Eugenio Scalfari, il grande moralista.

Fervente fascista, poi antifascista di professione. Fondatore di Repubblica, oggi moralista della domenica.

Nella sua autobiografia, a pagina 28, racconta:  "le prime esperienze  vennero l’anno dopo, passarono attraverso il noviziato dell’epoca che si faceva al bordello. Noviziato che fu all’inzio disastroso, ma ci tolse almeno un po’ della timidezza" ("L’uomo che non credeva in Dio", Einaudi). Così ha inziato ad "amare" uno dei maestri della cultura laica di oggi…

Augias da Repubblica a ripubblica.

Un’altra puntata della corrida di Corrado (Augias): dilettanti allo sbaraglio.

Un professore trentino di ingnegneria ha scoperto che Augias, il mitico smascheratore di inganni cristiani, il filogogo rivoluzionario, lo storico alla Dan Brown, copia…

Da Repubblica a ripubblica, ha scritto Libero. Mentre qualcun altro ha fatto notare che Augias non ha trovato Dio, perchè lo ha cercato in internet…

Leggiamo la divertente scoperta, ammessa candidamente da Augias, il quale nella sua dichiarazione ha spiegato  di fare abitudinariamente l’operazione di prendere testi dalla rete, anche senza conoscerne l’autore (wow, che studioso straordinario!).

Augias passa da Repubblica a ripubblica

 Miska Ruggeri

Tutto è iniziato quando Flavio Deflorian, professore associato di Scienza e Tecnologia dei Materiali all’Università di Trento, ha letto per piacere personale, uno dopo l’altro a distanza di poco tempo, due libri: il nuovo bestseller Disputa su Dio e dintorni (Mondadori, pp. 270, euro 18,50), scritto a quattro mani dal volto televisivo (non credente) e firma di Repubblica Corrado Augias e dal teologo (credente) dell’Università San Raffaele di Milano Vito Mancuso; e il meno recente (è uscito in Italia nel 2008) saggio La creazione (Adelphi, pp. 198, euro 19) del noto biologo di Harvard Edward Osborne Wilson, specializzato in mirmecologia (lo studio delle formiche).

E ha notato che qualcosa non tornava. Così ha avvertito le due case editrici, contattato la coppia Augias-Mancuso (vedi intervista nella pagina a fianco) e parlato della sua scoperta a un collega di Università, Giovanni Straffelini, professore associato di Metallurgia. Il quale ha subito inviato una letterina al Foglio di Giuliano Ferrara, fornendo un esempio dello stile copia-e-incolla adottato con disinvoltura dagli autori italiani. In effetti, la pagina 246 della Disputa, che ospita le conclusioni (quindi un passo fondamentale, che dovrebbe tirare le somme di tutti i ragionamenti e le riflessioni fatte in precedenza, quasi un puro distillato di pensiero) di Augias, è praticamente identica alla pagina 14 dell’edizione italiana della Creazione in cui Wilson scrive in prima persona una “Lettera a un pastore della Chiesa Battista del Sud”.

Leggere qui sopra i due brani a confronto per credere. Sembra impossibile, ma Augias, sulle orme del filosofo-copione Umberto Galimberti (a lungo collaboratore anche lui del quotidiano di Ezio Mauro), al centro nella primavera del 2008 di alcuni clamorosi casi di mancata citazione delle fonti ai danni di Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli e Guido Zingari, ha copiato l’autore dell’Alabama pari pari. Tranne un punto e virgola al posto di un punto e un altro al posto di una virgola; «terra» scritto minuscolo o «globo» al posto di «Terra»; un verbo cambiato («dobbiamo imporci» invece di «condividiamo»); una citazione di Dante dal canto di Ulisse per far risaltare gli studi liceali fatti in Italia; un più dubitativo «Non credo» al posto di un secco «No»; un fondamentale «Lei e io» al posto di «Io e lei»; un’aggiunta politicamente corretta sulla «libertà dal dolore e dal bisogno»… Insomma, robetta così. Per il resto, un calco preciso. Solo che Wilson si rivolgeva a un pastore battista, mentre Augias a Mancuso. Evidentemente, sfumature ininfluenti per uno scrittore abituato a indagare filologicamente sui testi antichi alla ricerca di bazzecole come il vero Gesù o la vera natura del cristianesimo… E il bello (si fa per dire) è che la Disputa, al quinto posto generale e al primo della saggistica nella classifica Arianna dei libri più venduti la settimana scorsa, conta in bibliografia ben 90 volumi citati (compreso un imprescindibile articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica…) e ha un nutrito “indice dei nomi”, dal biblico Abele al politico democristiano Benigno Zaccagnini.

