Infiltrazioni massoniche nella Chiesa

Si è parlato in questo sito di massoneria. Pennetta ci ha ricordato le ragioni storiche della contrapposizione tra massoneria e Chiesa. Caius ha sottolineato che moltissimi massoni sono nel Pd, come dichiarava anche un amico della massoneria come Francesco Cossiga ai tempi dell’Ulivo (Repubblica, 4/3/1998).

Il Corriere intervistava qualche giorno fa l’ex leader del PLI Valerio Zenone, che ricordava di essere stato cooptato nella setta perché avvocato, consigliere regionale, e per le sue conferenze a favore del divorzio.

In generale si può ritenere che massoni vi siano al centro, a destra e a sinistra, ma sembra appurato quali siano le loro posizioni morali: pro aborto, divorzio, eutanasia, scuola laica (su questo, evidentemente, una preferenza a sinistra è comprensibile)…

Sembra inoltre appurato, guardando alla storia, o alle recenti dichiarazioni del mazziniano Raffi o di Luigi Berlinguer, l’ex comunista Pd che ha fatto capire di preferire i massoni ai membri dell’Opus Dei, che tra massoneria e Chiesa vi sia, come vi è sempre stato, uno scontro forte.

Di qui l’articolo che segue, in cui si illustra un fatto: l’infiltrazione massonica nella gerarchia ecclesiastica.

Ci sono scandali che, guarda caso, nessuno vuol montare. Anche se potrebbero andare nella direzione voluta: l’attacco sistematico alla Chiesa. Si è scoperto, in questi giorni, che nel nuovo scandalo Ior è coinvolto nientemeno che un cerimoniere del papa, mons. Camaldo! Recitava la Stampa del 17 maggio: “Che Balducci abbia un conto corrente presso lo Ior, fu lui stesso a dirlo a un magistrato. Era qualche anno fa e lo interrogava il pm di Potenza, il giovane Henry John Woodcock, il quale, intercettando le telefonate del cerimoniere pontificio, monsignor Franco Camaldo (coinvolto nell’inchiesta sugli affari di Vittorio Emanuele di Savoia), fu incuriosito da un misterioso bonifico di Balducci al monsignore. Questa fu la spiegazione di Balducci: siccome monsignor Camaldo, suo fraterno amico, era stato truffato nel corso di una spericolata operazione immobiliare, ed era giù di morale, lui aveva deciso di aiutarlo con un prestito di 280 mila euro a fondo perduto. Camaldo diede una risposta ancora più sorprendente: aveva partecipato a una operazione per comprare a Marino, nei Castelli romani, la villa principesca che era appartenuta a Carlo Ponti e Sofia Loren per farne la sede di una associazione massonica, ma il tutto si era rivelato una truffa e perciò era ricorso a Balducci”.

Uno scandalo, dicevo, di questo tenore: “il potere del Vaticano”, per usare una espressione maligna assai diffusa, “si salda con quello, segreto, delle logge”! Invece niente: delle logge, ma guarda un po’, non interessa nulla a nessuno.

Tutti a dar botte alla Chiesa, allo Ior, e la notizia che l’omino Ior è in verità un massone (cioè, per dirla con Agostino, “nella Chiesa ma non della Chiesa”), passa inosservata. Perché ci sono poteri che è meglio non toccare? Eppure la news è assai interessante: perché ci riporta alle infiltrazioni della massoneria, pluri-scomunicata dalla Chiesa, nella Chiesa.

 Infiltrazioni che datano da parecchi anni, se dobbiamo da credito ad una lista di prelati massoni comparsa su Panorama nel 1976 e poi ad un’altra, analoga ma più completa, pubblicata dal giornalista laico Mino Pecorelli, su Op del 12 settembre 1978.

 Pecorelli, membro della P2, sarebbe morto poco dopo la pubblicazione della lista, presa molto sul serio in Vaticano, se è vero come è vero che Paolo VI e poi il cardinal Siri chiesero al generale dei Carabinieri Enrico Mino di indagare sulla veridicità dei suoi contenuti. Ma anche Mino morì, precipitando con il suo elicottero, in circostanze non limpidisssime, prima di poter raccontare i risultati delle sue indagini.

La suddetta lista finirà poi nelle mani di papa Luciani, che “aveva manifestato l’intenzione di mettere mano alla questione dello Ior e di fare chiarezza in merito alla lista dei presunti prelati iscritti alla massoneria” ( 30Giorni, 9.9.1993).

Ma anche Luciani sarebbe morto troppo presto… Quali i nomi della lista? Troppo, per elencarli tutti.

Ne bastino 3: Marcinkus, presidente dello Ior, De Bonis, anch’egli uomo Ior, già indagato da Di Pietro nel 1994, le cui prodezze sono state rivelate l’anno scorso dal giornalista Nuzzi, in “Vaticano spa”, e Annibale Bugnini, autore della riforma liturgica. nella foto

I primi due furono sempre coperti, nonostante i loro nomi e la lista fosse sulla bocca di tutti. Nonostante dopo Marcinkus, almeno, si sarebbe potuto stare attenti al suo uomo, De Bonis, sapendo poi le voci su di lui… Il terzo invece, a quanto racconta lui stesso nella sua autobiografia, fu alla fine allontanato, proprio per il sospetto di essersi affiliato alla massoneria, e spedito a fare il nunzio in Iran nel 1975!

Riassume così messainlatino.it: “Mons. Bugnini, nel suo libro La riforma liturgica, riferisce (pagg. 100-101) di avere bussato a molte porte per sapere quale fosse la ragione della sua disgrazia. Dice di aver saputo che un cardinale importante cui le riforme liturgiche erano invise (Gagnon, si presume) aveva fornito un dossier su di lui, e sulla sua massonicità al Papa. Sempre Bugnini riferisce di avere scritto al Papa, nell’ottobre 1975, per contestare le accuse nei suoi confronti di iscrizione alla massoneria ma – informa sempre l’interessato – il Papa nemmeno si peritò di rispondere. Dato lo stretto rapporto, anche di fiducia e confidenza, che vi era stato fino allora tra i due, questo è un ulteriore segno evidente, aggiungiamo, che il Papa si era convinto della veridicità delle accuse, al punto da non voler nemmeno ascoltare gli argomenti a discolpa”.

Viene poi riportato un articolo comparso su Italia Oggi del 24.7.2009 di Andrea Bevilacqua: “Sembra una cosa troppo lontana nel tempo per fare notizia. Ma non è così. Secondo quanto riporta l’ultimo numero della principale rivista cattolica in lingua inglese Inside the Vatican, Annibale Bugnini, il principale promotore all’interno della curia romana di quella riforma liturgica che nel post Concilio Vaticano II ha rivoluzionato in modo decisivo l’intero impianto liturgico della Chiesa, ovvero colui che anche a motivo delle sue idee in campo liturgico (ma non solo) venne mandato da Papa Paolo VI a terminare i propri giorni in Iran, era un massone. Una rivelazione, quella di Inside the Vatican che, se confermata, darebbe notevole spago a tutti coloro che, all’interno del Vaticano, ritengono i cambiamenti liturgici avvenuti nel pontificato montiniano come un’opera perversa.Un’opera, insomma, voluta contro la Tradizione della Chiesa. È il giornalista Robert Moynihan a raccontare la cosa su Inside the Vatican, spiegando di averla saputa da un monsignore anonimo indicatogli dal cardinale canadese, Edouard Gagnon, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia dal 1985 al 1990.

Che il monsignore sia anonimo è senz’altro un punto negativo per le tesi di Moynihan, ma quanto il monsignore dice getta comunque ombre, più che luci, su un momento della vita della Chiesa difficile. «Il monsignore è il depositario del mistero relativo all’affiliazione massonica di Bugnini», disse a Moynihan il cardinale Gagnon. E il giornalista si affrettò a incontrare l’anonimo presule per farsi raccontare ogni cosa. Non solo, Bugnini avrebbe avuto anche un codice di riferimento col quale veniva identificato: lo chiamavano «Buan». Perché, si chiede Inside the Vatican, Bugnini venne mandato in Iran da Paolo VI? La tesi è una. Pare che Montini, è anche quanto riferisce il monsignore anonimo, si fosse convinto del fatto che Bugnini appartenesse alla massoneria. Una valigetta di proprietà di Bugnini contenente alcune lettere indirizzategli dal Gran Maestro della Massoneria Italiana, infatti, convinse il Papa della cosa. Quando Bugnini era ancora a Roma, inoltre, fu il cardinale Gagnon a stendere una relazione molto dettagliata sulla massoneria. Gagnon stette per tre mesi impegnato a stendere la voluminosa relazione. Un dossier giudicato dalla stessa massoneria esplosivo: si facevano i nomi e le attività occulte di certi personaggi di curia. Tuttavia il dossier venne rubato fra il 31 maggio ed il primo giugno del 1974 dalla scrivania di monsignor Mester, un collaboratore di Gagnon. Il cardinale dovette riscriverlo interamente ma non riuscì mai a divulgare la cosa come avrebbe voluto. Pare che fu anche per questo motivo, per l’impossibilità di far arrivare il dossier sul tavolo del Papa, che decise di ritornare in Canada e lì finire i suoi giorni”.

Per comprendere ancora meglio la questione, si può citare un libro del giornalista Pinotti, “Fratelli d’Italia”. Pinotti è un assemblatore confuso di notizie: di Chiesa sa pochissimo, di massoneria pure, confonde però a chi conosce la materia, certe informazioni risultano preziose, specie se confermano molte altre fonti: "Il 12 settembre 1978 il settimanale OP diretto da Mino Pecorelli, giornalista iscritto alla P2 e poi assassinato, pubblicò in un articolo dal titolo La grande loggia vaticana un elenco di ben 121 nominativi di esponenti vaticani e di alti prelati indicati quali affiliati alla massoneria. Ha scritto Alfio Caruso (in la Stampa, 22 agosto 2006): «Una mano anonima aveva inserito l’articolo nella rassegna stampa sfogliata ogni mattina dal papa. Questi aveva subito chiesto al cardinale Felici se la lista potesse essere veritiera. Verosimile, era stata la risposta.

L’elenco faceva impressione: comprendeva Villot, monsignor Agostino Casaroli, ministro degli Esteri della Santa Sede, il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, il cardinale Sebastiano Baggio, Marcinkus, monsignor Donato De Bonis, dello Ior, don Virginio Levi, vicedirettore dell’Osservatore Romano, padre Roberto Tucci, direttore della Radio Vaticana, monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI. Con il disincanto tipico del vecchio habitué di Curia, Felici osservò che liste simili circolavano da sempre e che la prassi era di non prenderle in considerazione. D’altronde, aggiunse con un pizzico di malizia, Paolo VI aveva varato un comitato per cancellare la scomunica che da secoli veniva comminata ai massoni e il cardinale Villot ne era apparso entusiasta. Sentimento non condiviso da Luciani: per lui la massoneria incarnava il nemico di Roma. Pur intuendo che il suo amato Montini avesse aperto le porte delle mura leonine a una schiera di piduisti – Gelli, Ortolani, Sindona, Calvi – era contrarissimo a quell’insana commistione rivolta soltanto al profitto». (F. Pinotti, Fratelli d’Italia, cit., pp. 647-653)

Ebbene le notizie dateci da Pinotti sono in buona parte innegabili: si pensi al nome di Ortolani, membro eminente della P2: a Bologna, in cattedrale, vi è una statua dedicata a mons. Lercaro, tra i più assidui fautori della riforma liturgica di Bugnini, e della svolta post conciliare. La statua è stata donata da Ortolani!

Prendiamo Sindona e Calvi, i due oscuri trafficanti morti in circostanze misteriose. Giancarlo Galli, autorevole giornalista esperto in economia, già editorialista di Avvenire, nel suo “Finanza bianca” (2004) mette in luce gli stretti rapporti tra Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, e Marcinkus-De Bonis. Ebbene Galli non lo dice, ma i lettori lo sanno già: Macchi compare anch’egli, insieme ai due, nella lista di Pecorelli!

 Il cerchio si chiude… Eppure, il lettore attento, il cattolico che conosce come va il mondo, non deve essere spinto da quanto raccontato, a disperare: che la Chiesa sia infiltrata dalla massoneria è un triste dato di fatto, legato alla peccaminosità umana, e al potere delle tenebre. Non erano riusciti anche i comunisti a infiltrare in Vaticano, piazzandolo accanto a Giovanni Paolo II, un agente dei servizi segreti con la tonaca?

E’ successo più volte: da una parte i nemici che entrano, per scardinare la porta, dall’altra qualcuno che cede alla tentazione del potere, come Giuda, e pur essendo uomo di Chiesa, tradisce. Nihil sub sole novi. Speriamo dunque in un po’ di pulizia, ormai necessaria, senza dimenticare che se solo entrassimo negli affari di qualsiasi grande banca laica, cioè laddove girano i soldi di Mammona, troveremmo molto di peggio di quello che è avvenuto allo Ior. Oggi sotto la guida di un uomo integerrimo e intelligente.

Quello che dunque è molto più grave è altro: che la massoneria possa aver influenzato la riforma liturgica, tramite Bugnini. Di seguito riporto buona parte di un articolo dell’ottimo vaticanista Sandro Magister:

"Tra il papa e il massone non c’è comunione Ieri guardinghe aperture e vescovi simpatizzanti… Ma ora con Giovanni Paolo II e col cardinale Ratzinger è un’altra musica … Perché non sempre è stata questa l’impressione. Nel 1978, l’ufficiale "Rivista massonica" salutò Paolo VI, morto quell’anno, come il primo papa «non nemico». Negli anni Sessanta e Settanta, sullo slancio del disgelo del Concilio Vaticano II, tra la Chiesa e la massoneria era stato un gran dialogare. E anche un gran sussurrare.

Si vociferava di cardinali e illustri prelati di curia segretamente affiliati alle logge. Circolavano copie delle loro presunte tessere. Ancor oggi, nel chiacchieratissimo pamphlet "Via col vento in Vaticano" uscito lo scorso febbraio per la penna di anonimi monsignori, un intero capitolo è dedicato al «fumo di Satana» delle infiltrazioni massoniche tra i magnati di curia. E di due il pamphlet fa nome e cognome. Il primo è Annibale Bugnini, il regista della riforma liturgica postconcicliare, finito nunzio in Iran una volta ultimata la sua opera di «distruzione del rito antico della messa» e ivi morto, secondo il libello, «di morte naturale procurata» dai suoi stessi caporioni di loggia. Il secondo è Sebastiano Baggio, influentissimo cardinale dell’era di papa Giovanni Battista Montini. Aveva il potere di nominare i vescovi in tutto il mondo «e quindi di promuovere le carriere dei suoi confratelli occulti».

