Buttiglione contro Caffarra, con poveri sofismi

Cattura

In un lungo articolo sull’Osservatore Romano, rilanciato da Andrea Tornielli su Vatican Insider, Rocco Buttiglione, il politico cattolico che ha votato per la legge Cirinnà, fa le pulci a chi ha messo in luce la discontinuità di alcuni passi di Amoris laetitia con il magistero precedente.

L’articolo è molto lungo, fa sfoggio di grandi conoscenze, per lo più fumo negli occhi del lettore (applicando verità evidenti al contesto sbagliato) e raggiunge il suo momento di chiarezza in questo passaggio:

Il cammino che il Papa propone ai divorziati risposati, osserva dunque Buttiglione «è esattamente lo stesso che la Chiesa propone a tutti i peccatori: va a confessarti e il tuo confessore, valutate tutte le circostanze, deciderà se darti l’assoluzione e ammetterti all’eucaristia oppure no. Che il penitente viva in una situazione oggettiva di peccato grave è, salvo il caso limite di un matrimonio invalido, sicuro. Che porti la piena responsabilità soggettiva della colpa è invece da vedere. Per questo va a confessarsi»…  “La differenza fra Familiaris consortio e Amoris laetitia è tutta qui. Non c’è dubbio che il divorziato risposato sia oggettivamente in una condizione di peccato grave; Papa Francesco non lo riammette alla comunione ma, come tutti i peccatori, alla confessione. Lì racconterà le eventuali circostanze attenuanti e si sentirà dire se e a che condizioni può ricevere l’assoluzione”.

Se la responsabilità soggettiva dunque, secondo il confessore non c’è, ecco che solo in questo caso è possibile l’assoluzione e l’accesso del divorziato risposato alla Comunione: questo il succo del discorso di Buttiglione.

Che però il catechismo lo ha studiato male.

Anzitutto: per ottenere il perdono, occorre, citando proprio il catechismo di san Pio X chiamato in causa da Buttiglione, “il proposito di non peccare più“. Questo proposito, in Amoris laetitia, non c’è.

In secondo luogo: chi è il confessore per leggere nella soggettività del peccatore? Per comprendere fino a che punto vi siano piena avvertenza e deliberato consenso? Quando mai la Chiesa ha insegnato che il confessore ha la capacità, propria solo di Dio, di entrare sino al fondo del cuore umano? Mai.

Infine: ammettiamo pure che il confessore stabilisca che “la piena responsabilità soggettiva della colpa” non c’è. Nel momento in cui lo stabilisce, non può non dire a colui che si confessa che l’adulterio è condannato da Mosè e da Cristo stesso, che ha detto all’adultera: “va e non peccare più!“.

Nel momento in cui il comandamento di Dio è dal confessore ribadito e ricordato, il penitente non può più trincerarsi dietro il “non sapevo”. Cosa Dio gli chiede, è assai chiaro. C’è un comandamento che lo dice. Al fedele poi i suoi tempi, il suo cammino…

La Chiesa ha il compito di ricordarlo. Non ha il compito di leggere nel suo cuore e di dire: questo adulterio sì, questo no. Questo è scusabile, questo no.

E ancora: questo in Germania si può fare, ma in Italia no. Con Kasper sì, con Caffarra no! Fino al 20016 no, dal 2016 sì.

E’ solo Dio, dunque, che può leggere nel cuore e sa giudicare la colpevolezza soggettiva di un fatto oggettivamente negativo, rispetto a cui la Chiesa ha solo un dovere: ricordare che Cristo ha voluto il matrimonio indissolubile, e che per renderlo solubile ci sono sempre state state mille possibili scuse, più o meno valide.

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