Ma del povero Wilson e del suo bel saggio (di nicchia, almeno rispetto al pubblico televisivo che compra le “Inchieste” mondadoriane del giornalista Augias) nessuna traccia. Desaparecido. Forse una censura nei confronti di uno scienziato, tra l’altro papà della sociobiologia, accusato talvolta di razzismo e misoginia e quindi poco simpatico ai lettori di Repubblica? Macché. La spiegazione che dà Augias (nell’intervista qui a fianco) è ancora più inquietante. Semplicemente, ha preso chissà dove nel mare magnum di Internet alcune frasi anonime (quante saranno?) che gli facevano comodo e le ha infilate con nonchalance nel suo libro. Un po’ come facevano alcuni poeti antichi per comporre i centoni. Che però, se non altro, richiedevano una certa abilità metrica e si basavano proprio sulla riconoscibilità dei testi (Omero, Virgilio ecc.). Qui la prosa è quella che è; e per smascherare la fonte c’è stato bisogno di un professore di Trento… © Copyright Libero, 21 maggio 2009

 Il giornalista: «Ho preso frasi dal web» E Mancuso lo scarica: «Sono sbalordito»…

Francesco Borgonovo per "Libero"

La risposta che Corrado Augias ci ha dato quando gli abbiamo fatto notare la "strana somiglianza" fra una pagina del suo libro e il brano di Edward O. Wilson è simile a quella inviata per mail al professor Deflorian. Spiega Augias: «Questo libro è nato da un dialogo tra i sostenitori di due tesi contrapposte. Per la mia parte mi sono avvalso oltre che di convincimenti e riflessioni personali, di numerose testimonianze, dalle Confessioni di Agostino a internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile».

Evidentemente, nel caso del saggio di Wilson, non è stato possibile reperire la fonte. Sorge però un dubbio: ci sono altre pagine di Disputa su Dio e dintorni in cui compaiono citazioni prese dal web senza indicare la fonte? Diversa la risposta che ci ha dato l’altro autore del libro, il teologo Vito Mancuso (il quale non ha firmato il passaggio incriminato), che dice a Libero: «Conosco il libro di Wilson e sono al corrente di quello che è successo. Sono amareggiato, completamente sbalordito. Non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere. Spero che Augias lo spiegherà anche perché colpisce il fatto che quel passaggio si trovi nelle conclusioni, dove lui parla in prima persona, dove parla di se stesso. Non so che cosa dirà Augias, ma il fatto è innegabile: le pagine sono lì sotto gli occhi di tutti. Non c’è possibilità di negare l’evidenza. Sono le stesse parole, con gli stessi verbi, la stessa successione delle frasi. È impressionante. Io però non ho responsabilità. Anzi, se in tutto questo c’è una vittima, sono io». © Copyright Libero, 21 maggio 2009

Il transumanismo di Aldo Schiavone

 È sempre la solita storia. Dopo l’immersione nell’ideologia marxista, passata l’ubriacatura del «sol dell’avvenire», svanite le illusioni positiviste degli ultimi due secoli, l’uomo contemporaneo avverte un vago sentimento di nausea, un vuoto sempre più profondo che cresce dal di dentro. E per colmarlo, per sostituire il sapere tradizionale, si riempie lo spazio lasciato vuoto da Dio con il progresso infinito della tecnica. Nulla di più e nulla di meno. Su questa scia si pone anche Aldo Schiavone, direttore dell’Istituto italiano di Scienze Umane (Firenze, Napoli), il quale oltre a una vasta produzione scientifica di rilievo collabora a «la Repubblica», e nel 2007 ha dato alle stampe un interessantissimo saggio dal titolo «Storia e destino».

L’idea di fondo consiste nel tentativo di guardare al futuro con maggiore ottimismo, affidando il tempo che verrà alla tecnica ed alle sue innovazioni. Schiavone ritiene di appartenere ad una generazione che sarà fra le ultime a fare i conti con l’esperienza della morte, almeno nei termini in cui la nostra specie umana l’ha incontrata finora. La vita futura assumerà le caratteristiche di uno stato mentale ed il presente sarà inghiottito nella totalità onnipervasiva della tecnica. Questo saggio si presenta come il manifesto di un nuovo umanesimo, un umanesimo, per capirci, che sta superando le colonne d’Ercole del limite e sta facendo il suo ingresso nell’infinito. Potremmo chiederci, a questo punto, quali siano gli ambiti dell’umano nel nuovo mondo di cui ci parla Schiavone. Ebbene, afferma l’autore, la rivoluzione in atto sta cancellando tutto ciò che sappiamo dell’uomo e sull’uomo, in vista di un futuro «dove tutto quel che tecnicamente si può fare sarà ammissibile».

