In questi giorni sono in corso in varie città d’Italia i Mendel Day (www.mendelday.org), incontri sul tema scienza e fede a partire dall’esperienza del monaco agostiniano padre della genetica. Questo terreno di dialogo è spesso pietra d’inciampo per una malintesa diceria sull’incapacità della ragione di trovare la verità fuori dalla scienza moderna.
Benedetto XVI ha speso un intero pontificato per spiegare che la vera crisi di oggi non è tanto quella della fede, quanto piuttosto quella della ragione, ma ha raccolto poca comprensione e perfino ostacoli.
Il problema però rimane. L’esclusione della razionalità dalle riflessioni sulla fede sembra un dato acquisito, il solo discuterla appare a molti come un atto aggressivo.
Il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il tedesco Muller, in un recente intervento alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale ha ribadito che il discorso di Benedetto XVI sulla crisi della ragione è “ancora tutto da raccogliere, sondare e rilanciare”.
Il metodo scientifico, infatti, da solo non riesce ad offrire le risposte per tutte le domande che un uomo è in grado di porsi. “Penso che la scienza ci aiuti a capire molto del mondo – scrive il prof. Giovanni Strafellini – ma a un certo punto si ferma incapace di continuare”. Docente di metallurgia all’Università di Trento, Strafellini ha pubblicato per le edizioni Lindau un “Manifesto per gli scettici (ma non troppo) in cerca di Dio”, un libro che a partire dal metodo scientifico indaga alcune questioni fondamentali come l’origine dell’universo, quella dell’uomo, il rapporto coscienza-libertà. Alla fine le risposte offerte da Strafellini sono domande, quelle utili ad “allargare i confini della razionalità” come ha chiesto più volte Ratzinger.
All’inizio del manifesto l’autore si dice “convinto che intorno a noi ci siano molte luci che indicano una strada razionale verso Dio”, vie che non possono essere “dimostrate” dal metodo scientifico, ma che questo metodo apre riflettendo sui propri limiti d’indagine.
Il Card. Muller, nell’intervento alla Facoltà Teologica di Milano, va oltre: “Non ci può essere progresso reale per l’uomo se non diviene certo di poter attingere a significati che eccedano quelli offerti dalle scienze cosiddette “esatte”.
Una ragione chiusa in sé stessa, capace di riconoscere come vero solo ciò che è stabilito dal metodo scientifico, annebbia la possibilità di cercare e riconoscere il destino eterno, aprendo scenari per una crisi di speranza che è il tratto profondo del nostro tempo. Infatti, come dice Muller, “non vi può essere speranza senza certezza di rinvenire il bene”.
Questa situazione però non può essere attribuita alla scienza in sè, semmai bisogna cercare dalle parti di quegli scienziati che nell’interpretare i loro risultati (validi fino a prova contraria) vanno ben oltre il loro ambito per approdare indebitamente in altri campi del sapere. Basti pensare alle ipotesi del multiverso formulate per dare ragione dell’origine, ma che non sono affatto verificabili scientificamente, eppure vengono comunque considerate come tali. In tal senso il multiverso ha la stessa valenza “scientifica” di un rimando alla trascendenza di Dio Creatore.
Gregor Mendel, a cui si stanno dedicando incontri in tutta Italia, era monaco e scienziato. Nei suoi esperimenti sulla pianta di pisello si limita a fare ipotesi, sperimentare, contare e verificare, senza chiedere al suo lavoro più di quello che poteva dare. Indubbiamente Mendel fu un vero scienziato, capace di utilizzare il metodo che è proprio della scienza in modo mirabile, e per questo sapeva bene che le domande sul senso doveva formularle con altri modi e su altre fonti. Ecco perché i Mendel Day sono un occasione interessante per contribuire a sfatare quella terribile diceria sull’incompatibilità tra ragione e fede. (La Voce di Romagna, 20/2/2014)