La bambina con tre madri alla ricerca del padre biologico

BRUXELLES — «La piccola Donna non ha conosciuto altri genitori che quelli adottivi, i signori J.», e sta bene con loro «perché si è creato un legame affettivo»: così aveva sentenziato uno dei vari giudici che si erano occupati della sua vicenda, finita sui giornali di mezza Europa. Ma due anni dopo, e quando Donna sta per compiere i 4 anni, un altro giudice sentenzia ora che lei dovrà scoprire in qualche modo le radici nascoste della sua vita: il «padre biologico», colui che aveva donato lo sperma da cui la bambina è stata concepita con la fertilizzazione artificiale, ha ottenuto il diritto di andarla a trovare, di parlarle, anche se non l’aveva mai cercata prima. In altre parole, ha ottenuto il «diritto di visita» che può essere concesso a un padre separato, o divorziato. I giudici non arrivano a dire che l’uomo potrà rivelare a Donna la sua identità, spiegarle com’è nata: ma la sentenza, emessa dalla Corte d’appello di Arnhem in Olanda, ha socchiuso ugualmente una porta inquietante.

Com’è inquietante, quasi incredibile, tutta la storia di questa bambina: forse non «messa all’asta su Internet», come scrisse a suo tempo qualche giornale fiammingo, ma certo oggetto di trattative anche commerciali, e alla fine disputata fra 3 presunte madri, 2 presunti padri, 2 diversi Paesi europei. Tutto ha inizio nel 2004 in un villaggio belga, Sint-Lievens- Houtemse, dove vive una donna di 32 anni, An Blomme, sposata, disoccupata e già madre di 3 figli. Un giorno, dopo aver letto qualche articolo su analoghe vicende accadute negli Usa, la donna si offre come «madre in affitto» su Internet: è disposta a concepire, e a far nascere, il figlio di uno sconosciuto. Quasi subito, giunge la risposta: Geertrui Praet, 41 anni, insegnante, divorziata e madre di 3 figli, ma poi volontariamente sterilizzatasi, vuol dare un bambino al suo compagno Bart Pholtjens, di 9 anni più giovane, anch’egli insegnante. L’accordo viene siglato, dietro promessa di 8.000 euro secondo alcune fonti, 5.000 secondo altre. Pare che in Belgio, per effetto di un vuoto legislativo in questo campo, le «gravidanze su commissione» non siano rarissime: e anche a Bruxelles vi sarebbe un centro che le offre, sia pure con la dovuta discrezione. Fatta l’intesa, viene spedito un campione dello sperma di Bart alla clinica incaricata, e avviene la fecondazione. Comincia così la gravidanza. Ma al sesto mese, forse proprio per un problema di soldi, An cambia idea. Prima dice a Geertrui: «Voi non c’entrate nulla, lo sperma era di mio marito», e poi avverte: «Va tutto a monte, ho dovuto abortire». Il 26 febbraio 2005 nasce Donna, An e il marito vengono registrati come genitori. Ma poco dopo, danno la bambina a una coppia olandese senza figli, i signori J. (il vero nome è già comparso sulla stampa olandese, ma conoscerlo non aggiunge nulla alla storia, ndr): sembra che si fossero messi d’accordo con loro già dal settimo mese di gravidanza, pattuendo un prezzo superiore. E che avessero «scelto» i due coniugi olandesi dopo aver tentato di dare Donna a una coppia gay, pure conosciuta su Internet. Il resto è cronaca giudiziaria: per mesi sia Geertrui che An, non si sa bene perché, tornano alla carica per avere la piccola. A un certo punto, un tribunale belga dà ragione a Gertrui, ordina che Donna venga riportata in Belgio. Ma la signora J. resiste contro tutti, fino alla definitiva adozione. Gli altri giudici, quelli olandesi, si schierano con lei: fra i genitori adottivi e la piccola, ripetono, «si è creato un legame affettivo». Ora è riapparso anche Bart, il «padre». E intanto, qualcuno sostiene che An sia tornata a offrirsi come «madre in affitto», sempre su Internet. Luigi Offeddu Corriere della Sera, 27/11/2008

I cosiddetti diritti civili si rivelano sempre più la morte del diritto.

Faremo bimbi più intelligenti…Purtroppo non è vero!

Nel 1984 ad opera di Luciano Ragno, per la Adn Kronos libri, esce una delle poche indagini effettuate a livello giornalistico in Italia, prima che l’argomento divenisse caldo con la legge 40, sulle tecniche di fecondazione artificiale. Leggerlo oggi, dopo le continue polemiche e l’anniversario della nascita di Louise Brown, la prima bambina nata in provetta, è stato illuminante.

Ragno intervista vari luminari nel campo e tra questi Carlo Flamigni, che mette in luce come l’attuale aumento di sterilità sia dovuto anche all’uso dei contraccettivi ormonali, la classica pillola, e dei dispositivi intrauterini. A questo il professor Meschini Fabris aggiunge che la pillola può rendere infertile anche il maschio: “gli estroprogestinici determinano una modificazione del ph vaginale e, conseguentemente, della flora batterica vaginale, con facilità di fatti flogistici e selezione di ceppi batterici particolarmente attivi”. Questo può determinare nel maschio infiammazioni “con successivo interessamento della capacità riproduttiva, per alterazioni delle componenti biochimiche del liquido seminale”.

Poi, dopo queste ed altre interessanti racconti, si leggono varie lamentele sulla situazione italiana. Per Flamigni “troppo spesso l’eccessiva disponibilità delle coppie sterili nei confronti del medico le rende oggetto di esperimenti fatti più o meno in buona fede”; inoltre “c’è gente che va a prelevare sperma nei villaggi del fanciullo a ragazzi di 13-14 anni”, mentre nei centri privati succede di tutto: “E’ ora di finirla di speculare sulla disperazione e anche sulla pelle di tante donne e di fare esperimenti a raffica”, per di più a “caro prezzo”. Il prof. Luigi Carenza, dell’Università di Roma, racconta che nella sua città “vengono usati, dietro compenso, come donatori di sperma i tossicodipendenti”; Guido Ragni, dell’università di Milano, spiega che “esistono centri improvvisati dove con lo sperma di un donatore vengono messi al mondo decine e decine di figli. Il rischio che domani questi fratelli senza saperlo possano sposarsi è immenso”; il prof. Cittadini, dell’Università di Palermo, chiosa: ” Non c’è alcun controllo”; Luigi Laratta , presidente dell’Aied, aggiunge “che nelle banche clandestine l’inseminazione avviene senza controlli preventivi sulla stato del salute del donatore”. E’ molto interessante rileggere dell’esistenza di un vero e proprio far west procreatico che poi in tanti hanno cercato di negare, negli anni successivi, per i più svariati motivi.

Stupisce invece la scarsa attenzione, già allora, su di un punto: le tecniche di fiv, o di pma che dir si voglia, a parte i numerosi eccessi, quale ripercussioni in genere hanno sulle donne e i bambini? Su questo Ragno riporta solo due pareri. Quello della psicanalista Gerstel, per la quale, secondo la sua esperienza clinica, molti dei bambini nati dopo inseminazione artificiale presentano disturbi affettivi che possono divenire prodromi di un “futuro comportamento psicopatico”, e quello del prof. Leonardo Ancona, che illustra i rischi dell’eterologa, che può produrre “tratti psicopatologici, con difficoltà di identificazione, incapacità di rapporti inter soggettivi, che possono articolarsi con il già provato circuito familiare dando luogo a quadri irreversibili di disagio collettivo”.

