Un parallelo scomodo di battaglie inutili: accanimento terapeutico e accanimento contro l’anidride carbonica 

A furia di parlarne, in articoli e anche in incontri pubblici, mi è balzato all’attenzione un confronto tra cavalli di battaglia, tipici della cultura liberal progressista (ma non solo), di cui tutti abbiamo sentito parlare: la lotta all’accanimento terapeutico e quella contro le emissioni climalteranti (in particolare di CO2).

Potrà sembrare una forzatura accostare temi così diversi ma, riflettendoci sopra, si può arrivare a scoprire una curiosa contraddizione che può rivelarsi un prezioso argomento per smontare certe propagande. Perché ad un certo punto, infatti, si arriva a prospettare un dilemma: o vale questo (con tutte le sue conseguenze) o vale quello (però con le stesse conseguenze).

La faccio breve. L’accanimento terapeutico riguarda situazioni limite, casi in cui nell’imminenza della morte di un paziente i mezzi terapeutici straordinari risultano sproporzionati rispetto ai risultati sperati. Sono battaglie perse che non portano a benefici apprezzabili, né per contrastare la malattia né per contenerla o alleviarla e che comportano solo sacrifici e sofferenze. 

Quando, per contrastare un processo naturale patologico, si mettono in campo strumenti che vengono impiegati con un’insistenza ostinata, già sapendo dell’impatto pressoché nullo sulla malattia e delle sofferenze aggiuntive che comportano, si può parlare di accanimento. 

La battaglia, in quei casi, è quindi persa in partenza; meglio permettere che la natura faccia il suo corso, senza però anticiparlo e senza sospendere le cure ordinarie, cioè ventilazione, idratazione, nutrimento, pulizia, etc. Perché altrimenti, negare le cure si tradurrebbe in un crudele accanimento contro la dignità e la vita umana. 

Quest’ultimo è infatti il vero problema di oggi: non c’è nessuno che dica ‘Viva l’accanimento terapeutico!’. Ma, d’altro canto, si riscontra un accanimento subdolo contro le cure, quando esse sono di intralcio all’uso mortifero di mezzi spicci, facendole passare per terapie che possono essere considerate inutili. E così facendo si interrompe la somministrazione di cibo, aria e acqua condannando i malati terminali alla sofferenza atroce di morire per sete, fame e asfissia, in aggiunta ai loro dolori.

I più tenaci promotori della ‘dolce morte’, quelli che fanno leva principalmente sulla necessità di evitare accanimenti terapeutici, appartengono ad un versante ideologico liberal progressista che porta avanti un altro tipo di battaglia, altrettanto persa, sulla quale non hanno niente da ridire: quella del Green Deal che ha per obiettivo ‘emissioni CO2 zero’. 

Da alcuni decenni nel nostro continente è in corso una battaglia contro un nemico che non c’è. O meglio, il nemico invisibile alla fine siamo diventati noi che lo combattiamo. 

Sembra proprio che i politici europei che inventano restrizioni giorno per giorno sempre più folli (come questa) abbiano di mira non tanto il clima quanto l’uomo. Il controllo dei cambiamenti climatici è ormai diventato un controllo asfissiante e ossessivo dell’umanità. Con finalità ideologiche inquietanti.

Con il pretesto di rendere più vivibile il nostro pianeta, i politici ci rendono la vita sempre più difficile e invivibile (ne sapremo di più quando saremo rinchiusi in città di ’15 minuti’ o non potremo più viaggiare liberamente con tutti i mezzi di trasporto e saremo sottoposti a punteggi di carbon credit o costretti a tasse verdi per potere usufruire di servizi o comprare generi alimentari o spostarci).

Ma facciamoci qualche domanda: qual è la percentuale stimata di emissioni di CO2 nell’Unione Europea in rapporto a quelle globali? In rete si trovano varie rilevazioni, tutte a partire dal 6% e al di sotto del 10%.

Altra domanda: qual è la concentrazione in volume di CO2 nell’atmosfera? Risposta: l’anidride carbonica è una componente insignificante, considerando che i gas serra costituiscono solo lo 0,1% dell’atmosfera totale e che, in questo ambito, essa corrisponde ad una frazione di circa un quarto. In altri termini, la concentrazione di CO2 è quantificata in misura dello 0,04%. Si badi poi che, tra i tanto temuti gas serra, la parte maggiore (abbondantemente oltre la metà) è costituita dal vapore acqueo.

Terza domanda: quante di queste emissioni di CO2 sono di origine antropica, cioè causate dall’uomo? Su questo quesito le polemiche sono aspre e le quantificazioni sono molto volatili, come forse sembrerebbe giusto che sia, riguardando questioni di aria. 