E nei due conclavi del 1978 corse come papabile. Di certo, in quel ventennio d’oro del dialogo tra Chiesa e massoneria, erano massoni e cattolici conclamati i fratelli d’affari dello Ior, la banca vaticana, Michele Sindona e Roberto Calvi. Era massone e cattolico Umberto Ortolani, intimo factotum del cardinale progressista Giacomo Lercaro. Oggi il Grande Oriente li rinnega tutti: facevano parte, sostiene, d’un ramo degenere della massoneria, quello della loggia Propaganda 2 di Licio Gelli. Nella sua recente intervista, il gran maestro Raffi si fa vanto d’aver espulso dall’ordine, «per contiguità con Gelli», lo stesso gran maestro legittimo dell’epoca, Giordano Gamberini. Ma proprio Gamberini era l’uomo con cui la Chiesa s’era messa in quegli anni a dialogare in segreto. Lo stile degli incontri era un po’ carbonaro. Al primo di quelli semiufficiali, l’11 aprile 1969, ad Ariccia nel convento del Divin Maestro, sedevano da una parte il gran maestro Gamberini, il suo aggiunto Roberto Ascarelli e lo storico Augusto Comba. E dall’altra il salesiano Vincenzo Miano, vicecapo del segretariato vaticano per i non credenti, il paolino Rosario Esposito e il gesuita della "Civiltà Cattolica" Giovanni Caprile.

Racconta oggi padre Esposito, l’unico di questi tre ancora in vita: «Per la cena a capotavola c’era il Gamberini, che intonò il Padre nostro, poi, stando tutti ancora in piedi, prese un pane, lo spezzò e lo offrì al padre Caprile dicendo: "Il massone spezza il pane col gesuita". Tutti ci scambiammo il medesimo rito, condividendo una gioiosa fraternità». Gli alfieri del dialogo si ammantavano dell’autorità di papa Giovanni XXIII, che da nunzio a Parigi aveva benedetto in segreto la doppia appartenenza alla massoneria e al cattolicissimo ordine di Malta di un barone suo amico, Yves Marsaudon. Poi c’era stato il Concilio Vaticano II, con la richiesta esplicita, sostenuta in aula dall’ultraprogressista vescovo di Cuernavaca, Sergio Mendez Arceo, di revocare la scomunica ai massoni. E poi erano cominciate le strette di mano pubbliche tra capi della massoneria e cardinaloni di peso: gli americani Richard Cushing, Terence Cooke, John Cody e John Joseph Krol, l’austriaco Franz König, l’olandese Bernard Alfrink, i francesi Maurice Feltin, Francois Marty e Roger Etchegaray, il cileno Raúl Silva Henriquez, i brasiliani Aloisio Lorscheider e Paulo Evaristo Arns, insomma quasi tutti i capifila dell’ala progressista conciliare. In Italia, agli incontri successivi a quello di Ariccia parteciparono i vescovi Dante Bernini, di Albano, e Alberto Ablondi, di Livorno. In Vaticano, a tirare le fila era il cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il croato Franjo Seper. Dall’alto, Paolo VI tutto sapeva e benediceva.

Revocare la scomunica non era impresa facile. A partire dal primo documento di condanna della massoneria, quello di Clemente XII nel 1738, era stato tutto uno scoccare di fulmini. Padre Esposito ne ha inventariati più di tremila, con il culmine toccato dal codice di diritto canonico del 1917, che comminava la scomunica ipso facto a coloro che semplicemente «danno il nome alla setta massonica». Ma batti e ribatti, l’ora della riconciliazione sembrava vicina. Nel 1968, i vescovi della Scandinavia decisero di non chiedere più l’abiura ai massoni che si facevano cattolici. E nel 1974 il cardinale Seper, in una lettera al cardinale Krol resa pubblica da quest’ultimo, spiegò che la scomunica doveva essere intesa operante solo per quei cattolici iscritti alle massonerie «che veramente cospirano contro la Chiesa». Come dire mai, dissero in coro compunti i capi delle logge di tutti i paesi, compresi quelli di più accanita tradizione antiecclesiastica. Mancava solo che il nuovo codice di diritto canonico, in preparazione, sancisse la svolta pacificatrice. La Congregazione per la dottrina della fede aveva chiesto due volte un parere riservato ai vescovi.

E il gesuita Caprile, che ebbe accesso alle segretissime risposte, constatò che quasi tutti chiedevano la cancellazione della scomunica, qua e là con elogi persino entusiastici dello spirito massonico. Senonché nel 1978 divenne papa Karol Wojtyla. E di colpo calò il gelo. Il primo effetto lo si vide in Germania. Anche lì i dialoganti s’erano dati da fare, con fior di teologi come Herbert Vorgrimler e Stephanus Pfurtner. E la conferenza episcopale aveva messo all’opera nel 1974 una commissione per accertare la compatibilità tra la fede cristiana e l’appartenenza massonica. Ma a Monaco di Baviera era intanto diventato arcivescovo uno spirito rigido e risoluto, Joseph Ratzinger, che il nuovo papa avrebbe presto chiamato a Roma al posto di Seper, come suo prefetto di dottrina. E di punto in bianco i dialoganti si trovarono congedati, la questione la prese in mano il vescovo di Augsburg, Joseph Stimpfle, un vero mastino, e nel 1980 l’episcopato tedesco scrisse la parola fine ribadendo «l’opposizione fondamentale e insuperabile» tra la massoneria e la Chiesa. Ma la gelata più tremenda fu il nuovo codice di diritto canonico, promulgato il 25 gennaio 1983. Il nuovo canone 1374 così predica: «Chi dà il nome a una associazione che complotta contro la Chiesa sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto».

Sparita la parola massoneria, sparita la parola scomunica… Alt. Provvide il cardinale Ratzinger, con la controfirma del papa, a fugare le illusioni e a dare l’unica interpretazione autorizzata del canone. Il giorno stesso dell’entrata in vigore del nuovo codice, sentenziò inappellabilmente che: primo, la condanna della massoneria resta immutata; secondo, i cattolici che appartengono a una loggia sono in stato di peccato grave e non possono fare la comunione; terzo, non sono ammesse deroghe. Per i filomassoni di parte cattolica, i tempi si sono quindi fatti duri, sotto l’impero del binomio Wojtyla-Ratzinger, inflessibili nell’avversare ogni relativismo. Tenace ma sempre più solo, padre Esposito continua a sfornare i suoi libri e articoli e a tenere conferenze di loggia in loggia.

Ma l’editore deve andare a cercarselo sulla sponda laica: come Nardini, con cui ha pubblicato proprio quest’anno "Chiesa e massoneria. Un Dna comune", primo di una coppia di volumi sulle concordanze tra l’una e l’altra. Altri hanno ripiegato. Come il vescovo ieri di Crotone e oggi di Cosenza, Giuseppe Agostino, pezzo grosso della Cei, che negli anni del dialogo frequentava gli uomini di loggia ma nel 1996 mandò su tutte le furie l’allora gran maestro Gaito vietando ai massoni di far da padrini ai battesimi e alle cresime, al pari di mafiosi, criminali e usurai. Gaito se ne lamentò col quotidiano della Cei, "Avvenire". E questo lo ripagò rincarando la dose. Dipingendo la massoneria come «struttura iniziatica, gerarchica e segreta», con a capo «superiori invisibili», tesa a irretire e a macchinare, predicante all’esterno una vaga «religione dell’uomo», ma professante in segreto, ai gradi alti, «un umanesimo nichilista, in pratica un antiumanesimo dai cieli chiusi».

Anche "La Civiltà Cattolica" ha richiuso gli spiragli aperti anni fa da padre Caprile. Nel suo editoriale di metà giugno ha ammesso che «negli scorsi decenni la Chiesa ha permesso una non breve esperienza di dialogo tra studiosi cattolici e dignitari massonici». Ma per concludere che quel dialogo s’era rivelato un inganno. Perché il criterio con cui si muovono i capi massoni quando si rivolgono alla Chiesa è: «quello che è mio è mio, quello che è tuo è negoziabile». Criterio inaccettabile. La Chiesa ha verità assolute, che discendono da Dio e quindi non possono essere in alcun modo discusse. Raffi, il gran maestro in carica del Grande Oriente d’Italia, forte di 554 logge e di 13 mila iscritti molti dei quali, dice, cattolici, non si arrende: «Se la Chiesa ritiene di perseverare in questa posizione cercheremo di farle cambiare idea. Mi piacerebbe molto coinvolgere un cardinal Ersilio Tonini». Ma anche vescovi presunti candidati al dialogo gli danno delusioni. Da Ivrea, Luigi Bettazzi ha invitato la massoneria a tenere piuttosto un suo Concilio e a farsi trasparente. «Dovrei constatare che un suggerimento del genere arriva da un’istituzione piramidale e non certo democratica come la Chiesa», ha replicato gelido Raffi. Giubileo o no, davvero impensabile che facciano presto pace" (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7167 )

La grande crisi

Da anni sono convinto che la Chiesa cattolica stia attraversando una grande crisi, a partire soprattutto dagli anni Sessanta.

Ma è solo da poco, cioè dall’elezione di Benedetto XVI, che mi trovo in spiacevole compagnia. Di coloro, intendo, che sino a ieri magnificavano una presunta “nuova Pentecoste” della Chiesa, maledicendo i “profeti di sventura” e coloro che non si accodavano al carro degli entusiasti. Ricordo di essermi sentito dire mille volte: oggi i preti sono pochi, ma buoni, non come un tempo…

Nella mia esperienza, rispondevo, accanto a quelli indubbiamente validi, conosco sempre più preti impreparati, tiepidi, conformisti, disubbidienti e che non di rado sono i primi ad amare poco la Chiesa stessa.

Ecco, oggi mi trovo a leggere che gli acritici laudatori del nuovo corso hanno cambiato idea, e, cavalcando l’onda dell’odio anticristiano, dichiarano al mondo che è tutto da cambiare. Qual è la loro ricetta? Cosa propongono e cosa sbandierano ai quattro venti, certi, a sentir loro, di fare il bene della Chiesa? Ripetono cose vecchie, trite e ritrite, le stesse che dicono da cinquant’anni, cioè dall’inizio di questa gravissima crisi: la necessità di aprire al matrimonio dei preti, al divorzio, all’aborto, ai matrimoni gay, alla contraccezione…

Poi, aggiungono, è necessaria più democrazia, abolire il primato petrino, trasformare la Chiesa in un parlamento in cui la Rivelazione sia perennemente ai voti…

Ecco, codesti venditori di monete false vogliono intraprendere la strada machiavellica della “realtà effettuale”, perché la fede, quella che “sposta le montagne” e “vince il mondo”, trasformando la realtà, la hanno persa da tempo. Per questo la loro diagnosi è errata, a differenza di quella di alcune “vigili sentinelle” che, con vero amore per la Chiesa, da anni ne hanno denunciato le ferite, le macchie, i tradimenti.

Tra codeste sentinelle vi è il gesuita Malachi Martin, già stretto collaboratore del cardinal Bea e di papa Giovanni XIII. Proprio in questa veste Martin ebbe a leggere il terzo segreto di Fatima, di cui parlai due giovedì fa, concordando con chi ritiene che esso riguardi la crisi della Chiesa iniziata negli anni Sessanta. Ebbene Martin è autore di un interessantissimo testo, I Gesuiti (Sugarco 1988), che andrebbe rispolverato. Questo libro è dedicato, significativamente, a “Nostra Signora di Fatima” e mette in luce soprattutto la disgregazione di un ordine religioso, quello dei Gesuiti, che aveva dato alla Chiesa una prova secolare di obbedienza, di coraggio e di intelligenza. Martin afferma che negli anni Sessanta molti gesuiti, col beneplacito dei loro superiori, si sono esercitati a fare a brandelli “non solo i fianchi ma anche la sostanza del cattolicesimo”.

Tra costoro ricorda George Tyrrell, Teilhard de Chardin, Pedro Arrupe e Karl Rahner, definito “l’uomo di punta dell’autocannibalismo cattolico” (a cui Giovanni Cavalcali ha da poco dedicato il suo “Karl Rahner. Il concilio tradito”, Fede & Cultura).

A questi e a tanti altri gesuiti Martin imputa di aver lottato in tutti i modi contro il cattolicesimo romano, propagandando l’alleanza col marxismo, e una nuova visione dell’omosessualità, dell’aborto, del divorzio, dell’autoerotismo, del celibato ecclesiastico e dell’autorità petrina. Alcuni di loro, racconta Martin, nella loro lotta all’Humanae vitae arrivarono a sostenere la necessità, per la miglior riuscita del loro ministero, di avere “rapporti intimi con donne senza che questi implicassero il matrimonio formale o legale”.

Così la Compagnia di Ignazio, che aveva servito tanti papi senza indugio, che aveva dato centinaia di martiri, pronti a farsi uccidere per la fede e per l’unità della Chiesa, si schierò compatto contro Roma e la sua Tradizione. Tanto che Giovanni Paolo I, il papa dei 33 giorni, aveva già pronta, prima di morire, una riforma, o, se non gli fosse stata possibile, una “liquidazione definitiva della Compagnia”.

In un capitolo intitolato “Tempesta sulla città”, Martin propone una interpretazione degli anni del Concilio: una “gloriosa confusione”, una “confusione euforica” si impadronì allora del mondo cattolico, e “tutto un mondo venne spazzato via dalla mattina alla sera”. Un giorno la gente “scoprì all’improvviso che il latino universale della messa non c’era più” e che al suo posto c’erano “una babele di lingue” e “un nuovo rito che assomigliava all’antica messa come una capanna assomiglia ad una dimora palladiana”.

Gli altari del sacrificio furono tolti”, le statue e gli inginocchiatoi buttati, insieme alla concezione tradizionale del sacerdozio, ai voti di povertà, castità ed obbedienza, e alle tonache. Al posto delle quali comparvero “maglioni a dolcevita, pantaloni larghi, bluejeans”, “barbe, basettoni, capelli raccolti in code di cavalli”.