Uno degli obiettivi del saggio consiste nel diffondere idee transumaniste con tutte le aberrazioni che ne conseguono (si veda a tal proposito il sito: http://www.transumanisti.it) ed il sapore delle dottrine sembra essere vagamente gnostico. In questo senso credo vadano lette le affermazioni in cui l’autore sostiene che non si può accettare di essere per sempre prigionieri di una forma corporea, biologica e anatomica, la quale vincola l’individuo a costrizioni inaudite. Il corpo, per Schiavone, è nient’altro che un carcere e quindi il progresso dovrà operare in modo da eliminare vincoli: «il futuro ci porterà prima di tutto un’inaudita opportunità di liberazione… Il prolungarsi della vita – prosegue l’autore – renderà le nascite sempre meno frequenti e casuali, legate ad accurate programmazioni, e sposterà inevitabilmente il rapporto tra genitori e figli dal tradizionale modello pedagogico, verso un più adeguato modello solidale».

Gli obiettivi, dunque, sono chiari e i nuovi equilibri evolutivi consentiranno di non ricominciare ogni volta daccapo (così come è avvenuto sinora con la selezione naturale, che aveva bisogno di una moltitudine di esseri per svolgere la sua funzione progressiva). In queste pagine si coglie la volontà di dis-umanizzare l’uomo, di renderlo simile alle altre creature, così da consentire al filosofo di valutare un possibile spostamento dei confini dell’etica. Si avrà, pertanto, un’etica che condurrà ben presto tutti a rivedere i propri orizzonti, perché «l’ingegneria genetica potrà presto prolungare quasi indefinitamente le nostre possibilità di vita biologica, e si moltiplicheranno stadi intermedi nei quali sarà possibile mantenere le funzioni di un pensiero e di una personalità individuali entro strutture parzialmente o totalmente extrabiologiche».

Il saggio, come si conviene fra gli intellettuali di primordine, non poteva che chiudersi con un serrato attacco alla Chiesa ed al suo vetusto atteggiamento di sfida nei confronti della scienza. Ma ormai, è questa la certezza che traspare alla fine, la fede è sotto scacco e l’umanità, abbandonata l’illusione di Dio, è proiettata verso una nuova era tecnologica. Ma, e questo è il punto, è davvero così? Schiavone sembra voler seppellire la fede senza dare l’impressione di accorgersi che si sta sostituendo una fede con un’altra. Chi può dire, infatti, se non la fede, che «l’ingegneria genetica potrà presto prolungare quasi indefinitamente le nostre possibilità di vita biologica»?

Chi può dire – dovendo ricorrere alle mediazioni della scienza – che domani gli eventi si svolgeranno in un certo modo piuttosto che in un altro? Il punto è proprio questo. Qui si sta sostituendo la fede in Dio con una fede nella scienza, anzi con le possibilità trascendentali della scienza, senza accorgersi, però, che tutto ciò che concerne la fede non può essere adoperato per di-mostrare alcunché. Il vero della filosofia è l’immediato, è ciò che non può mai venire smentito, pena l’assurdo. Il creduto, invece, è ciò a cui io do l’assenso senza averne l’immediata evidenza. Schiavone, quindi, sembra ricadere all’interno di quell’orizzonte che sperava di aver superato. Chi caccia dalla porta la fede rischia di vedersela rientrare dalla finestra. Ma le sembianze, a quel punto, saranno inevitabilmente differenti. (Articolo scrittto per L&P da Alessandro Pertosa).

