“Bibbia CEI 1974 e 2008: cancellata la fornicazione. Perché?” Provocazione o realtà?

“Investigatore biblico” indaga su una parola non presente in tutti i manoscritti greci della Lettera ai Romani e che nelle traduzioni in lingua italiana non compare più, fin dalla versione CEI del 1974, nella lista dei disordini sessuali e non: la parola è πορνεία (fornicatio, fornicazione). Come mai?

La nota di Investigatore Biblico porta con frequenza la nostra attenzione su traduzioni dubbie o problematiche a volte verificatesi nelle recenti traduzioni della Bibbia in lingua italiana. La materia indicata in questo caso è particolarmente delicata per le possibili conseguenze di ordine etico che potrebbero conseguire da una traduzione per lo meno poco accorta. Nell’elenco dei peccati più nefandi commessi dai pagani, presente in Rm 1, 8-32, alcuni codici riportano πορνεία (fornicatio, fornicazione) e altri πονηρία (ponerìa, v. 29, come riferisce, per esempio, Nestle-Aland, San Paolo, 2014, p. 1271, nella nota al v. 29. La Vulgata di San Gerolamo e la Neovulgata riportano fornicatio. Non ho competenze per dimostrare quali manoscritti siano più affidabili, se quello che aveva in mano San Girolamo o altri che, al posto di πορνεία riportano ponerìa (πονηρία), che significa cattivo stato del corpo, perversità, malvagità, anche nemico e diavolo. Il termine porneìa, fornicazione, comunque, ricorre ancora in Paolo in più parti: 1Cor 6, 13.18; in 1Cor 10, 8 ricorre due volte; in 2 Cor 12, 21 ancora CEI traduce con fornicazione; in Gal 5, 19 CEI traduce con fornicazione; in Ef 5, 3 idem; per Col 5, 3 stessa traduzione; per 1Tes 4, 3 abbiamo porneìa che CEI traduce con impudicizia; vedi lo stesso termine anche in At 15, 29 e in alcuni passi dei Vangeli ed Apocalisse).

Mi pare, dunque, che tranne in Romani, il termine compaia regolarmente nelle versioni CEI degli altri testi Neotestamentari e sia tradotto dalla versione CEI 1974 e seguenti in modo conforme al testo greco. Per Romani, allora, ci si potrebbe chiedere come sia stata effettuata un scelta diversa. Se, infatti, in Paolo e nel Nuovo Testamento il termine porneia è così presente e diversi codici lo riportano, perché scegliere proprio di seguire in questa lettera un termine greco diverso (pareneìa)? Investigatore Biblico non pensa ad una svista, ma ad una intenzionalità quasi subdola, al fine di eliminare un termine possibilmente scomodo nel dialogo con le correnti di pensiero contemporaneo. Forse, però, potremmo dire che tutta la pericope in questione mantiene di fatto lo stesso senso, visto che nei versetti precedenti si parla di passioni infami, di omosessualità e simili. Sarà parso ai traduttori allora ridondante usare il termine fornicazione, ben più forte di impudicizia? Paolo non sarebbe ridondante per la prima volta, però. Penso che l’accusa di Investigatore Biblico secondo cui la CEI vorrebbe togliere il termine porneìa non sia tuttavia confermata in modo apodittico in quanto, come sopra abbiamo visto, ritorna più volte ed è tradotta correttamente, ma neanche noi capiamo perché mai la versione CEI abbia dato retta ai codici privi di quel termine specifico preferendo ponerìa. Sono forse codici più antichi? Ma non sarebbe stato opportuno, dato il contesto di Romani e delle altre lettere inequivocabilmente chiaro, mantenere il termine porneìa e la relativa traduzione con fornicazione, conforme alla versione di San Gerolamo che la Chiesa ha di fatto ritenuta ispirata? In questo senso, Investigatore Biblico, anche a nostro avviso, ha certo qualche ragione e giusta perplessità. Tanto più che la lezione adottata da CEI, per non perdere il significato complessivo, deve affidarsi ad ulteriori spiegazioni, il che non sembra economico in testi così complessi.

Ci preme anche ricordare con D. F. Wright, in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 20002, alla voce Sessualità § 2, p. 1428 che: “[…] 1Te 4,1-8 suggerisce che il suo insegnamento di base [di Paolo] ad una comunità di nuovi convertiti riguardava il comportamento sessuale. C’era semplicemente da aspettarselo nel mondo greco-romano, dove erano comuni varie forme di licenza sessuale. Paolo ora ricorda ai cristiani di Tessalonica che la volontà di Dio per la loro santificazione richiedeva l’astinenza dalla porneìa (1Ts 4,3, «impudicizia sessuale»). Questa parola greca e i suoi affini, come vengono usati da Paolo, denotano ogni tipo di rapporto o relazione sessuale illegittima-extraconiugale o contro natura […]. Wright passa poi in rassegna gli altri passi, già citati da noi, attribuendo lo stesso significato, non cita però Romani. Anche lui, probabilmente, avrà fatto riferimento alla versione ponerìa. Tuttavia, nel suo commento complessivo, non si allontana dal significato più tradizionale e fondamentale, non fa, cioè, sconti alla dottrina morale di Paolo, tanto che nella Conclusione afferma: “La predominante sregolatezza sessuale della società occidentale rende l’insegnamento di Paolo allo stesso tempo particolarmente pertinente – perché fu rivolto a cristiani in un mondo, da questo punto di vista, non troppo diverso dal nostro- e gravosamente severo. Egli non concede alcun compromesso alla restrizione dell’attività sessuale al matrimonio monogamico (eterosessuale). Una tale etica deve sembra quasi utopica per la nostra epoca sessualmente istupidita, nella quale a volta sembra che l’identità di uno sia fatta risiedere nei suoi organi sessuali e nel loro libero uso […]”.