I riformatori avevano promesso che le innovazioni avrebbero portato a tempi splendidi; in realtà l’ ordine gesuita, che era continuamente cresciuto dopo l’inizio del Novecento, si assottigliò bruscamente, così come la frequenza della gente ai sacramenti, che diminuì in poco tempo del 30% negli Usa, del 60% in Francia ed Olanda, mentre dal 1965 al 1977 dai 12 ai 14 mila preti lasciarono il loro ministero: “la Chiesa cattolica non aveva mai subito delle perdite così disastrose in un tempo tanto breve”.

Tutto in nome dell’ “aggiornamento”, di un “parossismo innovativo” che personaggi come il cardinale gesuita Martini, incapace di leggere storia e segni dei tempi, continuano a predicare in buona, clericale compagnia. il Foglio, 3/6/2010

Il serpente piumato e la Madre di Dio. La “misteriosa storia” dell’evangelizzazione del Messico

La vicenda che stiamo qui per raccontare potrebbe sembrare la trama di uno di quei romanzi “misteriosi” che oggi vanno tanto di moda: parleremo infatti del mitico sovrano di un regno leggendario, di un dio enigmatico, di una profezia apparentemente realizzatasi, di un’apparizione e di un segno miracoloso che ancora oggi si concede ai nostri occhi (e persino all’indagine dei microscopi) e di nomi che sembrerebbero già di per sé evocare presagi. L’unica differenza tra questa vicenda e quelle romanzate in tanti libri e che qui non siamo nel mezzo di una trama inventata, ma di una storia vera: una storia misteriosa fatta di segni e di simboli che sfidano la nostra intelligenza e anche, in quanto cristiani, la fede che affermiamo di confessare; una storia che, al tempo stesso, si sposa indissolubilmente (e in modo determinante) con la storia cosiddetta “ufficiale”, quella narrata sui libri di scuola e di cui gli studiosi credono spesso di conoscere così bene cause e dinamiche. Lo scenario della vicenda è quello della Conquista e dell’Evangelizzazione delle Americhe, e in particolar modo di quel centro culturale e spirituale del Nuovo Mondo che fu, per secoli, il Messico.

Un re divinizzato. Una profezia. Una data.

La Conquista del Messico da parte degli spagnoli è uno di quegli eventi che ancora oggi suscitano opinioni violentemente discordi: da una parte, infatti, a iniziare da quella “Leggenda Nera” anticattolica nata nell’Inghilterra protestante [1] e ripresa dall’Illuminismo, si afferma che l’impresa sarebbe stata, essenzialmente, un infame massacro; dall’altra, una certa apologetica cattolica di stampo tradizionalista presenta questo evento come un’avventura gloriosa, una liberazione degli stessi indigeni dal giogo dell’idolatria e dalla pratica terrificante dei sacrifici umani, praticati su larghissima scala soprattutto dagli Aztechi (sottovalutando, però, i metodi tutt’altro che cristiani e le brutalità indubbiamente commesse dai conquistatori, le cui conseguenze hanno pesato fino ad oggi sullo sviluppo delle società latino-americane). Queste posizioni così unilaterali, tuttavia, oltre a non rendere giustizia alla verità storica, non sembrano poter cogliere, nel loro polemico orizzontalismo, quell’aspetto realmente “misterioso” (inteso nel senso originario di verità divina che si manifesta nella realtà) che pure la vicenda sembra possedere. La Conquista di quello che è oggi il Messico ha inizio nell’anno 1519 –nello stesso periodo in cui, dall’altra parte dell’oceano, un oscuro monaco tedesco di nome Luther stava gettando le basi per la più drammatica divisione che il mondo cristiano abbia mai conosciuto. I conquistadores, qualche centinaio di avventurieri partiti dalla Spagna e dalla vicina Cuba, erano guidati da un hidalgo di nome Hernan Cortez: uomo animato da un profondo spirito cavalleresco e da un coraggio contagioso, ma anche, all’occorrenza, cinico e privo di scrupoli. All’incredibile successo di Cortez e dei suoi –che in tre anni conquistarono un impero azteco che contava più di 8 milioni di abitanti- contribuirono naturalmente vari fattori: oltre alla superiorità tecnologica data dalle armi d’acciaio e dai cannoni, è dimostrato che numerose popolazioni indie preferirono schierarsi con gli Spagnoli, piuttosto che rimanere sotto il potere degli Aztechi, che utilizzavano i popoli sottoposti come “terreno di caccia” per gli innumerevoli sacrifici umani richiesti dalle loro sanguinarie divinità [2]. Ma c’è dell’altro. I cronisti dell’epoca, infatti, testimoniano come il mondo messicano alla vigilia della Conquista fosse attraversato da un’attesa che potremmo definire “messianica”: un’attesa in buona parte collegata alla profezia del ritorno del re-dio Ce Acatl Quetzalcoatl.

Ma chi era Quetzalcoatl?

Nella mitologia azteca, Quetzalcoatl è una figura divina di importanza fondamentale: il suo nome, che può essere tradotto come Serpente Piumato[3], indica anche visivamente il concetto di unione fra cielo e terra, fra spirito e materia, fra umano e divino. Unica divinità del pantheon pre-ispanico a non richiedere sacrifici umani, era ricordato dagli indigeni per aver donato agli uomini il calendario e la coltivazione del mais. Una delle leggende sulla sua nascita, racconta di come la dea Coatlicue [4], personificazione della natura madre e dell’elemento femminile, abbia concepito verginalmente il dio, grazie ad un frammento di giada che l’avrebbe ingravidata. Il mito di Quetzalcoatl, peraltro, si confonde fino a sovrapporsi con quello di un personaggio semi-storico che porta lo stesso nome: il 10° re dei Toltechi [5], Ce Acatl Quetzalcoatl, che sarebbe vissuto verso il X secolo della nostra era (Ce Acatl, ossia “1 canna” era l’anno di nascita del re, secondo il calendario preispanico). L’antico sovrano era ricordato dagli Aztechi come il protagonista di una vera e propria età dell’oro: mecenate delle arti, benefattore del suo popolo, riformatore religioso (avrebbe abolito i sacrifici umani, sostituendoli con offerte di tortillas di mais), curiosamente descritto in alcune tradizioni come “chiaro di pelle”[6], Ce Acatl sarebbe caduto in disgrazia a causa della casta sacerdotale conservatrice (rappresentata nel mito dal dio infero Tezcatlipoca, Specchio Fumante), che lo avrebbe costretto ad abbandonare il trono. Accusato di aver sedotto una sacerdotessa, Quetzalcoatl sarebbe fuggito e, secondo alcune versioni della leggenda, si sarebbe imbarcato sulle sponde del Golfo del Messico vicino all’attuale Veracruz, promettendo però di tornare proprio nell’anno Ce Acatl corrispondente a quello della sua nascita. Ora, essendo il calendario azteco costituito da cicli di 52 anni, l’anno Ce Acatl finiva per ricadere ad ogni inizio ciclo: così, ad esempio, la fatidica data poteva cadere nell’anno 1414, nel 1467, ma …anche nel 1519! Proprio in quest’ultima data, su quella stessa costa del Golfo da cui il mitico re sarebbe partito, giunsero gli Spagnoli di Cortez: strani esseri dalla “pelle chiara” come il re-dio, portatori di una fede nuova, che gli Aztechi non poterono non scambiare, almeno inizialmente, per il loro sovrano ritornato dall’oceano orientale… D’altronde, furono gli stessi messicani, incerti sull’identità dei nuovi arrivati da loro chiamati teules[7], a riempiere di doni preziosi e a condurre i futuri dominatori fin dentro la loro capitale, la favolosa Tenochtitlan[8]. La coincidenza tra questa profezia e la data dell’arrivo di Cortez, d’altro canto, colpì profondamente non solo gli Aztechi, ma gli stessi conquistatori spagnoli, che la interpretarono da subito come un “segno provvidenziale”. Questa è però solo una delle enigmatiche coincidenze di questa “storia nascosta” eppure reale che stiamo raccontando.

– Una Madre Misericordiosa per i figli degli sconfitti.

Gli Aztechi non ci misero molto a capire che i nuovi arrivati non erano divinità venute a riportare l’età dell’oro: la Conquista, in effetti, fu contraddistinta da episodi di ferocia e di cinica brutalità, a cui fece seguito un periodo ancor più drammatico, in cui l’universo indigeno entrò in una crisi terribile, non solo a causa delle violenze dei nuovi padroni o delle malattie importate dall’Europa, ma soprattutto a causa del crollo di un’intera visione del mondo. Un intero popolo, infatti, aveva perso, con la sconfitta, anche il senso della sua esistenza in questo mondo, senza aver avuto il tempo e il modo di acquisire i modelli culturali dei dominatori; e le conseguenze, come testimoniano i documenti dell’epoca, furono drammatiche oltre l’immaginabile[9]. Le stesse conversioni al Cristianesimo, nei primi anni, furono pochissime, nonostante la presenza in Messico di uomini di grandissima carità e di nobile apertura mentale come il frate francescano Toribio de Benavente: uno dei primi europei a rivolgersi con inedito rispetto a ciò che c’era di valido nella cultura dei popoli indios; proponendo, tra l’altro, una (forse) ingenua ma significativa identificazione tra Ce Acatl Quetzalcoatl, il “re dalla pelle chiara” nemico dei sacrifici umani, e la figura dell’apostolo missionario San Tommaso. Gli sforzi umani dei missionari, tuttavia, non ebbero inizialmente grande successo, e per anni la fede di Cristo rimase essenzialmente la “religioni dei vincitori”, che poca attrazione esercitava sulle masse disperate dei figli degli sconfitti. Tutto questo fino all’anno 1531, quando ancora una volta la nostra storia si sposa col mistero. Protagonista dell’evento che porterà all’entusiastica adesione degli sconfitti alla fede cristiana fu un uomo di origine indigena -uno dei pochi convertiti- di nome Cuauhatlatoa (Aquila Parlante), battezzato con il nome di Juan (Giovanni) Diego per analogia tra il suo nome azteco e il simbolo dell’evangelista Giovanni, che è appunto un’aquila. Fu a quest’uomo che (un altro “segno”?[10]) aveva ricevuto in nome quello del Discepolo Prediletto –lo stesso a cui Gesù, dalla croce, aveva affidato la madre Maria- che fu donata la grazia straordinaria di essere strumento di un evento unico, di una vera e propria teofania, che avrebbe cambiato per sempre la storia di un intero emisfero. Il giorno del solstizio d’inverno del 1531, infatti, toccò a Juan Diego passare per la collina di Tepeyac –vicino Città del Messico- ed assistere all’apparizione di una “Signora” dolcissima che si presenterà contemporaneamente come la Vergine Maria e la Inninantzin huelneli (Madre dell’Antico Dio) o, come anche riportano le tradizioni più antiche, “Madre misericordiosa tua e di tutti coloro che abitano questa terra”[11]. Per volere della divina Signora, Juan Diego comunicò al vescovo Juan de Zumàrraga l’apparizione ma, al momento di aprire davanti all’ecclesiastico il suo rozzo mantello di fibra d’agave, apparve una figura di straordinaria bellezza rappresentante la Signora dell’apparizione. Questa figura, conosciuta come la Madonna di Guadalupe, è ancora oggi una delle reliquie più affascinanti ed inspiegabili della cristianità, seconda solo alla Sindone per importanza e per gli studi scientifici a cui è stata sottoposta. Quest’immagine, infatti, continua ancor oggi a sbalordire fedeli, scienziati e semplici curiosi per la sua straordinaria conservazione (si tratta di un fragile telo di agave rimasto intatto dopo aver attraversato 500 anni, un attentato dinamitardo[12] e un incidente causato da caduta di acido nitrico[13]); l’assenza di pigmenti rilevabili e, soprattutto, la presenza inspiegabile di un gruppo di figure (il Vescovo Zumàrraga e i suoi uomini?) nella pupilla della Signora (immagini rilevate solo in tempi recenti con l’ausilio di microscopi e computer).

– Il linguaggio misterioso del “Fiume Nascosto”.

Se grande è lo sbalordimento che il manto di Guadalupe sa ancor oggi trasmettere agli studiosi come ai semplici fedeli, ben più grande, tuttavia, fu la vera “rivoluzione” che questo miracoloso segno suscitò nell’animo morente del popolo indio. Altri messaggi, infatti, altri “segni” erano contenuti in quel povero tessuto d’agave: segni che nessun microscopio può aiutare a decifrare –e che anche gli Spagnoli dell’epoca ignorarono- ma che si impressero a fuoco nell’anima dei figli degli sconfitti, trasformando il loro destino. Sono segni, questi, che appartengono a l’altra storia, la storia nascosta e sotterranea che stiamo seguendo, ma che parlano un linguaggio fin troppo chiaro per chi, come gli Indios, era abituato a vivere in un universo di simboli. Innanzitutto il luogo dell’evento. La collina del Tepeyac, infatti, era sacra da tempo immemorabile alla dea Coatlicue, la madre terra generosa ma terribile che per i popoli del Mesoamerica rappresentava il femminino sacro in tutte le sue forme; la stessa dea da cui era nato verginalmente il dio Quetzalcoatl. Lo stesso nome “Madonna di Guadalupe”, che indicava un’immagine molto venerata nella Spagna medievale, fu forse scelto proprio per la sua assonanza con il nome indicante l’antica Madre Divina azteca. E’ sul mantello stesso, tuttavia, che il linguaggio simbolico assume un significato senza pari, precluso come abbiamo detto agli occupanti spagnoli, ma ben comprensibile da una civiltà geroglifica come quella degli Aztechi: un “linguaggio di segni” come quello che andiamo via via scoprendo dietro tutta questa vicenda. Sul manto della Signora, infatti, compare una complessa mappa di stelle che, secondo i più recenti studi, rappresenta proprio l’aspetto del cielo visibile dal Tepeyac durante il Solstizio d’inverno del 1531: ivi appare la costellazione della Vergine in primo piano proprio all’altezza delle mani della Vergine. Ma il concetto più alto e contemporaneamente più chiaro è espresso da un piccolo geroglifico, il Nahui Ollin, posto all’altezza del ventre: si tratta di un piccolo fiore a quattro petali, che nell’antica scrittura pittografica designava il Centro del Mondo o la Divinità più antica: il significato che un indio poteva dunque percepire era, inequivocabilmente, quello di una Madre che …sta per partorire la Divinità. Il Mantello di Guadalupe è dunque un perfetto esempio di profonda inculturazione spirituale, la foce di un lungo percorso sotterraneo che, leggendo i simboli, sembrerebbe attraversare come un fiume carsico il cuore di una cultura pur così diversa dalla nostra. Un’inculturazione non umana ma, se si crede all’evento del Tepeyac, direttamente divina, in un’epoca storica in cui era molto di là da venire la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, e troppo lontane nel passato le riflessioni patristiche sui “semi del Verbo”. Una storia nascosta eppure reale che forse, quale ultimo “segno”, anche il nome “Guadalupe” sembra voler suggellare: un nome di antica origine araba, come molti nella topografia della penisola iberica, ma dal significato molto evocativo …Fiume Nascosto. [

Note

1] E’ paradossale che questa “leggenda nera” sia nata proprio in quel mondo anglosassone che, contemporaneamente, sterminava gli irlandesi e ripuliva con puritana determinazione il Nord America dalle popolazioni native “pagane”.