Le contraddizioni di Marco Travaglio

Brutto colpo per i sostenitori di Marco Travaglio: il loro idolo, da mercoledì, è un pregiudicato, proprio come il suo amico Michele Santoro e tantissimi altri.
Classe 1964, laurea in storia contemporanea e una gavetta fatta all’ombra dell’ultimo Montanelli, Travaglio è da qualche anno il beniamino di quanti, per hobby o per noia, odiano Berlusconi e la sua coalizione. Il tratto distintivo di questo popolarissimo giornalista, lo si sarà notato, sono le numerosissime contraddizioni che però, stranamente, i suoi estimatori non vedono. Rinfreschiamoci la memoria.
Travaglio sostiene che le televisioni siano sotto un dominio praticamente dittatoriale di Berlusconi che imbavaglierebbe chiunque gli fosse scomodo, ciononostante deve buona parte della sua ben retribuita fama ( già nel 2005 intascava quasi 285.000 Euro annui) ad una comparsa televisiva -la prima di una interminabile serie che continua tutt’ora i giovedì sera – ovvero quella del 14 Marzo 2001 ad una trasmissione di Daniele Luttazzi nella quale al nostro fu concesso di parlare, o meglio di sparlare di Berlusconi per minuti e minuti. Ovviamente senza contraddittorio.
Eh già, perché Travaglio non ama repliche o, peggio ancora, domande. Qualche mese fa sono andato ad ascoltarlo ad un incontro a Trento e anche in quella occasione, a parte il pubblico che applaudiva commosso al punto che pareva di essere ad un Angelus del Pontefice, non ho potuto fare a meno di osservare la totale assenza di interventi che non fossero patetiche sviolinate. Il meccanismo è ormai collaudato: Travaglio parla o scrive e molti lo osannano, senza andare poi a verificare se quanto da lui affermato corrisponda a verità. Cosa che invece ha fatto il giudice che, per la prima volta, ha condannato Travaglio a 8 mesi di carcere, subito cancellati dall’indulto di mastelliana memoria contro il quale il giornalista ha speso parole di fuoco: altra contraddizione.
E non è finita. Travaglio, dicevamo, conosce a memoria i numerosissimi processi contro Berlusconi, passati e presenti, e non manca di sottolineare le prescrizioni che avrebbero salvato il Cavaliere da condanna certa. Non solo: l’erede di Montanelli, come incautamente lo chiama qualcuno, ama avanzare ipotesi inquietanti circa presunti legami tra Berlusconi e la mafia.
Peccato che tutti gli elementi che, negli anni, i magistrati hanno avuto in mano al riguardo li abbiano sempre portati all’archiviazione: quei processi non si sono risolti per prescrizione o grazie alle cosiddette leggi ad personam; quei processi non sono mai cominciati.
Antonio Ingroia, magistrato che non ha certo la fama del garantista e che fonti ufficiose descrivono intimo amico di Travaglio, ha affermato che, piuttosto che complice, Silvio Berlusconi è da considerarsi “vittima” del sistema mafioso. Capito? Vittima. Il nostro, però, queste cose si guarda bene dallo scriverle. Non per nulla uno che di lotta alla mafia se ne intende, il procuratore di Palermo Pietro Grasso, alludendo agli articoli di Travaglio, ha parlato di “disinformazione scientificamente organizzata“.
A proposito di legami poco edificanti, vale la pena ricordare che Travaglio, non più tardi di qualche mese addietro, ebbe a sostenere – in televisione ovviamente! – che il presidente del Senato Schifani avrebbe avuto “amici mafiosi“, dimenticandosi di sottolineare che in realtà ad essere incriminati per mafia non furono stretti conoscenti della seconda carica dello Stato, bensì personaggi ai quali quest’ultimo era stato legato decenni or sono e per pochissimi mesi.
Dopo quelle pepate dichiarazioni, però, si scoprì che ad aver avuto a che fare con un personaggio, dice una sentenza, “estremamente compromesso col sistema criminale“, fu proprio Travaglio il quale, nel 2003, con questo galantuomo ci trascorse le vacanze.
Piccolo particolare: il personaggio in questione è Pippo Ciuro, maresciallo dei carabinieri che indagò su Dell’Utri e sui Finanziamenti Finivest. Sarà una coincidenza? Andiamo avanti.
Il “Saint Just della mutua”, com’è stato apostrofato da Fedele Confalonieri, passa dunque per un “esperto” di legge e giustizia. In realtà, così esperto di giustizia Travaglio non è visto e considerato che in un suo libro ha scritto che Roberto Castelli, esponente di spicco della Lega Nord, è stato condannato mentre, fino a prova contraria, Castelli risulta essere incensurato.
Sempre ad Annozero, dove recita la parte dell’oracolo, Travaglio si è fatto spiegare da Flavio Tosi, sindaco di Verona dalla parlata non certo accademica, la differenza (che ignorava) tra finanziamento illecito e corruzione: che figuraccia.
Gabriele Mastellarini, un collaboratore del settimanale l’Espresso, al quale collabora anche il beniamino degli nemici di Berlusconi , ha osato ricordare questa incredibile gaffe con Tosi sul suo blog ed è stato licenziato in tronco: ma non era Travaglio la firma scomoda e ribelle? Non era, come ama definirsi, un “liberal-montanelliano”?
Se è sufficiente ricordare i suoi errori per essere licenziati, evidentemente qualcosa non quadra.
Altra chicca sono i suoi libri: decine di possenti tomi con citate centinaia tra sentenze e verbali, eppure mai, in quegli imponenti capolavori, compare un’associazione che col potere politico ed economico ha molto a che fare: la massoneria.
Certo, si parla spesso della P2. Ma chi glielo spiega a Travaglio che quella Loggia non esiste più da decenni mentre, ad oggi, in Italia vi sono almeno due potentissime loggie massoniche di cui si sa poco o nulla?
Un’ultima contraddizione di Travaglio è l’odio che costui riserva agli elettori di Berlusconi, dei quali parla come se fossero un gregge di idioti. Sbaglio o Travaglio ha collaborato al Giornale, sì proprio il Giornale del gran cattivone di Berlusconi, dall’88 al ’92? Lui che grazie ai soldini di Berlusconi ha campato, forse, dovrebbe avere un po’ più di rispetto verso chi, il Cavaliere, ha avuto solo la “colpa” di votarlo alle urne, no?
Certamente un po’ di rispetto dovrà averlo verso i pregiudicati, visto che da qualche giorno è lui stesso parte della categoria.

Andrea Marcenaro su De Benedetti e la Svizzera.

