La coscienza del malvagio

malavagio

di Padre Giovanni Cavalcoli
Già Pio XII sessant’anni fa, denunciava il diffondersi della perdita del senso del peccato. Noi sacerdoti constatiamo spesso questo fatto incontrando in confessionale persone che negano di aver fatto del male o di aver peccato, proprio in quella circostanza sacra – il sacramento della penitenza – nella quale l’uomo pentito dovrebbe invocare la misericordia di Dio.
Dai tempi di quel grande Pontefice la situazione non è migliorata, ma peggiorata, perchè si sono diffuse delle ideologie le quali tentano di insinuare una visione generale della condotta cristiana nella quale o il peccato non esiste e viene sostituito dallo “sbaglio” o dall’“errore” o viene cambiato in bene o ci si vuol giustificare sempre e ad ogni costo o si crede che il peccato sia sempre e comunque autenticante cancellato dalla misericordia divina, sicchè nessuna preoccupazione: fa’ quello che ti pare, tanto, ti salvi lo stesso.
Questa, in soldoni, è la morale che ormai si è convenuto di chiamare etica del “buonismo”,

la quale invece in realtà nasconde in chi la professa, dietro una falsa mitezza e un falso pacifismo, una sistematica malvagità o crudeltà, e cela l’odio, l’invidia, l’empietà e la superbia dietro un atteggiamento apparentemente dolce, controllato, moderato e comprensivo: “veleno d’aspide – direbbe il Salmista (Sal 140,4) – è sotto le loro labbra”. “Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore” (Sal 28,3), salvo a sputare improvvisamente ed inopinatamente in faccia ai buoni il loro rancore, il loro sarcasmo, il loro veleno o la loro immondizia, covati nel cuore.
In questi tempi di buonismo credo che stiamo perdendo la nozione della malvagità. Eppure essa è un concetto fondamentale della Scrittura, perchè Cristo è precisamente venuto per distruggere la nostra malvagità e renderci buoni.
Ma appunto i buonisti pensano che Cristo abbia già compiuto o stia compiendo quest’opera per tutti, usando a tutti misericordia, sicchè se un tempo, prima del Concilio, si parlava ancora di malvagità, di castighi, di diavolo e di inferno, oggi, dopo il Concilio, si è diffusa la convinzione che tutti in fondo siamo buoni, siamo in buona fede, di buona volontà; siamo tutti in grazia di Dio, perdonati e salvi. Il peccato non è negato, ma c’è la convinzione che comunque è perdonato.
Invece la malvagità esiste. E’ bene sapere che cosa essa è, perché, finchè siamo in questa vita, è sempre possibile diventare malvagi. Il Papa di recente ha distinto “peccatori” da “corrotti” ed ha detto che tutti siamo peccatori, ma non tutti sono dei “corrotti”.
Penso che con questo termine, preso dalla politica, il Papa intenda riferirsi a colui che la Bibbia chiama malvagio. Costui è colui che ha il “cuore indurito”. Ha una “fronte di bronzo” e il suo cuore è “una sbarra di ferro” (Is 48,4). Mentre il peccatore può essere anche un santo, si pente dei propri peccati, si sforza di riparare e correggersi, il malvagio è ostinato nel male. “Errare – diceva mia madre – humanum est. Perseverare est diabolicum”.
La malvagità è l’abitudine radicata o volontà sistematica di fare il male. Il malvagio, quindi, è chi imposta la propria vita a fare il male, chi prova gusto a fare il male verso Dio e verso il prossimo. Il suo bene è fare il male, mentre per lui il bene è male.
La malvagità o cattiveria è una conseguenza grave ed estrema, purtroppo non rara, di una tendenza al male che tutti noi, anche i più buoni, sperimentiamo e che è a sua volta conseguenza del peccato originale, aggravata dal cedimento volontario, continuato e tollerato alla proprie cattive inclinazioni e quindi da un mancato esercizio nelle virtù. Dio crea l’uomo con una naturale tendenza volontaria al bene. Tuttavia, dato che gli atti della nostra volontà sono in nostro potere, e a causa della suddetta tendenza al male, di fatto nella natura umana decaduta la scelta del bene si presenta come più difficile della scelta del male.
Tuttavia, ognuno di noi, nelle circostanze ordinarie della vita, ha la possibilità di agire normalmente bene. Il peccato resta un fatto occasionale ed accidentale in una direzione fondamentale della volontà che, se vogliamo, possiamo orientare in permanenza a Dio. Nell’atto del peccato la volontà abbandona per sua stessa libera decisione la sua bontà e diventa cattiva a causa della scelta di un atto cattivo: ecco il peccato.