Ma l’idea dominante, diffusa in quegli anni proprio dai fecondazionisti, è ben diversa. Secondo Carl Wood, un pioniere nel campo, “i figli della provetta sono superiori alla media per quoziente di intelligenza, coordinazione motoria, sviluppo fisico. Inoltre sono più affabili e intraprendenti”. Secondo alcuni ricercatori giapponesi invece “i figli nati dopo l’inseminazione artificiale avevano uno stato fisico ed un quoziente intellettivo intellettuale superiori a quelli del gruppo di controllo”. Così si diceva, così ci volevano e ci vogliono far credere ancor oggi.

Ma purtroppo sappiamo che non è così. Nel consenso informato del Sismer, uno dei più prestigiosi centri di fiv (o Pma, procreazione medicalmente assistita) in Italia, del 1998, si leggeva che “il rischio di malformazioni fetali è analogo a quello del concepimento naturale (Congresso Mondiale In vitro fertilisation -Vancouver, Maggio 1997)”. Stessa dicitura nel consenso informato del 2004, molti anni dopo, citando la stessa fonte, per quanto piuttosto datata. Oggi, nel consenso informato del Sismer successivo alla legge 40, che ha imposto a tutti i centri di fiv di fornire tutte le indicazioni necessarie, senza la frettolosità (interessata?) del passato, vengono finalmente contemplati i rischi psicologici e fisici per la madre, le problematiche bioetiche, i rischi insiti nella iperstimolazione ovarica, l’ “aumento del rischio di malformazioni nei nati da Pma rispetto ai nati della popolazione normale”, il “rischio di alterazioni cromosomiche” per i nati da Icsi….!

La nota rivista scientifica “Fertility & Sterility” del novembre 2007, giusto per citare un altro caso paradigmatico, porta i propri lettori a conoscenza del fatto che il quoziente di intelligenza dei nati con ICSI, nell’ambito di uno studio effettuato presso l’Università di Leiden, era inferiore rispetto ai nati con tecnica IVF ed ai nati in maniera naturale. Confermando così una grande quantità di studi sulla pericolosità della fiv pubblicati almeno dal 2002 sulle più prestigiose riviste scientifiche, da Lancet a Nature Cell Biology a Nature Medicine ecc. Esattamente il contrario di quanto proposto dai vari Wood stranieri e nostrani, per lo più politici e giornalisti, fermi alla retorica scientista del 1984.

Vogliamo veramente aiutare coloro che non riescono ad avere figli?

La Stampa di domenica, con i due soliti paginoni allarmistici e propagandistici, spiega che le coppie italiane vanno ormai continuamente all’estero per avere i figli che con la legge 40 non riescono ad ottenere. E’ la solita strategia che spinge tutti coloro che hanno conosciuto l’esperienza della delusione post fecondazione artificiale, a dare la colpa all’Italia e a partire per mete lontane. In verità la Stampa, come tutti i grandi giornali, omette di spiegare che quella piccolissima percentuale di gravidanze in meno, circa il 3%, è ben ripagata: ora in Italia c’è qualche bimbo concepito in vitro in meno, ma ci sono anche meno parti trigemini, pericolosissimi per la salute della madre e dei bimbi; meno o minori iperstimolazioni ovariche sulle donne, con conseguente diminuizione del rischio di tumore per le stesse; meno embrioni congelati, che una volta impiantati, qualora portino ad una gravidanza, determinano bambini meno sani…

La domanda che sorge spontanea è questa: possibile che i giornali che si schierano sempre a favore dell’aborto, piangano con tanto ardore qualche bimbo in meno da fiv? Hanno veramente a cuore la sorte di coloro che tanto bramano avere figli? In verità sappiamo che questi stessi giornali non hanno mai fatto nulla per stimolare la ricerca per rimuovere le cause della sterilità, che porterebbe ad un analogo numero di nascite, senza rischi. Inoltre omettono sempre di spiegare che uno dei modi per risolvere il problema figli sarebbe quello spiegato da Fernando Santosuosso, già presidente di sezione della Corte suprema di Cassazione, in un libro del lontano 1961, intitolato appunto “La fecondazione artificiale nella donna”. Nel 1984 per l’editore di testi giuridici Giuffrè Santosuosso ha approfondito i suoi studi, raccogliendoli in un volume dal titolo “La fecondazione artificiale umana”. Si tratta di un’opera molto specifica sul diritto di famiglia e le eventuali conseguenze giuridiche derivanti ad esempio dalla fecondazione eterologa, o da altre pratiche allora in fase sperimentale. Se ne ricavano anche interessantissimi aneddoti su alcune vicende di quegli anni. Si apprende, ad esempio, che il dottor Carl Wood, il primo medico a far nascere un bambino da un embrione crioconservato, in Australia nel 1984, proponeva “la possibilità di influenzare geneticamente le caratteristiche psicofisiche dei neonati, eliminando ad esempio l’istinto maschile dell’aggressività mediante iniezioni di ormoni femminili negli embrioni maschili” (p.2). Altre istruttive notizie sono quelle sui tentativi di “innestare embrioni umani in animali per evitare di pagare donne portatrici”, o sugli “esperimenti di gravidanze addominali ottenute artificialmente con l’inserimento di embrioni fecondati in vitro nell’addome di transessuali, collegati ad un’arteria ed estratti dopo alcuni mesi per proseguire lo sviluppo in incubatrice”.

Ma quello che mi sembra più interessante nel volume in questione è una proposta concretissima, quasi a conclusione del libro, e che purtroppo è rimasta a tutt’oggi lettera morta. Santosuosso parte da una constatazione banale. Vi sono ogni anno in Italia centinaia di migliaia di coppie che eliminano il loro bambino tramite l’aborto, per una serie di motivi che ora è inutile analizzare, e, contemporaneamente, centinaia e centinaia di coppie che non riescono ad avere i figli desiderati, per motivi di sterilità. Ebbene, anche senza limitare in nessun modo la possibilità di scelta della donna riguardo al concepito, senza cioè minimamente mutare lo spirito della legge 194, basterebbe “proporre una modifica legislativa che preveda l’offerta alla donna in stato di gravidanza dell’alternativa tra l’aborto o la scelta di essere liberata dal bambino appena nato ricevendo anche in questo secondo caso tutta l’assistenza prevista dalla legge, e garantendosi l’anonimato, se questo venga richiesto. Tale scelta sarebbe revocabile fino al momento della nascita, nel senso che la donna subito dopo il parto potrebbe ancora manifestare la volontà di tenere per sé il bambino. Altrimenti, si opererebbero gli stessi effetti che discendono, secondo la legge vigente, dalla declaratoria di stato di adottabilità. Non si tratterebbe, quindi, dal punto di vista giuridico, di una vendita di un figlio, né di un atto con causa illecita, costituendo invece una decisione da cui deriva la tutela della vita umana e la felicità di coppie sterili; decisione presa per motivi personali e sociali che la legge considera giustificatori persino dell’interruzione volontaria di gravidanza, e cioè di una realtà che è sostanzialmente ben più grave dell’abbandono di un bambino perché sia adottato da altri”. Sembra incredibile che una proposta così semplice e comprensibile non sia mai stata portata avanti in modo incisivo e con successo. Se il problema sentito dal legislatore fosse veramente quello del bene comune, e non la difesa di idee astratte o di moralismi al contrario, l’operazione sarebbe semplicissima: il medico o chi per lui, invece di indirizzare con estrema superficialità la donna all’aborto, con totale noncuranza per i gravi effetti collaterali collegati ad ognuno di questi interventi, proporrebbe alla donna la possibilità di partorire il figlio per poi disconoscerlo. Di conseguenza un bambino piccolo, e quindi molto più facilmente gestibile ed integrabile all’interno di una coppia adulta, troverebbe immediatamente due genitori sterili pronti ad adottarlo.

