ABC minimo sull’omosessualità

di Giovanni Lazzaretti

L’omosessualità è una malattia?

Fino al 1973 l’omosessualità era considerata una patologia. Nel 1973 L’American Psichiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dal “Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali” con una decisione presa a maggioranza (5816 voti favorevoli, 3817 contrari). In seguito l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’ONU recepirono lo stesso concetto.
Attualmente quindi a nessuno è lecito affermare che l’omosessualità sia una malattia.

Non è una malattia. Allora cos’è? E’ genetica? E’ di natura?

L’omosessualità non ha origine genetica. Ci furono in passato studi su “gene gay” e “cervello gay”, ma erano ricerche scientificamente male impostate, smentite da studi successivi, addirittura auto-smentite dagli stessi autori.
La frase “è di natura” viene usata spesso, ma è una frase generica. Dobbiamo chiederci “di che natura?”.

– Non è di natura genetica.
– Non è nemmeno di natura ormonale (nelle persone omosessuali la distribuzione dei tassi ormonali hanno un ampio intervallo di distribuzione, assolutamente sovrapponibile a quello del resto della popolazione).
– Se vogliamo usare l’espressione “è di natura”, dobbiamo completare dicendo “è di natura psicologica”.

Finora non hanno scoperto il gene gay, ma potrebbero scoprirlo in seguito.

No, non può essere scoperto nemmeno in futuro. Chi annunciasse di aver scoperto il gene gay, cozzerebbe contro due fatti.

1) Esistono persone che hanno avuto una vita gay, poi ne sono usciti. Vicende come queste sono perfettamente comprensibili se l’origine è psicologica, sono invece inspiegabili con l’ipotesi di una origine genetica.

2) Nei gemelli omozigoti, se uno è omosessuale, l’altro è pure omosessuale nel 52% dei casi. La percentuale del 52% è alta, molto alta, e indica una causa comune per l’omosessualità dei due gemelli. Ma contemporaneamente è lontanissima dal 100%, per cui la causa comune non può essere di natura genetica. L’origine va quindi ricercata nell’altra cosa che hanno in comune i due gemelli: la famiglia e l’ambiente nel quale sono cresciuti.

Possiamo quindi dire che le cause dell’omosessualità sono relazionali, comportamentali, psicologiche, eventualmente innestate su fattori genetici predisponenti (ad esempio: un bambino particolarmente sensibile). Fattori predisponenti, ma non certo predeterminanti, come dimostrano appunto i gemelli omozigoti.

Però ci sono bambini che mostrano tendenze gay fin dall’infanzia.

Innanzitutto la parola “gay” non va usata. Già l’uso del termine “omosessuale” non può mai essere applicato a un bambino, men che meno il termine “gay” che indica anche un’identità socio – politica (le parole gay e omosessuale non sono sinonimi).
Un bambino può avere comportamenti effeminati, ma questa è una patologia riconosciuta anche dall’APA: si chiama GID (Gender Identity Disorder) e su di essa si può lecitamente intervenire con una cura.
La bambina con atteggiamenti maschili, il bambino con atteggiamenti femminili, possono legittimamente essere curati; ne consegue che hanno anche il diritto di non essere esposti alla normalizzazione mediatica dell’omosessualità.

Allora, a parte il caso dei bambini, gli psicologi non hanno più niente a che fare con l’omosessualità.

Non è così. Ci sono infatti molte persone che soffrono per una tendenza omosessuale indesiderata. Non è una malattia, ma l’omosessualità indesiderata è sofferenza, disagio, ferita, sulla quale lo psicoterapeuta, accogliendo la libera volontà della persona, può intervenire.
Semplificando, ci sono due vie per le persone omosessuali sofferenti.
– Indirizzarsi alla GAT, la terapia affermativa gay (il disagio dell’omosessuale è solo il riflesso di una “omofobia sociale interiorizzata”; occorre arrivare ad accettarsi così come si è).
– Indirizzarsi a una terapia riparativa (maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa con un progressivo cammino; è possibile uscire da una tendenza omosessuale indesiderata).

E qual è quella giusta?

La GAT è certamente maggioritaria, ma non per questo può essere definita “quella giusta”. E’ maggioritaria perché, dopo la decisione dell’APA nel 1973, sono pochissimi gli psicoterapeuti che si occupano di terapia riparativa. Inoltre molti psicoterapeuti che si occupano di GAT sono a loro volta omosessuali, per cui non sono nemmeno in grado di concepire una terapia riparativa.
A favore della terapia riparativa gioca però un elemento importante. Se davvero il problema fosse la cosiddetta “omofobia” (1), allora nei paesi in cui l’accettazione è alta (2) il problema dell’omosessualità indesiderata dovrebbe essere in via di estinzione: così non avviene, e le persone omosessuali “egodistoniche” (ossia con tendenza non desiderata) continuano a esistere e a chiedere aiuto.

Ma come si può parlare di “terapia” riparativa se l’omosessualità non è una malattia? E l’altra come si chiama? Terapia affermativa gay.

Le terapie si rivolgono anche a persone non affette da malattia (ad esempio: terapia di sostegno nella sofferenza dopo un lutto). E’ perfettamente lecito parlare di terapia riparativa, messa in atto per uscire dalla sofferenza di una tendenza omosessuale indesiderata.

Quindi, a parte il caso della tendenza omosessuale indesiderata, l’omosessualità è normale come l’eterosessualità?

