Non si può non riflettere sulla morte del giovane prete
Venerdì 19 luglio 2025, la cronaca riporta la notizia di un giovane sacerdote italiano di 30 anni, Don Matteo Balzano, trovato morto.
Gli articoli pubblicati dai giornali non hanno certo parlato dei motivi personali che potrebbero aver indotto il giovane sacerdote al suicidio. La
notizia è passata quasi in sordina e liquidata con un: “preghiamo per la sua anima”.
In alto, in certe sfere ed ambienti, però, il l’evento, non isolato, pone serie interrogazioni perfino circa la Fede. Ma il problema non è la Fede. Il problema è tutto ciò che confonde la “vocazione” con la “fuga da sé stessi”.
Posto che ormai è assodata la crescente tendenza di giovani al suicidio, non possiamo non pensare che anche i giovani sacerdoti vivono in una società segnata da questo grave problema. Crediamo che sia ora di dirlo chiaramente: la fede, quella vera, non uccide.
Fede, vita, vocazione
La fede è fiducia ottimistica, è convinzione di un sempre possibile risorgere dalle macerie esistenziali. Dio non c’entra. Non è morto, per citare in positivo la celebre frase del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Forse, semplicemente, questo ragazzo non aveva una vocazione autentica e, come spesso sostengo, la mancanza di una autentica vocazione può evolvere in una “nevrosi da mancanza di vocazione”. Dico che può evolvere perché tale conseguenza non è né inevitabile, né automatica. Già Sant’Agostino affermava che il presbitero può, anche in questo caso di crisi, mantenere fede alla promessa come se la vocazione fosse reale. Ma il sacerdote che ritenesse di non avere mai avuto la vocazione, veramente deciderebbe di “fare di necessità virtù”? O, più facilmente, cercherebbe di perseverare all’inverosimile senza veramente affidarsi a Dio?
Naturalmente, senza autenticità vocazionale, e senza vero affidamento a Dio, l’identità si costruisce per riempire un vuoto, per rispondere a una ferita mai curata. Ma una vocazione che nasce dal vuoto finisce per svuotare la persona. E a volte, la svuota fino all’assurdità del vivere1.
Secondo lo spirito agostiniano, quattro sono i coefficienti che influiscono sulla fortezza della vocazione: il primo è l’interiorità; il secondo, scaturisce dal primo, ed è l’amore; il terzo è il circolo ermeneutico, e cioè: Credi per capire, capisci per credere; il quarto è la bellezza-amore, che si esprime nel “servizio” all’uomo per la sua salvezza.
Qualche dato.
Negli ultimi dieci anni, i segnali di un malessere profondo nel clero cattolico sono aumentati. Ecco alcune evidenze:
- Irlanda: almeno 8 sacerdoti si sono tolti la vita, secondo l’Associazione of Catholic Priests. Solitudine, calo delle vocazioni, isolamento sono i fattori più citati.
- Francia: tra il 2016 e il 2020 si sono registrati 7 suicidi. Il 20% dei sacerdoti mostra sintomi di depressione clinica, e circa il 2% segnali di burnout.
- Norvegia: in uno studio condotto su oltre 800 pastori e sacerdoti, il 9,3% presentava sintomi di depressione e il 23,4% di ansia clinica.
- Studi internazionali: una review scientifica del 2023 conferma un’alta prevalenza di sindrome da burnout tra i sacerdoti cattolici, con effetti su motivazione, efficienza e salute mentale.
E, se in altri paesi si tace perché l’attenzione cade sulla crisi delle vocazioni nei giovani preti, in Italia, nel 2020, anno per il quale sono a disposizione le ultime statistiche, il totale dei sacerdoti era pari a 31.793 unità con un calo del 16,5%, negli ultimi 20 anni.
Come valutare lo stato di salute di una vocazione
Tra i coefficienti solitamente indicati per valutare lo stato di salute di una vocazione nelle statistiche non compare mai, e ne comprendiamo il motivo di assoluta delicatezza, quale fosse lo stile di vita condotto dal sacerdote per quanto riguarda il livello di vita interiore: preghiera, meditazione, lettura spirituale ed adesione a modelli di vita quali sono i santi per il cristiano. Essi sono fondamentali per conoscere, vivere ed abbracciare pienamente la vita cristiana con slancio e gioia insieme, ovviamente, avendo come modello primo Gesù stesso. Ma, non ultimo, poi, lo stato di Grazia, con particolare attenzione alla virtù della purezza del cuore da intendersi anche in merito al cosiddetto vizio solitario ed all’imprudente frequentazione di amicizie particolari femminili o maschili. La purezza di cuore e di corpo dice ripiegamento, o meno, su sé stessi e apertura, o meno, a Dio2. Sull’insieme anche di questi punti della ascetica, e di un buon equilibrio psicologico, si gioca il tutto e per tutto della fede cristiana e del ministero sacerdotale vissuti in pienezza.
Si tenga anche conto che la purezza non è una virtù richiesta solo al sacerdote, come al giovane formando nei seminari, ma ad ogni cristiano in ogni stato di vita.