In molti casi si impedirebbe così alla donna, è opportuno ripeterlo, il dramma dell’aborto, e delle sindromi post abortive, e alle coppie sterili il calvario della provetta, con i connessi costi in termini di denaro, stress psicologico, scarse probabilità di risultato e alta percentuale di complicanze. Ci sarà qualcuno pronto a portare avanti una simile proposta? Non potrebbe almeno lo Stato, nelle sue mille campagne informative, dette “pubblicità progresso”, e attraverso i consultori, inserire anche un annuncio, per le donne decise ad abortire, sulla possibilità di disconoscere un eventuale figlio non desiderato, rendendolo così disponibile per altri?

Concludo allegando un vecchio articolo in cui spiegavo i passaggi dell fiv, con i relativi pericoli.

La fecondazione artificiale, per comune ammissione, porta con sé circa l’85% degli insuccessi, il 50 % di tagli cesarei, un’alta mortalità embrionaria, il 22% di aborti spontanei, il 5% di gravidanze tubariche, il 27% di gravidanze multiple (con relative morti o malformazioni), il 29% di parti pre-termine, il 36% di nati con basso peso, il rischio di anomalie genetiche o malattie degenerative, oltre ad una preoccupante mortalità e morbilità neonatale (Serra e Flamigni). Decine di storie raccontate sui giornali testimoniano la verità di queste conclusioni, alle quali sarebbe possibile giungere con il semplice ragionamento, analizzando le tecniche altamente artificiose e puramente sperimentali della Fiv.

Anzitutto, infatti, i gameti femminili sono prodotti in alto numero, non per via naturale, ma con iperstimolazione ovarica, utilizzando “una vasta gamma di farmaci” (Flamigni), in particolare ormoni. Ne consegue, oltre ai danni per la donna, che già il 40/50% degli oociti così ottenuti abbiano cariotipo alterato. Il seme maschile non può essere usato così come è, e va quindi “purificato” (centrifugazioni). A questo punto gli oociti vengono spesso sottoposti a manipolazioni invasive che consentano allo spermatozoo di penetrare: PDZ (parziale dissezione della membrana pellucida dell’oocita, tramite laser o sostanze chimiche); SUZI (iniezione dello spermatozoo sotto la zona pellucida); ICSI (iniezione dello spermatozoo tramite siringa)…

Cosa significa tutto ciò: che le membrane dell’oocita avrebbero il compito, in natura, di selezionare, tra milioni, lo spermatozoo più vitale, migliore, più sano, facendo penetrare solo lui ed escludendo gli altri; invece con tali tecniche, essendo la mobilità e la sanità dello spermatozoo scarsa, se ne determina dall’esterno la penetrazione, ferendo la membrana e eliminandone la funzione naturale di barriera. Con l’Icsi, inoltre, vi è un intervento ancora più intrusivo, perché uno spermatozoo a caso, non selezionato (non è possibile farlo), probabile portatore di anomalie cromosomiche, viene iniettato con un microago nell’ovulo, compiendo una operazione traumatica di cui non si conoscono ancora gli effetti, eccetto i più intuibili: “il rischio che i bambini siano sterili come il padre” (Testart); il rischio “di malattie degenerative riguardanti il sistema nervoso o i muscoli” (Flamigni).

Poi i gameti vengono deposti nella provetta, mezzo di coltura che ha l’ingrato compito di riprodurre la tuba: il problema è che si tratta di una riproduzione tanto incerta da variare col variare dei medici e degli anni (Flamigni), accusata di “provocare un cambiamento nell’espressione dei geni”. Per questo molti embrioni coltivati in vitro muoiono precocemente. Nei mezzi di coltura inoltre “il metabolismo dell’embrione e il suo sviluppo risultano notevolmente rallentati”(Carbone). Salta, infine, il cosiddetto “colloquio crociato”, che è il continuo scambio di messaggi ormonali con cui l’embrione e la mamma comunicano tra loro, e attraverso cui avviene la produzione da ambedue le parti di proteine necessarie al regolare sviluppo dell’embrione fino all’impianto. A questo punto gli embrioni sopravvissuti, se non necessitano di un’ ulteriore manipolazione (con annesse controindicazioni) che faciliti l’annidamento, possono essere impiantati in utero (avendo saltato il naturale passaggio in tuba). Occorre però più di un embrione, per avere qualche possibilità di successo. Perché? Lo abbiamo visto: oociti con cariotipo alterato, seme maschile non selezionato dalla natura, manipolazioni invasive, colloquio crociato assente, mucosa dell’endometrio uterino che non ha potuto svilupparsi in sincronia con l’embrione, metabolismo rallentato…

Sintetizzando: la “ridotta vitalità dell’embrione e la scarsa recettività dell’utero” determineranno, spesso, il non attecchimento, gli aborti spontanei, la mortalità perinatale e neonatale, uno sviluppo anomalo; nel 15% circa dei casi nascerà un bambino, quasi un “sopravvissuto”: in che modo e con quali conseguenze fisiche e psicologiche? Alle difficoltà elencate, si aggiungano una serie di variabili, quali gli eventuali errori del medico nel dosaggio degli ormoni, nel tempo scelto per il prelievo degli oociti, nelle manipolazioni, nell’evitare sbalzi di temperatura nella fase di transfer degli embrioni…Va infine ricordato che la crioconservazione degli embrioni aggiungerebbe ulteriori fattori di rischio, in quanto nella fase di scongelamento circa il 30% muore, mentre i rimanenti, destinati all’ impianto, presentano, come è ovvio, perdita di vitalità e cellule danneggiate (fonti: Carbone, “La fecondazione extracorporea”, ESD, ottimo per sinteticità e completezza; Flamigni, “La procreazione assistita”, Il Mulino; Serra, “L’uomo-embrione”, Cantagalli).

Sorpresa: “La diagnosi preimpianto non funziona”. Chi lo dice alla Turco?