[2] Il sacrifico umano era giustificato presso tutti i popoli mesoamericani come una “riparazione” o “penitenza” (nextlahualli ), in ricordo del “Sacrificio Primordiale” attraverso il quale gli dei avevano dato vita all’universo. Presso gli Aztechi, tuttavia, questa pratica raggiunse dimensioni realmente abnormi; si è calcolato che dalle 5.000 alle 20.000 vittime umane venissero sacrificate ogni anno e ogni divinità richiedeva un differente supplizio: estirpazione del cuore, scuoiamento, affogamento, ecc.

[3] Letteralmente il Serpente (coatl) Quetzal. Il Quetzal è un meraviglioso uccello della foresta le cui piume verdi veniva spesso utilizzate per confezionare splendidi abiti destinati prevalentemente ai Sovrani.

[4]La Dea Coatlicue, letteralmente Gonna di Serpenti (i serpenti simboleggiano qui le forze primordiali della natura), non mancava, come tutte le divinità azteche, di un aspetto terrificante: le immagini della dea la raffiguravano con una cintura di mani umane mozzate (qualcosa di analogo alla dea Kali degli indù).

[5] I Toltechi erano una popolazione che aveva preceduto gli Aztechi nella Valle del Messico: l’apogeo del loro regno dovrebbe cadere verso il X e XI sec. D.C.

[6] Questo particolare della “pelle chiara” attribuita al re Quetzalcoatl nelle leggende ha dato origine ad una ridda di interpretazioni –dalle più interessanti e plausibili, alle più fantastiche. C’è chi di volta in volta ha visto, in questo personaggio, un monaco irlandese giunto in Messico prima dell’anno 1000, un prete scandinavo, un cavaliere templare o persino, come immaginarono i primi missionari francescani, un apostolo di Gesù (in particolare San Tommaso). Il mistero rimane, anche perché la leggenda degli “dei bianchi venuti da lontano” è presente anche in altre culture pre-colombiane, come i Maya, gli Incas, ecc.

[7] Secondo Bernal Diaz del Castìllo, soldato di Cortèz e autore della più completa cronaca della Conquista, era questo il nome che i Mexica (cioè gli Aztechi) attribuivano agli Spagnoli (evidente correzione del termine nahuatl teotl, che vuol dire divinità). [

8] Sulle cui rovine è sorta Città del Messico.

[9] “Molti Indios si impiccarono, altri si lasciarono morire di fame, altri si avvelenarono con erbe, alcune madri uccisero i loro bambini” (cit. in V. Elizondo, Guadalupe, madre della nuova creazione, Assisi 2000, p. 55). [

10] A titolo di curiosità, ricordiamo che le più antiche fonti raccontano che la città di provenienza di Juàn Diego era Cuauhtitlàn, nota nel mondo azteco come sede dei guerrieri dell’Ordine dell’Aquila (cfr. A.F.Castanares, Vida del Beato Juan Diego, in Historica, n° 2, Giugno 1991). [11] Cit. in AA.VV., La Madonna di Guadalupe. Dono di Dio o dipinto d’uomo?, Cinisello Balsamo (Mi), 2000, p. 2 [12] Nel 1921, durante la feroce persecuzione massonica contro i Cattolici in Messico, l’immagine fu vittima di un attentato dinamitardo in cui rimase illesa perché un grosso crocefisso di metallo “assorbì” l’onda d’urto dell’esplosione.

[13] Nel 1836, durante una ripulitura della teca, alcuni operai versarono inavvertitamente acido nitrico sul tessuto: anche in questo caso, il secolare e fragilissimo mantello, invece di sfilacciarsi rimase illeso.

Il segreto di Fatima: l’apostasia nella Chiesa?

Fatima è un luogo che mi è caro: un luogo di preghiera, in cui si respira un’aria particolare e si avverte la presenza del Mistero. Qui, nel 1917 la Madonna apparve a tre pastorelli mentre il paese era sotto un governo fieramente nemico di Cristo. Pochi mesi dopo, in Russia, sarebbe scoppiata la Rivoluzione Bolscevica. Tra le cose che la Madonna predisse ai tre veggenti c’era anche questa: la Russia spargerà i suoi errori nel mondo. Per Lucia la Russia era una signora da convertire; per il mondo un paese poco interessante, marginale, in cui tutto sembrava scorrere lentamente, da secoli, senza novità. Ma la Madonna non sbagliava…

Oltre a parlare della Russia, del rosario, dell’inferno, Ella diede un terzo segreto, scritto da Lucia nel 1944 e consegnato nel 1957 al sant’Ufficio. Pio XII non lo lesse. Il primo papa a farlo fu Giovanni XXIII, che però ritenne di non rivelarlo; come avrebbe fatto anche Paolo VI, che lo lesse nel 1965. Da allora in tanti si sono chiesti: perché ciò che la Madonna ha rivelato, la gerarchia ecclesiastica nasconde?

Di qui una illazione dominante: che il segreto riguardasse una imminente crisi della Chiesa, l’apostasia predetta da san Paolo. Come si sa, il segreto avrebbe dovuto essere rivelato dopo il 1960, perché allora sarebbe stato più chiaro. Il cardinal Silvio Oddi, che era stato segretario di Giovanni XXIII, un giorno gli disse: “Beatissimo padre, c’è una cosa che non le posso perdonare”. “Che cosa?”, rispose il papa. “Di aver tenuto il mondo in sospeso durante tanti anni” e di non aver rivelato, nel 1960, il segreto che tutti aspettavano. Il papa gli rispose due volte: “Non parlarmene”.

Perché? L’idea che si fece allora Oddi, come tanti altri importanti uomini di curia, tra cui il cardinal Ottaviani, era che il segreto riguardasse proprio una grande crisi della Chiesa. Credo, disse Oddi, che “preannunciasse un qualcosa di grave che la Chiesa avrebbe fatto…Forse il segreto dice che negli anni Sessanta, nonostante le migliori intenzioni, la Chiesa avrebbe fatto qualcosa le cui conseguenze sarebbero state molto dolorose…”. Ma “se fosse davvero così – concludeva-, questo segreto è già noto perché la crisi della Chiesa è sotto gli occhi di tutti” (30 Giorni, n.4, 1991).

 A questo punto si possono fare alcune ipotesi: Giovanni XXIII era il papa dell’ottimismo. Non voleva sentire parlare “profeti di sventura” e immaginò più volte che la modernità avrebbe visto una “nuova primavera” della Chiesa, grazie al Concilio. Si può capire che il terzo segreto, se è quello previsto da Oddi, non doveva fargli piacere. Lo stesso si può dire di Paolo VI, che però arrivò a dire, nel 1969: “La Chiesa si trova in un’ora di inquietudine, di autocritica; si direbbe anche di autodistruzione…”.

Non aveva dichiarato, s. Pio X nella Pascendi, dieci anni prima di Fatima, che i nemici della Chiesa “si celano nel seno stesso della Chiesa”? E Pio XII non aveva detto di temere i “novatori”, che volevano smantellare la liturgia e la teologia bimillenaria della Chiesa? Alla morte di Paolo VI, diventò papa Albino Luciani, col nome di Giovanni Paolo I.

Il patriarca di Venezia aveva avuto un colloquio con Lucia, su richiesta esplicita di quest’ultima, l’11 luglio 1977. Dopo quell’incontro, come sappiamo da molte testimonianze, Luciani uscì sconvolto, cambiato. Il papa del catechismo ai piccoli e della possibile riforma dello Ior di Marcinkus e poi di De Bonis, sarebbe morto dopo 33 giorni di pontificato, in circostanze non proprio chiarissime.

 Arriviamo così all’anno 2000, quando il terzo segreto viene “rivelato”. Il cardinal Sodano spiega che si riferirebbe a fatti già avvenuti, conclusi, passati. Giovanni Paolo II afferma che la profezia della Madonna riguarderebbe il suo attentato del 1981. Eppure qualcosa non torna: il testo pubblicato dal Vaticano parla di un papa ucciso, non ferito. E poi che relazione ci sarebbe tra la richiesta della Madonna di rivelare il segreto dopo il 1960 e i fatti del 1981? Che risonanza ha avuto, nella storia della Chiesa, quel singolo fatto? E perché aspettare, dopo il 1981, altri 19 anni?

Infine è arrivata la rivelazione di Benedetto XVI in Portogallo: il papa ha legato il segreto di Fatima e l’attuale “passione della Chiesa”, insistendo sul fatto che i peggiori nemici della Chiesa sono al suo “interno”. Ha poi alluso alla pedofilia, ma, quale che sia il segreto, è inevitabile riconoscere che essa non è una causa, ma un effetto: della perdita di fede, di devozione, di senso della liturgia, che infesta la Chiesa dagli anni Sessanta. Gli anni del Concilio e del post Concilio.

Ha dichiarato Martin Mosebach, autore di uno splendido testo, L’eresia dell’informe (Cantagalli), a difesa della liturgia di sempre: “Dobbiamo chiederci come mai nei collegi cattolici siano avvenuti reati sessuali ad opera di sacerdoti proprio negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Non si può allora non giungere all’amara conclusione che l’esperimento di “aggiornamento”, di adeguamento della Chiesa al mondo è clamorosamente fallito. Dopo quel Concilio la maggior parte dei preti si tolse l’abito sacerdotale, smise di celebrare quotidianamente la Messa e di leggere il breviario. La teologia post-conciliare fece di tutto per dimenticare l’immagine del sacerdote trasmessa dalla tradizione”.

La strada allora non è un Vaticano III, come vorrebbero i nemici interni della Chiesa, sempre sponsorizzati dai nemici esterni (vedi preti come Kung, Mancuso, Gallo, o cardinali come Martini, onnipresenti sulla stampa), ma una Trento II. Non aggiornamento ma ritorno alle radici. Il Foglio, 20 maggio 2010

Cristo in Cina, ieri e oggi

La Cina è oggi un paese economicamente emergente. Dopo i disastri umani ed economici di Mao, la politica di Deng Xiaoping ha lanciato il paese verso il progresso economico. A costo, sempre, di milioni di vittime dello sfruttamento e dei Laogai. Ma la Cina non è solamente un colosso economico in ascesa.

E’, secondo alcuni osservatori, il futuro della Cristianità. Il rapporto tra Cina e cristianesimo è lungo e tormentato: oggi è il governo comunista a stabilire cosa la gente deve credere e fare; un tempo era l’imperatore, considerato una divinità, a decidere quali culti potessero essere ammessi, e quali no. Questo ha determinato momenti di grande apertura della Cina al cristianesimo, e momenti di forte persecuzione.

Il primo ad interessarsi a questa religione degli occidentali è forse il gran khan Qubilay, di origine tartara, che chiede ai Polo di ritornare in Cina con cento “saggi d’Occidente”, per farsi insegnare la loro religione, ma anche le loro scienze e la loro tecnica. Ma l’aspettativa di Qubilay non ha seguito. Il tentativo di penetrare nuovamente in Cina viene perseguito da Francesco Saverio, l’amico di Ignazio di Loyola. Un uomo bruciato dall’amore di Cristo, che “in undici anni e otto mesi navigò per tre anni e sette mesi percorrendo quasi 62.000 chilometri, per una media di sessanta chilometri al giorno”. Ma la speranza di Saverio di convertire la Cina non si realizza: entrare nel grande impero non è facile, per la difficoltà della lingua e per la chiusura degli abitanti agli stranieri, considerati pericolosi e barbari. Sempre, dal Seicento al Novecento, missionari cristiani riferiranno di essere stati apostrofati allo stesso modo: “diavoli stranieri”. E’ Matteo Ricci, un gesuita marchigiano, a penetrare nel cuore del paese, divenendo un personaggio ammirato e stimato. Ricci ha studiato al Collegio Romano dei Gesuiti, l’università scientifica dell’epoca, quella che ha lanciato Galilei riconoscendo per prima le sue scoperte del Sidereus Nuncius.

Il visto d’ingresso che gli permetterà di entrare nell’Impero è un orologio, che desta l’ammirazione e l’accoglienza entusiasta dell’elite cinese. Ricci sbalordisce i suoi ospiti mostrando marchingegni meccanici, fabbricando astrolabi, carte geografiche, mappamondi, sfere armillari, prismi, quadranti solari… Insegna loro che l’impero cinese non è né il centro del mondo, né quasi l’unica terra esistente, come loro ritengono; traduce Euclide, insegna l’astronomia, la cartografia e le altre conoscenze scientifiche europee, facendo fare alla Cina dei Ming un enorme balzo in avanti. Per tutto questo i cinesi lo apprezzano. Lui li considera colti ed intelligenti, e scrive che “gli abitanti sono i più industriosi del mondo”.

Difficile, invece, comunicare sul piano religioso: i cinesi non comprendono la sua venerazione per una donna, la Madre di Cristo, tanto che Ricci è costretto a togliere una icona della Madonna dalla sua camera, per non dover sentire più una voce insistente: “questi barbari con la tunica hanno una donna come Dio” (Paul Dreyfus, Matteo Ricci, uno scienziato alla corte di Pechino, San Paolo). Il difetto dei cinesi, dice Ricci, è che “l’Impero di mezzo è un paese senza Dio”, in cui il potere dei mandarini compie ogni sorta di soprusi, e pullulano l’infanticidio, il suicidio, e “il peccato contro natura”.

