Omosessualità tra ideologie e realtà

Cosa sappiamo veramente della condizione omosessuale? Omosessuali si nasce o si diventa? Quanto influiscono le esperienze vissute e l’educazione ricevuta? Nel volume che proponiamo alcune informazioni essenziali per non cadere nella trappola dell’ideologia omossesualista, gay e gender

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E dopo Marx venne il “gender”

di Tony Anatrella

La teoria del genere è la nuova ideologia alla quale fanno chiaramente riferimento l’Onu e le sue varie agenzie, in particolare l’Oms, l’Unesco e la Commissione su Popolazione e Sviluppo. Essa è inoltre diventata il quadro di pensiero della Commissione di Bruxelles, del Parlamento europeo e dei vari Paesi membri dell’Unione Europea, ispirando i legislatori di quei Paesi che creano numerosissime leggi concernenti la ridefinizione della coppia, del matrimonio, della filiazione e dei rapporti tra uomini e donne segnatamente in nome del concetto di parità e degli orientamenti sessuali.

Essa succede all’ideologia marxista, ed è al contempo più oppressiva e più perniciosa poiché si presenta all’insegna della liberazione soggettiva da costrizioni ingiuste, del riconoscimento della libertà di ciascuno e dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Tutti valori sui quali sarebbe difficile esprimere un disaccordo. A questo punto si rende necessario sapere se quei termini rivestano lo stesso significato che già conosciamo o se non servano, invece, a mascherare una concezione diversa che sta per essere imposta alla popolazione senza che i cittadini siano consapevoli di ciò che rappresenta.

Che cosa dice la teoria del genere? Questa ideologia pretende che il sesso biologico vada dissociato dalla sua dimensione culturale, ossia dall’identità di genere, che si declina al maschile o al femminile e persino in un genere neutro nel quale si fa rientrare ogni sorta di orientamento sessuale, al fine di meglio affermare l’uguaglianza tra gli uomini e le donne e di promuovere le diverse “identità” sessuali. Dunque il genere maschile o femminile non si iscriverebbe più nella continuità del sesso biologico poiché essa non gli è intrinseca, ma sarebbe semplicemente la conseguenza di una costruzione culturale e sociale.

In nome della bisessualità psichica, si sostiene che l’uomo e la donna hanno ciascuno una parte maschile e una femminile: il sesso biologico dunque non obbliga, né quanto allo sviluppo psicologico né per l’organizzazione della vita sociale. Al sesso maschile e a quello femminile si privilegia l’asessualità o l’unisessualità. Così un politico donna, allieva di Simone de Beauvoir, afferma che “i mestieri non hanno sesso”, mentre altri, favorevoli all’organizzazione sociale degli orientamenti sessuali, sostengono che “l’amore” non dipende dall’attrazione tra l’uomo e la donna poiché esistono altre forme di attrazioni sentimentali e sessuali.

Tali sofismi appaiono evidenti e sono ripresi con facilità dai media che apprezzano il pensiero ridotto a cliché. Tutto viene messo sullo stesso piano: le singolarità sessuali marginali – che sono sempre esistite – devono essere riconosciute allo stesso titolo della condizione comune e generale dell’attrazione tra uomo e donna. Non è tollerato alcun discernimento, la psicologia maschile si confonde con quella femminile e si attribuiscono le stesse caratteristiche a tutte le forme di attrazione sentimentale mentre dal punto di vista psicologico non sono in gioco le stesse strutture psichiche.

In altre parole, la società non deve più organizzarsi attorno alla differenza sessuale, ma deve riconoscere tutti gli orientamenti sessuali come altrettante possibilità di dare diritto alla plurisessualità degli esseri umani che nel corso dei secoli è stata limitata dall'”eterosessismo”. Bisogna dunque denunciare questa ingiustizia e decostruire tutte le categorie che ci hanno portato a tale oppressione.