di  INVESTIGATORE BIBLICO

Paolo di Tarso, 4-67 d. C – Fonte Wikipedìa

L’epistola ai Romani si apre con una densità teologica e antropologica che ha pochi eguali nella Sacra Scrittura. Già nel primo capitolo, san Paolo conduce il lettore in un viaggio che è al tempo stesso denuncia e chiamata alla verità, all’umiltà, al riconoscimento della propria miseria. Il contesto di Rm 1,18-32 è noto: l’Apostolo descrive il drammatico allontanamento dell’umanità da Dio, un allontanamento che non è soltanto intellettuale ma esistenziale, viscerale, carnale. L’uomo, pur avendo conosciuto Dio attraverso le sue opere, non lo ha glorificato come Dio, e perciò è stato abbandonato da Dio alla perversione dei suoi desideri. Ne segue una lista sconvolgente di comportamenti e vizi che rivelano la corruzione del cuore umano.

In questo elenco, Rm 1,29, Paolo scrive: «Colmi di ogni ingiustizia, malizia, cupidigia, malvagità; pieni di invidia, omicidio, contesa, frode, malignità…». Ma qui si annida un’ombra, una lacuna, una censura.

Consultando la traduzione latina di san Girolamo, la Vulgata, troviamo un termine che nella traduzione italiana ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana — tanto nella versione del 1974 quanto in quella del 2008 — è scomparso: fornicatione. Girolamo, con la consueta fedeltà al testo greco, aveva incluso il termine πορνεία (porneía) – fornicazione – come uno dei peccati cardine in questa lista. Ma nella versione CEI, questo termine non si trova. Si è deciso, inspiegabilmente, di escludere proprio il peccato che Paolo, in tutto il contesto di Rm 1, 29 denuncia con maggiore forza, insistenza e severità: l’immoralità sessuale.

Non si tratta qui di una semplice svista filologica. Siamo di fronte a una scelta redazionale che merita una critica netta e profonda. Perché togliere proprio porneía dal versetto 29, quando nei versetti precedenti (vv. 24-27) l’Apostolo ha tracciato un durissimo affresco del disordine sessuale come conseguenza del rifiuto di Dio? L’intero impianto del capitolo si fonda sull’idea che, abbandonando Dio, l’uomo si è abbandonato a desideri disordinati, e la porneía è esattamente l’incarnazione di questo traviamento.

San Girolamo non cade in questa omissione. Al contrario, egli riconosce la centralità di tale peccato nella riflessione paolina. Il termine fornicatio, per Girolamo, non è un’aggiunta arbitraria, ma la giusta resa di un termine che, nel greco neotestamentario, è ricorrente e pesante di significato. Non si può spiritualizzare o alleggerire ciò che è invece fisico, concreto, scandaloso. La porneía è il segno visibile della ribellione dell’uomo contro Dio nel suo stesso corpo.

La decisione delle traduzioni CEI, allora, appare non solo infelice, ma anche teologicamente pericolosa. Rimuovere porneía da questo versetto significa depotenziare il messaggio di Paolo, attenuare la sua severità, edulcorare l’urgenza della sua esortazione. È un atto che potrebbe essere letto, con amarezza, come una forma di autocensura moderna, una resa alla sensibilità contemporanea che fatica a tollerare una critica esplicita ai peccati contro la castità.

Ma l’annuncio cristiano non si costruisce sull’omissione, bensì sulla verità intera. L’amore evangelico non è mai complice del silenzio accomodante, ma è sempre voce che scuote e che redime. Il silenzio su porneía è un’assenza grave, che tradisce non solo il testo, ma anche il cuore del suo autore. San Paolo parlava ai suoi contemporanei con franchezza, sapendo che la libertà si costruisce nella verità.

Oggi, più che mai, c’è bisogno di questa schiettezza paolina, e di quella fedeltà alla Scrittura che san Girolamo ha custodito con tenacia. Non possiamo permetterci di manipolare o alleggerire i testi sacri per renderli più palatabili. Occorre invece il coraggio della Parola integra, che converte e salva, anche quando brucia come fuoco.

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Author: Marcello Giuliano

Nato a Brescia nel 1957, vive a Romano di Lombardia (BG). Dopo aver conseguito il Baccelierato in Teologia nel 1984 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma e il Diploma di Educatore Professionale nel 2001, ha lavorato numerosi anni nel sociale. Insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Primaria in Provincia e Diocesi di Bergamo, collabora ai cammini di discernimento per persone separate, divorziate, risposate ed è formatore per gli Insegnanti di religione Cattolica per conto della stessa Diocesi. Scrive sulle riviste online Libertà & Persona e Agorà Irc prevalentemente con articoli inerenti la lettura simbolica dell’arte ed il campo educativo. Per Mimep-Docete ha pubblicato Dalla vita alla fede, dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (2017); In collaborazione con Padre Gianmarco Arrigoni, O. F. M. Conv., ha curato il libro Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella Santità e nell’arte, (2020). Ancora con Padre Gianmarco Arrigoni O. F. M. Conv., Non è qui, è Risorto! Mimep-Docete, Marzo 2024.

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