Per gli antagonisti della legge 40 è il preferito tra i cavalli di
battaglia, soprattutto dopo la discussa sentenza emessa dal Tribunale
di Cagliari alla fine di settembre sul caso della donna affetta da beta-
talassemia: parliamo della diagnosi preimpianto, la tecnica di analisi
e selezione degli embrioni che – nei proclami di chi la sostiene –
dovrebbe permettere alle donne che accedono alla fecondazione assistita
di moltiplicare le possibilità di successo della futura gravidanza,
individuando e impiantando gli “esemplari” potenzialmente più sani.
Fosse così – ammettiamolo pure, per un istante – suonerebbe come una
bella tentazione: una donna desiderosa di diventare madre, ma forse
troppo avanti con gli anni o affetta da qualche patologia ereditaria,
si rivolge a un centro specializzato in fecondazione assistita e chiede
di avere un figlio (sano, s’intende). Quelli gli dicono che sì, è
semplice: basta “analizzare” e “individuare” gli embrioni più adatti.
Il che comprende lo scarto di tutti gli altri. Tutto avviene nel nome
della salute della futura madre, per garantire maggiori possibilità di
riuscita ed evitare nuovi cicli di fecondazione artificiale. Chi
esiterebbe? E perché mai una pratica di tutela nei confronti delle
donne dovrebbe essere vietata per legge? Quante volte abbiamo sentito
queste domande. Soprattutto nell’ultimo mese, alla luce di quella
revisione delle linee guida della legge 40 per cui è stato
costantemente suggerito il dilemma fuorviante tra tutela della donna e
tutela dell’embrione, come se la soluzione in uno soltanto dei due
sensi (in particolare il primo) fosse la sola da percorrere, se non
altro sul piano scientifico. Falso.
A dimostrarlo – dati alla mano – per la prima volta non è affatto la
legge italiana. Tra lo stupore di una parte dei partecipanti al meeting
annuale delle società per la riproduzione assistita statunitensi,
riunite a Washington a metà ottobre, i medici della Asrm (l’American
Society for Reproductive Medicine, tra le più autorevoli e
rappresentative Oltreoceano) si sono espressi nettamente contro la
tecnica di diagnosi preimpianto dello screening, che consiste nello
studio dell’assetto cromosomico degli embrioni per il trattamento delle
pazienti che accedono alle tecniche di procreazione assistita in età
avanzata o dopo aborti e fallimenti d’impianto reiterati. In pratica si
prende un embrione, si estrae una delle sue cellule e si analizza
cercandone delle anomalie cromosomiche, al fine di stabilirne la ”
normalità” o l'”anormalità” e la conseguente possibilità di dare con
esso origine a una gravidanza a termine, rara con queste pazienti.
Peccato che negli ultimi otto anni – secondo quanto emerso durante il
convegno e ampiamente riportato in uno dei più recenti numeri di Nature
– la tecnica abbia dimostrato la sua inconsistenza, spesso contribuendo
addirittura a diminuire le possibili gravidanze.
A spiegarci i motivi di questo sorprendente fallimento è il medico
newyorchese Glenn Schattmann, noto specialista nel campo dell’
infertilità e docente di Endocrinologia riproduttiva al Weill Medical
College della Cornell University. Schattmann, si badi bene, come la
quasi totalità dei medici e ginecologi statunitensi non soltanto è un
convinto sostenitore della pratica ma esegue diagnosi preimpianto sulle
donne che ogni anno ricorrono alla fecondazione assistita per avere
figli nel suo studio. Proprio per questo la sua testimonianza è ancor
più sbalorditiva: “Da tempo ormai – ci spiega – vado sostenendo,
appoggiato dall’Asrm, che non c’è alcuna prova evidente che lo
screening preimpianto aumenti le possibilità di successo nelle
gravidanze a seguito di fecondazione in vitro. Ecco perché sarebbe un
errore gravissimo quello di continuare, come medici, a illudere le
nostre pazienti e, quel che è peggio, far correre loro rischi inutili”.
Rischi per le pazienti, menzogne dei medici: eppure le varie tecniche
della diagnosi preimpianto, anche nel nostro Paese, continuano a essere
proposte come metodo sicuro per aumentare i successi nelle gravidanze
da procreazione assistita…
“? dimostrato da diversi studi compiuti negli Usa – continua
Schattmann – che lo screening su una sola cellula di un embrione non
può essere il fattore in base al quale decidere se quello sarà
“normale” o “anormale”. Il risultato del test in pratica, non prova
nulla circa il futuro di quell’embrione: il che è confermato dagli
errori diagnostici della pratica, che sono da considerarsi intorno al
10% sia per quanto riguarda i falsi positivi (anormali secondo il test,
sani in realtà) sia per i falsi negativi (sani secondo il test,
anormali nei fatti). Tutto questo senza contare i danni che il prelievo
stesso di materiale cellulare può causare e spesso causa all’embrione e
alla madre: l’impiego della tecnica ha dimostrato più volte di incidere
sulle riuscita della gravidanza”.
Dati allarmanti, lontani anni luce dalla favola dei figli sani a colpo
sicuro e della tutela della salute della donna di cui si parla nel
nostro Paese, e che negli Usa (forse non solo lì…) hanno molto a che
fare con gli interessi economici dei centri e delle cliniche che
praticano la tecnica. ? lo stesso Schattmann a sottolinearlo: “Per la
pratica dello screening preimpianto, cliniche e centri statunitensi
chiedono dai 5 mila ai 7 mila dollari – spiega con pragmatismo tutto
americano-. Se si pensa che a oggi negli Usa il 10% delle procedure di
fecondazione assistita è accompagnato da test genetici, e che di questi
l’80% consiste in screening, il conflitto di interessi insito nella
“raccomandazione” sempre più frequentemente fatta alle donne è presto
spiegato”. Una raccomandazione tanto lontana dalla realtà da
costringere Schattmann, quando una donna si presenta nel suo studio, a
dirle con onestà: “Se il suo obiettivo è quello di avere un bambino
sano ricorrendo alla fecondazione assistita, la sua migliore chance di
ottenere questo scopo sarà di non ricorrere allo screening
preimpianto”. E quando la donna gli obietta che lui è un convinto
sostenitore della diagnosi preimpianto, Schattmann replica: “Lo sono, è
vero. Ciò non toglie che io debba agire rispettando la deontologia del
mio mestiere di medico: che, al di là di ogni interesse commerciale, mi
impone di dire la verità sull’inutilità e i rischi di questa tecnica”.
Sorprendente, per i canoni italiani. E infatti: qualcuno ha letto una
sola riga di tutto questo sui nostri giornali?
Avvenire, 14 novembre 2007

Boom di bimbi prematuri, per fecondazione artificiale, a Trento.

Su l’Adige del 24 gennaio, un’intera pagina è dedicata all’aumento in città dei bimbi prematuri, in seguito all’apertura di un centro di fecondazione: “Un boom di neonati sotto il chilo”, è il titolo a sei colonne. La giornalista introduce così: “Negli ultimi anni, dopo l’apertura del centro di fecondazione di Arco, il numero dei neonati prematuri in provincia è fortemente aumentato”. Si tratta di bambini nati con peso bassissimo, dai 350 ai 750 grammi, con evidenti rischi per la salute presente e futura. Si parla di “nuove patologie”, di emergenze che il reparto di neonatologia non sa come affrontare, per mancanza di posti, di personale e di strumenti. Tra le patologie in aumento vi sono “asfissie neonatali, insufficienze respiratorie, infezioni e malformazioni”. Qualcuno avrà detto ai genitori che sono ricorsi alla fecondazione artificiale che questa è forse, spesso, solo la prima parte del calvario? Che le malattie e le malformazioni in seguito a fiv possono aumentare e degenerare col tempo? Che tutte le ricerche danno una percentuale di handicap nei figli nati con le metodiche artificiali del 9%?

Torna il dibattito sulla procreazione medicalmente assistita. I rischi…

Torna oggi sul Corriere, con due paginoni, la polemica sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale. Chi come me ha sempre osteggiato tale legge, come un pastrocchio pieno di compromessi e incongruenze, non si stupisce affatto del flop della legge stessa. Solo che non bisogna farsi ingannare. Anzitutto perchè la legge 40 fa danni enormi, è impraticabile, e tutto quello che si vuole…ma rappresenta comunque un enorme passo aventi rispetto al far west precedente.