L’uomo e la donna non esistono, è l’essere umano a dover essere riconosciuto prima ancora della sua particolarità nel corpo sessuato. Sarebbe troppo lungo descrivere le diverse origini di questa corrente di idee partita innanzitutto dai medici che seguono casi di transessualismo, dagli psicanalisti culturalisti americani e dai linguisti che hanno studiato il linguaggio (gender studies) per farne emergere le discriminazioni nei confronti del genere femminile e degli stati intersessuati, per esempio per la concordanza del plurale in cui il maschile prevale sul femminile. Fu riciclata da sociologi canadesi e ripensata in Francia da diversi filosofi prima di essere recuperata, nuovamente negli Stati Uniti, dai movimenti lesbici alle origini del femminismo intransigente e ripresa poi dai movimenti omosessuali. La teoria del Genere tornò in Europa così trasformata. In realtà si tratta di una sistemazione concettuale che non ha nulla a che vedere con la scienza: è a malapena un’opinione.

Questo diventa inquietante nella misura in cui la maggior parte dei responsabili politici finisce per aderirvi senza conoscerne i fondamenti e le critiche che sono autoevidenti. I rapporti tra uomini e donne vengono presentati attraverso le categorie di dominante/dominato, della società patriarcale e dell’onniviolenza dell’uomo di cui la donna deve imparare a diffidare.

Da moltissimo tempo non siamo più in una società patriarcale ma, come sostiene la Chiesa, dobbiamo continuare a incamminarci verso una società fondata sulla coppia formata da un uomo e una donna impegnati pubblicamente in un’alleanza, segno che devono svilupparsi in questa autenticità. Da parecchi anni questa teoria viene insegnata in Francia all’università e, a partire dall’anno scolastico 2011-2012, sarà insegnata anche al liceo nei programmi di Scienze della vita e della terra delle classi prime. In nome di quali principi il Ministero dell’Educazione nazionale ha preso questa decisione e in seguito a quale forma di consultazione?

Non lo sa nessuno. Succede sempre così con le ideologie totalitarie, e ora con la teoria del genere. Viene imposta ai cittadini senza che questi se ne rendano conto e si accorgano che decisioni legislative vengono prese in nome di quest’ideologia senza che, a quanto pare, sia esplicitamente spiegato. Ciò è particolarmente significativo in una parità contabile tra uomini e donne – che non significa uguaglianza -, nel matrimonio tra persone dello stesso sesso con l’adozione di bambini in tale contesto, e nelle misure repressive che accompagnano questa corrente di idee che, in nome della non-discriminazione, non può essere rimessa in discussione o in Francia si rischia si essere sanzionati giudizialmente (legge sull’omofobia).

Ma questo vale anche per altri Paesi: è il caso della Germania, dove genitori che hanno rifiutato che i figli partecipassero a lezioni di educazione sessuale ispirate alla teoria del genere sono stati condannati a quarantacinque giorni di detenzione senza condizionale (febbraio 2011). Il falso valore della non-discriminazione impedisce di pensare, valutare, discernere ed esprimere, così come quello della trasparenza che spesso è estranea alla ricerca della verità.

Quanto all’egualitarismo che si allontana dal senso dell’uguaglianza, esso lascia intendere che tutte le situazioni si equivalgono, mentre se le persone sono effettivamente uguali in dignità, la loro scelta, il loro stile di vita e la loro situazione non hanno oggettivamente lo stesso valore. Non c’è nulla di discriminatorio nel sottolineare che solo un uomo e una donna formano una coppia, si sposano, vivono insieme, adottano e educano dei bambini nell’interesse del bene comune e in quello del figlio. Sono più capaci di esprimere l’alterità sessuale, la coppia generazionale e la famiglia, cellula base della società.

da Avvenire

14 ottobre 2011

Uomo o donna? Deciderà da grande

di Roberto Marchesini

Tommy Lebel ha undici anni e vive in California con due mamme, Pauline Moreno e Debra Lobel. Pauline e Debra sono due lesbiche, si sono “sposate” nel 1990 presso la locale sinagoga e hanno adottato Tommy quando era molto piccolo. Ora Tommy viene chiamato Tammy; da tre anni prende ormoni che gli hanno bloccato lo sviluppo sessuale e in questo modo (dicono le due mamme) potrà decidere se diventare una ragazza (in tal caso si procederà con le operazioni di rito) o crescere come un ragazzo.

