Non l’uomo per il cosmo, ma il cosmo per l’uomo.

“Non il cosmo per te, ma tu per il cosmo”: così scrive Platone, quattrocento anni prima di Cristo, nelle sue Leggi. Nella visione panteista, greca, orientale, o qualsiasi essa sia, l’uomo è una parte: una parte dell’universo, e una parte dell’Umanità. Nulla più. Una porzione impersonale di qualcosa d’altro. Stessa ottica per il materialismo, da Democrito al monismo evoluzionistico. Nell’Ottocento, un poeta come Giacomo Leopardi, continuamente tentato dal materialismo, farà dire dalla Natura ad un immaginario islandese errante: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?” E la Natura continua: “E finalmente, se anche mi avvenisse di estirpare tutta la vostra specie, io non me ne avvederei”. Alla celebre domanda del salmo, “Cosa è l’uomo perché tu te ne curi?”, panteisti e materialisti risponderebbero, all’unisono: nulla, un atomo nello spazio, un attimo nel tempo, un punto sospeso tra il prima e il poi; una creatura incarcerata nell’Universo, sottomessa al Caso o alla Necessità. Nient’altro. L’annuncio cristiano ribalta completamente la prospettiva: l’uomo, il singolo uomo, è più importante dell’universo, sia perché è creato a immagine e somiglianza di Dio, sia perché Dio stesso ha deciso di prendere un corpo, e guardare con i nostri occhi, sentire con le nostre orecchie, parlare con la nostra bocca. Non io per il cosmo, ma il cosmo per me, per te, per noi! L’Eternità si è calata nel tempo e ha dato ad esso e all’unica creatura che nel tempo vive, aspirando all’infinito, la centralità che gli appartiene. Questo è l’umanesimo. In un bel libro intitolato “A sua immagine e somiglianza” (Lindau), il cardinal Schoenborn riporta un pensiero di Giovanni Crisostomo: “è per lui (l’uomo, ndr) che esistono il cielo e la terra, il mare e le creazione nella sua interezza”. Chiosa il cardinale: “un mondo interamente rivolto all’uomo, un uomo interamente rivolto a Dio: questi due aspetti sono inseparabili, e tutta l’esaltazione della dignità dell’uomo, vertice della creazione, ha senso solo in vista della sottomissione dell’uomo a Dio”. Ancora: “solo la coscienza della propria condizione di creatura può salvaguardare l’uomo sia da una esaltazione inappropriata sia da uno svilimento pessimista della propria dignità”. A Sua immagine e somiglianza: di qui la nostra dignità, di qui tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo che abbiano un senso, e che cioè riconoscano l’alterità dell’uomo rispetto alle piante, alle bestie e alle pietre; alle formiche, alle api, e alle rane; e a Dio. Dio stesso, proclamavano i primi cristiani, “è venuto ad abitare in mezzo a noi”, per essere l’ “Emmanuele, il Dio con noi”. Questa è la buona novella, dinanzi a cui alcuni pagani si stracciano le vesti.

Mi sembra molto significativo ricordare quello che scriveva il polemista romano Celso, nel II secolo, nel suo “Discorso vero contro i cristiani”, per comprenderne meglio la novità. Che Dio si sia incarnato, scrive Celso, è una assurdità: perché l’umanità dovrebbe essere tanto superiore alle api, alle formiche, agli elefanti, così da essere amata, in ogni singolo uomo, di un amore tanto grande? Celso paragona i cristiani ad un concilio di rane, ad un assemblea di vermi che borbottano fastidiosamente: “Per il nostro bene il mondo è stato creato”. E che senso ha l’idea di una Provvidenza, continua Celso, che ci ama e che veglia su di noi? E chi sono coloro che si convertono al cristianesimo in questi primi secoli, in cui onorare Cristo può significare la morte? “Schiavi”, risponde Celso, “qualche sciocca donnetta”, “lavoranti di lana, ciabattini e lavandai”: è lo stesso Dio dei cristiani a innalzare i semplici, gli ignoranti, e a scegliersi come madre una donna neppure di “condizione ricca o regale”, ripete Celso con indignazione! Ma che Dio mai sarà un Dio che si sceglie, tra gli uomini, i peggiori? “Ma i cristiani sono volgari e rozzi, volgare è la loro dottrina e per la sua volgarità e per la sua assoluta incapacità ai ragionamenti ha conquistato le sole persone volgari…vogliono e possono convertire solo gli sciocchi, gli ignobili, gli insensati, gli schiavi, le donnette, i ragazzini…”! “Chi è peccatore, chi è ottuso, chi è puerile, e, per farla breve, chi è un disgraziato, il regno di Dio lo accoglierà!”. Cos’erano, infatti, per gli antichi, gli schiavi, le donnette, i bambini? Quello che sono oggi in India i neonati, le donne, i sotto casta che si convertono al Vangelo e vengono uccisi e perseguitati, perché distruggono la società induista, fondata sulla schiavitù delle caste, della reincarnazione e del Fato! Al cristianesimo si convertirono in tanti, ricorda Gustave Bardy, perché Cristo fu visto come il liberatore. Ci ha infatti liberato dalla schiavitù, istituzione propria di tutte le civiltà antiche. Aristotele, Catone, e tanti altri predicavano l’inferiorità degli schiavi, “nelle assemblee cristiane, al contrario, gli schiavi si installavano accanto ai loro padroni, partecipavano accanto ad essi e come essi alla stessa Eucaristia e ricevevano gli stessi favori spirituali”, sentendosi ugualmente figli di Dio Ma soprattutto ci ha liberati dalla schiavitù del Fato, degli astri, degli dei onnipresenti, facendoci passare dal regno della Necessità a quello della Provvidenza e della libertà: per “la nascita del Salvatore”, scriveva Clemente Alessandrino, “noi non siamo più condotti dalla Necessità e congediamo gli astri che fanno la legge”. Ci ha liberato, soprattutto, dalla schiavitù del peccato, della morte, del non senso della vita di ognuno di noi. Chi? Un bambino.

Natale, un evento atteso dai popoli

Siamo nell’epoca dell’Avvento: aspettiamo qualcosa…Come quando si aspetta di crescere, poi di sposarsi, poi di avere un figlio…Aspettare ci educa, ci rende migliori, ci purifica… Ebbene il Natale ci insegna che questa attesa è anche qualcosa di storico, che ha segnato l’umanità per secoli. Tralascio qui di analizzare le profezie dell’Antico Testamento, troppo complesse, per considerare brevemente come l’attesa di un Messia abbia caratterizzato anche il mondo pagano.