Quattrocento anni dopo di lui, il francese Jean Jacques Matignon ribadirà le critiche di Ricci, stigmatizzando nella cultura cinese la facilità del ricorso al suicidio, l’infanticidio e la pedofilia “estremamente diffusa nell’Impero di Mezzo”. Dopo Ricci, che ha aperto le porte della Cina all’Occidente, e viceversa, va segnalata l’attività del gesuita trentino Martino Martini, di cui è appena uscita una bella biografia di Giuseppe Longo: “Il gesuita che disegnò la Cina”. Martini è l’autore di un atlante che “rimase per quasi due secoli l’opera di riferimento per la geografia della Cina”.

Questo missionario, che parla italiano, tedesco, portoghese, latino e cinese classico, e che regala ai suoi ospiti traduzioni di Cicerone, Aurelio, Seneca…, cerca punti in comune tra la sua religione e la cultura del luogo: loda la morale di Confucio e afferma che il Maestro aveva riconosciuto la presenza di un Essere Supremo. Le vicende di Ricci e Martini sono esemplari per capire come di norma l’Occidente si è relazionato nei secoli con le altre culture: le ha incontrate con i suoi commercianti, accompagnati però, talora, dagli eserciti, ma soprattutto con i suoi missionari. Sono stati quasi sempre questi ultimi, in verità, a creare un vero dialogo, convinti di avere di fronte popoli da convertire a Cristo, cioè fratelli da amare.

Non è mai esistito, nel rapporto tra i missionari e i popoli non europei, quel pregiudizio razzista, quel “razzismo scientifico”, che invece caratterizzerà parte del pensiero laico e colonizzatore nostrano; neppure sono esistiti quegli interessi economici e politici che hanno genereranno guerre e conflitti. Ricci, Martini ed altri missionari porteranno ai cinesi il meglio della civiltà europea (scienza, scuole, ospedali ed orfanatrofi) ed otterranno amore e ammirazione sconfinati. La ricambieranno divenendo il più possibile “cinesi con i cinesi”. Ma non sarà sempre così. Altri missionari non verranno compresi, perché pur sempre portatori di un culto incomprensibile, verso un “uomo inchiodato”, un “criminale” nato da una “donna barbara”; ma, soprattutto, perché confusi, in alcuni momenti storici, con gli speculatori e i predatori europei, di cui pagheranno spesso, con la vita, le colpe. Ne riparleremo.

Si parlava, la volta scorsa, di Matteo Ricci e di Martino Martini, i missionari che sono riusciti ad aprire le porte della Cina alla cultura ed alla scienza europea. Mentre questi due gesuiti vengono accolti dai cinesi con immensa ammirazione, e assumono essi stessi il più possibile gli usi e costumi degli ospitanti, senza però ottenere numerose conversioni al cristianesimo, in Giappone le cose sembrano andare ancora meglio. Sotto la direzione di un altro gesuita, padre Valignani, infatti, moltissimi giapponesi si fanno battezzare e in circa trent’anni sorgono ben trecento chiese. All’inizio del XVII secolo i cristiani giapponesi sono circa duecentomila. Ma il trionfo dura poco, perché qui, come in Cina, tutto dipende da chi governa: basta un sovrano dispotico perché le persecuzioni si scatenino. Tanto più se inglesi ed olandesi, come avviene in qualche occasione, fanno credere allo shogun che i missionari cattolici sono l’avanguardia di una spedizione spagnola e portoghese. Nel 1587, a Nagasaki, vengono condannati e crocifissi 26 cristiani, giapponesi e non. Dieci anni dopo le crocifissioni saranno 36; poi altre 68 nel 1618, 30 nel 1622, 88 nel 1619… Solo nel 1889 i cristiani giapponesi inizieranno ad essere lasciati in pace. Ma torniamo in Cina.

Dopo gli splendori di Ricci e Martini, le conversioni stentano ugualmente a decollare e i periodi di tolleranza si alternano alle persecuzioni. Nel 1757 un vescovo domenicano viene decapitato e quattro sacerdoti strangolati. Inizia un lungo periodo di clandestinità durante il quale non mancano gli eroi, come padre Jean Gabriel Perboyre: per la sua fede viene incarcerato, appeso a una trave per i pollici, tenuto in ginocchio su catene di ferro per ore. Poi viene legato ad un patibolo a forma di croce, strangolato e preso a calci nel ventre. Muore l’11 settembre 1840. I missionari che vanno in Cina, i cinesi che si convertono, sanno cosa rischiano. Rischiano per la loro fede e per la proverbiale chiusura cinese a ciò che non è indigeno; rischiano perché altri europei concepiscono i rapporti con la Cina solo in nome degli interessi economici, anche dei più turpi.

Alla metà dell’Ottocento, infatti, gli inglesi invadono il paese con l’oppio: l’imperatore reagisce e l’Inghilterra attacca. Gli eserciti europei non si muovono certo per proteggere i loro missionari, ma intervengono solo sono in gioco gli interessi economici della madrepatria. Eppure, per i cinesi, i missionari sono semplicemente europei, come gli altri. E ne pagano le colpe, sulla loro pelle. Mentre costruiscono scuole, chiese ed orfanatrofi, per rimediare al provverbiale disprezzo dei cinesi verso i bambini, i missionari vengono accusati di ogni nefandezza. Nel 1870 i membri di una setta attaccano l’opera della Santa Infanzia “affermando che non avrebbe altro scopo che raccogliere orfani per prenderne il sangue, di cui si nutrono i cristiani: strano modo di interpretare ‘questo è il mio sangue’ della consacrazione eucaristica”. All’inizio del XX secolo, con la rivolta dei Boxer, i cristiani finiscono nuovamente nel mirino: circa 30.000 vengono uccisi, in mezzo a crudeli torture. Alcuni vengono appesi a degli strani cavalletti: il collo viene serrato tra due mezze tavole con un foro in mezzo. Si muore così, tra atroci dolori e senso di soffocamento, dopo giorni e giorni. Tra questi martiri c’è Alberico Crescitelli, un missionario che gestisce orfanatrofi con centinaia di bambini, e, soprattutto, bambine: verrà ucciso il 21 luglio 1900, dopo indicibili torture, decapitato con una lama di un attrezzo agricolo, poi fatto a pezzi e gettato in un fiume. Nel 1912 in Cina l’Impero crolla e nasce la Repubblica. Ma i cristiani continueranno a subire qua e là le angherie di bande di giapponesi, di comunisti e di briganti vari.

Ciononostante, alla vigilia della II guerra mondiale i cattolici gestiscono 700 ambulatori, 250 orfanatrofi e oltre 200 ospedali. Nel 1949, con la salita al potere di Mao, la tradizionale xenofobia cinese, unita alla filosofia materialista, rendono di nuovo arduo professare la propria fede. I missionari vengono accusati di ammassare armi per il nemico; di aiutare i bambini per approfittarne, o addirittura per ucciderli; di intendersela di nascosto con donne cinesi. Insieme ai libri, ai caffè, ai teatri, ai cinema, anche la religione “straniera” viene perseguitata. C’è sì, a parole, libertà religiosa, ma con una precisazione: “I beni e le attività religiose non sono soggette ad alcuna dominazione straniera”. Il pericoloso “dominatore straniero”, è, naturalmente, il papa di Roma.

Mao dà vita ad una feroce persecuzione dei credenti. Ma l’effetto è solo momentaneo: tanti anni di disumano materialismo, sembrano oggi aprire le porte ad una esplosione di conversioni. Paradossalmente il comunismo, distruggendo anche le vecchie tradizioni cinesi, ha cancellato antichi ostacoli alla conversione dei cinesi, in particolare il tradizionale culto degli antenati, e ha reso molto più appetibile una opzione opposta a quella materialista. L’odio verso l’Occidente, su cui il regime ha sempre raccontato immense bugie, lascia lo spazio, in molti, all’interesse verso il Vecchio Mondo e la sua civiltà. Un intero popolo crocifisso nei Laogai guarda al Crocifisso di Cristo senza l’ostilità e l’incomprensione dei suoi padri. Così, nonostante la repressione, fisica e culturale, continui, nella sola Pechino, alla Veglia Pasquale del 2007, sono stati battezzati 1000 cinesi adulti. Il sangue dei martiri cinesi, sparso nei secoli, sta divenendo seme di tanti nuovi cristiani. Il Foglio, 6 e 13 maggio 2010

“L’anticristianesimo alle origini dell’antigiudaismo” di Don Nicola Bux


Una storia che nessuno ricorda. La Chiesa delle origini, composta anche da molti ebrei convertiti al cristianesimo, fu perseguitata dai Giudei. Al punto che le autorità dell’impero romano dovettero emanare norme per difendere i cristiani.

Da il Timone – Aprile 2010

Nel suo saggio Ebrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune (San Paolo, 2009), il noto studioso ebreo Jacob Neusner demolisce appunto l’idea, diffusasi soprattutto tra i cattolici dopo il Concilio Vaticano Il, che le due religioni abbiano molto in comune. L’autore lo aveva già fatto con un altro testo, Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, nel quale affermava che «Secondo la Torah, molto di ciò che Gesù ha detto è sbagliato». Joseph Ratzinger nella prefazione lo definiva come «Il saggio più importante per il dialogo ebraico-cristiano dell’ultimo decennio». Neusner ha ragione?
Prendiamo le Scritture: è vero che noi cristiani abbiamo quelle ebraiche che chiamiamo Vecchio Testamento, ma gli ebrei non hanno il nostro Nuovo Testamento; inoltre, la comprensione delle Scritture per noi passa attraverso Gesù. C’è poi un altro aspetto non secondario: la religione giudaica al tempo di Gesù passava attraverso l’interpretazione dei Farisei, invece Gesù si richiamava ai Patriarchi e ai Profeti. L’attuale religione giudaica è quella rinata dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d C, filtrata attraverso il Talmud – monumentale studio della Torah, la legge divina, compilato tra IV e V secolo, dove il ruolo dei Profeti è minimo – perché proprio i Profeti avevano preso le distanze dalle interpretazioni insopportabili intervenute al tempo della divisione dei regni e degli esili.

Nella recente visita alla sinagoga di Roma, papa Benedetto XVI ha rinnovato il rispetto per l’interpretazione che gli ebrei hanno dell’Antico Testamento: sappiamo che questa è diversa da quella cristiana, soprattutto perché la Torah, come dice Neusner, è filtrata attraverso il Talmud che è il giudaismo. Ma basterebbe solo un punto a marcare la differenza: la fine del Tempio, cioè il luogo della Shekinah, la Presenza divina. Resta il fatto che «La Chiesa, popolo di Dio, della nuova Alleanza, scrutando il proprio mistero, scopre il proprio legame con il popolo ebraico, che Dio "scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola"» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 839). I Padri della Chiesa erano convinti che l’antica Alleanza si fosse compiuta in Cristo e se ne sentivano i veri eredi; non solo era avvenuto il passaggio dal giudaismo al cristianesimo, anzi al giudeo-cristianesimo, ma, quasi contemporaneamente, anche quello alla Chiesa dei gentili, ovvero le genti pagane che si convertivano a Cristo. L’Ecclesia ex circumcisione e l’Ecclesia ex gentibus si possono ancora oggi ammirare a Roma come due figure femminili nel mirabile mosaico di S. Sabina all’Aventino.

Allora, perché tanta insistenza da parte cattolica sulla comunanza, quando poi gli stessi ebrei continuamente prendono le distanze, ora sulla persona e l’opera del Venerabile Papa Pio XII, ora sulla "Preghiera per gli ebrei" approvata dal Benedetto XVI per l’uso nella celebrazione della forma straordinaria del rito della Santa Messa, ora sulla revoca della scomunica alla Fraternità San Pio X e così via? E malgrado le spiegazioni, non sembrano mai appagati? A mio avviso, il motivo di fondo è l’anticristianesimo. Negli Atti degli Apostoli i "nazareni" – così erano chiamati i cristiani dagli ebrei – non pensavano di costituire una religione a parte, malgrado le vessazioni subite dagli stessi Apostoli e dalle comunità; quando furono cacciati dalle sinagoghe, infatti, misero insieme nel primo giorno dopo il sabato – chiamato kyriakè, cioè domenica – la lettura della Torah, che si faceva di sabato, e la celebrazione dell’Eucaristia.

Attorno a tale polo, si può osservare in Palestina la differenziazione progressiva della suppellettile liturgica cristiana da quella giudaica, per esempio nei simboli: il sacrificio di Isacco nelle sinagoghe è reso con tutti i dettagli figurativi, invece nelle chiese è ridotto all’agnello legato all’albero posto sotto o dietro l’altare; l’altare dei sacrifici nel cortile del Tempio e la tavola delle offerte all’interno, nelle chiese vengono sintetizzati nell’altare a cui si addossa una mensa. In occidente, molto evidente prima del Vaticano Il.
Si può intravedere in ciò una sorta di antigiudaismo cristiano? Certamente no, ma solo la consapevolezza del compimento delle figure antiche nelle nuove. Dagli ebrei ciò è ritenuta ancora oggi una eresia. Che il cristianesimo fosse "vino nuovo in otri nuovi", lo provano alcuni altri fatti. Gesù aveva detto: «Quando poi vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora coloro che sono in Giudea fuggano ai monti, quelli che sono nella città si allontanino...» (Lc 21,20-21). Così fecero i seguaci di Gesù nel 70, in gran parte giudei divenuti cristiani, dissociandosi dalla sanguinosa rivolta antiromana. I cristiani non parteciparono nemmeno alla rivolta del 132-135 capitanata da Bar Kochba, anzi pagarono caramente.

Alcuni decenni dopo, Giustino di Nablus scriveva: «I Giudei ci considerano loro nemici e loro avversari. Come voi, anch’essi ci perseguitano e ci mettono a morte quando possono farlo [.. .]. Ne potete avere le prove. Nell’ultima guerra di Giudea, Bar Kochba, il capo della rivolta, faceva subire ai soli cristiani gli stessi supplizi se non rinnegavano Cristo» (Apologia 1,31,6). Eusebio aggiunge: «se non lo bestemmiassero» (Storia Ecclesiastica IV,8). Alcuni ritornarono da Pella, in Transgiordania, ove si erano rifugiati e si stabilirono, secondo la testimonianza di Epifanio nel Trattato dei pesi e delle misure, attorno alla "piccola chiesa" del Sion, nella parte meridionale di Gerusalemme. La rottura tra cristianesimo e giudaismo si consumò a Yamnia, centro a sud di Jaffa, dove i rabbi farisei presero in mano le redini della nazione, per ridare fiducia ai sopravvissuti al massacro compiuto dai romani e alle deportazioni, prendendo decisioni ardue al fine di riorganizzare la comunità ormai priva del Tempio e delle autorità sacerdotali e nazionali.