Una tristezza evangelica: il giovane ricco che se ne va
C’è un passaggio evangelico che illumina con inquietante precisione ciò che accade oggi. È la storia del giovane ricco (Mc 10,17-22). Si avvicina a Gesù, chiede cosa fare per la vita eterna, riceve una risposta chiara: “Vendi ciò che hai … poi vieni e seguimi”. Ma il giovane, dice il Vangelo, “se ne andò rattristato”. Perché? Perché aveva molte ricchezze. Non solo materiali, ma anche interiori, affettive, ideologiche. Era troppo attaccato alla propria immagine, ai propri vuoti e desideri irrealizzati, alla malinconia, al proprio autocompiacimento: in una parola non aveva un cuore distaccato dal mondo e aperto a Dio nel Quale e con il Quale ed attraverso il Quale decidere di guardare e amare il mondo.
Anche tanti giovani preti oggi “se ne vanno tristi”. Rinunciano alla possibilità di crescere, di cambiare. Abbracciano la forma della vocazione, ma non la sostanza. Quando arriva la crisi – e prima o poi arriva – non hanno gli strumenti interiori per trasformarla. E la tristezza, invece che ferita di guarigione, diventa palude. E talvolta, morte.
Urge un cambiamento di sistema. Alcune domande.
Tuttavia, se un prete entra in crisi, spesso si dice che è colpa sua: non ha abbastanza fede, non ha saputo sperare, non ha avuto abbastanza spirito di sacrificio. Ma questa narrazione, così presa, è fuorviante. È una forma di abuso spirituale. E ha già fatto troppe vittime. Infatti, essendo la vocazione sacerdotale, in special modo, una vocazione per Dio, ma nella comunità e per la comunità, occorre anche chiedersi se la comunità abbia fatto abbastanza per sostenere la vocazione del proprio ministro sia sul piano umano che soprannaturale. La chiesa tutta, infatti, è coinvolta nella vocazione e nella perseveranza in essa nei diversi livelli, sia gerarchici che del popolo di Dio. La chiesa sa sostenere umanamente, ma anche con una viva preghiera, la vocazione di un sacerdote? Lo sente proprio o lo scambia per un funzionario sovrumano, sempre pronto ad erogare servizi?
Non si può più tacere.
La morte di tanti giovani sacerdoti, e non solo, non è unicamente una tragedia personale; è anche la conseguenza di un sistema che semplifica, giudica, rischiando di opprimere. Uomini e donne di Chiesa che avrebbero dovuto accompagnare le fragilità, hanno invece costruito percorsi compensativi di fallimenti. E ciò che ferisce di più è che gli stessi sacerdoti, davanti alla sofferenza altrui, non si danno risposte di fede, ma pensano di risolvere le proprie difficoltà sul piano della fede con risposte tipiche del piano della psicologia, confondendo i due piani, sì intrecciati, ma non identici.
Molti preti si formano alla relazione di aiuto, al counseling psicologico, alla psicologia, alla psicoterapia. Attenzione, non è questo un male, ma lo diventa se non si riescono a scorgere risposte alla sofferenza, anche propria, a partire dalla Fede.
Come denuncia la Scrittura:
“Sono loro stessi ad accendere il fuoco che li brucia” (Is 50,11)
“Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza” (Os 4,6)
E ancora:
“Guai a voi, guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello” (Mt 23,24)
E ancora “Colui che cammina nelle tenebre, senza avere luce, confidi nel nome del Signore, si affidi al suo Dio” (Is 50, 10).
Considerazioni pastorali e psicologiche
La crisi che colpisce tanti giovani sacerdoti non è solo una ferita privata: è un richiamo doloroso alla responsabilità pastorale e comunitaria.
Dal punto di vista pastorale, la fede non è un antidoto automatico alla sofferenza psichica. La spiritualità assume senso solo se si incarna in comunità capaci di accogliere, curare e camminare insieme. Un sacerdote da solo non può reggere il peso di una vocazione (malefatta) mal curata. Quando la direzione spirituale manca di strumenti psicologici adeguati, la crisi viene spiritualizzata anziché accolta, e il rischio è il silenzio, la colpa, l’abbandono.
Sul piano psicologico, occorre riconoscere che il burnout – sindrome diagnosticabile con criteri rigorosi (CIE‑11) – spesso precede la depressione, e che l’isolamento, l’overcommitment e l’insoddisfazione cronica sono fattori di rischio seri, come documentato nei numerosi studi su sacerdoti in Europa e persino sulle tragiche sequenze di suicidi in Brasile, Francia, Norvegia e altrove.
Gli approcci psicologici di orientamento umanistico condividono con la religione l’interesse per la ricerca del significato, della realizzazione personale e del benessere umano, esattamente diametralmente opposti all’isolamento e all’insoddisfazione cronica, causata dalla mancanza di un senso.