In un bellissimo libro, “Inchiesta su Gesù bambino” (Gribaudi), Andrea Tornielli ricorda che pochi anni prima della nascita di Cristo l’Oriente era pervaso da una grande aspettativa, da un desiderio senza precedenti di palingenesi, testimoniato tra gli altri da Flavio Giuseppe e dagli storici romani e pagani Svetonio e Tacito. Scriveva quest’ultimo nelle Historiae: “I più erano persuasi trovarsi nelle antiche scritture dei sacerdoti che, verso questo tempo, l’Oriente sarebbe salito in potenza. E che dalla Giudea sarebbero venuti i dominatori del mondo”.

Ancora più interessante è forse analizzare la quarta ecloga di Virgilio, databile al 40 a.C., in cui si parla di un “puer” di origine divina, con una madre che gli sorride e che egli riconosce, che darà vita ad un nuovo “saeclorum ordo”, ad una nuova età dell’oro, in cui, tra le altre cose, scompariranno, simbolicamente, i serpenti. Molti critici si sono affannati ad identificare il puer con personaggi romani, in particolare col figlio di Asinio Pollione, console in quell’anno, solo per un paio di mesi, o con quello di Ottaviano. Evidentemente si tratta di sforzi inutili: poteva Virgilio affidare il cambiamento dell’umanità al figlio di un oscuro console senza poteri, con quel nome (Asinio), e con quel cognome (Pollione)? E Ottaviano, in quegli anni, non era “solo” uno dei tre triumviri? E’ evidente, in realtà, come nota il celebre studioso di Virgilio, Antonio La Penna, che tutta l’ecloga “erra al di sopra della realtà romana”, ed ha “uno scarso colore romano”: occasioni contingenti a parte, denuncia invece evidentemente “una parentela con il messianismo orientale, e quindi anche con quello giudaico-cristiano”, e riecheggia “attese di una palingenesi del mondo” presenti in quegli anni tra Egiziani, Ebrei, Caldei, Persiani e persino Etruschi! Nell’ecloga poi Virgilio fa riferimento alla Sibilla Cumana, dimostrando così di attingere ad una di quelle “migliaia e migliaia di oracoli diffusi nel mondo greco-orientale e poi anche in quello romano almeno dal II secolo a.C. in poi” (A. La Penna, “Virgilio, le opere”, La Nuova Italia). Anche il titolo dell’ecloga, “Redeunt Saturnia regna”, offre lo spunto per considerazioni interessanti, sia perché effettivamente Cristo sarebbe nato in un tempo di pace, in una sorta di età dell’oro, come quella di Saturno, grazie alla pax romana imposta da Augusto dopo decenni di conflitti civili, sia perché Saturno era considerato il pianeta protettore, oltre che del Lazio, anche della Palestina. Passando dal mondo romano a quello orientale, non si può non ricordare l’attesa presente in quel tempo anche in un’altra religione: i magi che giungono da Babilonia, seguendo la stella, per adorare Gesù, sono infatti famosi astronomi e seguaci di Zoroastro. Nella loro tradizione religiosa, imperniata su un forte dualismo, prevale comunque un’ottica ottimista, perché dopo alcuni “soccorritori”, arriverà quello definitivo, detto “verità incarnata”, nato da una fanciulla, “senza che alcun uomo le si avvicini”, ad assicurare il trionfo del Bene. Ecco che probabilmente l’attesa di un “Soccorritore” è all’origine della venuta dei magi a Betlemme: guidati da una “stella” che molti studiosi, da Keplero in poi, hanno identificato con la congiunzione luminosissima tra Giove e Saturno (sempre lui), nella costellazione dei Pesci (considerata segno della “Fine dei Tempi”, e simbolo del Cristianesimo). Congiunzione che fu prevista dagli astronomi babilonesi, cioè dai magi, a ragione, per il 7 a. C. Proprio l’anno considerato oggi come la vera data di nascita di Cristo.

Il Cristianesimo e la fine dei sacrifici umani.

Uno degli effetti più significativi, per lo storico, dell’avvento del Cristianesimo, è la scomparsa del sacrificio umano rituale dall’Occidente. Nella civiltà cretese, ad esempio, l’usanza di sacrificare persone umane traspare nel mito dei sette giovani e delle sette fanciulle immolati al Minotauro. Anche in Grecia esistevano molte forme di sacrificio umano: anzitutto il farmakos, un uomo che veniva rimpinzato di cibo tutto l’anno e poi immolato alla dea della fecondità, in un rito propiziatorio. Plutarco racconta inoltre che qualcosa di simile avveniva talora prima di una battaglia: Temistocle, prima di Salamina, sacrificò tre persiani a Dioniso Omestes (Plut.Themist.13). Del resto Dioniso era assetato di sangue animale e talvolta anche umano. Euripide, nelle “Baccanti”, descrive le sue sacerdotesse che, in preda al vino e all’esaltazione dei tamburi, uccidono animali, ma anche, seppure per sbaglio, un piccolo bambino. Aristofane invece ci racconta che alcuni derelitti venivano mantenuti a spese della comunità, di modo che, se la città fosse stata colpita dalla peste o dalla carestia, potevano essere sacrificati in un rito espiatorio.

Quanto alla civiltà romana sacrifici ve ne furono sempre, soprattutto in momenti di panico, come testimonia Tito Livio in Ab urbe condita. Si può poi ricordare il caso di Massenzio, che arrivò a sventrare donne incinte per leggerne le interiora. Il sacrificio era talora legato alle arti magiche: Orazio ci dà la descrizione della “strega Canidia”, nell’epodo V. Vi si descrive un puer, un fanciullo, che viene sepolto in una buca, fino al mento: “col midollo raschiato e il fegato secco si farà il beveraggio dell’amore”. Quanto ai popoli celti abbiamo la testimonianza di Cesare nel De bello gallico: i druidi “immolano uomini come vittime o promettono che immoleranno loro stessi”. E prosegue: “Altri hanno simulacri di smisurata grandezza le cui membra conteste di vimini riempiono di uomini vivi; poi danno loro fuoco”. Pratiche rituali analoghe vengono raccontate anche da Plinio e da Tacito negli Annales (XIV, 30) ed esistevano, contemporaneamente, anche presso Britanni ed abitanti dell’Irlanda. Se ci spostiamo fuori dall’Europa le cose, addirittura, peggiorano.

