Il passato di Viganò raccontato da Andrea Tornielli e altri

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Mentre Bergoglio, invitato a dire qualcosa sul dossier Viganò, non risponde e non nega, sarà bene andare indietro nel tempo,  nel 2012, all’epoca in cui esplode il primo caso Viganò.

Andrea Tornielli presenta Viganò come un ecclesiastico impegnato a sconfiggere sprechi ed abusi, con il beneplacito di Benedetto XVI, e molti nemici che remano contro, in primis il problematico Bertone:

” C’è un episodio non detto nella polemica che da giorni riguarda le accuse rivolte dall’allora segretario del Governatorato, il vescovo Carlo Maria Viganò, nominato nunzio negli Stati Uniti dopo aver scritto drammatiche lettere al Papa e al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, nelle quali si parla di episodi di «corruzione» in Vaticano. Le lettere riservate del prelato – la cui vicenda venne rivelata da Vatican Insider lo scorso 26 giugno – indirizzate a Benedetto XVI e al suo principale collaboratore, sono state esibite dal giornalista Gianluigi Nuzzi durante la puntata della trasmissione d’inchiesta di La7 «Gli intoccabili».

In quelle lettere, Viganò al quale era stato ormai comunicata la decisione del Papa di nominarlo nunzio negli Stati Uniti che lo allontanava (promuovendolo) dal Governatorato dopo neanche due anni e dopo innegabili risultati di moralizzazione e di tagli alle spese, si diceva vittima di un complotto, che era passato anche attraverso alcuni articoli anonimi pubblicati su «Il Giornale», e indicava nomi e cognomi degli ispiratori, citando come ispiratore ultimo monsignor Paolo Nicolini, delegato per i settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani.

In una lettera inviata l’8 maggio 2011 al cardinale Bertone, Viganò attribuisce alla responsabilità di Nicolini «contraffazioni di fatture» e ammanchi, una «partecipazione di interessi» in società inadempienti verso il Governatorato «per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato “L’Osservatore Romano”, per oltre novantasettemila Euro e l’Apsa, per altri ottantacinquemila». Inoltre Viganò accusava Nicolini di «arroganza e prepotenza nei confronti dei collaboratori che non mostrano servilismo assoluto nei suoi confronti, preferenze, promozioni e assunzioni arbitrarie fatte a fini personali».

Nella replica alla trasmissione di La7 che il giorno successivo padre Federico Lombardi ha reso nota su mandato della Segreteria di Stato, sono state fornite indicazioni dalle quali risulta che l’innegabile opera moralizzatrice e risanatrice della gestione Viganò sui bilanci – il presepe in piazza San Pietro, ad esempio, è passato da un costo di 550.000 euro a 300.000 – è stata un merito non attribuibile soltanto al suo impegno, ma anche a quello del suo superiore diretto, il cardinale Giovanni Lajolo, come pure alla gestione più oculata dei Musei Vaticani: tutto ciò ha permesso ai conti di tornare in attivo di qualche milione di euro, mentre in precedenza di registrava un pesante deficit.

Quello che non è stato rivelato dal comunicato della Santa Sede, è che sulle accuse di Viganò a Nicolini è stata svolta un’inchiesta interna, affidata a una commissione disciplinare, presieduta da un ex uditore della Rota Romana, monsignor Egidio Turnaturi. La commissione ha ascoltato i testimoni citati nelle drammatiche lettere del prelato. Per quanto riguarda gli articoli anonimi su «Il Giornale», si è concluso con l’«indimostrabilità» delle attribuzioni messe nero su bianco da Viganò, mentre dopo le indagini si sono rivelate non fondate altre accuse relative a monsignor Nicolini, anche se la commissione ha ritenuto riscontrati i rilievi riguardanti il suo carattere e ha suggerito di prendere provvedimenti.

Questo tassello è importante per ricostruire la vicenda, perché altrimenti si potrebbe essere indotti a pensare che le segnalazioni di irregolarità o di reati rimangano senza seguito Oltretevere. «Ovviamente – spiega a Vatican Insider un’autorevole fonte vaticana – monsignor Viganò ha fatto il suo dovere denunciando riservatamente ai superiori ciò che riteneva necessario denunciare. Ma non si deve immaginare che le sue denunce siano state considerate carta straccia o prontamente archiviate».

La decisione del Papa, messo a conoscenza degli esiti dell’inchiesta e consultati Bertone e Lajolo, è stata di nominare l’arcivescovo nunzio apostolico negli Stati Uniti: innegabilmente un «promoveatur ut amoveatur», se è vero che al prelato era stata in qualche modo «promessa» la successione ai vertici del Governatorato con annessa porpora cardinalizia. La decisione è stata presa a motivo del clima di tensione che si è venuto a creare nello Stato della Città del Vaticano. E le parole di Lombardi sulla piena fiducia nutrita dal Pontefice verso Viganò, sta a indicare il riconoscimento dei suoi meriti nel processo di risanamento. Certo, ci si potrebbe anche domandare per quale motivo, se si sono considerate tutte infondate le accuse rivolte dal prelato nelle lettere, lo si è considerato poi degno di ricoprire un incarico delicato e di prestigio qual è quello di capo dell’ufficio diplomatico di Washington, responsabile dei rapporti con la Casa Bianca e stretto collaboratore del Papa nella scelta della classe dirigente della Chiesa statunitense. Un incarico che richiede equilibrio, riservatezza e ottime capacità diplomatiche.