La Logoterapia di Viktor Frankl, per una sua specifica apertura al senso religioso insito nell’uomo, è anch’essa volta al “ben essere” dell’uomo, -benché dall’uomo non sempre riconosciuto possibile-, può aiutare anche il sacerdote in crisi sia a porsi corrette domande sul proprio disagio, sul suo malessere, sia aiutarlo ad individuare obiettivi particolari e vieppiù ampi ed aperti all’orizzonte del senso della propria vita.
Se in una più positiva visione di sé, il sacerdote riscoprirà i motivi dell’accoglienza della vocazione -che non è scelta umana, ma chiamata da ‘fuori’ di sé, da Dio-, allora, riscoprirà il fondamento della propria esistenza come uomo creato da Dio, come battezzato redento da Dio e come suo sacro ministro, ovvero, a Lui consacrato. Se egli avverte che fu ed è posto tra molti a portare la speranza e la gioia della Salvezza attraverso anche la dimensione del sacrificio nell’offerta di sé con Cristo, che si offre per la salvezza degli uomini amandoli fino a dare la propria vita per i suoi amici, allora, egli sarà sicuro e felice e grato di poter offrire sé stesso in sacrificio di soave odore (Ef 5, 2).
Vivere la dimensione dell’amicizia ed unione con Dio ed insieme l’amicizia e l’amore con i fratelli, in riferimento ai due comandamenti dell’amore (cf Mt 22,37), è il cuore della vita cristiana del battezzato come del ministro, con la consapevole differenza delle responsabilità che il sacro ministro ha: trasmettere la grazia, ufficio che gli è proprio.
Va da sé, allora, che già durante la formazione dei seminaristi, dei candidati al sacro ministero, se gli aspiranti avranno ben chiari questi misteri, e ad essi i loro formatori e guide li sapranno orientare con forza e con fede, allora vi sarà buona speranza che la vocazione vada in porto. A tal riguardo, però, c’è anche da dire che si somma un terzo fattore, ovvero, l’interferenza delle tentazioni o prove che Dio permette a Satana di infliggere al candidato, ed al sacerdote, lungo tutto l’arco della vita, poiché altra dimensione fondamentale del sacro ministero è l’essere lottatori con Cristo e non contro la carne e il sangue, ma contro gli spiriti dell’aria (Ef6,12), tale questione, però, esula qui dal nostro specifico discorso.
Pur tuttavia possiamo affermare che senza dette premesse, inutile sarebbe parlare di senso per il sacerdote, che fosse in crisi o meno, a meno di ridare al sacerdote un senso di vita solo umano a supporto di una ‘vocazione’ che più non si regge, ma ciò sarebbe ben poca cosa a fronte della grande chiamata di Dio e potrebbe preludere ad un non sicuro esito.
Cosa potrà fare il terapeuta
Ovviamente, il terapeuta, su tali questioni, non avrà il compito di formare il paziente, ma di aiutarlo a farsi tornare alla mente ed al cuore i suoi propri riferimenti spirituali, questi o altri che fossero, e ciò anche nel caso in cui il terapeuta non fosse cristiano o che fosse, addirittura, ateo.
La scoperta di obiettivi, inizialmente limitati, ed in seguito sempre più ampi, contrasterà il senso di depressione, che rischierebbe di sprofondare il sacerdote nell’abisso del complesso di colpa, ridandogli, invece, la giusta luce nella quale guardarsi e guardare la propria vita di sacerdote che è persona umana, creata da Dio, ma toccata e sostenuta dalla Grazia, aperta alla Speranza perché egli non è solo; ha Dio vicino come Padre provvidente, ha una comunità che lo ama, come segno di quella divina paternità che non lascia mai soli, nemmeno nell’ora del Getsemani. Infatti, quando Gesù nel giardino degli ulivi invocava il Padre, citava l’incipit del Sal 21, alla maniera degli ebrei, significando di per sé tutto il Salmo in risposta all’ultima tentazione di Satana, tornato all’ora fissata, ed era quella (cf Lc 4,13).
Ed il Sal 21, fino al v. 22, esprime il lamento nell’ora della prova, mentre dal v 23 esplode nell’annuncio di lode, testimoniando ampiamente, e con molti esempi, il soccorso di Dio che risponde a tutte le attese del suo servo e ben oltre … fino alla Signoria completa sull’universo. E Gesù era lì per questo, nel giardino simbolo dell’anima. Ed anche il sacerdote vive questa tensione del giardino, tra prova, dolore e vittoria. E sua missione sarà ancora, oltre che identificarsi con questo sacrificio, educare i suoi fratelli a viverlo ed in questo dovrà confermarli.
Caspita, che missione! Che grande motivo e ‘senso’ per un sacerdote!
Così, la virtù cristiana della Speranza non sarà un comandamento astratto, ma un impegno a costruire reti di cura nella carità operante nel corpo mistico visibile, la quotidiana comunità, ed invisibile, la comunità purgante e trionfante.
Preti che non siano “funzionari del sacro”, ma uomini nutriti da relazioni vere, fraterne, ricche di ascolto e fiducia perché consalvati e con Cristo consalvatori.
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