Gli Aztechi, e, in misura minore, anche gli Incas, prima dell’arrivo del Cristianesimo, erano convinti che fosse continuamente necessario sacrificare alle forze naturali, specie al dio Sole, per evitare che questo cessasse la sua funzione e si spegnesse: “A insanguinare ogni giorno i gradini degli enormi templi era quest’ansia ossessionante di non lasciare finire il mondo, un’ansia che raggiungeva il suo culmine ogni cinquantadue anni, quando la minaccia della catastrofe si faceva più concreta ed imminente” (Bernal Diaz del Castillo, “La conquista del Messico”, Longanesi). Così presso gli Aztechi i sacerdoti scaraventavano la vittima sull’altare, per poi piantare il coltello nella cassa toracica, sino a strappare il cuore, da offrire agli dei ancora palpitante. I corpi venivano allora gettati dai gradoni del tempio, per essere ulteriormente seviziati (Luigi Lunari, “Cortes”, Rizzoli; G.C. Vailiant, “La civiltà Azteca”, Einaudi). Infine gli arti venivano donati, a seconda del loro pregio, a sacerdoti e guerrieri, per essere mangiati. Tra gli Incas la situazione era analoga: bambini e vergini venivano sgozzati, strangolati o espiantati del cuore, alla maniera azteca, per allontanare carestie, epidemie, catastrofi naturali. Si arrivavano a sacrificare migliaia di persone in un solo giorno. Queste vere e proprie mattanze determinarono la necessità di continue guerre coi popoli vicini per procurare i sacrificandi.

Un altro tipo di “sacrificio” che scompare con l’avvento del Cristianesimo è quello dei giochi gladiatori. E’ l’imperatore Costantino, il figlio di Santa Elena, ad abolire questa usanza crudele che causava la morte di migliaia di persone, uccise nelle finte battaglie navali o terrestri che si svolgevano negli anfiteatri di tutta la latinità. Come racconta lo storico pagano Tacito nei circhi la gente veniva anche condannata ad bestias, ad essere sbranata dalle belve, oppure, all’epoca di Nerone, specie i cristiani, venivano cosparsi di pece e bruciati vivi. Ma anche i gladiatori, fino a Costantino, potevano subire l’atroce morte prevista dall’auctoratus (Salvatore di Marzo, “Istituzioni di diritto romano”, Giuffrè), e cioè dal contratto per cui il gladiatore poteva essere bruciato, legato e ucciso col ferro (uri, vinciri, ferroque necari). Non è inesatto concludere, quindi, che il Sacrificio di Cristo cambia la storia, ponendo fine alle varie forme di sacrificio umano esistenti nell’Antichità (da un vecchio articolo pubblicato sul Foglio, in cui riprendo un concetto che ho espresso più volte)

Un ebreo di nome Zolli

Gli attacchi a Pio XII e alla chiesa cattolica accusati di filonazismo vanno avanti da decenni. Il film Amen del regista Costa Gavras è solo uno degli innumerevoli esempi di denigrazione basata sul vuoto della calunnia ai danni di papa Pacelli. Per pubblicizzare il film il ‘creativo’ Oliviero Toscani è arrivato ad immaginare un manifesto in cui la croce uncinata nazista scaturisce dalla croce cristiana. In questo contesto di squallore quotidiano brilla una coraggiosa iniziativa editoriale. Si tratta della biografia di Israel Zoller (Judith Cabaud, Il rabbino che si arrese a Cristo, ed. San Paolo), rabbino capo della comunità ebraica di Roma ai tempi del fascismo e dell’occupazione nazista. Zoller, costretto ad italianizzare il nome, dopo essere diventato Italo Zolli sceglie ancora una volta -in questo caso di sua spontanea volontà- di mutare nome. Convertitosi al cristianesimo, Italo Zolli diventa Eugenio Zolli: alla fine della guerra, al momento del battesimo, “in omaggio e per riconoscenza a papa Pio XII [Eugenio Pacelli] per quello che aveva fatto per gli ebrei durante la guerra”, fa proprio il nome del papa. Ecco cosa scrive Zolli nell’opera Antisemitismo composta nel 1945: “L’ebraismo ha un grande debito di riconoscenza nei confronti di Sua Santità Pio XII per i suoi appelli, pressanti e ripetuti, formulati in suo favore. E anche se si rivelarono spesso senza effetto, possiamo dire che egli meriti sempre la nostra profonda gratitudine per le sue proteste contro le leggi razziali ed i processi iniqui. E questo debito riguarda soprattutto gli ebrei di Roma perché, essendo più vicini al Vaticano, furono oggetto di sollecitudini particolari”. Ancora: “L’opera straordinaria della Chiesa per gli ebrei di Roma è soltanto un esempio dell’immenso aiuto svolto sotto gli auspici di Pio XII e dei cattolici di tutto il mondo, con uno spirito di umanità e di carità cristiana impareggiabili. La descrizione di quest’opera in tutta la sua vastità costituirà una delle pagine più fulgide della storia umana, un vero trionfo della luce che emana da Gesù Cristo”.

