La fecondazione in vitro uccide più donne dell’aborto

Mentre nel 2007 sono morte due donne come conseguenza di un aborto volontario, ne sono morte sette come conseguenza diretta della fecondazione in vitro (fivet) tra il 2003 ed il 2005, come è stato evidenziato in un recente editoriale del British Medical Journal. Tutto questo è avvenuto nonostante il numero di cicli di fivet sia in proporzione di uno a quattro rispetto al numero di aborti, secondo quanto afferma la dottoressa Susan Bewley, consulente ostetrica alla Guy’s and St. Thomas NHS Foundation Trust di Londra. Quattro morti per fivet tra il 2003 ed il 2005 sono dovute a sindrome da iperstimolazione ovarica, causata dai farmaci che aumentano la fertilità, mentre tre sono state causate da gravidanze multiple. La dottoressa Bewley ed i suoi colleghi hanno scritto che bisognerebbe che ci fosse un resoconto sistematico dei casi in cui la Fivet provoca gravi conseguenze sulla salute, così che si possa imparare la lezione ed agire di conseguenza. Un recente studio effettuato in Olanda ha mostrato che il tasso complessivo di mortalità delle gravidanze post-fivet è maggiore del tasso complessivo di mortalità nella popolazione olandese. Ci sono state 42 morti su 100’000 gravidanze post-fivet e 6 morti su 100’000 gravidanze complessive. Le statistiche del Regno Unito hanno confermato questo dato.

Fonte: articolo di Jared Yee su Bioedge

Paesi poveri? Fate figli in vitro

di Assuntina Morresi

Ginevra, 17 settembre 2001. Tutto comincia ufficialmente lì, quasi dieci anni fa, in un autorevole consesso internazionale, quando esperti ed operatori del settore esaminano pubblicamente per la prima volta la possibilità e l’opportunità di introdurre tecniche di fecondazione assistita nei paesi in via di sviluppo: neppure una settimana dopo l’attentato alle torri gemelle a New York, al quartiere centrale dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), prende il via un importante meeting di cinque giorni, "Medical, Ethical and Social Aspects of Assisted Reproduction" (aspetti medici, etici e sociali della Riproduzione Assistita).

I contributi sono tanti. Ma particolarmente significativo è quello di A.S. Daar e Z. Merali, dal titolo: "Infertility and social suffering: the case of ART in developing countries". Appare subito una sorta di "manifesto" sul tema. Si spiega innanzitutto come quello dell’infertilità sia un problema più pesante nei paesi terzi, rispetto a quelli sviluppati. Potrà apparire sorprendente, perché è l’Occidente a "vantare" il tasso di nascite più basso. Eppure le stime parlano dell’Africa come della regione con uno dei maggiori tassi di infertilità del mondo, specialmente di quella secondaria (l’impossibilità di avere altri figli dopo il primo), mentre il primato dell’infertilità primaria (cioè l’impossibilità di concepire) spetta all’Asia. Gli autori si dilungano ampiamente sullo stigma dell’infertilità, sottolineandone le tragiche conseguenze, a partire dalle donne, con descrizioni terrificanti: dall’isolamento sociale fino all’istigazione al suicidio e anche all’omicidio. «L’infertilità ha la potenzialità di distruggere la pace, esacerbare la povertà e devastare le comunità»: un grido di dolore, con toni tanto accorati quanto poco credibili, visti i trascorsi decenni di allarmi per la sovrappopolazione del pianeta, e considerate le politiche antinataliste, promosse anche dall’Oms, nelle stesse zone del pianeta che le medesime agenzie internazionali scoprono improvvisamente minacciate dalla sterilità (ad esempio in India o in Bangladesh).

E siccome deve essere abbastanza imbarazzante anche per l’Oms ignorare mezzo secolo di queste politiche, ecco qua – excusatio non petita – la giustificazione per la diffusione della fecondazione in vitro: «Se le persone infertili non hanno accesso alle tecniche di riproduzione assistita poiché in questo modo potrebbero "contribuire" alla sovrappopolazione, perché allora salvare delle vite nei paesi in via di sviluppo usando tecnologie mediche, visto che anche questo potrebbe avere un "effetto sovrappopolazione"? Se si pensa che sia giustificato impiegare tecnologie mediche per prevenire la sofferenza, perché non lo è usare tecnologie mediche per alleviare la sofferenza di essere infertili?».

