SAN GIOVANNI PAOLO II E LEONE XIV TRA FEDE E CULTURA

Giovanni Paolo II, immag. di Dennis Jarvis – Flickr: Luxembourg-5151 – Pope John Paul II, Pubblico dominio. Fonte commons.wikimedia.org/w/. Pubblico dominio; Leone XIV Pope Leo meeting with FM of Estonia Margus Tsahkna da Flickr. Fonte wikimedia.org/w/ CC BY 4.0. Le due mmagini sono state modificate dall’Autore senza uso di intelligenza artificiale CC BY 4.0.

Nel gennaio del 1982 mi colpì una frase che l’allora pontefice Giovanni Paolo II pronunciò in un suo discorso tenuto ai partecipanti del MEIC, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. La frase era questa:

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Un’affermazione che per molti, in quegli anni, significò ripensare profondamene il concetto di fede e quello di cultura.
Del resto, la centralità della cultura, in senso umanistico, come espressione della posizione che l’uomo assume, nel legame con il suo ambiente e la sua comunità di appartenenza (famiglia, popolo, patria, comunità cultuale e religiosa) e come identificazione di un’ipotesi totale di significato dell’esistenza, è uno dei tratti distintivi del magistero di Giovanni Paolo II.

Disxcorso Santo Padre al minuto 23:00.


Quarantaquattro anni dopo, il suo successore, Leone XIV, ha ripreso il concetto durante l’Udienza generale tenuta in Piazza San Pietro il 28 ottobre 2026. Una bella prolusione, iniziata, finalmente, senza chiedere perdono o scusa per il passato della Chiesa, che avrà pur avuto qualche ombra ma che ha certamente consegnato alla storia molte più luci. Ha esordito, infatti, Leone:

«La Chiesa cattolica si è sempre preoccupata di accompagnare la predicazione del Vangelo con l’istituzione di scuole di ogni tipo, finalizzate ad accrescere la formazione umana, culturale e spirituale di uomini e donne dei cinque continenti». E ha fatto pure un esempio concreto, spiegando che

«… le università medievali sono nate, come sappiamo, dal cuore della Chiesa, contribuendo in modo determinante allo sviluppo della civiltà occidentale».

Fatta questa premessa, Prevost ha poi precisato che il progresso della cultura e delle conoscenze, che pone interrogativi sempre nuovi e più profondi, deve stimolare i credenti a dare ragione della loro fede, senza dimenticare che,

«… in quanto espressioni della dimensione spirituale dell’essere umano, le diverse manifestazioni della cultura contribuiscono ad aprire le menti alle perenni domande sul senso del mondo e dell’esistenza umana».

Confesso che mi ha fatto, poi, particolarmente piacere riascoltare dalla voce di Leone XIV le parole del suo predecessore polacco:

«Il rapporto tra fede e cultura trova il suo fondamento principale nell’Incarnazione: se la Parola divina è diventata carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi, allora la fede è anch’essa una realtà incarnata, intrecciata con la cultura in cui è immersa. Essa è anche chiamata a diventare cultura, cioè a raggiungere la persona nel suo ambiente di vita, fatto di parole umane, di tradizioni, di senso religioso, di arte e di poesia, di pensiero e di scienza. Come amava ripetere San Giovanni Paolo II, “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”».


Ecco perché, nel suo discorso in Piazza San Pietro, Leone XIV ha chiesto ai cristiani di adoperarsi per primi, anzitutto «in loro stessi», perché «pur avendo ricevuto dalla Rivelazione le risposte alle grandi domande dell’esistenza», non sono «dispensati da una paziente formazione intellettuale e culturale» e «le loro conoscenze umane e scientifiche» devono affiancare «i contenuti della loro fede», che vanno «continuamente approfonditi con l’età e secondo il livello degli studi».

Viene, quindi, ribadito – a livello magisteriale – il principio per cui la formazione culturale non è un optional, una scelta facoltativa, un mero accessorio non necessario della fede, ma costituisce un elemento essenziale e integrante di essa. Un cristiano non può limitarsi a coltivare la sola dimensione dello spirito rinchiudendosi nel recinto della pia devozione, per quanto lodevole. Lo ha ribadito nella frase conclusiva del suo discorso Leone XIV:

«Giungere a una sintesi matura e responsabile fra fede e cultura è infatti una condizione necessaria per la perseveranza nella vocazione cristiana, ma anche un requisito indispensabile per testimoniare la fede al mondo e comunicarla agli altri in modo credibile».

Una frase che, come quella di Giovanni Paolo II, siamo certi lascerà il segno nel cuore e nella mente di molti credenti.

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 7. Il rapporto tra la fede la cultura (GS, 53-62)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!   

Il Concilio Vaticano II non poteva omettere di parlare della cultura e dei suoi rapporti con la fede cristiana. Lo fa nel secondo capitolo della seconda parte della Costituzione Gaudium et spes (GS).

La Chiesa cattolica si è sempre preoccupata di accompagnare la predicazione del Vangelo con l’istituzione di scuole di ogni tipo, finalizzate ad accrescere la formazione umana, culturale e spirituale di uomini e donne dei cinque continenti. Le università medievali sono nate, come sappiamo, dal cuore della Chiesa, contribuendo in modo determinante allo sviluppo della civiltà occidentale. Al tempo stesso, il progresso della cultura e delle conoscenze pone interrogativi sempre nuovi [QUI il testo completo dell’Udienza]

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Author: Gianfranco Amato, Avvocato

GIANFRANCO AMATO, avvocato, opera attivamente nel campo della bioetica da circa venticinque anni. Conferenziere, a livello internazionale, su tematiche bioetiche riguardanti in particolare la fami- glia, l’educazione, le dipendenze giovanili, l’ideologia di genere e il diritto naturale, è stato nominato, in qualità di esperto, Direttore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Permanente sulle Famiglie della Regione Siciliana. È stato più volte audito, sempre in qualità di esperto, dal Parlamento italiano, sia al Senato che alla Camera dei Deputati, su proposte di legge attinenti alle tematiche di cui si occupa, in particolare in tema di libertà di opinione, famiglia identità di genere. È Presidente nazionale dell’organizzazione Giuristi per la Vita, un gruppo di avvocati, magistrati e docenti universitari, che combattono sul piano legale in difesa del diritto alla vita, della famiglia e della libertà di educazione. È fondatore e presidente del movimento Nova Civilitas per il recupero e la difesa delle radici cri- stiane della società occidentale attraverso una presenza nel campo della cultura, delle opere e della politica. È stato membro del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, organizzatore dei Family Day tenutisi a Roma il 20 giugno 2015 ed il 30 gennaio 2016, in difesa della libertà di educazione e della famiglia naturale. È noto anche in America Latina, soprattutto in Messico, Costa Rica e Cile, dove viene spesso invi- tato, in qualità di esperto internazionale, da istituzioni pubbliche a livello parlamentare, da Confe- renze Episcopali, da Ordini Professionali, e da varie Università con le quali collabora a livello accademico. Ha scritto una quindicina di libri ed ha ottenuto il premio “Testimoni 2014” dalla Fondazione Fides et Ratio, e il premio internazionale all’Impegno Sociale 2015 intitolato alla memoria dei giudici martiri Rosario Livatino, Antonino Saetta e Gaetano Costa, conferito a «coloro che si battono, con sacrificio e rischio personale, per un impegno sociale improntato ai valori della vita, della giustizia, della verità e della fede, in difesa della legalità, del rispetto delle regole, della divulgazione di un’informazione libera e corretta».

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