Tuttavia sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che Tammy sceglierà di “diventare” donna. Le due mamme infatti, dichiarano che le prime parole di Tommy, all’età di tre anni, sono state “Io sono una ragazza”. Non le ha esattamente pronunciate, più che altro le ha espresse con il linguaggio dei segni, perché Tommy ha difficoltà di linguaggio. Io a tre anni volevo fare l’astronauta: meno male che nessuno mi ha preso così sul serio, altrimenti avrei dovuto essere mandato in orbita… All’età di sette anni Tommy ha minacciato di evirarsi con un coltello, e da quel momento gli è stato diagnosticato il GID (Gender Identity Disorder). L’anno seguente ha cominciato la terapia ormonale per bloccare la pubertà.

Le due mamme di Tommy/Tammy non lamentano alcun gesto di omofobia nei loro confronti, né hanno trovato opposizione per la loro decisione di crescere Tommy come se fosse una bambina. Hanno infatti trovato l’appoggio sia dalla comunità religiosa ebraica locale, sia da parte dei servizi pubblici (le insegnanti di Tammy e il Children’s Learning Center di Alameda). Certo, qualcuno ha presentato alle due mamme qualche perplessità, ma Pauline e Debra non hanno mai avuto dubbi: le statistiche dicono che i ragazzi transgender hanno compiuto almeno un tentativo di suicidio prima dei vent’anni; quindi fermiamo tutto e facciamo scegliere a lui.

Il dubbio che i tentativi di suicidio siano connessi al transgenderismo non sfiora nemmeno le due mamme. Come non le sfiora il dubbio che il fatto di avere due mamme lesbiche possa aver influito sulla confusione sessuale del figlio: Tommy era un ragazzino chiuso, triste ed infelice prima che le mamme cominciassero a vestirlo con abiti femminili. Quindi, sottintendono, era il suo genere maschile a renderlo infelice. E poi, aggiungono, Tommy era più timido ed infelice dei suoi fratelli più grandi, cresciuti con la stessa coppia di mamme.

Insomma, è un caso che il figlio di due lesbiche fosse timido e infelice, e che abbia sviluppato Gender Identity Disorder, una straordinaria coincidenza.

Del resto l’American Psychological Association ha dichiarato che “la ricerca ha dimostrato che la stabilità, lo sviluppo e la salute psicologica dei bambini non ha collegamento con l’orientamento sessuale dei genitori, e che i bambini allevati da coppie gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di crescere bene quanto quelli allevati da coppie eterosessuali”. Ed è molto probabile che nelle prossime edizioni dei manuali diagnostici scompaiano sia il GID che il transgenderismo.

Del resto, sono gli “scienziati” che decidono cosa è naturale e cosa non lo è, no?

www.labussolaquotidiana.it

12-10-2011

Perché Obama ha deciso di “evolvere” la sua posizione sulle nozze gay

New York. La concessione del matrimonio gay nello stato di New York è un bivio politico radicale fatto di urla e sondaggi, ma anche di disinteresse e ambiguità. In mezzo alla tormenta c’è un Barack Obama tirato per la giacca dai liberal che vorrebbero più calore, criticato da destra e accusato di essere una banderuola che si aggiusta a seconda del vento elettorale.

Obama ha chiamato il suo processo di revisione del matrimonio gay una “evoluzione”. Il principio della cautela linguistica gli ha suggerito di fuggire le formule esplicite quando la settimana scorsa ha incontrato – per la prima volta – la comunità gay a una cena di fundraising a New York. Il pubblico vociante urlava la parola “matrimonio”, ma lui si è limitato a dichiarare il suo sostegno alle unioni civili, mentre per il matrimonio manca ancora qualche anello nella catena dell’evoluzione. Segno che “Obama delude i liberal e che non ha un progetto a lungo termine”, dice Karlyn Bowman, analista dell’American Enterprise Institute.

Se le parole hanno deluso gli irriducibili liberal che nel fine settimana hanno portato in trionfo il governatore di New York, Andrew Cuomo, i fatti dicono che nel tempo la posizione di Obama ha subito varie metamorfosi. L’Amministrazione ha rimosso il divieto per i gay di arruolarsi nell’esercito e ha abbandonato la legge che impediva il riconoscimento delle unioni di fatto. E’ per decreto obamiano che gli omosessuali che lavorano nel settore pubblico possono estendere i propri benefit al partner. Da scaltro generale, Obama ha però lasciato che a indossare l’elmetto negli avamposti più pericolosi fossero i “suoi luogotenenti”, come dice Nate Silver del New York Times, riferendosi alla battaglia vinta da Cuomo.