Che era qualcosa di spaventoso, rispetto a cui i nazisti inoridirebbero. Ma di questo parlerò un’altra volta. Ora vorrei solo sottolienare un fatto: tutti parlano di numeri, di figli in più o in meno, come se si trattasse del Pil. Nessuno che spieghi come funziona la fecondazione artificiale e come nascono i bambini che vengono partoriti attraverso determinate tecniche. Forse non è solo la quantità dei "prodotti del concepimento", come si chiamano oggi i bambini, che conta, ma anche la loro salute psico-fisica…

Ebbene sentiamo quali sono i rischi della Fiv secondo il massimo esperto italiano, il diessino Carlo Flamigni. Infatti, prima di tante polemiche, occorre chiedersi: la fecondazione artificiale, omologa ed eterologa, funziona? Le mamme ottengono il figlio sperato? Eventuali figli nascono sani o sono solo il frutto di sperimentazioni senza certezze?

Carlo Flamigni, ginecologo dell’Università di Bologna, pioniere e strenuo difensore della fecondazione artificiale in tutte le sue forme, consulente scientifico di Tecnobios (uno dei più importanti centri al mondo di fecondazione artificiale), nel suo "La procreazione assistita", Il Mulino, 2002, ammette:

1) la iperstimolazione ovarica sulla donna può provocare una "sindrome pericolosa persino per la vita" (pag.29; il Corriere della sera del 21/4/2004 infatti annuncia: "Muore dopo la fecondazione assistita. Una casalinga di Sciacca si era sottoposta a iperstimolazione ovarica"; il mensile Le scienze, Settembre 2004, gruppo L’Espresso, sostiene che nel lungo periodo l’iperstimolazione può determinare "un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella");

2)"tutte le tecniche di procreazione assistita si caratterizzano per il fatto di non essere molto generose in materia di risultati" (pag.35. Solo il 15% circa delle donne ottiene il figlio, dopo anni e migliaia e migliaia di euro);

3) riguardo ai bimbi nati con fecondazione artificiale "resta il dubbio relativo alla possibile comparsa di un’anomalia tardiva", specie "malattie di tipo degenerativo riguardanti il sistema nervoso e i muscoli" (pag.54; Repubblica del 19/9/2004: "…nostro figlio è nato down, con due gravissime malformazioni allo stomaco ed al cuore", dopo fecondazione artificiale ed analisi pre-impianto; Le scienze cit.: aumentano significativamente i casi di "paresi cerebrale, ritardo mentale, disturbi del comportamento", oltre a "difetti del tubo neurale, di atresia dell’esofago e di malformazioni cardiache" ecc.);

4) tra le complicazioni si segnalano: gravidanze tubariche, gravidanze multiple fino a cinque, sei, otto gemelli (con evidenti rischi per la salute della donna e probabili morti o handicap dei figli), altissima mortalità perinatale (20%), aborti ripetuti (dal 18 al 30%), parti prematuri, bambini sotto peso, parti operativi, "riduzione embrionale" (e cioè eliminazione in corso d’opera, a causa di gravidanza multipla, di embrioni dalla ottava alla dodicesima settimana, perfettamente formati) con "conseguenze drammatiche sull’equilibrio psicologico della madre". Ancora: gestosi, placente previe, lesioni vascolari, asciti, trombosi e tromboflebiti per le donne, malformazioni fetali…(pag. 65,66, 73,74) e "delusione della coppia, esperienza altrettanto frequente quanto sgradevole" (pag.62).

La fecondazione artificiale è infatti qualcosa di estremamente sperimentale. Flamigni, ad esempio sostiene, a pag.85, di aver fatto nascere 34 bambini con una determinata tecnica, ma "per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare ai 34 bambini già nati, almeno altri duecento fratelli. Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo…". I bimbi e le donne sono dunque cavie?

5) riguardo alla crioconservazione (congelamento) degli embrioni circa il 30% muoiono nella fase di scongelamento, mentre tra quelli sopravvissuti "alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata" (pag. 81): cosa nascerà da embrioni già danneggiati impiantati in utero? Considerando infine che nella fecondazione artificiale vengono sacrificati circa 92 embrioni su 100, e che nel processo in vitro vengono a mancare tutti quei segnali ormonali e chimici (colloquio crociato) che la natura fa scattare nel momento in cui l’embrione si forma nel corpo della donna (fecondazione in vivo), è facilissimo capire perché molti medici considerino la fecondazione artificiale tout court una pratica omicida e pericolosa, in cui si sperimenta sulle donne, sui bambini e sugli embrioni, creando illusioni e speranze fasulle in chi soffre il dramma della sterilità, e ottenendo di contro grossi guadagni.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che i "fecondazionisti" ad oltranza vorrebbero che venissero permessi l’utero in affitto, le mamme-nonne, la fecondazione con seme di persone morte, le "famiglie" composte da due padri o due madri, le banche del seme, più o meno pregiato, e la sperimentazione sugli embrioni. Riguardo a quest’ultima il discorso è assai lungo, ma basti pensare che ricercatori svedesi hanno messo a punto da tempo una tecnica chirurgica per aborti da effettuarsi tra la 18° e la 28° settimana con trapanazione del cranio del feto da vivo per aspirare con una cannula la substantia nigra del cervello, per una ipotetica quanto fasulla cura contro il morbo di Parkinson. Si tratta di "ricerca" scientifica o di mostruosità? Di stregoni o di scienziati?

E’ esistito in Italia il far west della provetta? Quali sono i rischi della PMA?

E’ opportuno iniziare questo studio sulla bioetica in generale partendo dalla discussione attualmente più calda e partecipata: quella sulla fecondazione in vitro (Fiv), detta anche fecondazione extracorporea. o procreazione medicalmente assistita 

Lo farò anzitutto in una prospettiva storica, facilmente accostabile da tutti, ed in particolare servendomi di un’opera di impostazione completamente antitetica rispetto alla mia, e cioè “La fecondazione proibita” di Chiara Valentini, giornalista de "L’Espresso" (Feltrinelli, 2004). La Valentini si propone di raccontare la storia della fecondazione in vitro in Italia, ma anche, e soprattutto, di far “capire le ferite imposte da una legge giudicata da molti la peggiore d’Europa”, ovvero la legge 40 sulla fecondazione assistita, contro la quale si è mossa la macchina referendaria di buona parte della sinistra, oltre a quella radicale. Succede, però, che a volte le intenzioni vengano sopraffatte dalla realtà. E la Valentini, giornalista di lungo corso, raccontando la realtà della procreazione assistita, finisce paradossalmente per dar ragione a chi la legge 40 la sostiene, se non, addirittura, a chi la ritiene eccessivamente permissiva. Vediamo come. Il suo testo si presenta come una storia degli esperimenti, delle prove, degli smacchi e dei successi di medici e intrallazzoni di tutta Italia, oltre che di altri paesi dell’Occidente. Paradossalmente, infatti, la critica alla legge 40 è relegata nello spazio di poche, acide pagine, e questo permette al lettore di capire da un punto di vista storico, e quindi oggettivo, cosa sia veramente successo (mi permetterò, qua e là, qualche aggiunta).

Nel 1978 nasce in Inghilterra la prima bambina fecondata in vitro, Louise Brown. In quello stesso anno un intellettuale comunista convertito, André Frossard scrive: "Il giorno, e vi dico che non tarderà, in cui i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone". Effettivamente da quella bambina in poi avviene qualcosa di nuovo, qualcosa che prima era assolutamente inimmaginabile. Medici intraprendenti, biologi specializzati nella fecondazione in vitro di vacche e conigli, come il francese Testart, dottori esperti in aborti come Patrick Steptoe, un "socialista accanitamente ateo" come il biologo Robert Edwards, e tanti altri, si dedicano a scoprire modalità di ogni tipo per rendere possibile la fecondazione umana extracorporea. Tutto avviene nel segreto delle cliniche, di solito private, e viene alla luce soltanto nei casi più clamorosi.