La nostra coscienza possiede il criterio del bene e del male, in base al quale si accorge quando ha agito male distinguendo da quando ha agito bene. Essa sa inoltre quando la volontà ha commesso volontariamente il male e lo distingue dal male commesso involontariamente. Nel primo caso si sente in colpa, avverte il peccato e il dovere di pentirsi e chiedere perdono a Dio. Nel secondo, invece, avendo agito senza sapere di far male o sotto l’impulso di una passione, si sente innocente e semmai ripara i danni involontariamente commessi.
Chiediamoci adesso da dove trae origine il buonismo. La risposta è: dal dramma di coscienza vissuto da Lutero e dalla soluzione che egli ritenne di dovervi apportare. Infatti il buonismo è una soluzione esagerata, troppo ottimista e presuntuosa, ad un’opposta altrettanto esagerata ed estremista idea del proprio essere peccatore.
Infatti, come è noto, Lutero era convinto, per una sbagliata interpretazione delle conseguenze del peccato originale e per un eccessivo timore delle proprie debolezze, che tutte le nostre opere che noi consideriamo “buone”, come le stesse penitenze, in realtà sono ipocrisie e peccati mortali e che sia impossibile fare il bene.
Per questo per lui una vera serenità di coscienza è impossibile: c’è sempre in noi una colpa almeno latente. Si racconta che egli, quando era ancora monaco, non riusciva a trovar pace nel sacramento della confessione. Era troppo spaventato dalle sue recidività. Non si impegnava a sufficienza nel distinguere il volontario dall’involontario e quindi non capiva che, dato che gli atti del volere dipendono dal nostro stesso volere, per essere perdonati da Dio, è sufficiente un atto di buona volontà ossia di pentimento.
Né si deve dubitare della sincerità del nostro volere riguardo ad un atto, ad esempio, di pentimento, che abbiamo voluto, perché è nell’essenza del nostro volere essere padrone del proprio atto. Lutero invece non capiva che una cattiva azione o un danno ad altri commessi involontariamente o per ignoranza o per debolezza non sono peccato. Altrimenti si cade in scrupoli che rovinano la lucidità e la pace della coscienza.
Così egli non aveva percezione del fatto che ho detto sopra e cioè che il peccare in noi non è uno stato permanente, ma è un incidente saltuario, anche se forse frequente, nell’attività di un volere che, se noi lo vogliamo, può mantenersi in sostanza continuamente rivolto verso Dio, e quindi buono e in grazia di Dio, benchè restiamo peccatori e il peccato veniale, che non distrugge la grazia, sia frequente ed inevitabile.
C’è in noi di permanente il poter peccare, ed anzi la tendenza a peccare, la cosiddetta “concupiscenza”, ma un conto è una tendenza e un conto è la messa in atto di questa tendenza. La tendenza esiste indipendentemente dalla nostra volontà; la messa in atto, ossia il peccato, dipende dalla nostra volontà.
Pecchiamo solo se lo vogliamo, cosa che, nell’attuale clima di buonismo, pochi riescono a capire, convinti che, se fanno del male, lo fanno senza saperlo o senza volere. Il confessore ha un bel sbracciarsi a spiegare che questa non è materia de confessione. A quel punto lì allora il bravo “penitente” dice che non ha fatto niente di male.
Lutero invece si era messo in testa, inizialmente con angoscia, che, anche con la grazia, l’uomo continuasse a peccare mortalmente. D’altra parte sapeva che solo con la grazia l’uomo è giustificato e che Dio vuol salvarlo, per cui Egli ci vuol donare la grazia. Ma siccome Lutero non credeva che la nostra volontà in forza del nostro stesso volere da cattiva può diventare buona, ecco che giunse alla conclusione che noi ci salviamo, anche se la volontà resta cattiva. Basta la famosa “fede” che comunque ci salviamo. E da qui ha origine la “fede” dei buonisti.
Avvenne allora nella sua mente, esasperata dall’idea di dannarsi, un capovolgimento apparentemente paradossale, ma ben noto a chi conosce il funzionamento patologico della coscienza: quando ci si fa l’idea che tutto sia falso, facilmente si cade nell’eccesso opposto che tutto sia vero. E quando si crede che ogni nostro atto sia male, si rischia di cadere nell’eccesso opposto di credere che ogni nostro atto sia buono. Ecco il buonismo.
Questo capovolgimento avviene quando noi confondiamo l’essenziale con l’accidentale, ovvero il criterio di valutazione degli atti con gli atti stessi da noi compiuti, che devono essere giudicati. Se il criterio manca, il bene e il male si riversano sugli atti. Ma siccome manca appunto il criterio per distinguerli, potremo indifferentemente, come ci piace, giudicarli o tutti cattivi o tutti buoni.
Per esempio, nel campo del bene, noi siano sostanzialmente buoni, se lo vogliamo, soprattutto se fruiamo della grazia di Cristo. Ciò vuol dire che il peccato è un fatto contingente ed accidentale e quindi riparabile appunto con il pentimento e la grazia donataci da Cristo.