Nel 2008 il candidato alla presidenza aveva fatto dichiarazioni opposte: “Il matrimonio è l’unione fra un uomo e una donna. Per me, come cristiano, è anche un’unione sacra. Dio è nel mix”.

“God’s in the mix” che aveva fatto infuriare la sinistra gli si ritorce contro ora che per calcolo elettorale il presidente si trova a dover ammiccare a sinistra e allo stesso tempo a fuggire la classificazione di improvvisato eroe della cultura gay. Il direttore del New Yorker, David Remnick, ha fatto un collage di citazioni obamiane sul tema: ne esce il ritratto di un politico che quando deve raccogliere voti nel distretto di Hyde Park si veste da attivista dei diritti dei gay, quando corre per la presidenza invoca l’ordine divino e quando deve governare finisce per servire due padroni.

Poi c’è l’Obama in campagna elettorale, personaggio in cerca d’autore sulla questione dei matrimoni omosessuali. L’analista politico Michael Barone dice al Foglio che “il problema dei matrimoni è socialmente dirimente, ma non diventerà un tema centrale nella campagna elettorale nazionale: è una questione locale e Obama la vuole mantenere a quel livello politico per renderla meno spinosa”. D’accordo anche Larry Sabato, direttore del Center for Politics della University of Virginia: “I sei stati che hanno approvato il matrimonio gay sono democratici, mentre molti altri hanno passato leggi che lo impediscono esplicitamente. Non è un segnale politico forte”.

 Il primo paradosso per Obama era stato il naufragio della sinistra nel voto del 2008 in California, dove l’elettorato nero e obamiano aveva deciso la partita. Era la seconda sconfitta a sinistra in quattro anni, dopo che l’architetto di Bush, Karl Rove, nel 2004 aveva proposto emendamenti contro il matrimonio gay nello stesso giorno delle presidenziali. Un buon propellente per la vittoria. La legge di New York riapre la guerra dei sondaggi (diverse agenzie dicono che la maggioranza degli americani ora sostiene il matrimonio gay), dei posizionamenti politici e delle battaglie di retroguardia. Obama sta ricalibrando le opinioni, ma impedisce che una questione così divisiva assurga al livello della politica nazionale, dove gli americani si concentreranno su altro per decidere chi votare. Per questa ragionata cautela i liberal sospettano delle aperture liberal di Obama. © – FOGLIO QUOTIDIANO di Mattia Ferraresi

Ero Gay

In questi giorni di Europride, è utile leggersi Luca di Tolve, Ero gay (Piemme 2011).

Ad un certo punto, nelle note Luca segnala articoli come questo dal Corriere della sera:

 Qualche tempo fa tutti i giornali "gay" di San Francisco hanno pubblicato un’ emblematica vignetta: due omosessuali, uno sieropositivo, l’ altro no, che si guardano intensamente attraverso una siepe di filo spinato. Sotto, la didascalia "apartheid virale".

L’ immagine riassumeva cio’ che le autorita’ sanitarie di San Francisco andavano dicendo da anni, prematuramente: "Grazie all’ astinenza e al safe sex stiamo sconfiggendo l’ Aids".

Ora un nuovo studio rivela che, a un decennio dall’ esplosione dell’ epidemia del secolo, una seconda, forse piu’ drammatica ondata di infezioni sta disseminando tragedia e morte nella "capitale gay d’ America". "L’ incremento di infezioni e’ drammatico, spiega Ron Stall, autore della ricerca e professore del Centro per lo Studio e la prevenzione dell’ Aids all’ universita’ di San Francisco , e le prospettive per il futuro sono ancora piu’ sconcertanti".

I numeri parlano chiaro: su 100 uomini gay, nell’ 82, 18 avevano appena contratto la malattia.

Nell’ 85, grazie agli enormi sforzi della comunita’ gay per contenere la diffusione dell’ epidemia, quel numero era sceso a meno di 1 nuovo sieropositivo ogni 100 omosessuali in un anno.

Ma adesso il numero, improvvisamente, si e’ piu’ che raddoppiato e tra gli uomini al di sotto dei 25 anni addirittura quadruplicato.

