Gli esordi di Prodi all’Iri e le importanti amicizie.

Dopo la crisi del 1929, che getta nel panico i risparmiatori del Nuovo Mondo e quelli della vecchia Europa, vi sono ovunque banche e aziende che chiudono e disoccupati che vagano.
La soluzione al dramma economico, pressochè dappertutto, è costituita dall’intervento degli Stati in economia: negli Stati Uniti viene adottato il New Deal, in Germania, di fronte a 6 milioni di disoccupati, Hitler investe soldi pubblici nell’industria bellica, nelle autostrade e nella ricostruzione.
Anche in Italia la situazione è difficile, con 1.300.000 disoccupati, l’industria e l’agricoltura in crisi.
Il regime fascista cerca di porvi rimedio istituendo l’IMI nel novembre 1931 e l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel gennaio 1933. All’Istituto, inizialmente, vengono affidate le seguenti funzioni: “il finanziamento a lungo termine di aziende industriali; l’assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvataggi e risanamenti bancari”(Mario Cataldo, Storia dell’industria italiana, Newton, 1996).
Col tempo l’IRI, passato da ente provvisorio ad ente permanente, si trova ad avere partecipazioni nei settori più disparati: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all’agricoltura, dal tessile alla meccanica: “alla vigilia della II guerra mondiale l’IRI si troverà a detenere oltre il 44% del capitale azionario allora esistente in Italia” (op.cit.).
L’Italia ha così un settore pubblico inferiore soltanto all’URSS, cioè al paese in cui la rivoluzione comunista del 1917 aveva portato lo Stato ad essere proprietario non solo della libertà dei suoi sudditi, ma anche di tutti i “mezzi di produzione”, dalle industrie alle banche alla terra.
Il nostro diventa uno “Stato banchiere ed imprenditore” in cui, secondo una definizione dei maligni, si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite.
Nel dopoguerra lo Stato italiano decide di non smantellare il patrimonio industriale pubblico e l’IRI rimane il colosso dell’era fascista. L’enciclopedia Motta nel 1961 afferma che all’epoca l’IRI ” comprende 119 aziende nel settore delle industrie siderurgiche (tra cui Dalmine, Ilva, Terni), metallurgiche, cementizie e meccaniche (Alfa Romeo, Filotecnica, Motomeccanica, San Giorgio); 21 nelle industrie navali (Ansaldo, Cantieri Riuniti dell’Adriatico…); 18 società di navigazione (Adriatica, Italia, Lloyd Triestino, Tirrenia); 9 nelle industrie chimiche, 5 in quelle di costruzione e 8 nei trasporti; 32 società elettriche (tutto il gruppo Sip e Società Meridionale Elettrica); 18 società telefoniche; 25 società immobiliari, 5 agricole e 8 industrie varie. Controlla pure 26 enti bancari (tra cui la Banca Commerciale, il Banco di Roma e il Credito Italiano, le cosiddette Bin, banche di interesse nazionale ndr.) e 8 società finanziarie italiane; partecipa inoltre a 19 società estere. Anche dall’IRI dipendono alcune industrie turistiche, alimentari e della pesca. Di alcune società le azioni possedute dall’IRI costituiscono la totalità, di altre la maggioranza, di altre infine una minoranza ma che talvolta rappresenta la più valida partecipazione finanziaria”. All’IRI appartengono anche Alitalia e Rai. Nel 1990 l’IRI conta 419.559 dipendenti.
Si tratta insomma di un impero economico straordinario, colossale, che nel 1994, ultimo anno di gestione Prodi, pur dopo parecchie privatizzazioni-svendite, è ancora il principale datore di lavoro del sistema Italia. A tale data infatti l’IRI può contare su 292.689 dipendenti, contro i 268.956 dell’IFI degli Agnelli, e i 27.363 di Fininvest ( poi Mediaset), di proprietà di Silvio Berlusconi. Quanto al fatturato si parla di 73.155 miliardi di lire per l’IRI, contro i 10.360 della Fininvest.
Ma chi ha creato e controllato, in circa 70 anni di storia, questo immenso patrimonio umano ed economico? E come ha fatto a sciogliersi come neve al sole in pochi anni, dal 1992 al 2000?