Inutile addentrarsi in questo argomento, visto che il concetto di “normalità” non è condiviso.
Ribaltiamo il discorso. Un ragazzo e una ragazza s’incontrano, s’innamorano, si fidanzano, si sposano, hanno rapporti sessuali, hanno dei figli. In questo percorso c’è qualcosa di anormale? No, nessun passaggio è anormale, per cui questo è un percorso normale (3).
Che poi esistano altri percorsi “normali” questo lo lasciamo alla sensibilità di ognuno.
Bisogna però rimarcare che la parola “eterosessuale” è erronea. La parola “sesso” viene da “secare”, per cui, quando si parla di rapporti sessuali si parla per definizione di rapporti tra due persone di sesso diverso.
La distinzione corretta è quindi tra “rapporto sessuale” e “rapporto omosessuale”.

E la canzone di Povia a Sanremo 2009 intitolata “Luca era gay” è verosimile?

Anche se il testo della canzone dice “questa è la mia storia, solo la mia storia”, la vicenda narrata da Povia è a grandi linee la vicenda reale di molte persone omosessuali: una madre invasiva, un padre assente, eventuali dissidi o separazioni in famiglia, uniti semmai alla particolare sensibilità di un bambino, portano molte persone all’omosessualità.
Non è però l’unica modalità:
– ci sono persone che diventano omosessuali in seguito ad abusi subiti;
– c’è tutta l’area dell’elevata promiscuità sessuale (4) che può nel tempo trasformarsi anche in promiscuità omosessuale;
– c’è l’omosessuale “per scelta”;
– ci sono poi altri casi non catalogabili.

E i bisessuali e i transessuali chi sono?

Bisessuali, transessuali, nonché transgender e queer: tratteremo questo argomento prossimamente.

Fonte: Riscossa Cristiana.it

NOTE

1) Cos’è l’omofobia? E’ una parola che ha un “suono” simile a una malattia (claustrofobia, aracnofobia,…); in realtà è una malattia inesistente, inventata dall’ideologia gay per i suoi scopi. L’evocazione della “omofobia” serve a zittire tutti coloro che contestano l’ideologia gay. Chi contesta il “matrimonio” omosessuale, chi contesta la pretesa di adozione da parte dei gay, chi contesta la volgarità dei Gay Pride, viene tacciato di “omofobia” (un po’ come un tempo si zittiva la gente chiamandola “fascista”).

2) Così alta da arrivare alla “discriminazione rovesciata”: alla fine del 1998 in Gran Bretagna il 25% dei ministri maschi del governo Blair erano omosessuali dichiarati.

3) Normale, nonché “costituzionale”: la Repubblica infatti riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

4) Nel raccontare la sua storia, una ex – lesbica scriveva (vado a memoria): “A un certo punto della mia vita mi sono accorta che le mie amiche erano pronte a diventare le mie amanti”.

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!
    News dalla rete
    • Patria, il Comando che sfida l’ubriacatura globalista

      di Stefano Fontana. Perché la politica crede che lo Stato-nazione sia superato da una globalizzazione inarrestabile e così facendo condanna se stessa? A questo problema è dedicato l’XI Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân. La nazione si configura come “patria” proprio perché ha le radici nei “padri” e Giovanni Paolo diceva che il dovere verso la patria deriva dal quarto comandamento: Onora il padre e la madre. Ecco perché è necessario un recupero di fronte all’attuale ubriacatura di forzato globalismo. Leggi il seguito…

    • Il tramonto di Giuseppi

      di Frodo. Un inno alla presentabilità che non è bastato: Giuseppe Conte, tra qualche settimana, potrebbe dover fare i conti con un giudizio simile a questo. Il chiacchiericcio retroscenista che limita per sentenza politologica la durata di un governo, di solito, tende ad allungare la vita dello stesso esecutivo. È una regola non scritta del giornalismo: quando si vuole fare un piacere ad un politico, bisogna darlo per politicamente morto. Chiedere, per maggiori informazioni, a Silvio Berlusconi. Ecco perché dare Conte per spacciato non conviene ad un centrodestra che bene farebbe, invece, a pensare a riorganizzarsi come una vera coalizione. Il respiro giallorosso però rimane corto. Come abbiamo già avuto modo di far notare, i nodi stanno inesorabilmente venendo al pettine. Leggi il seguito…

    • Una tolleranza totalitaria. Antologia da BXVI

      Dottrina sociale di Stefano Fontana. In un recente articolo ho sostenuto che l’intervento di Mattarella e Conte in occasione della Giornata mondiale del 17 maggio scorso contro l’omofobia e la transfobia [a cui è stata aggiunta anche la bifobia (!)] usa il principio di tolleranza per istituire un regime intollerante, cioè autoritario, cioè totalitario. In questo articolo dicevo, tra l’altro: “La tolleranza assoluta è intollerante perché deve vietare di pensare che non tutto si debba tollerare”.  E aggiungevo: “Uno Stato che non conosce il limite fa paura. Uno Stato che sa dire tanti no, ma non quelli giusti, fa paura”. Leggi il seguito…

    • Nella confusione coronavirus, un confuso genitore cattolico

      di Amedeo Rossetti. Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus Quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste, anche molti medici ed infermieri si ammalarono e morirono. San Bernardino aveva 20 anni ed insieme ai compagni della Confraternita dei Disciplinati nella quale era entrato, Bernardino si offrì come volontario, adoperandosi nell’assistenza agli appestati per quattro mesi, fino all’inizio dell’inverno, quando la pestilenza cominciò e regredire; passò successivamente quattro mesi tra la vita e la morte, essendo rimasto pure lui contagiato, ma poi guarì. Leggi il seguito…