Andrea Della Robbia, Crocifissione, 1481 Fonte Wikipedìa/commons CC BY-SA 4.0
È difficile oggi per molti concepire ed accettare il tema della forza del dolore salvifico (Vedi il nostro Mio Signore e mio Dio. La forza del dolore salvifico. Percorsi nella santità e nell’arte) nella vita spirituale fino eventualmente a tentare di valorizzarlo, ma mascherandolo con espressioni non chiare,
come quando si dice che il dolore non va inteso come un desiderio di sofferenza, ma per come lo vive anche Gesù: si tratta di accogliere la vocazione a dare la vita per gli altri. Perché è vero, il dolore non va desiderato in sé stesso, lo si accetta per come lo vive Gesù, ma se non ci si pone nell’Amore intenso del desiderio di aderire al dolore di Cristo, al Cristo dolente, uomo dei dolori, del dolore che il Signore volle vivere per salvare il mondo, la nostra fatica si limiterà ad un pazienza per fini umani, anche se lodevoli.
I santi mistici spessissimo bramano di patire le sofferenze del Cristo proprio per essere uniti al Suo personale dolore di Uomo-Dio crocifisso, che non ha esitato ad affrontare qualunque sofferenza. Il desiderio di identificazione mistica con Cristo Crocifisso non solo è legittimo, ma è la via di santità. Desiderio senza il quale non si partecipa alla Salvezza del mondo, ma al massimo si offre il proprio piccolo dono per quanto grande possa sembrarci.
Il Dolore di Cristo è un dolore dal valore infinito, cosa che non sarebbe il nostro. L’Unione con Dio è anche unione con il Dio-Uomo dolente. E del resto, Francesco proprio chiese di poter provare un poco dell’amore e del dolore di Cristo, da Lui provato a salvezza delle anime.
L’articolo intervistadi Avvenire pubblicato il 16 Settembre, a firma di Irene Funghi intitolato Le stimmate di san Francesco: cosa sono e cosa insegnano ancora oggi, ha il pregio di recuperare molti aspetti tra quelli ancora incompresi e poco accolti in un linguaggio religioso volto più al sociale che allo spirirtuale.
Le stimmate di san Francesco: cosa sono e cosa insegnano ancora oggi
Parla il guardiano del santuario della Verna, dove stanotte saliranno a piedi e rimarranno in preghiera circa 1.500 pellegrini per la festa che ricorda l’incontro di Francesco con il Crocifisso.
La roccia nuda del monte della Verna, levigata dal vento, dalla pioggia e dalla neve, mette a nudo anche chi lì arriva, la tocca, ci prega. E tra oggi e domani a tornare all’essenziale in quel santuario in provincia di Arezzo quest’anno sono in circa 1.500. Ogni anno, la sera del 16 settembre, partendo dalla chiesa parrocchiale di Chiusi della Verna, i pellegrini salgono a piedi al santuario, dove rimangono in preghiera tutta la notte. Nello stesso periodo, durante una Quaresima per la festa di san Michele, intorno alla festa dell’Esaltazione della santa Croce, anche san Francesco, in un momento di particolare tormento, si trovava su quel monte, per chiedere di sentire nel suo cuore e nella sua carne tutto l’amore e tutto il dolore che Cristo aveva provato sulla Croce. È l’inizio della storia che ha fatto del Poverello di Assisi il primo stimmatizzato della storia e che continua a interrogare i pellegrini di oggi, che trovano alla Verna un luogo santo, da dove ripartire dopo ogni battuta d’arresto. A parlarne ad Avvenire è fra David Gagrcic, da poco nuovo guardiano del Santuario, dopo sei anni di vita nella comunità che custodisce quei luoghi. «I pellegrini arrivano per le 23 – spiega -, quando inizia la Messa presieduta dal ministro generale dei frati minori Massimo Fusarelli. Lui stesso, presiederà il 17 settembre, anche la celebrazione delle 11, con la presenza del Gonfalone del Comune di Firenze, e l’Ora nona con la processione alla Cappella delle Stimmate. In più, per i giovani è sempre previsto un ritiro».
Ma cosa sperimenta chi arriva fin lassù?
«Sono tre i “movimenti” di Francesco che vengono ripercorsi. Il primo è quello della salita: Francesco, salendo alla Verna vive la sua crisi interiore scegliendo di abbracciare la Croce, accettando la sfida del deserto, cercando un luogo di riparo e di silenzio in cui nascono le nude domande rivolte a Dio: “Chi sei tu?”, “Chi sono io?”. Anche i pellegrini, procedendo a piccoli passi, si immergono in questa foresta, nel suo silenzio e nel colloquio con Dio. Solitamente siamo abituati a parlare incessantemente, qui si impara il valore dell’ascolto. Siamo abituati ad avere risposte immediate, qui si rimane in attesa. Siamo abituati a controllare tutto, nel silenzio … [QUI l’articolo intero]