Un rabbino capo di Roma che si converte al cattolicesimo alla fine della seconda guerra mondiale? Basterebbe questo solo fatto a smentire nel modo più categorico le accuse di antisemitismo reiteratamente rivolte contro Pio XII e la chiesa da lui diretta. Peccato che dell’esistenza del rabbino Zolli nessuno sappia niente. La memoria dell’insigne uomo di cultura e di pietà religiosa è infatti stata cancellata. A cominciare, lo mette giustamente in rilievo Messori nella prefazione al libro della Cabaud, da De Felice che -spesso accusato di perdersi nei dettagli e nelle minuzie-, nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo dimentica addirittura di citare il ruolo e la storia del rabbino capo della comunità romana: De Felice -scrive Messori- ignora “del tutto” il nome di Zolli “che compare solo in una nota bibliografica”. A riportare d’attualità l’incredibile storia della miracolosa conversione di Zolli è ora un’ebrea, anch’essa convertita. Judith Cabaud, madre di nove figli, è venuta a conoscenza della storia del rabbino grazie al figlio primogenito, seminarista a Roma. Da quel momento, nonostante il caso fosse tutt’altro che “politicamente corretto”, Judith ha scelto di compromettere il proprio buon nome -si fa per dire- e di riportare in vita la memoria di Zolli. Non a caso la Cabaud paragona il caso del rabbino a quello di un altro ebreo famoso, il filosofo Henri Bergson. Entrambi capiscono che “il cattolicesimo è la continuazione dell’ebraismo e che le due religioni si completano alla perfezione”. Entrambi attendono per il gran passo della conversione che il loro gesto non possa in alcun modo essere equivocato e scambiato per opportunismo. Bergson evita addirittura di ricevere il battesimo. Il perché lo spiega nel Testamento autografo: “Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo, nel quale vedo la realizzazione completa del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto prepararsi da anni (in gran parte, ahimè!, per colpa di un certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale) la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi nel mondo. Ho voluto restare tra coloro che saranno domani dei perseguitati. Ma spero che un prete cattolico vorrà, se il cardinale arcivescovo di Parigi lo autorizza, venire a dire delle preghiere sulle mie esequie”. Quanto a Zolli “non volle entrare nella chiesa in piena persecuzione contro gli ebrei, come se volesse sfuggire alla sorte che li aspettava”. Il drammatico Testamento di Bergson ci riporta all’indegna calunnia che ha circondato e circonda l’operato di Pio XII. Ecco cosa scrive Cabaud citando un testo recentemente comparso in difesa di papa Pacelli, composto dal gesuita padre Blet che ha avuto ampio accesso agli Archivi Vaticani: “Nel dicembre del 1942, papa Pio XII estende il suo messaggio di Natale ‘alle centinaia di migliaia di persone che, senza alcuna loro colpa, e talvolta per il solo fatto della loro appartenenza o della loro razza, sono state condannate alla morte o a un progressivo sterminio’. Sei mesi dopo, nel giugno del 1943, nell’allocuzione al Collegio dei Cardinali, Pio XII ricorda ancora le ingiustizie perpetrate contro gli ebrei e i cattolici diventati ostaggio del nazismo e spiega la sua prudenza: ‘Tutte le nostre parole rivolte a questo riguardo alle autorità competenti, come tutte le nostre dichiarazioni pubbliche, devono essere seriamente da Noi soppesate e misurate nell’interesse delle vittime, per non rendere contro le nostre intenzioni, più pesante e insopportabile la loro situazione”.

A cosa si riferisce il papa? All’esperienza della Chiesa olandese i cui vescovi hanno pubblicamente condannato le atrocità naziste. Chi accusa il pontefice di silenzio, scrive la Cabaud citando Anthony Rhodes, scorda volutamente il precedente dell’Olanda: “C’erano nei Paesi Bassi più ebrei battezzati cattolici che in tutto il resto d’Europa. Mentre venivano radunati e deportati in Polonia gli israeliti olandesi, gli ebrei battezzati non venivano importunati dalle forze di occupazione nazista. Nel luglio del 1942, la chiesa cattolica, insieme alla chiesa riformata d’Olanda, in un telegramma al Reichskommissar tedesco, protestò contro la deportazione degli ebrei olandesi e minacciò di renderla di pubblico dominio se non fosse cessata”. Per tutta risposata, commenta Cabaud, “i nazisti fecero sapere che se le chiese cessavano le loro proteste, essi avrebbero continuato a chiudere gli occhi a proposito degli ebrei battezzati, assimilati fino a quel momento ai cristiani. La chiesa riformata diede il suo assenso, mentre l’arcivescovo cattolico di Utrecht rifiutò e condannò apertamente e ufficialmente la persecuzione. La risposta fu immediata: tutti gli ebrei, anche quelli battezzati nella chiesa cattolica (ed Edith Stein, carmelitana, ed ora elevata agli altari, era tra di loro) furono deportati ad Auschwitz. Mentre gli ebrei battezzati nella chiesa protestante non furono toccati”. Cabaud ricorda anche le parole di Pio XII a don Pirro Scavizzi. Lo fa in modo incompleto e noi preferiamo ricorrere alla citazione integrale riportata da Mario Cervi nella prefazione a Pio XII. Il papa degli ebrei di Andrea Tornielli. Nel 1942, dunque, Scavizzi, “un cappellano italiano che percorreva l’Europa raccogliendo notizie sulle persecuzioni, viene ricevuto in udienza dal Papa e gli descrive la terribile situazione sia dei cattolici sia degli ebrei in Polonia. Il Papa si confidò con lui: ‘Dica che, più volte, avevo pensato a fulminare con scomunica il nazismo, a denunciare al mondo civile la bestialità dello sterminio degli ebrei… Ci sono giunte gravissime raccomandazioni, per diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un atteggiamento drastico. Dopo molte lacrime e molte preghiere, ho giudicato che la mia protesta non solo non avrebbe giovato a nessuno ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei e moltiplicato gli atti di crudeltà perché sono indifesi. Forse la mia protesta avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile di quella che soffrono”. Lasciamo per un momento la lettura de Il rabbino che si arrese a Cristo per qualche ulteriore puntualizzazione, possibile grazie alla recente pubblicazione degli archivi dell’Oss (l’ufficio dei servizi strategici americani) studiati per più di due anni dallo storico Richard Breitman. Dall’analisi delle carte risulta in modo inconfutabile che americani ed inglesi sapevano “della politica di sterminio” applicata dal Terzo Reich fin dal 1941. Churchill e Roosevelt sapevano; eppure tacquero e non fecero nulla. L’Occidente non fece nulla quando Hitler, prima della soluzione finale, aveva previsto la deportazione degli ebrei in Madagascar. Inglesi ed americani impedirono anche il trasferimento in massa degli ebrei in America, in Inghilterra e in Palestina. Per non parlare del ruolo di rilievo avuto dal capitale ebraico nel finanziamento della campagna hitleriana per la conquista del potere. Si riferisce anche a questo Henry Bergson quando, nel Testamento, allude ad un “certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale”?