Un’altra domanda riguarda la continuazione o l’eventuale rallentamento, del processo di risanamento operato da Viganò. E su questo dovrebbe rimanere alta l’attenzione, fuori e dentro le mura, per evitare che si ripetano o continuino episodi oggettivamente scandalosi, tanto più un periodo di grave crisi economica come quello che stiamo vivendo. È stato scioccante apprendere che un presepe composto di una stalla o di una grotta ricostruita in Piazza San Pietro costava tanto quanto una bifamiliare nella campagna romana. Quest’anno, il primo dopo la «cura Viganò», il presepe è costato come l’anno precedente, 300.000 euro, e secondo alcune indiscrezioni si starebbe lavorando per dimezzarne il costo nel 2012.

Di certo, anche se nel comunicato padre Lombardi tendeva a stemperare le tensioni affermando come non corrisponda alla realtà presentare il Vaticano attraversato «da liti, divisioni e lotte di interessi», l’immagine che esce dalle lettere e dal fatto che le lettere siano state divulgate, è invece proprio quella. È innegabile che la vicenda Viganò si inserisca in un panorama più ampio: quello dei persistenti problemi di governo interni alla Segreteria di Stato guidata dal cardinale Bertone. La diffusione delle lettere scritte appena qualche mese fa, sta a indicare che queste lotte ci sono state, ci sono, e prevedibilmente continueranno.

http://www.lastampa.it/2012/01/30/vaticaninsider/le-accuse-di-vigan-e-le-verifiche-del-vaticano-NmsgfToUZ3tMQQOuLK696O/pagina.html

Precedentemente Tornielli aveva presentato così la nomina di Viagnò al governatorato:

Il Governatorato non naviga in buone acque: la crisi ha bruciato quasi la metà dei suoi investimenti e il buco è diventato considerevole, tanto che si parla della possibilità di una sorta di commissariamento per quanto riguarda la gestione dei conti”

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Altri giudizi su Carlo Maria Viganò:

l’arcivescovo ingenuo ma onesto“, Marco Lillo, Il fatto quotidiano (27 gennaio 2012)

è persona di intelligenza vivissima, si muove come fosse un manager o un imprenditore. Non lascia nulla all’improvvisazione. E’ uomo di fede profonda, dotato di carattere deciso, che lo porta ad assumere anche posizioni scomode e rischiose. E’ intransigente, ha coraggio, ottime capacità e forza di volontà. Così rompe presto gli indugi e denuncia al pontefice, nero su bianco, ammanchi, casi di corruzione, appalti gonfiati…” (Gialuigi Nuzzi, in Peccato originale)

 

francodi Masismo Franco, in La crisi dell’impero vaticano

Nel luglio del 2009 Benedetto XVI aveva scelto Viganò come segretario generale del governatorato, l’ente che gestisce tutti gli acquisti, gli appalti e le costose ristrutturazioni edili d’oltretevere. Monsignor Viganò è un uomo amante del rigore e della trasparenza, ha un carattere brusco e diretto ed è subito mal sopportatoto nelle alte sfere degli ambienti vaticani. I suoi nemici sono molti perchè lui taglia interessi e privilegi consolidati.
Anche Tarcisio Bertone è un suo nemico, ed è un nemico potente che è riuscito a costruire una ragnatela di potere nominando cardinali e monsignori di sua fiducia alla guida di numerosi enti chiave in Vaticano. Viganò in poco più di un anno e mezzo (dal luglio del 2009 al 22 marzo 2011) aveva lavorato molto bene risanando i conti a lui affidati, portandoli da un profondo passivo all’attivo; ma il 22 marzo del 2011 fu convocato da Tarcisio Bertone. che gli comunicò che doveva lasciare il suo incarico con tre anni di anticipo perché il suo lavoro stava provocando dei dissapori in Vaticano. Viganò ne uscì furibondo perchè non solo non gli veniva riconosciuto il buon lavoro fatto ma, addirittura, lo si licenziava con tre nni di anticipo. Anche lui, come fece Dino Boffo, cominciò ad indagare per scoprire quali e quanti fossero i suoi nemici dentro e fuori le mura Vaticane e, da tali indagini, ne derivò una fitta corrispondenza fra gli alti vertici di tanta “santità” in cui si scoprono cattiverie e nefandezze degne della più bassa plebe. Tale carteggio avrebbe dovuto rimanere segreto, per l’ipocrisia e il “buon nome” di certe “santità”, ma, grazie alla rivolta silenziosa dei “corvi” è emersa ed è stato resa pubblico. In ogni caso la sorte di Viganò fu quella tracciata dai suoi nemici: all’età di 71 anni egli dovette lasciare l’Italia per prendere servizio a Washington: un esilio dorato per chi troppo sa e troppo ha visto” (Nuzzi, in Sua Santità)
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