Musicisti che suonano in un’orchestra, Studio Cottonbro Gratuito Fonte Pexels
di don Luigi Giussani – dalla Collana “Spirto Gentil”, da clonline.org
Stabat Mater dolorosa: l’inno di Pergolesi ci aiuta a percepire la gioia misteriosa, la consolazione paradossale, la certezza piena di vigore e di sfida alle cose che accadono.
Ci aiuta sempre; e veramente Pergolesi è come un fratello che sostiene nel nostro cammino la fede comune, la memoria comune, la fedeltà comune alla Madre da cui l’avvenimento, ogni momento, parte per investire la nostra vita.
Chi ha sentito la presenza di questa contraddizione terribile, chi ha sentito di più la presenza del Re, del grande Mistero, chi ha sentito di più il dolore del rifiuto che l’uomo ha dato, dà e darà a Lui, di questa vita che l’uomo passa scordando o rifiutando o negando? Chi ha sentito di più questo dolore? Chi ha sentito di più il Mistero della sua presenza e chi ha sentito di più la Croce, Dio in Croce, se non Maria? Come doveva campeggiare agli occhi della Madonna, sullo sfondo di tutte le cose, sullo sfondo di se stessa, suo figlio in Croce, Cristo in Croce.
Un cuore umano non può restare indifferente a tutto ciò che accade
Immaginiamoci quando si svegliava alla mattina, immaginiamoci come si svolgeva la sua ora; credeva in ciò in cui credeva: Maria è il punto in cui Cristo non è stato evacuato neanche di un briciolo, neanche di un millimetro cubo, neanche di un grammo; è il punto in cui il dolore del male del mondo è stato più cruciale. Essa ha partecipato per questo, in questo alla morte di Dio, alla morte di Cristo. In quella ragazza si riverberava tutto l’odio che il mondo ha vissuto e avrebbe vissuto per Cristo; l’odio che ha ucciso Cristo si è tutto quanto assorbito dentro la carne, le ossa, il cuore e il pensiero di questa ragazza. È il dolore più vero e più grande che sia esistito.
Non possiamo aver compassione, partecipare al dolore della Madonna, aver compassione del Cristo in Croce, se non rischiando il nostro cuore e accettando il disegno che il Padre ha su di noi; e questo disegno implica che noi partecipiamo alla Croce stessa di Cristo: l’accettazione del dolore e del sacrificio, contraddizione della vita.
Un cuore umano non può restare indifferente a tutto ciò che accade, per l’evento che rimane fino alla fine del mondo. Egli muore e risorge tutti giorni fino alla fine del mondo; «quis est homo qui non fleret», c’è un uomo che può non piangere? Bisogna fissare lo sguardo in quello che la Madonna vive. Noi non lo sapremmo; fissandola cominciamo a saperlo. In qualunque condizione si trovi il nostro cuore, domandiamo di partecipare anche noi ai sentimenti della Madonna: «Fa’ che il mio cuore ami Cristo Dio». Non c’è niente che possa rendere umano il nostro cuore più che guardare a Cristo con dolore, qualunque sia la condizione della nostra vita e del nostro animo.
«Quando morrà la nostra carne, all’anima sia donata la gloria del Paradiso»: per questo lo Stabat Mater di Pergolesi, questo grido immenso di dolore appassionatamente perseguito e sentito, finisce nella musica più gloriosa che si possa concepire, finisce nell’Amen.
Tutto ciò che diciamo come rapporti, come possesso, come gioia, come godimento, come desiderio, tutto ha la morte davanti, ha un limite. Soltanto Cristo toglie questo limite, soltanto Cristo salva il rapporto con il padre e la madre, salva il rapporto con il ragazzo che ami, salva il rapporto con la verità che emerge dal tuo sguardo curioso sulle cose, salva la vita che freme in te, il gusto di te stesso, l’amore a te stesso. Ti salva nel Paradiso, ma il paradiso di Cristo incomincia qui, perché Cristo è risorto qui. Questo vuol dire l’Amen, il più grande Amen di tutta la musica, che conclude lo Stabat Mater di Pergolesi. Amen: sì. Sì a quello che vuoi, Cristo, perché è da Te soltanto che il limite viene tolto, già in questo mondo. Non si perde più niente, già in questo mondo, ed è una esperienza che siamo chiamati a fare qui, non domani ma qui, oggi. Egli è qui.
Cristo è morto per questo nostro destino: la gloria del Paradiso.
La vita ha un destino, Cristo è morto per questo nostro destino: la gloria del Paradiso. L’amicizia è una compagnia guidata al destino, questo è l’Amen che viviamo, che possiamo vivere ogni giorno di nostra vita, è già il termine, il fine in atto: la nostra amicizia. L’Amen dello Stabat Mater è un grido di gioia, di gloria. Non è stonato nel cuore del Venerdì Santo, perché Egli è morto per risuscitare e così dominare il tempo e lo spazio e giungere fino a noi. La Croce è una condizione posta dal Padre, dal Mistero. Quel che a noi tocca è verificare le conseguenze dell’obbedienza, cioè della fede. Nella fede qualsiasi croce fiorisce in una pace, in una letizia, in una gioia, fiorisce in una verità, la gioia della nostra umanità. Perciò le parole del canto sono anche il contenuto di un augurio: «Cristo risusciti in tutti i cuori». La forma di questa gioia non è sempre uguale, è diversa per individui, per età della storia, è diversa per i vari tempi, in ognuno di noi, del popolo di Dio; non sempre la forma della gloria e della gioia che nasce dalla croce è quella espressa in un monumento grandioso, affascinante, dominante tutta la pianura, costruito in un’epoca cristiana. Questa gloria può essere anche espressa da pochi indigeni radunati in una capanna o da pochi cristiani perseguitati adunati di nascosto, per dire una preghiera o celebrare una Messa. Comunque la vera forma è quella che deve assumere il nostro cuore, una forma di gloria e di gioia che significa maggiore verità della ragione e capacità di gratuità del cuore.
Don Luigi Giussani (da Spirto gentil, edizioni BUR Rizzoli)