Si confrontarono posizioni moderate e conciliazioniste, come quelle di rabbi Johanan ben Zakkai e Rabbi Joshua ben Hananyah, e posizioni dure e intransigenti, come quelle di Rabbi Eliezer ben Hircanos e di rabbi Gamaliel. Queste ultime, maggioritarie, prevalsero al momento di definire e approvare le cosiddette 18 Decisioni vincolanti per la comunità, e di passare alla stesura delle 18 Benedizioni, con l’aggiunta di quella dei Minim, ossia gli apostati – invero una maledizione (Birkat-haMinim) -inclusiva dei giudeo-cristiani. Nella Mishna – compilazione della legge orale fatta da rabbi Juda agli inizi del III sec. d.C. a Tiberiade – si afferma perentoriamente: «Queste sono alcune delle decisioni che furono prese nella camera superiore di Hananyah ben Hiskiah ben Gurion, quando i saggi salirono per fargli visita. Essi votarono e i saggi della Scuola di Shammay (l’ala dura difesa da un buon manipolo di gente armata pronta a far valere la ragione della forza) si trovarono in maggioranza. Quel giorno furono prese le 18 Decisioni» (Shab 1 ,4).

Nel Talmud babilonese si legge: «Quel giorno Hillel (rabbi simbolo dei moderati in opposizione a Shammay) sedette umilmente come un discepolo davanti a Shammay. Quel giorno fu così penoso come il giorno in cui fu fatto li vitello d’oro» (Shab 171). La Birkat-haMinim finì per sancire la rottura tra l’ebraismo farisaico rappresentato dai Sapienti e la Chiesa Madre di Gerusalemme: sia gli uni che gli altri, infatti, la considerarono una vera e propria scomunica. Il testo, conservato nella ghenizah del Cairo (luogo della sinagoga dove si conservano i libri sacri) recita: «Che gli apostati non abbiano speranza e che il regno dell’insolenza sia sradicato ai nostri giorni. Che i Nozrim (i nazareni) e i Minim spariscano in un batter d’occhio. Che siano rimossi dal libro dei viventi e non siano scritti tra i giusti. Signore che abbassi gli orgogliosi». Con tale scomunica vennero così colpite tre categorie: i Giudei collaborazionisti del vincitore romano, l’impero romano in quanto tale e i Giudei seguaci di Gesù. Veniva sancita la rottura definitiva tra la Sinagoga e la Chiesa nascente. Tale posizione causò la caccia al giudeo divenuto cristiano. AI punto che l’imperatore Costantino nel 315 promulgava alcune leggi, come quella indirizzata ai capi giudei, in cui proibiva di molestare quanti avevano abbracciato la nuova religione, ribadendo la legislazione precedente che proibiva agli incirconcisi di diventare ebrei, insieme all’abolizione del supplizio della croce, del crurifragio – lo spezzar le gambe ai condannati a morte – e del marchio a fuoco sulla fronte degli schiavi. Nel 329, il 18 ottobre, l’imperatore promulgava una legge per proteggere i convertiti dal giudaismo, condannando a morte i Giudei che avessero lapidato chiunque «era fuggito dalla setta omicida e aveva rivolto gli occhi al culto di Dio (diventato cristiano». Viene alla memoria il protomartire Stefano, ucciso tre secoli prima dagli ebrei ellenisti. Ancora il 21 ottobre del 335, Costantino decretava la punizione per i Giudei che avessero perseguitato un ebreo convertito al cristianesimo. Anche Valentiniano III e Teodosio II l’8 aprile 426 emanarono una legge con cui proibivano alle famiglie giudee e samaritane di diseredare i loro membri convertiti al cristianesimo.

AI tempo dell’imperatore Focas, gli Ebrei o almeno i più fanatici tra loro non perdevano occasione per ripagare autorità e popolazione cristiana con ogni genere di offese, come descrive Giacobbe, un convertito dal giudaismo: «io odiavo la legge dei cristiani e il ricordo di Cristo, e non volevo udire la profezia di profeti che avevano profetizzato a riguardo di lui; ma restavo a macchinare contro i cristiani in ogni sorta di mali e li oltraggiavo enormemente» (Sargis d’Aberga 63). Tutto questo doveva portare malauguratamente al desiderio di vendetta dei cristiani, al punto che Focas si adoperò per la conversione forzata di tutti gli ebrei dell’impero alla religione di Stato, sebbene già in precedenza papa Gregorio Magno avesse scritto ai vescovi proibendo di battezzare gli ebrei contro la loro volontà e in altro momento ingiungeva al vescovo di Cagliari di far restituire la sinagoga che un neoconvertito dall’ebraismo aveva sottratta ai suoi antichi correligionari. L’intolleranza cristiana si alimentava con la continua rivalsa giudaica.
Fermiamoci qui alle soglie del Medioevo. Per fortuna oggi uno spirito nuovo da parte cattolica, ma anche da non pochi gruppi di ebrei, ci porta a considerarli come "fratelli maggiori", sebbene talvolta tentati da invidia come quello della parabola del figlio prodigo perché il padre compassionevole ne aveva festeggiato il ritorno ammazzando il vitello grasso.

Don Nicola Bux

Ricorda «Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele". (S. Sofronio, patriarca di Gerusalemme, Discorso 3 su//"’Hypapante", 6,7; PG 87,3, 3293).

Invettiva contro l’Europa pedofoba

Premessa: ho scritto questo lungo articolo sul Foglio, non per negare lo scandalo di abusi sessuali su minori da parte di uomini di Chiesa. Non oserei mai sottovalutare la gravità di simili peccati, mostruosi, che affondano le loro radici, come ho già scritto, in una cultura che attraversa tutta la società, uomini di Chiesa compresi. Nè ho voluto occultare, come si vede dalla conclusione, che questi fatti sono determinati da una forte crisi della Chiesa, ben visibile nello spirito dei suoi vescovi, cioè di coloro che, etimologicamente, dovrebbero vigilare, e non vigilano…

Il mio intento è polemizzare con l’ipocrisia e la malizia di troppi. Un solo esempio. Dopo l’articolo che segue sono stato intervistato dai radio 3. Io contro Politi, Prosperi, di Repubblica, e un terzo di cui non ricordo il nome. Persone prevenute al mille per mille. Durante la trasmissione ho per esempio accennato a Nichi Vendola e alla sua mezza-difesa della pedofilia che tutti fanno finta di ignorare. Il conduttore prima mi ha smentito, così, per riflesso condizionato, perchè l’imputato deve essere sempre uno e uno solo, cioè la Chiesa, mentre di coloro che la pedofilia la predicano ( e la praticano, ma da altra "angolazione", vedi Mario Mieli) non interessa nulla (quanto a Vendola è automaticamente al di sopra di ogni sospetto, perchè è di sinistra, abortista, contro la famiglia ecc.). Poi mi ha fatto dire quello che non avevo mai detto: che omosessualità è sinonimo di ipocrisia. Infine ha letto con attenzione un sms, come fosse una cosa seria, nel quale si diceva: "Ecco perchè la Chiesa è contro l’aborto, per poter avere bambini da violentare"! Ecco qui sta la follia, la malafede, l’odiosità di questa inquisizione laicista. Che ha altri fini, che non combattere la pedofilia! Che difende ogni giorno la disgregazione, l’aborto e ogni schifezza e si improvvisa moralista solo strumentalmente. Che usa metodi propagandistici squallidi, come quando Corrado Augias, sempre di Repubblica,  ha detto in televisione, che se solo Englaro avesse dato qualche centinaio di euro alle suore Misericordine, che avevano accudito gratis sua figlia 17 anni, loro avrebbero acconsentito a lasciarla morire di fame! Dov’è l’onestà intellettuale in questa gente? Se da una parte vi sono religiosi che meriterebbero una macina al collo, troppo spesso, purtroppo, a far loro il processo ci sono sepolocri imbiancati.

 

Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza.

Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili.

 Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male. L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli. Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”.

Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”. A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”.

La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa.
Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari? Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino?

Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010). Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve. Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei.

 Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutt
ure, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro. Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”.

Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa. Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”. Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.

Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza…

Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”. Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”. Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti?

E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi… Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca… Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”. Il Foglio, 25 marzo 2010

Natale: una storia vera


Buona parte del Natale così come lo conosciamo oggi – piaccia o meno – è “invenzione“.
E’ così per il Babbo Natale di rosso vestito, trovata pubblicitaria della più globale delle bevande, la Coca Cola; il presepe pare risalga al 1223 quando San Francesco – ottenuto il placet di papa Onofrio III – ne costruì il primo “ufficiale” a Greccio, un piccolo paese laziale, anche se esistono testimonianze ancora precedenti, che raccontano del grande interesse del presepe da parte dei monaci cistercensi, persuasi più di tutti dell’importanza di far conoscere alla gente tutte le fasi della vita di Gesù.
E’ “invenzione“, infine, pure l’albero, tradizione inaugurata, pare, nel 1525 a Sélestat, una località dell’Alsazia. Anche se non si direbbe, risulta tradizione tardiva pure l’idea dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio: trattasi, in questo caso, di un’eredità culturale che celebriamo a partire dall’epoca vittoriana.
Più precisamente, il merito è tutto di “A Christmas Carol” di Charles Dickens, racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. George Orwell, non a caso, dirà che a Natale è “automatico” pensare a Dickens.

Accanto a questi dati di fatto, che ci ricordano come il Natale contemporaneo sia in effetti una piacevole stratificazione di tradizioni e usanze differenti per origine storica e geografica, da tempo si sta facendo largo, negli scaffali delle librerie e negli interventi degli intellettuali, un’idea di per sé non nuova, ma che non smette di affascinare, vale a dire la convinzione che, dopotutto, la stessa ragion d’essere del Natale, ossia la nascita di Gesù tramandataci dai Vangeli, non sia che un’invenzione. Pensiamo ad una delle ultime fatiche di Corrado Augias, “Inchiesta sul Cristianesimo come si costruisce una religione”, testo che sin dal titolo mira ad equiparare il Cristianesimo ad un artificio politico, ad un abuso di credulità popolare.
Oppure pensiamo a Michel Onfray, che nel suo “Trattato di Ateologia” scrive:”Con ogni evidenza Gesù è esistito come Ulisse e Zarathustra” (p.113).
Gli fa eco Piergiorgio Odifreddi, che in una delle ultime fatiche sostiene che “il Gesù dei Vangeli non è altro che una costruzione letteraria” (“Perché non possiamo essere cristiani, Longanesi”, p.104).
Vi sono poi tentativi più tiepidi e leggeri, quasi comici a dir il vero, di criticare la storia di Gesù e della sua nascita, come quello proposto – non si è capito se volontariamente o meno – da Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, secondo cui vicino al Bambino, accanto all’asino, anziché il canonico bue, vi sarebbe stata “una mucca” (L’Espresso, 10/1/2008, p.154).
Decisamente meno morbidi sono stati invece i toni usati da Marcello Craveri e della sua “Vita di Gesù” (Feltrinelli, 1966), opera fortemente critica sulla vita di Gesù così come siamo abituati a immaginarla.

A seguire ed estremizzare queste tesi ci ha pensato, in tempi recenti, Luigi Cascioli, ex prete nonché autodidatta di storia del cristianesimo arciconvinto che Gesù sia una creazione truffaldina della Chiesa delle origini, che avrebbe stravolto la storia di un personaggio del II secolo – a dire di Cascioli – realmente esistito, Giovanni di Gamala.
Per render l’idea della stravaganza delle tesi di Cascioli è sufficiente ricordare il titolo dell’opera che egli ha scritto e pubblicato a sue spese, “La Favola di Gesù Cristo“.
Chissà se Bruno Bauer, il teologo berlinese che nella prima metà dell’Ottocento dubitava dell’esistenza storica di Gesù, si sarebbe immaginato – dopo quasi due secoli – di avere ancora così tanti discepoli pronti a riproporre le sue tesi. Il punto è che oggi, lo scetticismo nei confronti della nascita e dell’esistenza di Gesù, non è più un fenomeno ascrivibile solo ad atei praticanti quali Augias ed Onfray.
Basti ricordare quanto riferito ai microfoni della Bbc da Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury nonché massima carica della Chiesa anglicana, a detta del quale “il mito della natività non è altro che una leggenda” (Avvenire, 21/12/07, p.27).

Anche tra i giovani iscritti a percorsi di studio universitari, la conoscenza di Gesù risulta contrassegnata da una confusione che sconfina talvolta nel ridicolo. A questo proposito, è significativo riprendere quanto riferito dal filosofo Giovanni Reale:”Un collega mi ha detto che nel corso di un esame, alla domanda che il candidato dicesse chi era Cristo, quel candidato rispose che si trattava di un autore che pubblicava le sue opere per l’editore Mondadori. E la risposta veniva data da uno studente universitario, con alle spalle tutte le scuole elementari, medie e superiori. Si tratta di un monstrum dal punto di vista culturale, di cui non avevo mai sentito l’uguale” (Il Giornale, 14/8/2009, p.10).
Dinnanzi ad affermazioni ed episodi così gravi e sconcertanti, è bene interrogarsi e chiedersi se quella del Natale non sia davvero tutta una fiaba di successo, una sorta di best-seller ante litteram. Lo stesso Santo Padre, allarmato da questa tendenza a screditare la storicità della figura di Gesù, durante l’udienza tenuta il 3 gennaio 2007 ha denunciato con forza il “dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi […] dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù modernizzato o postmodernizzato […] oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talore il personaggio di una fiaba“.