In Italia si distinguono i dottori Daniele Petrucci, Ettore Cittadini e Vincenzo Abate. Quest’ultimi due si contendono a colpi di stampa il primato del primo bambino realizzato in provetta: Abate, che poi rinnegherà il suo passato per scrupoli morali, rivendica a suo merito la nascita di Alessandra Abbisogno, nella clinica Posillipo di Napoli, mentre Cittadini fa venire al mondo, nel 1984, a Palermo, Eleonora Zaccheddu. A questa generazione di medici pionieri si aggiungono col tempo alcuni ginecologi destinati a grande fortuna, spesso specializzatisi all’estero, in particolare Carlo Flamigni e Luca Gianaroli, oggi entrambi attivi a Bologna, città che la Valentini definisce "il triangolo d’oro" della fecondazione in vitro (Fiv) in Italia. "Triangolo d’oro" fa venire alla mente il traffico di schiavi degli inglesi e dei portoghesi nel Seicento-Settecento, o il triangolo dell’oppio tra Inghilterra, India e Cina nell’Ottocento.

Non di questo si tratta, ma comunque, di certo, di un giro enorme d’affari. E’ infatti evidente che, dopo i primi "successi" della Fiv, la voce si sparge, e le coppie sterili, sempre di più, cercano un conforto alla loro tristezza e un aiuto da chi promette di darglielo. Sono disposte, evidentemente, a mantenere riservatezza su ciò che viene loro chiesto, e a pagare profumatamente, se necessario ipotecando la casa o vendendo dei beni. Sono disposte a tacere riguardo a ciò che viene loro fatto, sia nel campo delle sperimentazione di nuove tecniche, sia sotto ogni altro aspetto: "il corpo di quelle donne veniva usato come una cosa inanimata e senza volontà, come se la situazione di medico che può far partorire un figlio gli desse un diritto speciale" (p.107).

Nascono dovunque laboratori improvvisati, perché, a differenza che per qualsiasi altra specialità medica, non è richiesto alcun permesso nè alcuna specializzazione: un dentista di Firenze la sera, deposto il trapano, trasforma il suo studio in un centro di Fiv; altri dottori, poco attrezzati e poco esperti, improvvisano improbabili tecniche o si limitano a spillare quattrini, senza alcun risultato. Sorgono addirittura "finanziarie collegate a studi medici pronte ad erogare prestiti ad aspiranti genitori": un "businesss per decine di miliardi e senza regole" ("Panorama", 11/12/1997). "Chi operava nel privato – scrive la Valentini – non aveva regole specifiche da rispettare…Non c’era alcun obbligo di far verificare la scientificità e la sicurezza dei propri metodi agli ispettori del ministero. Non c’erano limiti alle tariffe e non esisteva neanche un registro nazionale dei centri con iscrizione obbligatoria, come in molti altri paesi" (p.100).

Le tecniche infatti sono ancora molto sperimentali e molto costose: basti pensare che oggi un ciclo di Fiv può costare anche diecimila euro, esclusi annessi e connessi (solitamente viene ripetuto più e più volte), e che una donazione di ovociti arriva a ottomila euro. Si sa di coppie, in America, che spendono tuttora sino a trecentomila dollari per realizzare il sogno di un bambino tutto loro: del resto si tratta di un sacrificio che, dal punto di vista umano, è perfettamente "comprensibile" (“la Repubblica delle donne”, 16/10/2004). Il fatto triste è che in queste cliniche private e non, a cui lo Stato italiano non porrà alcun limite fino al 2004, succede un po’ di tutto: siamo nella fase iniziale, e occorre sperimentare, come per ogni procedimento scientifico.

Di quello che è successo, in realtà, sappiamo ben poco, perché tutto è rimasto a lungo nell’ombra. Per questo si è parlato per anni di “far west della provetta”, di sperimentazione selvaggia sul corpo delle donne e sulla speranza delle coppie. Ne parlavano, già negli anni Ottanta, non solo i cattolici, ma anche alcuni movimenti di sinistra, specie femministe e ambientalisti. Lo ricorda la Valentini, accennando qua e là ad alcuni nomi di personalità della sinistra italiana che dimostravano in quegli anni una certa preoccupazione per un fenomeno così grave e così assolutamente deregolamentato: il verde Alex Langer, Nilde Jotti, Livia Turco, la sociologa Franca Pizzini e la psicoanalista Marisa Fiumanò. Soprattutto in ambienti ecologisti e femministi ci si poneva il problema molto chiaramente: cosa è questa fecondazione in vitro? Che effetti ha sulla donna la tempesta di ormoni destinata a favorire l’iperstimolazione ovarica, preliminare ad ogni fiv? Come nasceranno gli eventuali bambini? Saranno sani o no? C’è il rischio di pratiche eugenetiche? E gli embrioni?

Del resto è ovvio chiederselo: siamo veramente in grado di controllare la vita?

Oggi, nell’anno 2004, in seguito all’emanazione di una legge che regolamenta qualche eccesso, quasi tutta la sinistra, in alleanza con i radicali e con le cliniche private nelle quali si pratica la Fiv, afferma che il far west non è mai esistito, e che l’assenza di qualunque controllo è meglio di qualunque divieto.

Lo scrive il professor Flamigni: "Non c’è mai stato nessun far west" ("Io donna", settembre 2004). Eppure la Valentini ci offre un ventaglio di storie da vero far west, raccapriccianti. In un capitolo intitolato "Benvenuti al circo Barnum" descrive le prodezze del ginecologo romano Severino Antinori, famoso anche perchè portava al punto giusto gli spermatozoi immaturi nei testicoli dei topi. L’Antinori ha reso possibile, negli anni, la gravidanza di "decine di donne over sessanta", la più famosa delle quali è senz’altro Rosanna Della Corte, di anni 63. Questa donna "si sarebbe presentata nello studio romano di Antinori tenendo tra le mani un piccolo contenitore di azoto liquido" contenente lo sperma del marito, morto dieci anni prima (p.80). Sempre Antinori ha fatto partorire due gemelli ad una "imprenditrice inglese miliardaria di 59 anni", ed ha fatto sì che una ragazza siciliana, Manuela, portasse "in grembo l’embrione frutto degli ovociti della madre e degli spermatozoi del patrigno" (p.85). E’ successo anche il contrario: una mamma napoletana, Regina Bianchi, "aveva accettato di portare la gravidanza al posto della figlia", ma aveva perso il bambino. In più occasioni, in questi anni di sperimentazione selvaggia, venivano concepiti con Fiv, non unici, ma in serie, quasi prodotti artificiali, spesso per l’impianto di troppi embrioni, 5, 6, addirittura 8 gemelli: con conseguenze gravi sulle mamme, con uteri che arrivavano a pesare 16 chili, mentre i bimbi in gran parte morivano, o nascevano prematuri, sottopeso, con gravi menomazioni fisiche e mentali (otto gemelli: a Napoli nel 1979, a Palermo nel 1989, a Trapani nel 2000…). Perché tanti gemelli? Anche perché non vi era alcun limite rispetto agli embrioni da impiantare. Sempre la Valentini ci racconta il caso di una donna di Reggio Emilia a cui vennero impiantati dal professor La Sala ben dieci embrioni. Ne nacquero "quattro minuscole creature, che pesavano meno di otto etti". Due morirono quasi subito, gli altri erano fragilissimi, e ci vollero "sei mesi di incubatrice e di cure intensive" per salvarli(p.105).