Per superare le difficoltà economiche, considerati gli investimenti necessari per avviare questo tipo di attività, si suggeriscono collaborazioni fra pubblico e privato: oltre a segnalare l’esempio positivo delle cliniche di fecondazione assistita in India, si ribadisce il vantaggio della competitività dei costi nei paesi in via di sviluppo, dovuta alla «inventiva nelle condizioni avverse, al maggior numero di ore lavorative, al minor costo del lavoro». Insomma, secondo gli esperti consultati dall’Oms i poveri sanno aguzzare l’ingegno, lavorano di più e non pretendono salari stratosferici, e quindi ci sono tutte le condizioni per investire in questo promettente settore.

Toni ed argomentazioni appaiono decisamente surreali, ma pecunia non olet: il dibattito è aperto e partono le prime iniziative. Vayena e collaboratori, in un articolo del 2002, pubblicato nella rivista specializzata "Fertility and Sterility", danno notizia di «gruppi di consumatori» sorti in Kenya e in Bangladesh per aumentare la consapevolezza sul problema dell’infertilità e sui possibili trattamenti, chiaramente di fecondazione in vitro. L’idea di gruppi di «consumatori» di fecondazione assistita in Bangladesh è francamente poco convincente, e a tutt’oggi non sembra aver suscitato grandi entusiasmi, a cominciare dalla popolazione locale.

Nell’agosto del 2006 la rivista Nature dedica un lungo articolo all’argomento: nell’Africa sub sahariana operano più di venticinque cliniche private che offrono servizi di IVF. Il primo bambino è nato a Lagos, in Nigeria, nel 1989: ma un trattamento costa circa 2500 dollari, un prezzo troppo elevato anche per le classi sociali a reddito medio. Per abbassare i prezzi si cercano nuovi protocolli con materiali e procedure diverse e meno onerose economicamente di quelle adoperate in occidente, che però richiedono nuove sperimentazioni, e comunque sono meno efficaci. Per diffondere le ART nei paesi terzi bisogna ridurre il costo di un trattamento a qualche centinaio di dollari – si parla di 200 – rispetto ad alla cifra media per un trattamento standard nei paesi sviluppati, che può superare i diecimila.

Per esempio i costosissimi ormoni possono essere sostituiti con sostanze più accessibili, come il citrato di clomifene. I costi si abbattono da 300-450 dollari a circa un dollaro, ma si produce anche un numero minore di ovociti, con la conseguenza di avere un tasso di successo inferiore rispetto agli standard occidentali.
Si propongono soluzioni che lasciano – per usare un eufemismo – perplessi: Hovatta e Cooke, ad esempio, in una loro pubblicazione del 2006 sull’"International Journal of Gynecology and Obstetrics", suggeriscono, fra l’altro, come evitare l’acquisto di un incubatore per lo sviluppo degli embrioni. Gli ovociti prelevati, insieme al liquido seminale, si possono mettere in una "capsula" appositamente predisposta, ben chiusa ed inserita nella vagina della donna, «con la raccomandazione di spingerla dentro immediatamente se rischia di cadere fuori». Dopo 24 ore gli eventuali zigoti formati potrebbero essere trasferiti in utero. In alternativa, altri operatori del settore ripescano una procedura seguita per anni in veterinaria, quella con l’incubatore "sottomarino": come già fatto con gli embrioni di mucca, anche quelli umani potrebbero essere lasciati in coltura dentro una busta di plastica sigillata, immersa in acqua calda.

Sono percorsi chiaramente improponibili nei nostri paesi, ma questo è il paradosso a cui si arriva: in nome dell’equità di accesso ai trattamenti sanitari, pur di offrire anche alle coppie infertili dei paesi in via di sviluppo le nuove tecnologie a disposizione per i ricchi occidentali, si propone di fatto una profonda disparità dei trattamenti. Il problema dell’infertilità resta, così come quello della grave insufficienza dei servizi di assistenza sanitaria. E la diseguaglianza aumenta, in nome di quello che potremmo chiamare un "colonialismo procreativo" che porta molti più problemi rispetto alle rare situazioni personali che riesce a risolvere.

