La resistenza alla verità

Il Catechismo di S. Pio X nomina l’“impugnazione alla verità conosciuta” tra i peccati più gravi: i peccati “contro lo Spirito Santo”. Si tratta del disprezzo o dell’odio per la verità. La cosiddetta “ignoranza affettata”. Questo peccato può sembrare curioso o strano in un tempo come il nostro, nel quale esiste l’opinione diffusa che tutti siamo in buona fede e di buona volontà, amanti quindi della verità.
Ma oltre a ciò si pensa che in fin dei conti i veri peccati non stanno tanto nel disprezzo per la verità, ma nel fatto che non viene messa in pratica. Si concepisce la verità non come qualcosa di speculativo o teoretico, ma come qualcosa di solamente pratico. Si tratta di quello che in filosofia si chiama “pragmatismo”. La verità dev’essere qualcosa che serve ai bisogni pratici e terreni dell’uomo. Una verità che sia solo da contemplare o da adorare, una verità metafisica o teologica da godere per se stessa non interessa. Insomma si ritiene che non esistano peccati che riguardano la conoscenza o il pensiero o quanto meno che abbiano scarsa importanza, ma che i peccati riguardino l’agire, il fare, le necessità pratiche o tecnologiche, la solidarietà, la giustizia, il rapporto concreto con gli altri e con Dio.
Si pensa quindi che l’errore o il falso – in materia di fede abbiamo l’“eresia” – non sia un dato oggettivo, come sarebbe per esempio esistenza del cancro o della tubercolosi, malattie universalmente riconosciute come tali, ma una questione soggettiva, legata alla diversità delle libere opinioni o delle preferenze: quello che per me è eresia può essere per te verità. Non esiste in ogni campo, compresa la dottrina della fede, un criterio assoluto, certo ed universale, per giudicare del vero e del falso. Da qui, tra l’altro, l’opposizione al Magistero della Chiesa che pretende esser regola infallibile di verità per tutti i cattolici.
In questa visione relativistica quello che può essere un impugnare la verità per me può non esserlo per te e viceversa. Ora però il peccato dev’essere qualcosa di oggettivo, su cui dobbiamo essere tutti d’accordo. Da qui l’opinione di molti oggi della scarsa rilevanza o importanza del disprezzo per la verità. Si sostiene infatti che tutti cerchiamo la verità, ma in maniere diverse: ciò che è vero per me non lo è per te. Ma ciò non fa problema, è segno di libertà e di pluralismo.
E guai a chi pretende “confutare”, “correggere” o “condannare” in base al proprio concetto di verità, chi ne avesse uno “diverso”. La “diversità” (scambiata con la contrarietà e il falso), si dice, è una ricchezza, è un valore. Non dobbiamo essere tutti fatti con lo stampino. Ognuno dev’esser libero di concepire la verità come crede, “secondo la propria coscienza”. E’ chiaro – dico io – che la legittima diversità è un valore. Ma non va scambiata col falso e con l’errore. Anche il malato è “diverso” dal sano. Ma chi avrebbe piacere di essere malato e di godere di questa “diversità”?
Ora ragionare in questo modo denota già oggettivamente – non faccio questione di buona o cattiva fede – un’impugnazione della verità conosciuta. E sottolineo conosciuta, perché è evidente dal Catechismo di S. Pio X che non è colpevole che impugna una verità senza sapere che è verità, supponendo che lo faccia proprio in nome della verità. Il peccato si dà quando io so che quella data proposizione, quel dato principio, quella data cosa sono veri e ciononostante io li dichiaro falsi o li disprezzo proprio nella loro verità, non perché non mi piaccia la verità in generale, questo è impossibile a chiunque, ma perché non mi piace quella verità, soprattutto se si tratta di una verità morale, di un comandamento di Dio o della legge naturale. Magari tiro fuori ogni scusa per dar l’apparenza di aver ragione e per evitare di obbedire a quella verità.