Carlo De Benedetti annuncia che il prossimo anno diventerà cittadino svizzero. In un’intervista al settimanale elvetico Die Weltwoche l’imprenditore spiega così la sua decisione: “Con il passare degli anni, ho deciso che un giorno volevo diventare svizzero. Ho fatto domanda per diventare cittadino elvetico”. D’altro canto, ricorda l’imprenditore, “da undici anni abito a St. Moritz e ho una patente svizzera. Mi hanno detto che conta l’anno e mezzo che ho trascorso in Svizzera durante la guerra. Così diventerò cittadino svizzero nel 2009”. Buona scelta, singolare. Uno, in genere, con il passare degli anni decide di voler diventare saggio, un altro di voler diventare buono, o magari di credere in Dio. E’ la prima volta che sentiamo di uno il quale cova, anno dopo anno, la segreta speranza di diventare svizzero. Solo, perché aspettare fino al 2009, quando, in due giorni al massimo, il suo professor Galimberti sarebbe in grado di ricopiargli un passaporto preciso all’originale? (Andrea’s version, il Foglio)

La volontà di potenza di Eugenio Scalfari.

Ritorno sull’ultimo libro di Eugenio Scalfari, “L’uomo che non credeva in Dio”. Commentavo, la volta scorsa, i capitoli in cui il giornalista parla della sua malinconia giovanile, e riparto dunque da lì. Ad un certo punto Scalfari ci racconta la sua passione per Cartesio, per Spinoza, e l’educazione paterna. Suo padre, dice, era di un moderato “laicismo massonico”, e fu al seguito di D’Annunzio nell’impresa fiumana, in quell’avventura di intellettuali, interventisti delusi, borghesi in cerca di emozioni da contrapporre alla noia esistenziale, al timore di essere fiori che non sbocceranno mai. In casa Scalfari D’Annunzio viene declamato ad alta voce, proposto come un modello, un santo laico, per così dire, della religione risorgimentale, nazionalista e supermista. Non è difficile che la prosopopea del poeta vate, lo scintillio delle sue parole, il suo protagonismo egocentrico, abbiano affascinato il giovane Eugenio, triste, ma in ricerca, come ognuno di noi, di una realizzazione personale. C’è un modo solo per essere grandi, insegnava il vate: celebrare se stessi, ottenere potere, fama e onore. Per farlo, aveva iniziato con i suoi articoli sulla “Cronaca bizantina”, raccontando e romanzando il proprio io e le proprie imprese. Non era forse stata la carta stampata ad alimentare in lui il seme, sempre più tenace, dell’orgoglio e dell’esaltazione sfrenata dell’io? Scrivere per migliaia di persone, spiegare, vedere scritto il proprio nome e sentirlo sulla bocca di tanti…

Il quotidiano è, dalla rivoluzione francese in poi, cioè dalla sua origine, dal giornalista Marat al giornalista Mussolini, il luogo preferito dei rivoluzionari e degli egocentrici (il che è lo stesso). Anche il giovane Eugenio, come D’Annunzio, esordisce scrivendo, e lo fa sui giornaletti del regime: è fascista, e lo rimarrà, per undici anni, con slanci impetuosi. Niente di strano, per carità: occorre sempre una fede, per vivere, e nell’Italia secolarizzata di allora in tanti la trovarono nel duce, prima, e talora nel comunismo, poi. Forse a quell’epoca, con quei modelli, Scalfari si buscò la malattia che lui stesso descrive: l’attrazione per il demone della politica, e, correlata, quella per il giornalismo. Una passione, quest’ultima, che Scalfari, con grande onestà e saggezza, descrive come qualcosa che dà “una sorta di ebrezza, un senso di potenza” molto forte: “io lo ho provato quel senso di potenza e non rappresenta un’eccezione ma piuttosto la regola”. Quando dal pulpito del quotidiano giudichi ogni cosa, da buon tuttologo, e ti poni al di sopra del potere stesso, per auto-investitura, è inevitabile che “ti appassioni all’ebbrezza del potere”. Allora, con la penna in mano, “aspiri ad essere il più bravo… Il più aggressivo. Il più irriducibile”. Ricordate i giacobini? I Desmoulins, i Marat, e tutti quei personaggi feroci che innalzeranno le ghigliottine: quanti avevano cominciato come giornalisti “irriducibili”? Non odio dell’iniquità e desiderio di giustizia, sovente, ma la vecchia, atea, dannunziana, fascista, “volontà di potenza”: “la volontà di potenza e l’affetto per il potere rappresentano l’elemento che meglio caratterizza la nostra specie”, scrive Scalfari. Del resto, cosa ci stiamo a fare, qui, sulla terra, se non per affermare il nostro io, il desiderio di potere terreno, se un senso e un Dio ultraterreno non esistono? Col tempo Scalfari, da funzionario di banca, diventerà cofondatore di due influenti giornali, Repubblica ed Espresso. Accanto a lui personalità di quel mondo borghese, illuminato, liberal radicale, che certo non amava l’Italia cattolica e democristiana: l’anticlericale Ernesto Rossi, il repubblicano Ugo La Malfa, azionisti, Adolfo Tino, futuro presidente di Mediobanca, Adriano Olivetti…e Raffaele Mattioli, il dominus della banca Comit, che Andreotti ebbe a definire un “anticlericale in servizio permanete effettivo”. Proprio Mattioli, che fu interventista e fiumano anch’egli, appare, nella descrizione che ne fa Giancarlo Galli, ne “Il banchiere eretico”, come un rappresentante esemplare di quel mondo che si riconosceva e che continuerà a riconoscersi in Repubblica. Mattioli era vicino, da una parte ai partiti della destra liberale, laica e capitalista, dall’altra era amico di Palmiro Togliatti, pronto a finanziare la sinistra, e le sue iniziative culturali, perché le considerava “l’unico baluardo filosofico contro l’invadente clericume”.