Il fondatore e il primo padrone dell’IRI è Alberto Beneduce un casertano, massone, seguace del socialismo interventista di Bissolati, nel 1914-15, poi parlamentare ed infine vicino a Mussolini, pur non aderendo mai con decisione al fascismo. La sua carriera, per la quale ha meritato il titolo di “padrone dell’economia italiana”, è brillantissima e tutta dietro le quinte: in epoca fascista è soprattutto fondatore e presidente dell’IRI, ma anche presidente del Consorzio Navale, presidente delle Ferrovie Meridionali Bastogi, presidente della Meridionale di elettricità, presidente del Consorzio di Credito per le opere pubbliche, dell’Istituto per il credito navale…e tutto alla faccia del divieto fascista di accumulo delle cariche. Nel suo libro I giorni dell’IRI. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori, 2000) Massimo Pini scrive: “Alberto de Stefani ricorda che Beneduce possedeva una dote singolare, la misteriosità, che gli consentiva di essere presente in tutti i passaggi obbligati dell’alta finanza e di avviarla verso i suoi meditati fini”.
Beneduce muore nel 1944 a Roma: era stato il vero duce dell’economia italiana, in un’epoca in cui un ex giornalista divenuto dittatore, Benito Mussolini, pur dominando politicamente il paese, non era riuscito, come dimostrerà la guerra, a controllare settori importantissimi della vita italiana, dall’economia, all’esercito, alla grande industria privata. La figlia di Beneduce, Idea Socialista, diviene intanto la moglie di un siciliano che diverrà potentissimo: Enrico Cuccia. Come a dire che i regimi passano, ma le dinastie familiari restano.
Questo è ancora più vero negli anni della Repubblica: mentre i governi durano anche meno di un anno e si alternano di continuo, solo alcuni uomini rimangono saldamente e con continuità al controllo di realtà politicamente ed economicamente significative. Tra questi, oltre agli Agnelli, ci sono appunto alcuni presidenti dell’IRI (Prodi durerà in carica dal 1982 al 1989, durante ben otto governi diversi) ed Enrico Cuccia, l’erede di Beneduce. Come il suocero è avvolto da un grande mistero: mentre è in vita quasi nessun giornale ne parla; non rilascia interviste, non compare in televisione, cammina ogni mattina presto, a testa bassa, verso il suo ufficio di via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, in cui, nei momenti difficili, si decidono le sorti dei grandi gruppi industriali privati, della Pirelli, della Fiat, dell’Olivetti… Ma quando muore, quasi solo ora si potesse dirlo, tutti i giornali spiegano che è deceduto “il signore della finanza italiana”, “il grande vecchio della finanza italiana” e cose simili (Quotidiano.net 23/6/2000; la Repubblica 24/6/2000). Eppure anche la morte è all’insegna della segretezza: i funerali sono in forma rigidamente privata (vi partecipano solo Fazio, Romiti, Geronzi, Maranghi e Cingano, tutti banchieri, e un solo politico, La Malfa figlio).
La creatura di Cuccia, Mediobanca, di cui sarà per lunghissimi anni dirigente e, alla morte, presidente onorario, è il forziere dell’industria italiana: è nata nel 1946 come ente specializzato per i finanziamenti a medio e lungo termine, per iniziativa delle già citate banche d’interesse nazionale dell’IRI, le cosiddette Bin (la Commerciale italiana – Comit; il Credito italiano- Credit; il Banco di Roma) e di una piccola quota di capitale privato. Cuccia viene subito nominato direttore generale: può infatti contare sulla parentela acquisita con Beneduce e sull’amicizia con importantissimi personaggi del Partito d’Azione, e poi del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, presidente di Mediobanca sino alla morte. Amicizie importantissime per i legami che hanno con gli Agnelli, gli Usa e la massoneria internazionale.
Del giro di amici, e che amici, fa parte anche Tonino Maccanico, nipote di Adolfo Tino e membro anch’egli del partito repubblicano. Maccanico è un personaggio singolare anch’egli: senza bisogno di presentarsi alle elezioni, di fare manifesti o proclami, fa il segretario generale al Quirinale, assistente di La Malfa al Bilancio e in altri incarichi, segretario del Presidente della Repubblica e solo poi il senatore del PRI prima e della Margherita prodiana poi. Panorama lo definisce “uno di quei personaggi che si perpetua per vie misteriose ed elitarie dentro la pubblica amministrazione, e che vive a strettissimo contatto con la politica”.