Questo è il peccato dell’impugnazione della verità o di resistenza alla verità, ciò che la Bibbia chiama “cuore indurito” o nel linguaggio popolare si chiama sfacciataggine, protervia o “faccia di bronzo”. Opporsi all’evidenza, opporsi alla conclusione certa ed oggettiva di una sano ragionamento. Opporsi alle conclusioni logiche e dimostrate che si devono trarre da un dato fatto o da un’idea, per esempio un principio giusto, un miracolo o una testimonianza di virtù o l’effetto di qualche causa. Perché questa opposizione? E come è possibile? In che cosa esattamente consiste? Con quali prospettive?

Il perchè. Perché in seguito al peccato originale, che fu sostanzialmente una disobbedienza alla verità benefica del comando divino, c’è in me una radice e spesso un’irresistibile tendenza a tradire il mio innato bisogno di verità datomi da Dio, a distorcere il significato delle cose, a voler essere io misura della realtà piuttosto che lasciarmi regolare da essa, a seguire questo impulso perverso e maledetto a non riconoscere la verità, a sostituire ciò che esiste effettivamente ed oggettivamente per il mio vero bene, con una mia decisione, una mia volontà con la quale pretendo di stabilire in base alla mia cattiva tendenza, a mio arbitrio e soggettivamente, ciò che per me è vero e buono, facendo in realtà il mio danno, ma considerandolo invece mio bene a causa della mia superbia, di quel volermi sostituire a Dio che fu la proposta del serpente e che resta in me una continua, sottile e fascinosa tentazione, non sempre facilmente riconoscibile, contro la quale si deve lottare tutta la vita sostenuti dalla luce di una sana ragione, della fede e della grazia, e con una continua opera di penitenza e di conversione.

Come è possibile? E’ possibile perché godo del libero arbitrio, bene in sé preziosissimo, mediante il quale posso salvarmi ma posso anche dannarmi. Nella fattispecie, posso aderire alla verità, ma posso anche respingerla, in buona o cattiva fede. Il conoscere non si esercita in modo slegato dal volere. Anche quando sono davanti all’evidenza, per la quale il mio intelletto è necessitato a riconoscere ciò che esiste, perché, se posso così esprimermi, “gli viene sbattuto in faccia”, il mio volere ha sempre la possibile di girare il mio sguardo da un’altra parte o d chiudere gli occhi, dichiarando falso ciò che so esser vero o viceversa.

In che consiste? Consiste nel sostituire la percezione oggettiva del vero, dell’esistente al di fuori di me ed indipendente da me, con un contenuto, un’idea, un pensiero di mia invenzione e di mio gusto, in accordo con i miei interessi egoistici e peccaminosi, nel qual contenuto mentale, concetto o giudizio io risolvo e dissolvo la consistenza ontologica dell’ente extramentale che appare alla mia vista, confondendola con la mia stessa idea o atto percettivo. Pensiamo per esempio all’esse est percipi di Berkeley o all’identificazione dell’essere col pensato in Hegel o con l’atto del pensiero in Gentile o con la stessa produzione del pensiero in Fichte o con la “forma a priori” di Kant e così via. Con questa scelta io preferisco l’essere che costruisco nella mia mente all’essere reale fuori di me. Mi considero creatore dell’essere al posto di Dio.

Con quali prospettive? E’ la prospettiva proposta dal serpente ai nostri progenitori: “sarete come dèi”, una falsa prospettiva di potenza e di libertà. Non accettiamo la nostra condizione di creatura, dipendente da Dio. Pensiamo in fondo, dietro suggerimento del serpente, di essere noi stessi Dio, quindi principio e regola suprema della verità e del bene, non quindi obbligati a riconoscere la sua verità e la sua legge, ma volendo essere noi stessi la verità e la legge.

Pensiamo che il nostro io empirico non sia altro che un’apparenza esterna, passeggera e limitata del nostro vero Io – l’Io trascendentale o assoluto, come lo chiamava Fichte – che non è altro che Dio stesso. Pensiamo quindi di essere in realtà non semplici esseri finiti, ma di essere Dio stesso. Ecco il panteismo, frutto di una gnoseologia che riduce l’essere al pensiero e di una superbia – lo gnosticismo – che pretende di conoscere la verità meglio della Chiesa, meglio di Cristo e meglio di Dio stesso, “oltre Dio”, come ha scritto empiamente qualcuno, come se egli stesso fosse superiore a Dio.

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