Se invece manchiamo di questa visione equilibrata, veramente evangelica, e ragioniamo per estremi o per assoluti come ha fatto Lutero: o tutto o niente, o assolutamente cattivo o assolutamente buono, due astrazioni entrambe false, allora è logico che al niente come inevitabilità del peccato si ripara solo col tutto contrario, ossia con l’assoluta bontà, per cui il peccato, ammesso che esista, non desta alcuna preoccupazione e non ha alcuna importanza.
In questa visuale cattolica la malvagità esiste e come, ma non è così tanto radicata da escludere totalmente la possibilità che la volontà voglia efficacemente uscire da questa situazione e, con l’aiuto di Dio, riuscire, come racconta chiaramente la parabola evangelica del figliol prodigo.
Diciamo pertanto che l’uomo malvagio non opera il male continuamente e in tutte le direzioni, perché questo, oltre che essere contrario alla fede, sarebbe impossibile anche per il demonio, dato che il male non corrompe mai del tutto il soggetto che ne è l’autore.
Tuttavia il malvagio si serve di quel poco di bene che resta per fare il male e l’orientamento o scelta di fondo della sua vita resta sempre fare il male o godere del male, quindi l’ostinata, compiaciuta, continua e perseverante disobbedienza e ribellione a Dio, che egli sostituisce con l’assolutizzazione della propria volontà. Per questo, Dio, per mezzo del Salmista, dice del malvagio: “L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio” (Sal 81,13).
Ampia è la descrizione che la Scrittura fa della malizia del malvagio: “l’anima del malvagio desidera fare il male” (Pro 21,10); “si ostina nel fare il male” (Sal 64, 3-7); “confida nella sua malizia” (Is 47,10); “è colmo di ogni sorta di malizia” (Rm 1,29); “ha la malizia nel cuore” (Sal 28,3); “nel suo cuore accumula malizia” (Sal 41,7); “non cessa dal sopruso e dall’inganno” (Sal 55, 10-12); “la sua lingua è spada affilata” (Sal 57,5); “affila la sua lingua come spada” (Sal 64,5); “la sua lingua è tutta adulazione” (Sal 5,10); “una saetta micidiale è la sua lingua” (Ger 9,7); “la sua lingua ordisce inganni” (Sal 50,19); “concepisce malizia e genera sventura” (Gb 15,35); è “piena di ogni frode e di ogni malizia” (At 13,10). I malvagi dicono con arroganza e spavalderia: “Ci difendiamo con le nostre labbra: chi sarà nostro padrone?” (Sal 12,5). Hanno sempre la scusa pronta e sgusciano come i serpenti.
Il malvagio è anche orgoglioso. Non accetta né rimproveri né osservazioni, ma anzi è uno sputasentenze che si erige a maestro di giustizia per tutti, senza mai riconoscere i propri torti, ma trovando sempre con astuzia o sfacciataggine una giustificazione. Esige troppo dagli altri, mentre è troppo indulgente con se stesso. Deride gli altri, ma non mette minimamente in discussione se stesso. Scherza con i santi e lascia stare i fanti. Teme gli uomini, ma non il Signore.
Il malvagio può convivere per molto tempo accanto ai buoni tormentandoli continuamente, senza minimante esser scosso dai loro buoni esempi, che invece ignora, deride o disprezza. Essi non mostrano dubbi circa la bontà della loro condotta, che ovviamente sbandierano come buona e se ne vantano, per cui perseverano imperterriti sulla loro strada, sordi ad ogni richiamo e ciechi ad ogni luce di bene.
Anzi, i peggiori e i più incalliti tra i malvagi, se sono dotati, mossi dall’ambizione o accorgendosi magari di ottenere un successo mondano o che i superiori li lasciano fare, tentano persino con astuzia, minacce ed arti diaboliche di trascinare, come lupi travestiti da agnelli o falsi profeti, anche altri sulla loro via perversa, naturalmente presentata come buona ed ottima, tanto più che la debolezza umana prova attrazione per il male e ripugnanza per il bene. Per questo capita che i cattivi possano essere più numerosi, più influenti e più potenti dei buoni.
Non c’è dubbio che il malvagio sia sotto l’influsso del demonio. Il segno di ciò è la straordinaria sicurezza, perseveranza ed ostinazione nel male, accompagnata da superbia ed impenitenza, di certi malvagi, nonché dalla gravità e crudeltà dei loro delitti e dei loro peccati. Infatti è proprio dell’uomo potersi ravvedere e correggersi, mentre si sa che il diavolo è contrario ad ogni pentimento o ravvedimento.
Tuttavia, anche per questi infelici, come suggerisce S.Tommaso, ispirato dal Vangelo, finchè sono in vita, si può sperare che si ravvedano ed anzi è possibile che si facciano santi. E gli esempi nella storia non mancano.

Print Friendly, PDF & Email
Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Iscriviti alla nostra Newsletter

Diventa socio
Cookie e Privacy Policy