 "Il motivo e’ che un numero crescente di gay ha smesso di prendere precauzioni, spiega Stall, ed e’ tornato alla promiscuita’ selvaggia di un tempo". In una citta’ dove oltre meta’ della popolazione gay e’ sieropositiva, le implicazioni sono a dir poco catastrofiche.

 "Un uomo gay su tre, oggi, pratica sesso a rischio, precisa un altro studio, svolto dal Dipartimento della Sanita’ del comune di San Francisco, soprattutto rapporti anali, senza l’ uso di profilattici".

Ovvero, secondo le statistiche, il metodo piu’ rischioso nella trasmissione del virus.

 Il vero dramma e’ che dietro questi aridi numeri si nasconde la nuova "cultura gay della morte".

Che, lentamente ma inesorabilmente, si e’ infiltrata tra i sopravvissuti di cio’ che alcuni hanno ribattezzato "l’ olocausto gay del secolo".

Chi decide di non usare precauzioni non lo fa per ignoranza e cattiva informazione, come un tempo, ma per scelta. Dopo aver seppellito, uno per uno, dozzine di amanti ed amici, molti gay sono diventati fatalisti, noncuranti del proprio futuro.

"La depressione e’ una norma nella nostra comunita’, spiega Tom Moore, psicologo di Castro Street, il distretto gay della citta’, c’ e’ gia’ la barzelletta che auspica di mettere l’ antidepressivo Prozac nell’ acqua del quartiere".

Dietro la nuova cultura suicida, spiegano gli esperti, s’ annida il senso di colpa dei sopravvissuti: "Il modo migliore per placare il dolore provocato dalla morte e’ unirsi ai morti, dice Gordon Murray, altro psichiatra degli "orfani" di Castro, come le vedove pellerossa che si gettano sul falo’ funerario".

Secondo il New York Times, che dedica al fenomeno un ampio servizio intitolato "la seconda ondata di Aids nella capitale gay", "l’ identita’ gay e l’ Aids sono talmente collegati che molti uomini fanno di tutto per contrarre il virus, per sentirsi piu’ gay".

In mancanza di una cura contro la malattia, altri non se la sentono di condurrre una esistenza di castita’ … Farkas Alessandra Pagina 9 (13 dicembre 1993) – Corriere della Sera 

 

qui alcune pagine del libro:

http://api.edizpiemme.it/storage/village/2011/02/28/566-1561.pdf

Luca era gay

La storia di Luca di Tolve è una storia che ha fatto e continuerà a far discutere perché è stata messa nero su bianco nel libro Ero gay. A Medjugorje ho trovato me stesso (edizioni Piemme, 15 euro, 126 pagine). Originario di Milano e alle soglie dei quarant’anni Luca nel libro racconta il cammino di conversione che, accompagnato dalla Madonna di Medjugorje, gli ha permesso di ritrovare se stesso e quindi di rinascere a nuova vita.

Oggi Luca, grazie all’esperienze che ha maturato nel corso della suo tormentato passato, è l’anima di un’associazione che difende l’identità di genere come da Magistero e Catechismo della Chiesa Cattolica, proponendo, con la collaborazione di esperti, un aiuto a tutte quelle persone che portano dentro di sé ferite e dipendenze a livello emotivo, relazionale, d’identità sessuale, di abuso.

Ero gay. A Medjugorje ho trovato me stesso – scrive monsignor Giovanni d’Ercole nell’invito alla lettura del testo – «è una testimonianza personale, toccante e per molti versi coraggiosa: va letta con lo spirito aperto e libero di chi non nutre preconcetti, ma è consapevole che il cuore di ogni essere umano è un mistero di amore non sempre però decifrabile sino in fondo nella sua verità».

Così. Luca, abbandonato dal padre quando era un bambino si ritrova a mettere in discussione la propria identità sessuale. Eletto “Mister gay” nel ’90, questa vita lo porta a vivere ogni sorta di trasgressione. Ma dietro l’angolo, sta in agguato un nemico mortale: l’Aids, che lo priva di tutti gli amici. Completamente solo e arrabbiato con il mondo e con Dio Luca intraprende un viaggio di conversione su base psicologica e religiosa. Un cammino faticoso che lo porta fino a Medjugorje.