Scrive Vitaliano Mattioli in Gli ebrei e la chiesa citando il Sunday Times: “Churchill non solo bloccò il piano [di esodo verso la Palestina] ma per non irritare la popolazione araba di Palestina (‘l’immigrazione ebrea avrebbe preoccupato gli Stati arabi”), allora amministrata dalla Gran Bretagna (lo Stato d’Israele fu fondato solo nel 1948), promulgò una legge nella quale vietava agli ebrei di emigrare in Medio Oriente. Fu per questo che agli inizi del 1943 a 70.000 ebrei rumeni non fu permesso di espatriare in Palestina, destinandoli praticamente a morte sicura”. Dal 1939 la Gran Bretagna “aveva limitato a 75.000 il numero degli immigrati ebrei per i prossimi 5 anni”. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, non ha torto quando nel 1943 scrive: “Quale sarà la soluzione del problema ebraico? Si creerà un giorno uno stato ebraico in qualche parte del mondo? E’ interessante notare che i paesi la cui opinione pubblica si agita in favore degli Ebrei, rifiutano costantemente di accoglierli. Dicono che sono i pionieri della civiltà, che sono i geni della filosofia e della creazione artistica ma quando si chiede loro di accettare questi geni, chiudono le frontiere e dicono che non sanno che farsene. E’ un caso unico nella storia questo rifiuto di accogliere in casa propria dei geni”. Per quanto riguarda Roma e l’Italia, dopo aver analizzato i documenti dell’Oss, Breitman racconta: “gli USA e l’Inghilterra seppero con qualche giorno di anticipo che l’Olocausto stava per colpire l’Italia. Se avessero informato la comunità ebraica di Roma, ne avrebbero evitato lo sterminio. Ma non lo fecero”. Ancora: alla fine del 1943 i bombardieri alleati stanziati in Puglia avrebbero potuto colpire le linee ferroviarie che portavano ai campi di concentramento polacchi. Fecero invece una diversa scelta ‘strategica’: preferirono concentrarsi sul bombardamento delle fabbriche di armi. Davvero appropriata è la domanda dello storico Emile Puolat: “Questo silenzio che il papa non avrebbe rotto, chi mai l’ha rotto? Quali sono i politici ‘democratici’ che allora protestarono? Quali sono le frontiere che si sono aperte per accogliere i perseguitati?”. La risposta oggi è nota: nessuno. E non per ignoranza. Tutti sapevano e tutti evitarono accuratamente di fare alcunché. Papa Pacelli agì: “Pinchas Lapide, ex console d’Israele in Italia, afferma: ‘Durante la guerra la Chiesa cattolica salvò più vite di ebrei di tutte le altre chiese, istituzioni religiose e organizzazioni benefiche messe insieme’. Esaminando le statistiche, Lapide mette in luce il divario considerevole tra il numero degli ebrei salvati dalla chiesa e tutte le realizzazioni della Croce Rossa Internazionale e delle democrazie occidentali. ‘La S. Sede, i nunzi e la chiesa cattolica nel suo insieme salvarono circa 400.000 ebrei da morte certa”. Anche Zolli sapeva, e bene, come stavano le cose. Ecco cosa testimonia: al momento dell’arresto degli ebrei di Roma e d’Italia “il Santo Padre mandò una lettera che doveva essere consegnata personalmente ai vescovi e con la quale disponeva di sospendere la clausura in vigore all’interno delle case religiose per metterle in condizioni di diventare un rifugio per gli ebrei. Conosco un convento dove le suore dormivano in cantina per lasciare ai rifugiati ebrei i loro letti”. Per salvare gli ebrei nessuno fece nulla. Eppure si continua a gettare la croce della colpevolezza sulle spalle di papa Pacelli. Sull’unico che fece tanto. Ci piace chiudere questo lungo articolo con una citazione dell’ex rabbino capo Zolli, ormai divenuto cristiano, risalente al 1948: “Sono convinto che dopo questa guerra, l’unico modo per resistere alle forze di distruzione e per intraprendere la ricostruzione dell’Europa sarà la diffusione del cristianesimo, cioè dell’idea di Dio e della fraternità umana come fu predicata da Cristo e non di una fraternità basata sulla razza dei superuomini; infatti, ‘non c’è più greco né giudeo, né schiavo né libero; siamo tutti uno in Cristo Gesù”.

Benedetto XVI: Pio XII fece di tutto per salvare gli ebrei. Un preludio alla beatificazione?

Alle ore 12.30 di questa mattina (18 settembre 2008), nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti al Simposio promosso dalla Pave the Way Foundation e ha rivolto loro il discorso che riportiamo di seguito (traduzione dall’originale inglese):

Stimato Signor Krupp,

Gentili Signore e Signori,

è per me un vero piacere incontrarvi al termine dell’importante simposio promosso dalla Pave the Way Foundation, che ha visto la partecipazione di eminenti studiosi per riflettere insieme sull’opera generosa compiuta dal mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, durante il difficile periodo del secolo scorso, che ruota attorno al secondo conflitto mondiale. A ciascuno di voi rivolgo il mio più cordiale benvenuto. Saluto in modo particolare il Sig. Gary Krupp, Presidente della Fondazione, e gli sono grato per i sentimenti espressi a nome di tutti i presenti. Gli sono inoltre riconoscente per le informazioni che mi ha dato su come si sono svolti i vostri lavori in questo vostro simposio, in cui avete analizzato senza preconcetti gli eventi della storia, unicamente preoccupati di ricercare la verità. Il mio saluto si estende a quanti si sono a voi uniti in questa vostra visita, e colgo volentieri l’occasione per inviare il mio cordiale pensiero ai vostri familiari e alle persone a voi care.

Durante questi giorni la vostra attenzione si è rivolta alla figura e all’infaticabile azione pastorale e umanitaria di Pio XII, Pastor Angelicus. ? passato mezzo secolo dal suo pio transito, avvenuto qui, a Castel Gandolfo nelle prime ore del 9 ottobre 1958, dopo una malattia che ne ridusse gradualmente il vigore fisico. Questo anniversario costituisce una importante opportunità per approfondirne la conoscenza, per meditarne il ricco insegnamento e per analizzare compiutamente il suo operato. Tanto si è scritto e detto di lui in questi cinque decenni e non sempre sono stati posti nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale. Scopo del vostro simposio è proprio quello di colmare alcune di tali lacune, conducendo una attenta e documentata analisi su molti suoi interventi, soprattutto su quelli a favore degli ebrei che in quegli anni venivano colpiti ovunque in Europa, in ossequio al disegno criminoso di chi voleva eliminarli dalla faccia della terra. Quando ci si accosta senza pregiudizi ideologici alla nobile figura di questo Papa, oltre ad essere colpiti dal suo alto profilo umano e spirituale, si rimane conquistati dall’esemplarità della sua vita e dalla straordinaria ricchezza del suo insegnamento. Si apprezza la saggezza umana e la tensione pastorale che lo hanno guidato nel suo lungo ministero e in modo particolare nell’organizzazione degli aiuti al popolo ebraico.

Grazie a un vasto materiale documentario da voi raccolto, arricchito da molteplici e autorevoli testimonianze, il vostro simposio offre alla pubblica opinione la possibilità di conoscere meglio e più compiutamente ciò che Pio XII ha promosso e compiuto a favore degli ebrei perseguitati dai regimi nazista e fascista. Si apprende allora che non risparmiò sforzi, ovunque fosse possibile, per intervenire direttamente oppure attraverso istruzioni impartite a singoli o ad istituzioni della Chiesa cattolica in loro favore. Nei lavori del vostro convegno sono stati anche evidenziati i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Questa sua coraggiosa e paterna dedizione è stata del resto riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro. Basta ricordare l’incontro che Pio XII ebbe, il 29 novembre del 1945, con gli 80 delegati dei campi di concentramento tedeschi, i quali in una speciale udienza loro concessa in Vaticano, vollero ringraziarlo personalmente per la generosità dal Papa dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo.