Anche Mattioli conosceva bene “la brama per il potere”, sebbene la esercitasse, da banchiere, con discrezione. Un po’ come Scalfari, di cui Perna, autore di “Eugenio Scalfari, una vita per il potere”, racconta che già nel 1942 aveva scritto un articolo intitolato “Volontà di potenza”, sulle magnifiche sorti dell’impero e della razza italiani. Mattioli è morto, non prima di aver perso molta della sua influenza, Mussolini è finito come sappiamo, nella casa-museo di D’Annunzio rimane l’eco di un io ipertofico, e triste, e l’impero italiano non è mai nato. Ecco perché Scalfari, nutrito dall’ego cartesiano, che si autofonda, dall’io di D’Annunzio, che si fa Dio, dal relativismo gnoseologico ed etico, che assolutizza l’io come unico metro di giudizio, e dall’ebbrezza egotica del potere giornalistico, finisce nel suo libro per dannare con rabbia l’ “io”, per volerne la distruzione, per definirlo “gabbia”, “capriccioso dittatore”, o “prigioniero”. L’io come brama insaziabile di potere, l’io relativista, che non si relaziona con la Verità, perché ha sè come centro e come scopo, insomma, l’io che si fa Dio, è veramente la più grande schiavitù che un uomo possa infliggersi.

La tristezza di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica.

Il libro cui Eugenio Scalfari ha affidato il suo testamento spirituale e i ricordi della sua vita ha un titolo provocatorio: “L’uomo che non credeva in Dio”.
Una frase che piace, oggi, che ci sentiamo un po’ tutti autonomi, indipendenti, o, quantomeno, protestanti. In copertina una foto del celebre giornalista, preso di profilo, quasi, a me sembra, rassegnato, triste, inespressivo. Uno come Scalfari, che equipara apertamente gli uomini, e quindi, credo, anche se stesso, ad una mosca, per quanto colta ed influente, che definisce sé e i suoi simili forme “che la natura casualmente produce”, non può, in verità, presentarsi al pubblico volgarmente ridanciano: sorriderebbe al nulla, con occhi che guardano un orizzonte vuoto. Cosa c’è da ridere, mosche lettrici, magari occhialute, certo destinate al nulla eterno? Anche un volto corrucciato, come si addice al personaggio, non funzionerebbe: indignato per cosa, nell’eterno fluire senza scopo di caso e necessità? Cosa ha veramente importanza, valore, durata, nel non senso dell’esistenza? Leggerla, questa autobiografia di un pensatore che non mi è affine, mi è sembrato obbligatorio: Scalfari è un uomo che ha fatto per tanti anni cultura, e il cui credo nichilista è divenuto sempre più diffuso. Non per nulla non mancano ecclesiastici e credenti che si vantano di leggere Repubblica, come un qualcosa cui ci si abbevera, quando si ha sete. Scalfari dunque inizia come il sottoscritto, certamente prevenuto, si sarebbe immaginato: con immagini tristi, come il suo volto.

La prima scena è leopardiana: un fanciullo, il protagonista, che piange “disperatamente”. Un incipit di tal genere, però, mi ha immediatamente rattristato: non mi avverrebbe mai di rievocare la mia infanzia esordendo con un fatto triste, perché ogni ricordo di quell’età è ricco di affascinante nostalgia. Così ho proseguito nella lettura mettendo da parte almeno un poco del malanimo preventivo. Se ho dell’uomo una concezione così alta, e non lo paragonerei mai ad una mosca, né, come altri, ad un sasso o una formica, è perché Cristo, gratuitamente, mi ha rivelato il suo volto, e in quel volto mi sono sentito, sempre, amato e voluto, un pensiero di Dio. Non certo che i pensieri di Dio non soffrano, per carità, ma credono sempre in un perché: per questo non gli torna utile la parola “disperatamente”. Il libro, come dicevo, si apre con Scalfari che rievoca il suo pianto, con la madre, accanto ad una finestra sul mare: “Da quella finestra è cominciata la mia vita, la mia memoria, la mia malinconia. Anche il mio risentimento e la voglia di compensare un torto subito”. Ecco, una vita che già all’alba vive di malinconia, di risentimento, di vendette sperate, non può essere felice, mi sono detto. Infatti subito dopo, legati all’infanzia, ho trovato cenni alla noia, alla tristezza, alle “ore lunghissime del pomeriggio”, al “caso” che ci ha catapultato in questo o quel luogo o condizione, “allacciando tra loro le tue cellule neuronali in un modo o nell’altro”, prima di proiettarci dall’utero materno, luogo, per il vero, sempre meno sicuro, al “caos” della vita. E poi, frasi sconsolanti, tutte d’un fiato, come queste: “Un lungo interrogarsi, senza risposte. Il tempo fatto acqua…La morte, la morte che viene” e “la mia malinconia e la tristezza che tinse col suo colore grigio la mia infanzia solitaria”.