«È bastato il mio piccolo sì – scrive Luca – perché iniziassi una risalita difficile, resa possibile per grazia, dall’alto, un giorno qualsiasi, il più importante per me, nel faccia a faccia con padre Pio e poi con la Vergine Maria, che mi ha trafitto il cuore a Medjugorje». Questa è la storia di Luca di Tolve, 39 anni, che farà discutere per il semplice fatto che si tratta di una storia che non finisce in tragedia, magari con la morte del protagonista vittima del sistema che con le sue regole tritura ogni briciolo di umanità. No, quello di Luca è il racconto di chi per anni ha vissuto vittima dell’ideologia gay che però a un certo punto riesce a ritrovare se stesso e ritrovandosi incontra pure una donna da amare. Oggi, infatti, Luca, che era gay, è sposato con Terry e, cosa strana, è più felice di prima

Sciopero della fame di una coppia gay

Questa mattina ho acceso la TV alla ricerca di un Telegiornale e, facendo zapping, mi sono imbattuta nel programma “Mattino Cinque”. In studio c’era ospite una coppia gay: Francesco Zanardi, 38 anni, imprenditore nel settore informatico, fondatore del movimento “Gay Italiani”, e Manuel Incorvaia, 22 anni, precario. I due convivono dal 2007 a Villapiana e hanno il sogno di sposarsi, cosa che però non è prevista dalla legge italiana, dicono infatti: “conviviamo da due anni ma per lo Stato italiano non esistiamo”. Da ormai dieci giorni hanno preso una decisione: “non mangeremo finché Montecitorio non metterà in calendario le proposte di legge sui matrimoni gay” e per testimoniare la veridicità del loro digiuno hanno installato nella loro casa una webcam così chi vuole può seguire in diretta su internet il loro sciopero. “Abbiamo chiesto consiglio a Marco Pannella: chi, meglio di lui, ci poteva consigliare come sopravvivere allo sciopero della fame”, dice Francesco. “Ci ha consigliato di bere tre cappuccini al giorno, ingoiare vitamine e bere, bere tanto. Faremo come lui ci ha detto”. In studio Manuel è visibilmente provato dal digiuno, mentre Francesco tiene banco e dice: “oggi gli farò interrompere il digiuno, così potrà stare dietro a me che continuerò a farlo”. La conduttrice fa il suo lavoro e tempesta i due di domande: a rispondere è sempre Francesco. Veniamo così a sapere che entrambi hanno alle spalle un vissuto familiare alquanto problematico: Manuel è andato via di casa appena ha potuto e il padre per lui è sempre stata una figura alquanto evanescente, mentre Francesco è rimasto orfano di madre fin da piccolino e suo padre non lo ha quasi mai visto. Coincidenza fatale che entrambi abbiano un passato connotato da quell’assente inaccettabile di cui parla lo psicanalista Claudio Risé?
Ma proseguiamo: Manuel, incalzato dalla conduttrice che vuole “sentire la sua voce”, racconta qualcosa di sé: a diciotto anni si è trasferito a Milano e qui è entrato nei giri della prostituzione e ha fatto alcune esperienze che “per un gay in una grande città sono normali”. Poi però ha conosciuto Francesco e ormai sono due anni che convivono e vorrebbero sposarsi perché, riprende Francesco: “se io morissi a Manuel non rimarrebbe nulla, sarebbe totalmente solo, senza casa e senza pensione”.

A questo punto spengo la TV: cinque minuti di trasmissione sono bastati per far emergere il nocciolo delle questione, ovverosia la perdita di valori del nostro tempo, che porta con sé, come diretta conseguenza, la crisi di moltissime famiglie e numerosi altri problemi sconosciuti fino a qualche decennio fa. E’ inutile continuare a prendersi in giro facendo finta che tutto vada bene quando invece è lapalissiano che non è così; non si tratta di discriminare i gay, di demonizzare chi divorzia, di condannare chi sceglie di abortire, perché nessuno di noi ha la facoltà di giudicare gli atti altrui: bisogna però prendere coscienza che i problemi con cui ci troviamo a convivere oggi sono il frutto della perdita di un centro e del susseguente sempre maggior relativismo che attanaglia il nostro tempo e contro cui Papa Benedetto XVI si sta battendo con vigore. Solo recuperando i principi che costituiscono le radici d’Europa si potrà invertire questa rotta che sta portando il mondo sempre più alla deriva.

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