Gentili Signori e Signore, grazie per questa vostra visita e per il lavoro di ricerca che state compiendo. Grazie alla Pave the Way Foundation per la costante azione che dispiega nel favorire i rapporti e il dialogo tra le varie Religioni, in modo che esse offrano una testimonianza di pace, di carità e di riconciliazione. E’ mio vivo auspicio infine che quest’anno, che ci ricorda il 50? della morte di questo mio venerato Predecessore, offra l’opportunità di promuovere studi più approfonditi sui vari aspetti della sua persona e della sua attività, per giungere insieme a conoscere la verità storica, superando così ogni restante pregiudizio. Con tali sentimenti invoco sulle vostre persone e sui lavori del vostro simposio la benedizione di Dio.

S.S. Benedetto XVI

Un santo profeta: Giovanni Bosco.

Il cattolico Piemonte assiste costernato al montare della persecuzione anticattolica. Cavour va dicendo che la legge contro i conventi gode del pieno sostegno dell’opinione pubblica, ma in Senato il cattolico maresciallo Vittorio Della Torre lo smentisce platealmente: “Quando passate davanti a una chiesa stracolma di gente, cercate di entrarvi e chiedete che cosa si sta facendo; tutti quelli che interrogherete vi risponderanno che si sta pregando per il progetto di legge. Questo succede a Torino, ed è ancora più vistoso nelle province e soprattutto a Genova e in Savoia, ovunque l’opinione pubblica è contraria alla legge che discutiamo”.
Cavour può affermare che il provvedimento anticattolico del governo è pienamente condiviso dall’opinione pubblica perché ritiene che l’opinione dei cattolici non vada nemmeno presa in considerazione. Per sincerarsene basta leggere cosa rispondere a Della Torre: “L’onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”. Quando Cavour sostiene che l’opinione pubblica è tutta col governo, Cavour ha ragione: l’1% della popolazione, di fede liberale, appoggia con convinzione i provvedimenti anticattolici. L’opinione del 99% della popolazione, di fede cattolica, non conta. Le masse devono limitarsi ad obbedire alle decisioni dei “governi illuminati”. Quando si dice “opinione pubblica” ci si riferisce, per definizione, a quella dei liberali.
Ci si può chiedere come mai i cattolici piemontesi non si siano mobilitati contro la politica anticattolica del proprio governo. Perché, oltre a pregare, non hanno organizzato pubbliche proteste? La risposta è chiara: perché non è abitudine della chiesa comportarsi in questo modo. Meno che mai è abitudine della chiesa di Pio IX. Prova ne sia il manifesto che il papa vuole sia affisso nelle strade di Roma mentre sta per fuggire alla volta di Gaeta, all’epoca della Repubblica Romana. Scrive Pio IX: “Comandiamo ai nostri buoni e fedeli sudditi di non resistere, per non moltiplicare quegli odi civili, ad estinguere i quali daremmo volentieri la vita in olocausto. Quando a Dio piaccia, ben potrà Egli senz’alcuna forza umana riedificare mediante l’amore dei popoli questo temporale dominio della Santa Sede, che dall’amore dei popoli ebbe origine”.
Nel Parlamento subalpino l’atteggiamento della chiesa è ribadito dal cattolico Clemente Solaro della Margarita, per ben 11 anni ministro degli esteri di Carlo Alberto. La Chiesa, dice Solaro, “non discende colle schiere in campo in difesa dei suoi diritti, non minaccia incendi e stragi, facile è resistere a lei, fossero anche pusillanimi, deboli i suoi avversari. Inerme ho detto la Chiesa, e lo è; soffre e non si vendica”. Sulla docilità dei cattolici piemontesi fa pieno affidamento il presidente del Consiglio Cavour: “da alcuni oratori -afferma- viene additata come conseguenza necessaria, inevitabile di questo progetto di legge una grande agitazione nel paese, da taluno con parole minacciose”. Il conte così continua: “Io nutro fiducia, ed una fiducia ferma, che quando la legge avrà ricevuto la sanzione del parlamento e del Re, questa agitazione scomparirà all’istante”.
L’eccezione conferma la regola. A dire le cose come stanno in Piemonte c’è un cattolico di tutto rispetto che combatte una dura battaglia contro la politica governativa. Si tratta di don Giovanni Bosco. Personaggio d’eccezione, Bosco è noto per un legame confidenziale col Padreterno che gli permette di leggere nel futuro. Per dissuadere il re dalla firma della legge eversiva il prete di Valdocco racconta a Vittorio Emanuele II i sogni che fa. Non si tratta di sogni rassicuranti e Bosco è noto per essere profeta. Ecco i sogni: un valletto in uniforme rossa grida: “Annunzia: gran funerale in Corte!”. Cinque giorni dopo il sogno si ripete con una variante significativa. Il valletto grida: “Annunzia: non gran funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte!”. Cavour vince le comprensibili perplessità del re, terrorizzato, facendo intervenire i preti favorevoli alla politica liberale. I teologi governativi tranquillizzano Vittorio Emanuele con queste considerazioni: “Maestà, non si spaventi di ciò che ha scritto D. Bosco. Il tempo delle rivelazioni è passato”.
Come sia come non sia, mentre la legge contro i conventi è in discussione al Parlamento la Corona sarda è colpita da lutti gravissimi. Il 12 gennaio muore a 54 anni la regina madre Maria Teresa; il 20 a 33 anni la regina Maria Adelaide; il 10 febbraio a 33 anni Ferdinando duca di Genova, fratello del re; il 17 maggio a 4 mesi Vittorio Emanuele duca del Genevese, ultimogenito del re.
Bosco non si ferma qui. Immediatamente prima della firma del provvedimento ricorda a Vittorio Emanuele: “La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione! Se V. S. segna quel decreto segnerà la fine dei reali di Savoia”. Come sia come non sia, i Savoia re d’Italia non sono arrivati alla quarta generazione.

In nome della libertà, morte ai Gesuiti

Con la proclamazione dello Statuto albertino il 4 marzo 1848 comincia, in Piemonte, il regno dell’uguaglianza, del diritto e della libertà.