Ora, per tentare di replicare a questa diffusa tendenza culturale, potremmo partire chiedendoci quali indizi possano in effetti suffragare la dimostrazione dell’esistenza storica di Gesù. Ebbene, gli indizi in tal senso abbondano: di Gesù troviamo ampia traccia, oltre che nei Vangeli canonici, anche in quelli apocrifi e pure nelle testimonianze di diversi autori non cristiani, tra i quali ricordiamo: Giuseppe Flavio, Plinio il Giovane, Mara Ben Serapion, Luciano di Samosata, Celso e, dulcis in fundo, Tacito, il più grande storico romano. A farci accantonare in modo definitivo l’idea di Gesù quale personaggio leggendario, molto banalmente, è poi il Cristianesimo stesso, a partire da quello degli apostoli, dei quali si conservano ancora oggi le reliquie; possibile che costoro si siano dati alla predicazione, incuranti persino del martirio, per annunciare il verbo di un personaggio mai esistito?
Persino Rudolf Karl Bultmann, il teologo luterano pioniere di un metodo – quello storico critico – volto a ridimensionare fortemente, quando non del tutto la divinità di Gesù, se la rideva di quanti negavano l’esistenza storica di Gesù asserendo che “il dubbio che Gesù sia realmente esistito è infondato e non degno di essere confutato. Nessuna persona sana di mente pu&
ograve; dubitare che Gesù stia dietro come fondatore al movimento storico, il cui primo livello distinto è rappresentato dalla comunità in Palestina
“.

Assodata quindi – seppur in estrema sintesi – la storicità di Gesù, possiamo approfondire un’analisi del Natale vagliando i punti nodali della questione. Iniziamo con l’attesa messianica. L’Antico Testamento risulta letteralmente costellato di profezie concernenti l’avvento di un “dominatore del mondo”: nella sua “Indagine su Gesù” Antonio Socci ne ha conteggiate quasi trecento. Come ci ricorda il vaticanista Andrea Tornielli nel suo “Inchiesta su Gesù Bambino“, persino nella IV Egloga di Virgilio si annuncia la venuta di un puer, un fanciullo, che “riceverà la vita dagli dei […] reggerà il mondo pacificato per le virtù paterne“, e grazie al quale “l’età del ferrò cesserà e (quella) dell’oro sorgerà in tutto il mondo“.
Un’attesa, quella del Messia, decisamente fondata e diffusa dunque, tanto è vero che spaventò, e molto, Erode. A questo proposito, J. Schniewind annota:”La paura per la venuta del Messia (cioè del Figlio di Davide definitivo, del figlio di Dio aspettato dalla fine dei tempi dai re di Israele) ha veramente caratterizzato gli ultimi anni della vita di Erode […] la tradizione di quel tempo narra anche di consultazioni di Erode con gli scribi a riguardo delle affermazioni regali dell’Antico Testamento: il punto critico di Erode, come sovrano, consisteva nel fatto che, edomita qual era, stava al di fuori dell’attesa regale dell’Antico Testamento, della speranza messianica“.

Compresa, sia pure per sommi capi, la fondatezza storica della figura di Gesù Cristo – fondatezza, giova ricordarlo, per nulla inferiore, sul piano documentale, a quella di altri grandi personaggi storici quali Alessandro Magno – e ricordato il clima di attesa che permeava il mondo ebraico dell’epoca, passiamo ora a ricostruire più da vicino l’avvenimento del Natale.
Dove e quando nacque Gesù? Precisiamo subito che ignoriamo se effettivamente il Bambino nacque, come siamo soliti immaginare, di notte; i Vangeli canonici non dicono nulla il proposito e ci sono ottime ragioni per ascrivere la paternità di questo particolare al Sant’Ambrogio che, nei suoi Inni, scrive:”Risplende già il tuo presepe/la notte effonde la tua luce,/ che nessuna tenebra offuschi,/ma splenda d’inesauribile fede“.

Quanto al dove Gesù sia nato, sia Matteo che Luca di parlano, com’è noto, di Betlemme.
E poiché vi sono prove attestanti come Betlemme, già a partire dai primi secoli dopo la nascita Gesù, fosse meta di pellegrinaggi, non si vede ragione per dubitare dell’indicazione dei due evangelisti. Tanto più che, dopo averla rasa al suolo, l’imperatore Adriano, con l’intento di trasformare Betlemme da luogo di culto cristiano (quale già era) a sito di culto pagano, nell’anno 135, la consacra al dio Adone, ed è proprio, guarda caso, sull’area della grotta della natività che i romani piantano un bosco sacro. Tra l’altro va ricordato che esiste, nell’Antico Testamento, una esplicita profezia che riconosce quella città come luogo speciale, dove sarebbe nato un Messia. E’ il libro del profeta Michea (5, 1-3), dove possiamo leggere:”E tu Betlemme di Efrata / così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda / da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele“.

Anche sulla questione della data della nascita di Gesù, che molti reputano scelta convenzionale della Chiesa per soppiantare il culto pagano del Sol Invictus, andrebbe fatta chiarezza.
Iniziamo col riprendere il celebre inquadramento cronologico della vicenda natalizia offerto da Luca:”In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento ebbe luogo quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi iscrivere, ciascuno nella propria città. E anche Giuseppe salì dalla Galilea, nella città di David, chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di David, per farsi iscrivere insieme a Maria, sua sposa, che era incinta” (Luca 2, 1 -2). Ora, è provato che Publio Sulpicio Quirinio, nativo di Lanuvium, condusse un censimento in Siria e in Giudea nell’anno 6 d.C.
Ma poiché Luca (1,5) e Matteo (2,1) asseriscono concordi che Gesù nacque prima della morte di Erode, avvenuta, secondo Giuseppe Flavio, nel 4 d.C., molti usano questa apparente contraddizione per accusare Luca di essere contraddittorio.

In realtà, come ricorda la storica Marta Sordi, Luca non era affatto sprovveduto e sapeva benissimo dell’esistenza del censimento del 6 d.C, al quale peraltro allude con chiarezza(At 5,37). Infatti, a scanso d’equivoci, costui parla esplicitamente di un “primo censimento” (2,2 “apographé prote“) nell’epoca in cui Quirinio era legato della Siria. Il punto è che esiste, oltre a questo, un censimento fatto in Giudea da Senzio Saturnino, governatore di Siria fino al 7 a.C. e poi impegnato, probabilmente per la successione del trono di Armenia. L’ipotesi più verosimile, pertanto, appare la seguente: che il primo censimento, quello iniziato da Senzio Saturnino, sia stato poi continuato da Quirinio quando questo, prima del 6 a.C. , aveva finito la guerra contro gli Omonadensi, e reggeva temporaneamente la legazione di Siria. Anche lo storico Giulio Firpo concorda e aggiunge:”un altro indizio può suffragare questa ricostruzione: nel 7 a.C., ai sudditi di Erode fu chiesto di giurare fedeltà ad Augusto. Era una richiesta frequente nei censimenti provinciali e secondo molti può essere collegata al censimento ricordato da Luca” (Storia e Dossier, anno VI, n.56, 1991, p. 39).

Gesù, quindi, sarebbe nato tra il 6/7 a.C,, epoca a cui ci porta anche la triplice congiunzione tra Saturno e Giove, evento previsto dagli astrologi orientali e tale da spiegare la venuta dei Magi. Magi che, vale la pena sottolinearlo, non sono nemmeno loro frutto di fantasia. Matteo li racconta come nobili pellegrini e sapienti astronomi, anche se, è vero, i nomi Baldassarre, Gaspare e Melchiorre sono figli della tradizione medievale. Da parte loro, alcuni storici sostengono come le loro spoglie di questi Magi, da Costantinopoli, sarebbero state portate a Milano dal vescovo Eustorgio, mentre altri studiosi affermano che le loro reliquie siano giunte in Italia in seguito alle Crociate. Una cosa risulta certa: le spoglie dei Magi, nel 1162, si trovavano in Lombardia, e da qui, due anni dopo, sarebbero state portate a Colonia da Federico Barbarossa fino a quando, nel 1903, alcune di queste reliquie furono restituite simbolicamente da Colonia a Milano, precisamente a Brugherio, unica località italiana poter vantare la custodia di qualche resto dei nobili e colti adoratori di Gesù.

Abbiamo finora approfondito il contesto geografico e storico della nascita di Gesù ma, come il lettore avrà osservato, abbiamo omesso di soffermarci sull’effettivo giorno nel quale il Messia sarebbe nato. Dicevamo che molti credono il 25 dicembre una scelta strategica, politica potremmo dire, della Chiesa, intenzionata a sopprimere antichi culti pagani. Spiace deludere ancora una volta gli scettici, ma le cose stanno diversamente;
ma andiamo con ordine. Il riferimento, anche in questo caso, è il vangelo di Luca. L’evangelista spiega che l’Angelo del Signore, Gabriele, sei mesi prima dell’annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38), alla conclusione della solenne e quotidiana celebrazione sacrificale, annunciò all’anziano sacerdote Zaccaria che avrebbe avuto un figlio dalla sua sposa, l’anziana e sterile Elisabetta. Ora, noi sappiamo che nel santuario di Gerusalemme David aveva disposto che i “figli di Aronne” fossero distinti in 24 taxis, sebaot in ebraico, ossia i “turni”.

Questo significa che, avvicendandosi in ordine immutabile, tali “classi“, dovevano prestare servizio liturgico per una settimana, da sabato a sabato, due volte l’anno. Ebbene, grazie ad uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon, che ha studiato, servendosi del “Libro dei Giubilei“, la successione dei sopraccitati 24 turni sacerdotali, sappiamo che “il turno di Abia”, quello di Zaccaria, corrispondeva all’ultima settimana di settembre.
Un dato questo, che corrisponde al rito bizantino che, da secoli, celebra l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre.
E quindi, se consideriamo che l’Annunciazione a Maria è fissata quando Elisabetta era al sesto mese – ed è infatti festeggiata dalla Chiesa il 25 Marzo -, capiamo come, in realtà, sia tutto tranne che fantasioso credere che, nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre, in quel di Betlemme, sia effettivamente nato un Bambino di nome Gesù destinato a cambiare la storia.

Dossier segreti di Hitler che riabilitano Pio XII dalle calunnie comuniste

La futura beatificazione di Pio XII riporta alla ribalta le solite vecchie polemiche sull’operato del papa. Torna utile allora riportare un documento che Repubblica scoprì nel 2007 e che riportò in prima pagina.

BERLINO “Il Papa, come tutti i nostri informatori riportano in modo concorde, ha un atteggiamento di grande simpatia nei confronti del popolo tedesco. Ciò che non si può dire invece del regime”. “Pio XII aiuta la Polonia invasa“. “Pacelli nasconde gli ebrei in fuga“.

Il Pontefice si attende un cambiamento della situazione in Germania, al più tardi dopo la morte del Fuehrer“. Papa Pio XII non era dunque nella lista degli amici di Hitler. Le alte sfere del nazismo lo guardavano con diffidenza e perfino con preoccupazione. Questo pensavano e scrivevano i gerarchi del Terzo Reich, fino al più alto grado, nei rapporti segreti, nelle missive dei generali delle SS, nei telegrammi e nei dispacci inviati a Berlino dalle legazioni tedesche presso la Santa Sede (“l’ ambasciata nera“, secondo la terminologia dell’ epoca nazista) e il Quirinale (“l’ ambasciata bianca”).

Documenti finiti negli uffici di Erich Mielke e Markus Wolf, i capi della Stasi, il servizio segreto della ex Germania Est, pronti a essere usati in possibili operazioni contro il Vaticano. Pagine rimaste tuttavia sepolte negli archivi per decenni. Un vero e proprio dossier su Pio XII, di cui ora Repubblica è entrata in possesso.

Il materiale dimostra come in fondo, sia le camicie brune, i nazisti, sia i “rossi” della Germania comunista avessero come obiettivo quello di ottenere il massimo delle informazioni dentro la Santa Sede, considerata da entrambi un governo tutt’ altro che amico. Leggendo le carte della dirigenza nazista, le stanze vaticane pullulavano di spie con la tonaca.

Il religioso tedesco Dr. Birkner – è scritto nel rapporto di un agente da Roma – impiegato presso gli archivi vaticani, si è rivelato la più valida fonte di informazioni. Padre Leiber (Robert Leiber, segretario privato di Pio XII, ndr.) si è espresso nei confronti dell’ informatore dicendo che la maggiore speranza della Chiesa è che il sistema nazionalsocialista nel prossimo futuro venga annientato da una guerra“.

Ed è per l’ appunto la diplomazia vaticana di Pio XII contro Hitler, sottile, non espressa ad alta voce, e perciò attentamente controllata dai nazisti, a preoccupare i gerarchi. I quali avevano impiantato una rete capillare capace di sapere, da una lettera intercettata del segretario di Stato cardinale Luigi Maglione che, sotto Città del Vaticano durante la guerra in previsione di un attacco, “il Papa si è fatto costruire un rifugio antiaereo a cui può accedere in ascensore”. Ma soprattutto inquieta il regime l’ azione di Eugenio Pacelli a favore della Polonia occupata, come si evince da più dispacci. Il rapporto del capo della polizia di Berlino lancia un grido di allarme al ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop. “In via riservata – si legge nel documento – è stato possibile ottenere le missive di Pio XII e del segretario di Stato cardinale Maglione all’ arcivescovo di Cracovia Adam Sapicka. Dalle due lettere, che allego in copia, emerge chiaramente l’ atteggiamento filo-polacco del Papa e del suo segretario di Stato: “La Santa Sede non si è limitata ad aiutare i polacchi profughi nei vari paesi, ma anche quelli rimasti in patria“.

Protezione che il Terzo Reich imputa a Pacelli pure nei confronti degli ebrei. “Il Vaticano – si legge in un altro appunto dattiloscritto – appoggia in tutti i modi emigranti ebrei battezzati nel loro tentativo di andare all’ estero. Il Vaticano sostiene queste persone anche finanziariamente“.

Dalla lettura di questi documenti la figura di Pio XII sembra dunque uscire in maniera nettamente diversa rispetto a quella tramandata (da chi? Dai suoi nemici, non certo da grandi storici del nazismo come l’ebreo Mosse, come Burleigh, come Spinosa…ndr). L’ immagine qui è quella di un pontefice per nulla accondiscendente, anzi di un avversario abile e temuto, tutto il contrario del ritratto di un Pacelli timoroso e indeciso arrivato fino a oggi. Come è possibile? “Già nell’ ultimo anno di guerra, il 1945 – spiega padre Giovanni Sale, storico della rivista Civiltà cattolica, autore del volume “Hitler, la Santa Sede e gli ebrei”, e studioso tra i più autorevoli delle tematiche legate a Chiesa e nazismo – era cominciata una campagna anti-pacelliana. In un recente articolo ho portato a riprova alcune registrazioni effettuate da Radio Mosca e i pezzi giornalistici scritti dalla Pravda tesi a influenzare l’ opinione pubblica e a creare la cosiddetta “leggenda nera” su Pio XII. Fino alla pubblicazione del libro “I papi contro gli ebrei” di David Kertzer tutta una generazione è rimasta influenzata dalla propaganda. Solo negli ultimi tempi i documenti usciti sia dal Foreign Office britannico sia dalla Cia stanno formulando critiche più moderate, abbattendo l’ ignominia del giudizio contenuto anche in un altro testo, “Il Papa di Hitler” (di John Cornwell, fratello di John Le Carrè, ndr). Le novità contenute in queste carte inedite emerse in Germania trovano riscontro nella documentazione presente nell’ Archivio vaticano. Lo scrivo da dieci anni: la Chiesa combattè il nazismo in tutti i modi“.