 A questo conduce la mancanza di Dio: alla tristezza, a ritenerci volatili, come le mosche, e a fare i conti, con angoscia, con la morte, ignoto abisso, senza sbocchi. Proseguendo, l’encomiabile coerenza di Scalfari non si limita a negare Dio, ma, con grande logica, mette in dubbio, di conseguenza, l’io. Se Dio non esiste, infatti, cosa sono l’autocoscienza, il pensiero, l’anima, la personalità, la libertà individuale, in una parola, cos’è l’io? “E’ l’io il sovrano della mia mente, del mio corpo, della mia anima, qualunque cosa di intenda con questa enigmatica parola?”, si chiede il famoso giornalista: non siamo forse, unicamente, “universi di cellule, di flussi sanguigni, di inconsce passioni”, o, come sostengono alcuni neuroscienziati, senza prova alcuna, solo burattini dei nostri geni egoisti e capricciosi? Alla fine di un capitolo, intitolato “La gabbia dell’io”, Scalfari conclude: “ Insomma, l’io non esiste. E’ una superstizione. Oppure una caricatura. Una maschera…Un computer depositario di una memoria. Una gabbia. Un capriccioso dittatore. Oppure un prigioniero?”.

Così, tra un articolo sull’ossessionante Berlusconi e l’altro, Scalfari dimostra di avere la lucidità di capire che la radice della sua malinconia e tristezza saturnina non sono il cavaliere, queste o quelle circostanze storiche, perché è la vita stessa ad essere male, assurda, senza senso, se Dio non esiste. Non è il politico di turno, o chi per lui, a creare disarmonia, non una presenza nociva, quanto una Assenza ben più significativa! E’ l’ io, senza un Dio che lo origini e lo fondi, a sparire panteisticamente tra le mosche, gli alberi, i sassi, con un problemino in sovrappiù: che non si rassegna ad essere insetto, non vuole morire, non ama stare posato in un angolo, dimenticato, come fa volentieri qualsiasi agglomerato di atomi inerti. L’io, generato dal caso, è insomma un’ illusione, una gabbia! Oppure, con un linguaggio che riporta al pessimismo gnostico, un “prigioniero”! Ecco che allora la strada non può che essere quella di “distruggere l’Io”, come vogliono “i mistici d’Oriente”, o il Budda, e con lui la propria tristezza, la propria malinconia, affacciate sin dall’infanzia ad una finestra che guarda verso un Cielo vuoto. Continua

Galimberti, per fortuna copia quello che scrive, altrimenti…

Come sappiamo Nietzsche spiegò al mondo, prima di impazzire del tutto, che Dio era morto. Si racconta che alla morte del filosofo tedesco, qualcuno un po’ irriverente abbia scritto su un muro: “Nietzsche è morto”, firmato “Dio”. E’ un vezzo di molti intellettuali, o cantanti alla John Lennon, o politici del vecchio stampo sovietico, quello di proclamare periodicamente che Dio è morto…e che, in assenza sua, hanno ragione loro. Fa parte della nostra superbia umana, che ognuno di noi, compreso il sottoscritto, ha dentro dalla nascita, e che qualcuno coltiva più assiduamente di altri, giorno dopo giorno, cosicché ad un certo punto non si accorge neanche più di quanto sia smisuratamente cresciuta.

Recentemente anche un filosofo di Repubblica, Umberto Galimberti, spiegava che la religione sarebbe presto morta, uccisa dalla tecnica. Scriveva Galimberti: “La tecnica appare come quell’evento che, sotterraneamente, e a nostra insaputa, sta già formando l’uomo nuovo che più non domanda il senso della sua esistenza”. In verità questa lettura, seppure errata, non è certo banale, soprattutto quando Galimberti, se ho ben capito, riconosce che la scienza e la tecnica hanno la loro radice nel pensiero greco e nella concezione biblica di creazione: il mondo è creato da Dio per l’uomo, e l’uomo è quindi chiamato a servirsene, a conoscerlo, a dominarlo. Poi però Galimberti fa un passaggio un po’ forzato: proprio perché l’uomo cristiano ha ricevuto il mondo, si sente ad un certo punto in potere di manipolarlo, di riprogrammarlo, ne diventa padrone, tramite la tecnica e si sbarazza di Dio. Quindi il nichilismo tecnocratico e ateistico deriverebbe, coerentemente, dal cristianesimo.