Fatto sta che mentre il primo articolo dello Statuto definisce la “Chiesa cattolica apostolica e romana la sola religione di stato”, il parlamento subalpino scatena una guerra senza frontiere contro la Compagnia di Gesù. Come se i gesuiti non fossero cattolici, apostolici e romani. Per capire questa vistosa incongruenza bisogna tenere presente che la guerra scatenata dal mondo protestante e massonico contro la chiesa cattolica ha nei gesuiti l’avversario principale e più temibile. Per combattere l’eccellenza dei gesuiti (nati proprio per contrastare la riforma protestante) la calunnia è sempre sembrata l’arma più appropriata. Nel 1614 vengono stampati a Cracovia i Monita privata Societatis Jesus: supposte istruzioni segrete, radicalmente false, che i gesuiti avrebbero seguito per conquistare non il mondo a Cristo, ma il potere alla Compagnia. Da allora per i gesuiti (salvo curiosamente negli ultimi decenni) non c’è mai stata tregua.

Interessante da questo punto di vista la lettera che il generale dell’ordine, padre Giovanni Roothaan, invia il 25 agosto del 1850 all’imperatore Francesco Giuseppe per spiegargli l’origine dell’odio che circonda la Compagnia. Secondo padre Roothaan la macchinazione parte da quella che definisce una “empia setta”: “per riuscire nei suoi disegni disastrosi, l’empia setta, alla quale è stato dato di prevalere un istante, si è sforzata soprattutto di combattere e di distruggere i sentimenti religiosi nei paesi cattolici, e a questo fine essa ha attaccato in primo luogo gli ordini religiosi, nella cui esistenza essa individuava un ostacolo alle sue mire. Ma tra tutti gli ordini religiosi quello che più eccitava il suo furore, quello di cui essa si sforzò con ogni mezzo di rendere financo il nome odioso a tutti i popoli e a tutte le classi della società, è notoriamente la Compagnia di Gesù”. I liberali italiani si inseriscono in questo filone collaudato che si accanisce contro i gesuiti per colpire la chiesa. Le istruzioni di Mazzini al riguardo sono precise. Bisogna sfruttare al massimo la potenza delle parole: “Vi sono parole generatrici che contengono tutto- scrive l’avvocato genovese-, e che devono ripetersi al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso, eguaglianza, fratellanza; ecco quello che il popolo comprenderà, soprattutto quando vi si contrapporranno le parole di dispotismo, di privilegi, di tirannia, di schiavitù”.

Chi è più dispotico, chi più tiranno dei gesuiti? “La potenza clericale -continua- è personificata nei Gesuiti; l’odioso di questo nome è una potenza pei socialisti”. E così, mentre l’esercito combatte una guerra rovinosa contro l’Austria, il parlamento subalpino passa il tempo ad accumulare “prove” contro i figli di S. Ignazio. Definiti i gesuiti “lue”, “peste”, “vespe”, “setta fatale”, deputati e senatori sanzionano la soppressione della Compagnia, espropriano tutti i beni dell’ordine e costringono i padri al domicilio coatto non perché rei di qualche colpa ma perché membri di un ordine religioso considerato pericoloso per la libertà. Perseguitati, cacciati dalle proprie case, espropriati di tutto, i gesuiti non possono nemmeno difendersi dalle calunnie lanciate dalla stampa ufficiale perché i giornali governativi non pubblicano le smentite. Ecco cosa scrive il 25 gennaio 1848 a Carlo Alberto il provinciale dei gesuiti piemontesi padre Francesco Pellico: “Era sapientemente dichiarato da V.[ostra] M.[aestà] nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l’onore delle persone e dei ministri della Chiesa.

Ma pare che nell’avvilire e calunniare i Gesuiti non si tema di trasgredire la legge”. I padri sono “esposti per la sola qualità di Gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali ed i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo”. I Savoia e i liberali violano uno dopo l’altro tutti i principali articoli dello Statuto, compreso l’articolo 28 che tutela la libertà di stampa: “La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi”.

Assaggi n. 17: Il movimento pacifista del Medioevo

“In vari sinodi tenuti in diverse parti della Francia centrale e meridionale verso la fine del X secolo, l’idea di una “pace di Dio” fu ratificata ufficialmente non solo dal clero, ma anche dalle autorità secolari. I decreti di pace dei vari sinodi differivano nei dettagli, ma in generale tutti condannavano, a pena di scomunica, qualsiasi atto di guerra o di vendetta contro il clero, i pellegrini, i mercanti, gli ebrei, le donne ed i contadini, così come contro la proprietà ecclesiastica e agricola. Inoltre, ricorrevano generalmente allo strumento del giuramento per assicurarne l’osservanza; alla gente veniva cioè chiesto di giurare collettivamente di voler mantenere la pace. Nel 1038, ad esempio, al Concilio di Bourges fu decretato che ogni cristiano adulto dell’arcidiocesi avrebbe dovuto prestare il giuramento ed entrare a far parte di una milizia speciale con il compito di difendere la pace. Il movimento pacifista, che si diffuse per gran parte dell’Europa occidentale, gunse ad includere, oltre alla protezione di coloro che non combattevano, il divieto di guerra in certi giorni. Redatta dall’Abate Odilo da Cluny (994-1049), la Tregua di Dio sospendeva la guerra, dapprima dal mezzogiorno del sabato fino alla mattina del lunedì e, più tardi, dal venerdì sera fino al lunedì mattina così come durante la Quaresima, l’Avvento ed in occasione delle feste di alcuni santi.
Gli sforzi di Cluny, e della Chiesa in generale, a favore dell’esonero di alcune classi di persone dal servizio militare e da attacchi alla persona o alla proprietà, e per limitare i combattimenti a certi periodi, poté avere successo solo parzialmente in un’epoca di violenza ed anarchia come i secoli X e XI. L’importanza futura del movimento per la pace, specialmente per il futuro della tradizione giuridica occidentale, fu peraltro enorme, giacché l’esperienza del giuramento collettivo da parte di gruppi nel nome della pace giocò un ruolo fondamentale nella fondazione delle città alla fine dell’XI secolo ed anche, in seguito, nella formazione di corporazioni all’interno delle città e nella promulgazione di legislazione da parte di duchi, sovrani e imperatori attraverso la cosiddetta pace ducale o reale e attraverso la “pace in terra” (pax terrae, Landfriede)” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).