Ebbene nel 1987-8, mentre Prodi è a capo dell’IRI, Maccanico viene chiamato temporaneamente a sostituire Cuccia al vertice di Mediobanca e pilota la privatizzazione dell’Istituto svincolandolo dal controllo dell’IRI e delle banche pubbliche. Racconta lui stesso: ” Quando il primo patto andò in scadenza, nel 1987, le tre bin non lo volevano rinnovare. Allora fui nominato io alla presidenza perché trovassi una soluzione. Chiamando a raccolta forze economiche nuove, come Giancarlo Cerruti, Carlo De Benedetti, Alberto Pecci e Pietro Ferrero, rinnovai la compagine azionaria e stipulai un nuovo patto di sindacato: da una parte le tre bin con il 25%, dall’altra con un uguale pacchetto del 25% i privati…L’obiettivo era sempre di garantire, con la presenza dei privati, l’autonomia di Mediobanca dalle bin”. (intervista a Panorama 29/3/03).
Maccanico, dunque, mentre Prodi gestisce l’IRI, prende dentro De Benedetti, il padrone di la Repubblica e de l’Espresso:: tutti e tre, Maccanico, De Benedetti e Prodi rimarranno insieme anche in politica, e riorganizzano oggi la rivincita contro Berlusconi. Che parte, appunto, dalla difesa, tramite i giornali la Repubblica e l’Espresso, delle privatizzazioni fatte da Prodi, e in particolare proprio di quelle a favore di De Benedetti (caso SME)!
Ma torniamo a Maccanico. Secondo un giornalista di “Avvenire”, “Maccanico è anche un talent scout. Nel 1982 è stato lui a scoprire e presentare nel salotto buono della finanza italo-lazardiana il politico del futuro, democristiano ma laico quanto l’oligarchia lo vorrebbe: De Mita Ciriaco. L’avellinese, invitato per l’esame in casa De Benedetti (presenti Agnelli, Scalfari…) convince, nonostante l’accento. E viene cooptato. A patto s’intende, che lui coopti Maccanico nel prossimo governo, che lui presiederà e di cui Eugenio Scalfari s’incaricherà di cantare le lodi al di là di ogni verosimiglianza. Infine nel 1989 ecco Maccanico alle costole del Presidente del Consiglio De Mita, nei panni di ministro delle Riforme Istituzionali”. Poi, vista la mala parata dei repubblicani, Maccanico esce dal partito repubblicano e trova posto, in un collegio blindato, nella Margherita prodiana; nel governo Prodi diventa ministro delle Poste. Ciriaco De Mita: segretario della DC per quasi sette anni, dal 1982 al 1988, “un record straordinario per un partito che faceva ruotare gli incarichi direttivi come la biancheria” (Bruno Vespa), è rappresentante dell’ala sinistra del partito.
Se ricordiamo che De Mita è colui che sceglie Prodi, sempre nel 1982, il cerchio si chiude: il cerchio delle amicizie, in politica e negli affari, che continuano a girare!