Il problema dei troppi embrioni che i medici impiantavano, per maggior "efficienza", viene affrontato dalla Valentini anche a pagina 140 e 141, con una malizia che è stata spesso utilizzata in questi mesi da parte del fronte referendario. Si legge infatti a pagina 140 che una donna di 38 anni, dopo l’entrata in vigore della legge 40, è rimasta incinta di ben tre gemelli "a causa dell’obbligo di impiantare comunque tre embrioni": la colpa sarebbe dunque della legge, che impone l’impianto di troppi embrioni (ma prima non se ne impiantavano anche dieci?). A pagina 141 si parla invece di un’altra donna, le cui speranze di avere un figlio sarebbero pochissime causa l’ "obbligo di impiantare massimo tre embrioni": la colpa sarebbe dunque ancora della legge, questa volta perché permette l’impianto di troppo pochi embrioni! La verità è che la Legge 40 prescrive di impiantare un numero di embrioni "comunque non superiore a tre", e quindi anche inferiore, anche perché non si verifichino più casi come quelli degli otto gemelli citati.

Un altro fenomeno orribile di cui la Valentini dà conto è quello degli uteri in affitto. La Fiv senza regole infatti crea una sorta di nuovo lavoro: affittare il proprio utero per realizzare il desiderio di maternità di una coppia. In tutta Europa e in America nascono agenzie specializzate. Fabrizio Del Noce, nel suo "Non uccidere" (Mondadori), racconta che nel 1995 in Usa un utero in affitto veniva a costare circa 41.000 dollari; 16.000 all’agenzia, 10.000 alla prestatrice d’utero, 15.000 per le spese mediche e l’assistenza legale. Perché l’assistenza legale? Perché l’utero in affitto porta con sé dei gravi problemi. Ne parla la Valentini da pagina 86 a pagina 94. Succede, per esempio, che la gestante si affezioni al bambino portato in grembo, e che alla fine decida di non "consegnarlo"; o che faccia pesare la sua presenza anche dopo il parto, ritagliandosi a forza uno spazio nell’affetto del bimbo e nella famiglia. Oppure approfitta per alzare il prezzo, man mano che l’ora del parto si avvicina. Si registrano anche casi di gestanti che decidono in corso d’opera che non ne vale la pena, e abortiscono; che sono malate di aids, e contagiano il nascituro; che gestiscono la gravidanza senza alcuna precauzione, danneggiando il futuro neonato. Succede, ancora, che la coppia committente, nell’arco dei nove mesi, si separa, e nessuno allora vuole più il bambino; o che alla fine del parto nessuno riconosce il neonato come suo. In Italia c’è un caso divenuto celebre: quello di un ricco pasticcere di Seregno, che affitta l’utero di una donna algerina. Costei ne approfitta e alza di continuo il prezzo: chiede 40 milioni, poi una paninoteca in gestione, poi una macchina sportiva. Alla fine il pasticcere si secca e la allontana. Ma la moglie, disperata per tutta questa vicenda, si spara in testa: non muore, ma rimane cieca. Quando il bambino nasce, e visto che in Italia il figlio è (e continua a essere) di chi lo partorisce, riconoscono, accanto alla madre algerina, la paternità del pasticcere, ma permettono a sua moglie di adottare il bambino, se colei che ha partorito è d’accordo.

In vari punti la Valentini parla della fecondazione eterologa, dichiarandosi ovviamente a favore. Ciò non le impedisce di raccontare che in molti paesi in cui l’eterologa è permessa vi sono dei registri col nome dei "donatori", affinchè il futuro bambino o bambina possa un giorno conoscere la sua origine genetica, per evitargli gravi danni psicologici. I genitori che non dicono subito ai figli che sono stati generati con gameti altrui, sostiene la Valentini, "danneggiano i figli", come dimostrano quattro casi da lei riportati: Heidi, nata da donatore, "ha gravi problemi psichici"; Peter racconta di aver finalmente capito perché il padre lo aveva sempre rifiutato solo dopo essere venuto a conoscenza del fatto che non era suo padre genetico; Robert, venuto a sapere per caso di essere nato da donatore, afferma: "E’ come essere stato investito da un treno"; Susannh, invece, spiega: "appena sarò più grande cercherò di sapere chi è l’uomo che ha dato alla mamma il seme che mi ha fatto nascere. E’ duro crescere senza sapere niente di metà del proprio patrimonio genetico". In Australia, scrive ancora la Valentini, in un "documentario andato in onda nel 2000 viene seguito passo dopo passo il viaggio di una ragazza di 17 anni alla ricerca del donatore che le aveva dato la vita" (p.168.169). Non si capisce, dopo questi esempi, dove stia la positività dell’eterologa (anche l’ovodonazione tra parenti viene definita "un disastro" a p.77).

Tanto più che essa richiede la crioconservazione (con il conseguente degrado biologico) e l’esistenza di banche del seme e degli embrioni: ne nascono alcune in questi anni di far west in Italia, tra cui quella di Roma, fondata da Emanuele Lauricella. Esse effettuano di solito la vendita di sperma e ovociti per corrispondenza, senza alcun controllo sanitario. C’è addirittura "un vero e proprio mercato di ovociti rubati e anche molti embrioni cambiavano proprietario" (p.102). Abbondano i "donatori", come li chiamano con un eufemismo i medici che fanno la Fiv (espertissimi nella neolingua orwelliana): si tratta di uomini e donne che vendono il seme o gli ovuli, di continuo, anche una volta al mese, spargendo a destra e a manca figli, che magari un giorno potrebbero anche incontrarsi senza saperlo. La Valentini nel suo libro ne intervista due, un maschio e una femmina: l’uomo è un tipo "colto, di sinistra", che vende il suo seme per 100.000 lire una volta al mese, affermando di provare un "generico senso di potenza". La donna è un’aspirante attrice, che mette insieme qualche soldo "donando" (ma in realtà vendendo) ovuli (pratica comunque pericolosa per la sua salute): anche lei provava, scrive la Valentini, "una specie di sensazione di potenza" all’idea di quanti bambini aveva fatto nascere nel suo quartiere.

La cosa incredibile è che alla fine gli autori di queste nefandezze, intendo soprattutto i medici, non hanno mai pagato. Sempre la Valentini sostiene che delle cinquanta donne da lei intervistate "quasi la metà ha riferito di episodi di malasanità in genere": molestie sessuali, impianto di embrioni altrui, eterologhe fatte senza permesso della coppia, stimolazioni ovariche eccessive, impianto di troppi embrioni, dosaggio sbagliato dei farmaci, aborti procurati per errori medici (p.101-102-103)… Eppure quasi nessuna coppia si arrischiava a denunciare i medici responsabili. Anche se lo avesse fatto, in assenza di legge, non sarebbe successo nulla. E’ emblematico a riguardo il caso del dottor Giovanni Mencaglia (p.108): costui "si era inventato la vendita dello sperma per corrispondenza". Nei suoi affari aveva venduto a vari centri di fecondazione artificiale un migliaio di dosi di seme di un solo donatore, affetto per di più da epatite C. Scoperto dalla polizia nel 1997, indagato per tentata epidemia, non aveva subito alcuna conseguenza ed era potuto tornare tranquillamente ai suoi esperimenti di fecondazione artificiale.