Si potrebbe facilmente intuire che la maggioranza di tutta l’anidride carbonica che circola nell’atmosfera sia il prodotto di fenomeni naturali quali emissioni da oceani, foreste, eruzioni o indotti dall’azione dei raggi solari. 

Ma si conceda per pura ipotesi che tutto, ma proprio tutto lo 0,04% della componente dell’atmosfera di CO2 sia prodotta dall’uomo.

Quand’anche in Europa smettessimo completamente e per sempre di emettere anidride carbonica che impatto ci sarebbe a livello mondiale per tale frenata?

Nessuno può negare che le conseguenze dell’azzeramento del nostro 6-10% di apporto globale sarebbero nulle o trascurabilissime. E l’impatto sarebbe poco meno trascurabile quand’anche pure tutti gli altri Paesi extra-europei riuscissero ad azzerare le emissioni. Cosa che sarebbe possibile solo costringendo gli abitanti a vivere in apnea senza consumare niente o eliminando gli abitanti. Pertanto, tutti i miliardi spesi, gli obblighi e le rinunce che ci vengono imposte non hanno e non avranno alcuna influenza sulla percentuale di concentrazione globale di CO2 nell’atmosfera. O, se ce l’hanno, è solo in misura ridicola.

Dunque, ricapitolando, stiamo parlando di una battaglia persa per la quale sprechiamo risorse senza limiti (togliendole al benessere sociale) e ci sottoponiamo a controlli soffocanti. Ci soffochiamo per non emettere troppa aria, questo è il punto.

Il peggio è che non è detto che l’esito di questa battaglia sia una sconfitta. Abbiamo avuto in passato in Europa molti periodi ancora più caldi di oggi: gli storici del clima li hanno definiti periodi di optimum climatico, cioè periodi ottimali per lo sviluppo umano. E corrispondono infatti a fasi di fioritura demografica economica e sociale della civiltà (vedansi in particolare, vari studi su optimum climaticoromano e medievale, ampiamente disponibili in rete).

Ma i climatologi preferiscono sempre focalizzare le loro analisi storiche a partire dagli anni ’40 o dintorni del secolo scorso; cioè periodi che raggiungevano temperature medie e concentrazioni di CO2 più basse, funzionali ad una narrazione di un trend di aumento emergenziale. 

E così continuiamo a trascinarci fardelli che inceppano il nostro sviluppo che trovano giustificazione su due dogmi di dubbio fondamento. Primo dogma: più CO2 uguale maggiori temperature. Secondo dogma: le attività umane sono determinanti nell’aumento di CO2 nell’atmosfera. 

Siamo proprio sicuri che queste correlazioni siano indiscutibili? Se così fosse allora dovremmo forse concludere che durante i periodi di optimum climatico medievale e dell’epoca romana le temperature aumentavano per colpa dell’uomo anche se la popolazione mondiale era 8/10 volte inferiore di oggi (e quindi con un ben minore impatto) e in assenza di industrializzazione?

Eppure, le cassandre climatiche imperversano come non mai, anche perché fiumi di denaro e propagande politiche favoriscono carriere e posti di lavoro per chi alimenta narrazioni che demonizzano le emissioni di CO2. 

Non si può allora chiamare questa ostinazione con il nome che merita ovvero accanimento contro l’anidride carbonica? Non si può richiamare, con buona ragione, la definizione di accanimento terapeutico sopra citata anche per il Green Deal, quando queste politiche impongono mezzi  di contrasto straordinari e sproporzionati rispetto ai risultati sperati, che non portano a benefici apprezzabili e che comportano solo sacrifici e sofferenze?

Siamo quindi al punto finale del mio discorso: se è disumano e inutile l’accanimento terapeutico quando un trattamento già di per sé insopportabile non cambia niente anche nell’ipotesi che venga effettuato correttamente, lo stesso possiamo dire dell’accanimento verso i cittadini europei colpevoli non di inquinare con sostanze tossiche ma solo di emettere aria. Tanto più se il risultato sperato, in caso di successo di quelle politiche, è del tutto insignificante a livello globale.

Detto nell’ottica di chi si batte per l’eutanasia di malati terminali, a che giova combattere gravosissime battaglie perse in partenza per il contenimento del CO2 e soffrire continuamente per poi arrivare comunque ad avere maggiori sofferenze?

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Author: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, con numerose testimonianze e incontri per divulgare una cultura aperta alla vita, ancorata alla fede e alla famiglia. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri

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