A me sembra che qui Galimberti dimentichi che il creato, nell’ottica biblica, è un dono fatto all’uomo, non un possesso assoluto; un dono che però, dal principio, impone all’uomo un limite: non mangiare del frutto dell’albero; che è forse un po’ come dire di non dimenticare la propria dipendenza, di non farsi Dio. Come dire che il nichilismo tecnocratico è l’opposto del cristianesimo. O meglio, la sua esistenza ci dice proprio della realtà e dell’attualità dell’albero della Genesi: è vero, l’uomo vuole essere come Dio, vuole salvarsi da solo, vuole ridurre il mondo a tutta la realtà, per esserne padrone assoluto! Lo ha fatto nell’Eden, ci ha provato con la magia e poi con le ideologie novecentesche; lo rifà oggi, affidando alla tecnica l’ultima utopia. Ma così si condanna da solo alla tristezza e al fallimento. Ma torniamo alla morte della religione, profetizzata dal Galimberti: in verità Dio non è ancora morto, mentre il povero Galimberti, certo, non sta molto bene. Banalissimo, direte, ma vero. Mi si perdoni l’ironia, ma la notizia riportata su numerosi quotidiani che uno dei pensatori di Repubblica copi i libri altrui, mi ha lasciato basito. Soprattutto perché la vicenda è venuta via via gonfiandosi e l’accusa è di aver copiato insistentemente, più e più volte. Anch’io, in verità, ho un po’ copiato il tema di greco di maturità, e quindi non mi dovrei più di tanto scandalizzare. Anche perché immagino che certi personaggi, cui non pochi, perso il buon Dio e la sua Chiesa, chiedono una strada, debbano per forza, di tanto in tanto, scrivere qualcosa di “nuovo”, per spirito di servizio. In futuro si saprà se è vero o meno quanto si dice su questo increscioso sistema di clonazione dei libri altrui (la clonazione, caro Galimberti, è una tecnica sbagliata, perché afferma un potere che non è nostro, è la ripetizione del peccato originale). Per intanto io mi “fido” dei giornali, che non hanno ricevuto smentite dall’interessato, e mi dico: meglio così.

Se veramente Galimberti pensasse quello che scrive, ho paura che Dio, ancora vivo e vegeto, si arrabbierebbe davvero tanto con lui, il giorno del giudizio. Ad esempio, per le maldicenze: all’epoca della moratoria sull’aborto, Galimberti scrisse un articolo su Ferrara, dando per certo che era sceso in campo “non so se in accordo preventivo con le gerarchie ecclesiastiche o con le gerarchie ecclesiastiche subito al seguito”. Calunnie insomma, una tecnica non bella per un giornalista che voglia essere corretto. Inoltre Galimberti, dimostrando una intuizione buona, ma non digerita, continuò spiegando che i cattolici che si oppongono all’aborto dimenticano il concetto di individuo e di persona, inventato proprio dal cristianesimo. Lo dimenticano perché fanno della donne non un fine, ma un mezzo per la riproduzione. Ecco, anche qui si salta un passaggio: come ignorare che i cattolici sono contro l’aborto proprio perché considerano un bimbo, chiamato all’esistenza senza il suo consenso, da altri, anche dalla donna, non un mezzo, ma un fine? Non un grumo di cellule, ma una persona? Mi stupisce questo modo di condurre un discorso su binari logici, per poi cambiare all’improvviso le carte in tavola. Come quando Galimberti accusa i “fanatici” difensori della vita di “bieco materialismo”, con un luogo comune caro a Pannella: ma materialismo non è ridurre una vita umana a qualcosa che non conta nulla, ad una non persona, ad un non individuo? E allora dove starebbe il materialismo di chi dà alla materia una dignità immensa, perché vede in essa un’anima immortale? I libri, ai loro autori, i motti di Pannella, a Pannella: altrimenti uno si prende anche colpe non sue. E il concetto di persona lo lasci a chi, per sua ammissione, lo ha “inventato”…oppure, prima di copiarlo, sarebbe opportuno averlo compreso.

Per Veronesi l’umanità diverrà bisessuale, e sarà un bene…

MILANO — Il futuro? È bisessuale. Parola di Umberto Veronesi. Intervistato ieri dal Riformista, l’oncologo ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio ha scosso l’atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l’uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano.

Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l’unica via per procreare, finirà col privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l’oncologo — ma solo come gesto d’affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso. Insomma, saremo tutti bisessuali? Raggiunto dal Corriere, il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all’evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent’anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un’attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline.

Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all’Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni». Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l’amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell’Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all’argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L’amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all’eros passionale». Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime».

E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d’affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d’accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell’ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l’uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell’attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all’evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l’orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».(Corriere della sera, 19/8/2007)

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