L’ultimo aneddoto istruttivo che citerò è quello di Brigitte Fanny Cohen, specialista di medicina del canale tv France 2, sottopostasi inutilmente a iperstimolazione ovarica per avere un figlio con Fiv. La Valentini racconta che durante una conferenza stampa la Cohen spinge un medico ad ammettere il rischio tumore connesso a tale pratica. Poi gli chiede: "Perché non avvertite le pazienti?". E il medico: "Se lo dicessimo nessuna farebbe più la fecondazione artificiale" (p.95).

Infine, riguardo a tutta la problematica sulla sanità o meno dei bimbi nati da Fiv, la Valentini non ritiene opportuno parlare. Sfaterebbe il mito scientista, così ben costruito dalla stampa, a dispetto della realtà. Con la leggerezza di un uccello in volo si limita a scrivere, a pagina 160, che i trigemini, l’8% dei nati da Fiv, corrono vari rischi di "disagi fisici o mentali". Inoltre "si può ipotizzare che alcune tecniche danneggino la buona salute e la crescita regolare del bambino". Riguardo all’Icsi, conclude, "alcuni studiosi parlavano di lievi ritardi mentali nel primo anno di vita. Altri sostenevano che poteva provocare anomalie dei cromosomi sessuali"… ma non paiono problemi degni di approfondimento!

Eppure vi sono decine e decine di studi, non necessariamente contrari alla Fiv, che sottolineano le controindicazioni insite in queste nuove tecniche scientifiche.

Nel suo "Procreazione medicalmente assistita" (Armando editore, Roma, 2004), ad esempio, Manuela Ceccotti riporta uno schemino tratto da alcune indagini italiane ad opera di Eurispes (1990), Flamigni (1998), Sismer (1998), in cui risulta che in seguito a Fiv gli aborti vanno addirittura dal 18 al 30%; le prematurità dal 9 al 18%; i parti gemmellari, che sono sempre classificabili come complicazioni serie, dal 20 al 35 %; i parti trigemini, che sappiamo associati a rischio morte per la madre e a deficit fisici e/o mentali per i bimbi, dallo 0.5 al 6 %; la mortalità perinatale dal 13 al 17%; il basso peso alla nascita, con evidenti conseguenze sulla salute, dal 5 al 10%

Si tratta per chiunque abbia un minimo di onestà di un bilancio angosciante, testimoniato da personalità e centri favorevoli alla Fiv, del resto perfettamente in accordo con quanto scriveva il già citato dottor Cittadini, pioniere della Fiv in Italia, nel suo "Il tempo del sogno", Sellerio. A pagina 31 ad esempio affermava: "Nel 1982 abbiamo trattato con Fivet 18 donne, avendone due gravidanze, entrambe esitate in aborto. Nel 1983 su 51 tentativi abbiamo avuto quattro gravidanze, delle quali due sono oggi presso il termine e due sono esitate in aborti…".

Ma torniamo al libro della Ceccotti. A pagina 111 si dice: "La mortalità materna è tre volte superiore nelle gravidanze multiple rispetto alle gravidanze singole, prevalentemente come conseguenza del maggior rischio di preeclampsia e di emorragia al parto (Nicolini e Hall). Per quanto riguarda i feti/neonati, molti sono i problemi derivati dalla prematurità. L’epoca gestazionale media per il parto è pari in media a 37 settimane per gravidanze bigemellari e 33.5 per trigemellari. La percentuale di nati di peso inferiore ai 1500g è del 10% per gemelli, 25% per trigemelli e maggiore del 50% per nati da gravidanze con quattro o più gemelli. Come conseguenza la mortalità perinatale è 4-5 volte superiore nelle gravidanze bigemellari e 9 volte superiore nelle gravidanze trigemellari… La probabilità di morte trascorso il periodo neonatale è 3 volte superiore nei gemelli rispetto ai singoli nati e quella della mortalità infantile 5 volte più elevata. Il rischio di paralisi cerebrale è del 7% nei gemelli e del 28% nei neonati da gravidanza trigemellare. Anche quando i bambini sopravvivono sono comuni i problemi di ritardo del linguaggio e le difficoltà di apprendimento. L’impatto sulla famiglia è inoltre importante: sono comuni infatti i problemi comportamentali nei fratelli maggiori dei gemelli e la depressione è più frequente nelle madri di gemelli che in quelle di nati singoli…". La Ceccotti prosegue ricordando che "il rischio di anomalie cromosomiche è aumentato", e che "esiste comunque un eccesso di rischio pari ad un fattore di circa tre volte per alcune malformazioni: difetti del tubo neurale, occlusioni del tratto gastroenterico, onfalocele ed ipospadia".

In conclusione, dopo aver letto il libro della Valentini, nonostante le strane omissioni, non è ben chiaro perché, per sentirsi buoni e amici della scienza, occorra essere intransigenti avversari di una legge che vieta le mamme-nonne, gli uteri in affitto, le banche del seme, l’impianto di troppi embrioni, e che istituisce per la prima volta in Italia un registro nazionale dei centri di Fiv e l’obbligo del consenso informato alle coppie. Consenso che spieghi le spese cui si va incontro, i rischi della iperstimolazione ovarica e quelli per la salute degli eventuali nascituri. Del resto è la stessa giornalista a dire, ad un certo punto, che il danno più grave non è quello fatto alle coppie sterili ma quello agli operatori del settore: "La categoria che forse più esce con le ossa rotte dalle nuove norme sono i medici della fecondazione assistita" (p.135). E questo può dispiacere a lei, che a fine libro ringrazia soprattutto loro, uno per uno, da Flamigni a Gianaroli a La Sala, ma non certo a chi crede che anche la scienza, come tutto, sia vincolata alla verità, alla giustizia e al bene delle persone.

Aveva quindi ragione il già citato Frossard, allorché proponeva Ponzio Pilato come patrono di quegli scienziati che si ritengono al di là del bene e del male, che non si pongono il problema riguardo alla bontà o meno di ciò che fanno: “Non ho sentito dire – concludeva – che gli alchimisti di Los Alamos abbiano perso il sonno dopo Hiroshima e Nagasaki. E’ stato un aviatore ad entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba; quelli che gliela avevano fornita non l’hanno neppure accompagnato fino alla porta del convento”.

Bisognerebbe sempre ricordarsi che sono esistiti gli psichiatri alla Lewis Yealland, che nella I guerra mondiale sperimentavano le scosse elettriche e le molle arroventate sui soldati in preda a crisi nervose; che è esistito il dottor Mengele, con la sua accolita di dottori nazionalsocialisti; che il neurochirurgo Egas Moniz vinse il premio Nobel nel 1949 per aver inventato la lobotomia, cioè perché tagliava i lombi frontali del cervello dei malati psichici trasformandoli in zombie. Bisognerebbe ricordare che in questi nostri anni il dottor Kevorkian si fa paladino dell’eutanasia per poi espiantare gli organi dei suoi assistiti; che centinaia di bambini sono stati rapiti ed espiantati, in Brasile, in Madagascar, nei paesi dell’est, da medici che lucravano sui loro organi… "Mors tua vita mea": è una filosofia troppo diffusa, per non andare coi piedi di piombo di fronte a fenomeni nuovi ed inquietanti come la Fiv.

(tratto da: Francesco Agnoli, "Voglio una vita manipolata", Ares)

 

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