedete ad esse un qualche oggetto, chiedetelo da dietro una cortina: ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro. Non dovete mai offendere il Profeta e neppure sposare una delle sue mogli dopo di lui: sarebbe un’ignominia nei confronti di Allah».

Dunque chi chiede qualcosa a una moglie del profeta deve farlo da dietro una cortina. Da qui la rivelazione dell’hijab, il velo. Ma lo stesso termine (hijab) viene usato più volte con significati del tutto diversi. Talora è la barriera che impedisce al credente di vedere Allah (sura 42 versetto 51), tal altra il velo con cui la madre di Gesù si riparò dagli sguardi indiscreti della sua gente (sura 19 versetto 17).

Tuttavia nell’islam classico e contemporaneo, l’hijab ha acquisito significati diversi. Il velo, inizialmente imposto solo alle mogli di Muhammad, è stato esteso a tutte le donne musulmane libere indicando il passaggio dall’infanzia alla pubertà. Secondo molti interpreti, questa usanza segna la netta separazione, anzi segregazione, della donna dalla società civile, ma nella prospettiva islamica indica soprattutto il rispetto dovuto alla donna che così viene salvaguardata dagli sguardi impuri degli uomini. Il famoso burqa, è forse l’espressione più rigida della presunta prescrizione coranica, giacché non lascia trapelare nulla del viso e copre persino le mani con dei guanti neri.

L’uso generalizzato del velo fu certamente un’influenza bizantina e romana, dove l’abitudine a coprirsi il capo era tipica delle donne aristocratiche. È infatti noto che anche presso i musulmani l’uso del velo non venne per lungo tempo adottato nelle campagne dove le donne, dovendo lavorare la terra, preferivano abbigliamenti che consentissero maggiore libertà di movimento. Solo lentamente il velo si è imposto come uso comune, divenendo anzi gradatamente segno di distinzione e di appartenenza delle donne alla fede in Allah.

In definitiva il velo, che dalla fine del 1800 ai primi anni del 1900 è stato rifiutato da numerose donne in diversi paesi, come in Egitto, in nome di una certa “emancipazione”, più che un dogma religioso è da considerarsi una usanza che però sembra stia diventando anche un mezzo per imporre l’islamizzazione delle nostre società, un segno visibile dell’espansione dell’Islam soprattutto in Europa, anche in aperta sfida alle leggi statali, come accaduto in Francia quando nel 2010 fu introdotto il divieto di coprire il volto nei luoghi pubblici. Tra l’altro in Francia, Belgio e Regno Unito le donne non musulmane che girano a capo scoperto in quartieri a forte presenza islamica subiscono pesanti ingiurie o peggio.

Ci riflettano, anche coloro che fanno ridicoli e incompatibili paragoni tra l’hijab e il velo delle suore cattoliche.

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Author: Pietro Licciardi

Pietro Licciardi, giornalista professionista dal 1991, ha collaborato con La Nazione e Il Telegrafo. Nel 1992 ha collaborato a due programmi di fascia pomeridiana della RAI e nello stesso periodo ha lavorato presso l’Ufficio relazioni esterne dello stabilimento Ilva di Piombino, per il quale ha realizzato l’house organ, curato la comunicazione interna e tenuto i rapporti con la stampa locale e nazionale. Ha successivamente svolto incarichi di ufficio stampa ed è stato addetto stampa a Roma presso la sede nazionale di una associazione di lavoratori. Inoltre, ha diretto e collaborato con diverse riviste. Tra il 1993 e il 2000 ha svolto una inchiesta sul “Mostro di Firenze” al termine della quale ha pubblicato: Gli “Affari riservati” del mostro di Firenze – Roma 2000, La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e il “mostro” di Firenze – Derive e Approdi, Roma 2007. Altre pubblicazioni: Sussidiarietà: pensiero sociale della Chiesa e riforma dello Stato - Monti, Saronno 2000, Franchising ed impresa sociale – Franco Angeli, Milano 2003, Facility management e global service - Franco Angeli, Milano 2003.

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