Pio XII in realtà non era un amico, bensì uno strenuo avversario di Hitler – afferma Werner Kaltefleiter, già vaticanista della rete tv Zdf e profondo conoscitore della Curia, autore lo scorso anno (con Hanspeter Oschwald) del libro “Spione im Vatikan”, e che di recente ha pubblicato su www.kath.de un rigoroso studio sui carteggi riguardanti Pacelli – questo Papa non collaborava affatto con i nazisti, come alcune parti interessate hanno voluto far circolare dopo la guerra. No. Egli era invece il nemico numero uno del Fuehrer”.

Il prossimo anno decorrerà il cinquantesimo anniversario della morte di Pacelli. E il processo di beatificazione, giudicato in modo diverso da fautori e detrattori, è ormai nella fase decisiva. Rivelazioni recenti sembrano aggiustare il tiro della critica sulla complessa figura di Pio XII. Alla fine dello scorso gennaio l’ ex generale dei servizi segreti rumeni Ion Mihai Pacepa ha ammesso sulla rivista newyorchese National Review di aver manipolato per anni, su ordine del Kgb, l’ immagine di Pacelli presso l’ opinione pubblica internazionale.

La campagna di disinformazione, nome in codice “Posizione 12”, era stata approvata da Nikita Krusciov con l’ intento di screditare moralmente il Papa, facendolo apparire come un gelido simpatizzante dei nazisti e un silenzioso testimone dell’ Olocausto. L’ apice dell’ azione di propaganda sarebbe stata, secondo Pacepa, la rappresentazione nel 1963 della celebre opera teatrale “Il Vicario”, scritta dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, che demolì la figura di Pacelli, e da cui il regista Costa-Gavras avrebbe tratto nel 2002 il suo film “Amen”. Il testo si sarebbe però basato su documenti contraffatti dai sovietici, procurati da religiosi rumeni che avevano accesso all’ Archivio segreto vaticano. Hochhuth ha respinto le accuse con sdegno, definendole calunnie. Ma ora la partita su Pio XII si riapre. – DAL NOSTRO INVIATO MARCO ANSALDO Repubblica ? 29 marzo 2007

“Il crocifisso del samurai” di Rino Cammilleri, un omaggio al cristianesimo giapponese

"Anche i miei antenati, dal diciassettesimo secolo fino a oltre la metà dell’Ottocento, dovettero nascondersi sulle colline intorno a Nagasaki insieme a pochi altri scampati alle persecuzioni anticristiane".

L’arcivescovo di Nagasaki Joseph Mitsuaki Takami parla dei suoi avi cattolici; l’intervista risale a un paio di anni fa, nell’imminenza della grande cerimonia di beatificazione dei 188 martiri giapponesi che si è svolta a Nagasaki il 24 novembre 2007. "Erano arrivati nella zona di Nagasaki diversi anni prima della rivolta di Shibara (1638) fuggendo da Sendai – continua Takami – Avevano attraversato a piedi da nord a sud l’Onshu, la maggiore isola dell’arcipelago nipponico. Avevano intrapreso questo viaggio lungo e pericoloso per sfuggire alla persecuzione di Masamune. Il daimyo di Sendai aveva infatti iniziato a perseguitare i cristiani nel suo feudo. Masamune, dopo il fallimento dell’ambasceria del suo inviato Hasekura Tsunenaga presso Filippo iii re di Spagna e il Papa Paolo v nel 1615, da grande protettore del missionario padre Sotelo era diventato un persecutore della fede allineandosi alla politica anticristiana di Tokugawa Ieyasu, lo shogun di Edo". Colpito dal racconto dell’arcivescovo Takami, chi scrive volle visitare qualche mese dopo i musei dell’arcipelago di Amakusa nel Kyushu, Giappone meridionale, che conservano gli oggetti di culto dei Kakure Kirishitan, ovvero i cristiani che si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni. Si potrebbe pensare che, tuttavia, quest’argomento possa interessare al massimo gli esperti della storia del cristianesimo in Giappone.

Si resta, quindi, molto sorpresi per la pubblicazione dell’ultimo libro di Rino Cammilleri, Il crocifisso del samurai (Milano, Rizzoli, 2009, pagine 280, euro 18,50). La sorpresa sta nel fatto che non è un libro di storia, ma un romanzo, come sottolinea l’autore. Tuttavia l’azione si svolge in contesti storici descritti con accurati dettagli e questo consente al lettore, anche al meno esperto di storia del Giappone, di seguire le vicende dei protagonisti che agiscono in diverse epoche. Il primo capitolo del libro porta il lettore nell’agosto del 1549, quando una giunca cinese approda nel porto di Kagoshima. A bordo dell’imbarcazione ci sono tre religiosi cattolici: Francisco Xavier – Francesco Saverio – Cosme de Torres e Juan Fernández.

 

In quell’epoca il governo del Giappone era nelle mani di Toyotomi Hideyoshi che aveva assoggettato i feudatari ribelli e costretto l’imperatore in un ruolo puramente rappresentativo, quasi prigioniero nel palazzo di Kyoto. La missione di Xavier in Giappone fu breve; dopo appena tre anni dovette partire per la Cina perché gravemente ammalato. Tuttavia fu il primo evangelizzatore in un Paese dove il cristianesimo trovò molti seguaci e il numero dei credenti salì in breve fino a trecentomila. Nel secondo capitolo un altro balzo nel tempo e nello spazio e il racconto si sposta al 17 marzo del 1865 quando a Nagasaki il sacerdote francese Bernard Petitjean, membro della Société des Missions Etrangères, viene per la prima volta avvicinato da alcune contadine giapponesi che abitano a Urakami, un villaggio sulle alture che circondano il grande porto del Giappone meridionale. Al missionario il Governo giapponese aveva da poco concesso di aprire una piccola chiesa a Nagasaki, dopo oltre duecento anni di Sakoku (1638-1853), ovvero la chiusura totale della nazione agli stranieri. Secondo le norme, il luogo di culto cattolico era aperto solo agli occidentali residenti o di passaggio nella città portuale mentre per i locali vigeva il divieto assoluto di accedervi.

Le donne sfidano il divieto e chiedono a padre Bernard di mostrare l’immagine della Vergine Maria. Gli domandano inoltre se fosse celibe oppure sposato e, infine, se fosse un prete obbediente al Papa di Roma. Dopo essersi convinte che padre Petitjean era effettivamente un sacerdote cattolico, gli svelano il loro segreto custodito per oltre due secoli: "Il nostro cuore è come il tuo".

Terzo capitolo e terza ambientazione temporale: il racconto è collocato in un tempo antecedente a padre Petitjean di oltre due secoli, durante l’inverno del 1637. Qui Cammilleri inizia a descrivere la rivolta dei cristiani della penisola di Shimabara contro il governatore di Nagasaki, il rinnegato cristiano Terazawa Hirotaka, e contro il daimyo di Shimabara, Matsukura Shigeharu. Chi racconta questi avvenimenti remoti è l’abitante più anziano di Urakami che, ormai prossimo alla fine, vuole tramandare al sacerdote cattolico quanto lui ha appreso da suo padre che a sua volta ricevette questo racconto dal nonno. In questa parte del libro è il romanzo che si innesta nella storia: alcuni personaggi sono frutto dell’abilità di Cammilleri mentre altri hanno un effettivo riscontro storico anche se i tratti del loro carattere risentono del tocco dello scrittore. Tra questi il giovane Amakusa Shiro che, appena sedicenne, diviene la guida spirituale dei ribelli affiancato però da alcuni esperti samurai cristiani che decidono le strategie militari. La grande maggioranza dei ribelli erano tuttavia anonimi contadini a cui l’autore dà invece volto e nome.

Per Cammilleri, non tutti i cristiani assediati nel castello di Hara perirono tra le fiamme che avvolsero l’edificio al termine dell’impari battaglia. Tra i pochi sopravvissuti, una giovane coppia, Yumiko e Kato, riuscì a fuggire e a raggiungere via mare la comunità di Urakami. Ed è proprio uno dei loro pronipoti il personaggio dell’anziano che trasmette la memoria della rivolta al missionario francese. Per quei Kirishitan di Nagasaki l’insegnamento del Vangelo, a distanza di circa tre secoli, era ancora quello impartito da padre Xavier al suo arrivo nel Kyushu nel 1545.

 Pur avendo anticipato il finale – Cammilleri perdoni l’indelicatezza – vale veramente la pena leggere questo libro che ha il pregio di fornire un quadro accurato di un periodo della storia del Giappone tra i più interessanti e tra i meno conosciuti. La ribellione di Shibara nacque certamente come moto di protesta per le angherie alle quali i contadini erano sottoposti da parte dei gabellieri del daimyo, tuttavia la ribellione ben presto assunse contenuti religiosi e politici. Per porre fine alla rivolta, gli assediati del castello di Hara chiesero allo shogun Togugawa Iemitsu una cosa per lui pericolosa da concedere: la libertà del culto di Cristo. Perché in un Paese dove per secoli i seguaci di religioni diverse come shintoismo, buddhismo e confucianesimo erano convissuti in modo sufficientemente pacifico, ai cristiani veniva negato quanto agli altri era invece concesso? Il primo editto contro i cattolici venne pubblicato nel 1587 sotto il Governo Toyotomy Hideoshi mentre la prima persecuzione sanguinosa avvenne nel 1597. Due erano i principali motivi di tali persecuzioni: Tyotomi Hideoshi e i primi tre shogun della famiglia Tokugawa, Ieyasu, Hidetada e Iemitsu, che avevano concentrato il potere politico a Edo (Tokyo), ritenevano i missionari cattolici possibili alleati dei "barbari del sud" ossia degli spagnoli che avevano posto in quel periodo le prime basi navali nelle isole della Nueva España, le Filippine.

Per il Governo di Edo tale presenza era troppo vicina e veniva sentita come una minaccia all’unità del Paese appena ricostituita dopo secoli di lotte fraticide. Anche la conversione al cristianesimo di diversi daimyo dell’isola meridionale del Kyushu veniva interpretata come un passo verso la ribellione all’autorità di Edo e per questo i feudatari cristiani furono subito rimossi, esiliati o uccisi. Il secondo motivo era forse più grave del primo: le maggiori tre religioni orientali presenti in Giappone non facevano riferimento ad alcuna autorità suprema che potesse oscurare la figura dell’imperatore e il potere del Governo. I preti buddhisti, i monaci shintoisti e i maestri confuciani riconoscevano l’autorità civile e rispettavano l’ascendenza divina del potere imperiale. Al contrario, alcuni missionari cristiani, specie i religiosi spagnoli, avevano nelle loro prediche incitato il popolo ad abbattere i simboli dei falsi idoli e a riconoscere l’autorità di Cristo e il potere del Papa di Roma. Ovviamente i predicatori parlavano per metafore, ma i vertici di Edo li presero sul serio e decisero dapprima l’espulsione di tutti i missionari stranieri e successivamente il bando del culto della religione cristiana.

Ritornando all’assedio di Hara, sembra che lo shogun Togukawa Iemitsu fosse disposto anche a concedere un’amnistia ai contadini di Shibara, ma certo non avrebbe mai permesso a samurai convertiti al cristianesimo di rimanere alla guida di un movimento che faceva riferimento a un’autorità suprema estranea alla società giapponese. Inoltre per i governanti giapponesi non era accettabile il continuo riferimento al messaggio di uguaglianza e di pari dignità degli uomini che veniva sottolineato nella predicazione dei missionari cristiani. Per le autorità questa dottrina era sovversiva e metteva in discussione la rigida divisione della società giapponese in quattro classi chiuse dove i contadini, circa l’ottanta per cento della popolazione, dovevano mantenere le famiglie dei nobili feudatari, dare i mezzi per pagare i salari dei samurai e versare ai gabellieri quanto doveva essere dato per lo shogun a Tokyo. Per Tokugawa, sterminare tutti gli assediati ad Hara era l’unica soluzione per evitare che la rivolta dei cristiani di Shibara potesse contagiare quelli che vivevano negli altri feudi del Giappone centrale.

Cammilleri nel suo libro descrive con grande dovizia di particolari le fasi dell’assedio e gli scontri armati intorno al castello di Hara tra le cui rovine si erano asserragliati i seguaci di Shiro. Questi resistettero con grande tenacia e ottennero anche una significativa vittoria contro gli armati del generale Itakura Shigemasa che venne ucciso nel corso degli scontri. Tuttavia la fine per i cristiani giunse ineluttabile sia per la scarsità delle provviste di cibo sia per il bombardamento che il castello subì da parte di un vascello olandese su ordine del nuovo comandante dell’esercito Matsudaira Nobutsuna. Cammilleri per descrivere gli scontri si è accuratamente documentato sulle tecniche adottate sia dagli assediati che dagli assalitori che attaccavano i cristiani contando sul numero soverchiante e sul migliore armamento. Si tratta quindi di un libro che offre diverse chiavi di lettura; notevole lo sforzo di dare un profilo psicologico definito a ciascuno dei personaggi anche se il loro modo di pensare rimane tipicamente occidentale in quanto la loro voce risente troppo forse della sensibilità soggettiva dell’autore. Il tratto caratteristico del popolo giapponese, dove l’io individuale è grandemente condizionato da quello collettivo, viene comunque rispettato e la fine degli assediati tra le rovine di Hara viene resa come un’azione di volontà collettiva. Mentre le fiamme bruciano gli uomini e le strutture dell’edificio, ancora non è stato ammainato lo stendardo con le figure del calice che sostiene l’ostia consacrata e a lato due angeli con il motto: "Laudato o Santissimo Sacramento". (©L’Osservatore Romano – 4 novembre 2009)

 

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