Le vicende di Danilo Quinto, ex tesoriere dei radicali

I radicali sono dei volponi. Sempre lì che sembra se ne stiano andando, eppure sono gli unici sopravvissuti a tutte le tempeste di quest’ultimo ventennio. Hanno seppellito la Dc, il Psi, il Pci, i Ds… Sempre lì, che sembra muoiano di fame da un momento all’altro, vuoi per gli scioperi della fame, vuoi perché la radio invoca nuovi fondi, “per non morire”: ma anche in tempi di crisi nera, alla fine, decine di milioni di euro arrivano (soprattutto dallo Stato e da enti pubblici, ma non solo).

Insomma, dei maestri. Però anche ai radicali non tutte le ciambelle riescono col buco. Anche a loro qualcuno dei tanti boomerang lanciati a destra e a manca torna talvolta, invece che tra le mani, sulla nuca.

Gli ultimi fatti, ricostruiti soprattutto sulla Bussola Quotidiana on line diretta da Riccardo Cascioli, sono questi: nel 2005, ai primi di luglio, il tesoriere dei radicali Danilo Quinto lascia il partito e inizia una causa di lavoro contro di esso, chiedendo il riconoscimento di vent’anni di lavoro, “svolti con prestazione occasionale, senza maturazione della pensione e di quant’altro corrispondeva ai miei diritti”.

Nei primi mesi del 2006 arriva puntuale la denuncia nei suoi confronti e Quinto viene accusato di aver sottratto al partito 230.000 euro.

A chi osservi da fuori, senza pregiudizi, qualcosa non torna. Troppo immediata, troppo veloce, troppo simile, forse, alla vendetta, la denuncia radicale. Troppo repentina la trasformazione di Quinto, agli occhi di Pannella: sino a poco prima un uomo fidatissimo, con cui condividere, gomito a gomito, per anni e anni, nientemeno che la gestione del partito, e, soprattutto, la raccolta fondi (cioè, per un partito che voti ne ha ben pochi, quasi tutto). Così fidato, Quinto, da essere radicale dal 1986; candidato alla Presidenza della Regione Puglia nel 2000; al Senato nel 2001; cofondatore di “Nessuno tocchi Caino” e di “Non c’è pace senza giustizia”…

Così affidabile, Quinto, da svolgere, come si è accennato, il compito di tesoriere del partito per ben 10 lunghi anni. Durante i quali, oltre a decidere, per conto di Pannella, spese per decine di milioni di euro, a trovare un imprenditore che investe in favore dei radicali 20 milioni di euro, maneggia, a pro del partito, per raccolta di autofinanziamento, 25 milioni di euro, dicasi 25!

Ad un certo punto Quinto inizia a cambiare, a comportarsi in modo “sospetto”. Soprattutto perché, come racconta lui stesso, ha trovato una moglie che lo ha trasformato. E, dopo un po’, pure sposato. Sì perché Quinto ha certamente una colpa grave: nel 2003 decide di sposarsi, cosa che, tra i radicali, “non s’ha da fare, né ora né mai”. Come se non bastasse, compie pure il misfatto in chiesa, perché sua moglie è una cattolica fervente. Pannella direbbe: “una talebana”.

E’ proprio la sua nuova vita, così diversa da prima, così differente da quella dei vecchi compagni, a spingerlo a lasciare il partito, nel 2005 (quando suo figlio è nato ormai da sette mesi).

Ecco che scatta subito, come si diceva, l’accusa infamante (ma non poi tanto: 200.000 euro, all’epoca di Penati e Lusi, sono noccioline, forse anche non tanto facili da dimostrare, né per chi accusa di furto, né per chi, invece, lo nega).

Perché, allora, il boomerang di cui parlavo all’inizio?

Perché pochi giorni dopo la notizia di Lusi, qualcuno, per fare uno sgarbo non tanto a Quinto, pedina sacrificabile, ma ai radicali stessi (una lotta interna al centro sinistra?), fa uscire su Panorama e su Il Giornale la notizia: “Quell’ammanco persino in casa radicale”. Il significato degli articoli è chiaro: è inutile che i radicali facciano i duri e puri, anche loro hanno avuto per anni un tesoriere ladro!

Non era questo che volevano si dicesse in giro, Pannella e soci, all’epoca della denuncia contro Quinto. Pensavano rimanesse una questione interna, tra loro e un vecchio compagno “che sbaglia”. E in effetti su radio radicale, dopo l’articolo di Panorama, si affrettano a parare il colpo: non è vero, dicono, la differenza è che Quinto, noi, lo abbiamo denunciato per primi, mentre Lusi non è stato accusato dai suoi compagni della Margherita, ma dai magistrati.

Ma la frittata è fatta. Infatti, il lettore che non conosce i retroscena, si farà questo giudizio: “sì, ma lo avete denunciato quando era già uscito”. La verità, forse, forse, oso ipotizzare, è un’altra: lo hanno denunciato anche perché era uscito…

Fatto sta che oggi Danilo Quinto non ha una lira bucata; si arrabatta a cercare collaborazioni a destra e a manca; non ha né casa né auto. Se fosse disonesto davvero, potrebbe pensare: “se in tanti anni, con tanti soldi tra le mani, avessi rubato davvero! Se mi fossi messo via non tutte le ville di Lusi, ma almeno una casettina piccina piccina…”.

Ma siccome così non è, Quinto la pensa altrimenti: “avrò pure le denunce dei vecchi compagni, però, vuoi mettere, io ho una moglie e un figlio; Pannella, Bonino e soci, invece, coerentemente con il loro credo anti-famiglia ed anti-Dio no. E scusate se è poco, l’amore…”. Il Foglio, 23 febbraio 2012

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