Ma prima di cambiare argomento vale la pena di spendere qualche ulteriore parolina su De Benedetti: il finanziere torinese è editore, insieme al principe Caracciolo, di la Repubblica dell’Espresso, di Limes, Micromega, di 15 quotidiani locali, un bisettimanale, due mensili, due trimestrali, tre emittenti radio nazionali, Dee Jay TV ecc.ecc.(www.quotidianiespresso.it). La sua carriera è descritta così dall’economista Giano Accame: “Troppi i regali di Stato su cui ha costruito la fortuna industriale: dalla legge del suo socio Bruno Visentini, ministro delle Finanze, che rese obbligatori i registratori per cassa per i commercianti (l’Olivetti, guarda caso, li stava producendo), ai discutibili acquisti delle poste, che gli hanno svuotato i magazzini dei telex, invendibili perchè superati dai fax, agli esuberi di personale scaricati a spese di enti pubblici”(Lo Stato 20/1/’98). Mentre Vittorio Feltri scrive: “Ex Fiat. Ex Olivetti. EX Omnitel. Ex tutto”, a significare le tormentate vicende di un finanziere che continua a cambiare, senza riuscire a far decollare nulla, ma che pure rimane un potentissimo personaggio grazie al suo potere mediatico. De Benedetti è uno di quei grandi mai toccati dalle indagini di Tangentopoli: mentre la DC e il PSI vengono decapitati a partire dal 1992, mentre deputati e senatori finiscono nelle patrie galere, lui, Agnelli e Prodi, rimangono incredibilmente illesi. La Repubblica, in quegli anni, urla alla corruzione dei politici e degli industriali italiani, e massacra chiunque, a qualunque titolo abbia alimentato il mercato delle tangenti. Oggi fa lo stesso con Berlusconi. Eppure il suo editore, De Benedetti, “a Roma fu costretto a riconoscere di aver fatto larghissimo uso di strumenti di corruzione”; consegnò poi “a Di Pietro un memoriale in cui sosteneva di essere stato costretto a pagare, tra il 1987 e il 1991, per ottenere lavori alle Poste e più in generale per non fare uscire la Olivetti dal mercato internazionale dei computer. I suoi giornali ne uscirono con una intervista di Giampaolo Pansa all’ingegnere: ‘ Perché non hai mai detto niente, Carlo? Lo sai che siamo molto incazzati con te?’ Pansa glielo disse con la bocca a cuore, tanto che Prima Comunicazione, giornale specializzato in media, la interpretò così: ‘Carlo, sono incazzato. Sono talmente incazzato che…baciami’…De Benedetti, per fortuna, incontrò magistrati garantisti, sia a Milano che a Roma…(però) fu arrestato e tenuto a Regina Coeli per sole dodici ore, poiché ottenne immediatamente gli arresti domiciliari…Poco dopo confessò per iscritto di aver dato ai funzionari delle Poste dieci miliardi. Nel ’94 il giudice Cordova (di Roma) acquisì documenti che provavano a suo giudizio la vendita di telex malfunzionanti a prezzi più alti di quelli di mercato. Per la logica degli accoppiamenti tra pubblico ministero e Gip, che ogni tanto variano, cambiò il giudice per le indagini preliminari che seguiva il caso. Trascorsero quattro anni e il nuovo Gip che aveva ereditato l’inchiesta si accorse, nel ’98, di non essere competente. La pratica passò al Tribunale dei ministri, dove la fine del secolo la trovò sonnecchiante, in attesa dell’ormai certa prescrizione”(Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, pp.187-189, Mondadori, 2000).
E’ sempre Vespa, nell’opera citata, a ricordarci che Bettino Craxi, in un colloquio con Di Pietro “ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti (di De Benedetti) in cambio di affari con l’IRI” (p.175), e che Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC dal 1986 al 1993, pluricondannato per Tangentopoli, ebbe a confidargli: ” Mi sono mosso soltanto per tre persone. Andai a trovare De Benedetti nei suoi uffici romani a piazza di Spagna, Sama nella sede della Montedison all’Ara Coeli, Gardini al Grand Hotel. Sama mi consegnò i contributi: una volta tre miliardi, una volta uno. De Benedetti e Gradini ce li accreditarono su conti esteri: il primo poco più di un miliardo, il secondo due” (p.178). Per queste affermazioni, riportate in un’opera che ha venduto oltre 150.000 copie, Vespa non è mai stato processato né smentito. Potremmo continuare l’antologia di prodezze dell’ingegnere ancora molto a lungo, ma ci accontentiamo di chiudere con due brevi citazioni. La prima è di Gianni De Michelis, sul Corriere della Sera del 6/5/2003: “Per capire la posizione di De Benedetti nei nostri (dei socialisti, ndr) confronti le racconto questo aneddoto. C’erano da rinnovare i vertici di Eni e Iri e un giorno l’Ingegnere mi prese da parte e mi disse: ‘Vi serve un bravo presidente dell’Iri? Io sono disponibile…'”. L’altra dell’ex ministro democristiano Cirino Pomicino: “E’ il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: ‘vuoi essere mio ministro?'”. (Geronimo, Strettamente riservato, Mondadori 2000).

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