Assaggi n. 16: Il diritto occidentale è incomprensibile senza ciò che lo ha generato: la teologia cattolica. Le parole di un grande storico laico

“I filosofi del diritto hanno sempre discusso, e presumibilmente continueranno a farlo, se il diritto si fondi sulla ragione e sulla morale o se sia solo la volontà di chi detiene il potere politico. Non è necessario risolvere questa disputa per concludere che, in base ai fatti storici, i sistemi giuridici di tutte le nazioni che hanno ereditato la tradizione giuridica occidentale si fondano su certe idee e postulati: cioè, che i sistemi giuridici stessi presuppongono la validità di quelle idee. Oggi quelle idee e quei postulati – quali l’integrità strutturale del diritto, il suo divenire, le sue radici religiose e le sue qualità trascendenti – stanno rapidamente scomparendo, non solo dalla mente dei filosofi, dei legislatori, dei giudici, degli avvocati, dei professori di diritto e di altri membri della professione legale, ma anche dalla coscienza della grande maggioranza dei cittadini, della gente in generale; e più ancora, stanno scomparendo dal diritto stesso. Il diritto sta diventando più frammentato, più oggettivo, modellato più sull’opportunità che sulla moralità, preoccupato più delle conseguenze immediate e meno della coerenza o della continuità. Così, nel ventesimo secolo [il libro da cui citiamo è del 1983, ndr], il terreno storico della tradizione giuridica occidentale sta per essere spazzato via e la tradizione stessa rischia il collasso.
(…)
E’ impossibile comprendere il carattere rivoluzionario della tradizione giuridica occidentale senza esplorarne la dimensione religiosa (…). La scienza giuridica occidentale è una teologia laica, spesso priva di senso giacché i suoi presupposti ideologici non sono più ritenuti validi.
Un esempio bizzarro è in grado di fare luce sui paradossi di una tradizione giuridica che ha perso i contatti con le proprie fonti teologiche. Se un uomo, sano di mente, è accusato di omicidio e condannato a morte, ma poi, prima che venga eseguita la sentenza, diventa infermo di mente, la sua esecuzione verrà posticipata fino al recupero delle facoltà mentali. In generale, questo è quello che dice il diritto dei paesi occidentali ed anche di molti paesi non occidentali. Perché? La risposta storica, in Occidente, è la seguente: se un uomo fosse giustiziato in stato di infermità mentale, non avrebbe l’opportunità di confessare spontaneamente i suoi peccati e di ricevere il sacramento della Santa Comunione. Pertanto, gli si deve permettere di recuperare le facoltà mentali prima di morire, cosicché la sua anima non sia condannata alle fiamme eterne, ma abbia invece la possibilità di espiare i suoi peccati in Purgatorio e, da ultimo, nel giorno del Giudizio Universale, entrare nel Regno dei Cieli. (…)
Forse l’esempio non è, di per sè, di grande importanza, ma mostra che i sistemi giuridici di tutti i paesi occidentali, come di quelli non occidentali sotto l’influenza del diritto occidentale, sono il residuo laico di attitudini religiose e di assunti che storicamente trovarono espressione prima nella liturgia, nei riti e nella dottrina della Chiesa ed in seguito nelle istituzioni, nei concetti e nei valori del diritto. Se non si comprendono queste radici storiche, molte parti del diritto sembrano essere prive di una sottostante fonte di validità” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).

Chiesa e massoneria: centinaia di scomuniche.

“La liberazione d’Italia -opera eminentemente massonica- fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalla iniziativa delle Comunioni massoniche d’oltralpe”.

Ad esprimersi così, nel 1988, è il gran maestro Armando Corona che prosegue: la massoneria “fu il vero ispiratore e motore” del risorgimento “perché sua era l’idea guida della liberazione dei popoli”. Dal momento che la massoneria è stata, per bocca dei suoi più autorevoli esponenti, protagonista del risorgimento e dal momento che la popolazione italiana è da circa due millenni cattolica, vediamo cosa la chiesa cattolica pensi della società che ha animato, insieme a quella italiana, le rivoluzioni degli ultimi secoli. La Massoneria moderna nasce a Londra nel 1717 e la prima delle centinaia di scomuniche emesse dalla chiesa nei suoi confronti è solo di qualche anno posteriore.

Il 28 aprile 1738, nella bolla In eminenti, ClementeXII condanna il segreto che caratterizza le associazioni dei Liberi-Muratori, il silenzio imposto “intorno alle cose che esse compiono segretamente” (se non operassero iniquamente, “non odierebbero tanto decisamente la luce”), il disaccordo con le leggi civili e canoniche. Clemente XII vuole scongiurare il pericolo che “questa razza di uomini non saccheggi la Casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti”. Tredici anni dopo è la volta di Benedetto XIV che, il 18 marzo del 1751, pubblica la bolla Providas Romanorum. Nulla di nuovo, si tratta semplicemente di reiterare le condanne già espresse: il papa è costretto a farlo perché “alcuni non hanno avuto difficoltà ad affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore”.

Il 3 settembre 1821 è la volta di Pio VII con la bolla Ecclesiam a Jesu Christo. Il papa torna sull’argomento perché i “Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste”. Pio VII ammonisce di non prestare “alcun credito alle parole” dei carbonari, perché “costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci”. Il pontefice ricorda che i carbonari sono all’origine dei tentativi rivoluzionari di quegli anni, e ribadisce che “nel sovvertire questa Sede Apostolica sono animati da un odio particolare”.

Pio VIII rinnova il monito nel 1829 e, sempre riferendosi alla Carboneria, afferma: “Tra tutte queste sette segrete Noi abbiamo risoluto di segnalarne alla vostra attenzione una speciale formata di recente: il cui scopo è di corrompere la gioventù educata nei ginnasii e nei licei”. Non lasciatevi “sedurre da nessuna apparenza, né ingannare da veruna arte maliziosa”, raccomanda il papa. I pronunciamenti della Chiesa contro la Massoneria si rinnovano nel tempo fino ad arrivare al più recente del 26 novembre del 1983. In questa data la Congregazione per la dottrina della fede emette un provvedimento solenne firmato dal Prefetto, card. Ratzinger, in cui si sostiene: “Rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche […] e perciò l’iscrizione ad esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa comunione”. Cosa dire di più? Una piccola citazione può mostrare l’attualità dell’argomento. La voce Massoneria di una delle più diffuse enciclopedie mondiali su dischetto (The 1995 Grolier Multimedia Encyclopedia) dopo aver ricordato che in passato l’Istituzione è stata aspramente combattuta dalla Chiesa specifica: “A papal ban on Roman Catholic membership in Masonic lodges was rescinded in 1983” (il divieto per i cattolici di far parte di logge massoniche è stato cancellato nel 1983). L’esatto contrario di quello che la chiesa ha solennemente ribadito. Niente di nuovo sotto il sole.

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