Chi non può applaudire il dott. Edwards, Nobel per la medicina

E’ davvero lunga, purtroppo, la lista di coloro che non possono applaudire Robert Geoffrey Edwards, "padre" della fecondazione in provetta a cui oggi è stato assegnato premio Nobel per la medicina. Mancano anzitutto le donne – sono l’82% del totale – che, nonostante aver speso una fortuna ed essersi sottoposte alle non gradevoli terapie di stimolazione ovarica, il figlio tanto cercato non l’hanno mai avuto. Manca anche la donna deceduta pochi giorni fa all’ospedale Buzzi a Milano in seguito ad un’emorragia, dopo aver dato alla luce con parto cesareo tre gemelli concepiti grazie a una fecondazione assistita; e con lei tutte le decine di aspiranti madri che cercando un figlio con la fecondazione hanno purtroppo trovato la morte. Tra le assenti si segnalano anche la madri dei bambini concepiti in vitro con maggior rischi, rispetto agli altri, di basso peso alla nascita ("Arch Gynecol Obstet", 5/8/2003), di malformazioni cardiache ("British Medical Journal", 15/6/2010), di avere un cancro ("Pediatrics", 7/4/2010), di complicazioni ("Gynaecol Can". 28/3/2006), di paralisi cerebrale ("Pediatrics", 2/8/2006), di sequele neurologiche, ("Lancet" 9/2/2002). Non partecipano ai festeggiamenti, per ovvi motivi, nemmeno gli embrioni – e sono un numero incalcolabile – creati in laboratorio e scartati, strada facendo, perché poco adeguati alle richieste di mercato.

Uteri in affito, embrioni via corriere espresso

Ormai la vita umana è una merce. Siamo arrivati a spedire embrioni come fossero plichi di libri, a produrli dove la materia prima, la manodopera e i mezzi di produzione costano meno. La vita umana, il bene più prezioso che c’è, sottomesso alle leggi di mercato. Se non ci credete, leggete questa storia incredibile che viene dall’India.

Da Avvenire del 16 settembre 2010:

Mentre dal report triennale stilato dalla Iffs, la Federazione internazione delle società scientifiche sulla fertilità, si apprende che il boom del settore medico legato ai servizi legati alla fecondazione artificiale ha fatto superare la soglia delle 500 cliniche disseminate in India, dal Paese asiatico giunge una notizia che ha dell’incredibile. A diffonderla è stato il quotidiano The times of India, che ha ridestato l’attenzione sul fenomeno delle madri surrogate, estremamente diffuso nei Paesi in via di sviluppo. La novità sorprendente è che un sempre maggiore numero di cliniche offre un nuovo servizio: i genitori che intendono usufruire dell’utero di una donna “in affitto” non devono più recarsi in India, ma possono spedire solo l’embrione che viene poi impiantato nella madre surrogata. Tutto ciò contribuisce ad abbassare i costi per chi desidera un bimbo, come nel caso del quarantenne citato sul quotidiano indiano. L’uomo, cittadino degli Stati Uniti, ha deciso di diventare un padre single, ma non potendosi permettere un lungo soggiorno in India per lui e per la donatrice dell’ovulo, ha optato per scegliere il gamete femminile tra i tanti cataloghi disponibili presso cliniche statunitensi.

Così, una volta effettuata la fecondazione in vitro, l’embrione ha compiuto il suo viaggio verso l’India in condizioni di temperatura adatte alla sua conservazione. Come dichiarato dal dottor Manish Banker, esperto in materia, l’uomo a questo punto dovrà esclusivamente “firmare i documenti legali e tornare in India solo quando la gravidanza surrogata sarà giunta a termine, per prelevare il bambino”. Un caso analogo riguarda una coppia australiana, ma sono molti ormai coloro che si avvalgono di questo “servizio”, allettati dal risparmio di tempo e denaro. La dottoressa Nayna Patel, della Akanksha Infertility Clinic, che si occupa proprio della maternità surrogata, ha specificato che gli addetti ai lavori preferiscono seguire le coppie sin dalla fecondazione ma che non si possono ignorare “i veri problemi” di coloro che non possono permettersi lunghi viaggi.

La maternità surrogata in India è legale, secondo quanto previsto dalla regolamentazione emanata quest’anno dal Ministero della salute, della famiglia e del welfare indiano. Del testo fanno parte anche i fac-simile dei moduli che i donatori di gameti e la madre surrogata devono firmare per il consenso. Un anno fa una commissione governativa aveva espresso la necessità di regolare la fecondazione assistita, auspicando che la maternità surrogata non venisse vietata per “vaghe ragioni morali”. Lorenzo Schoepflin

Fecondazione terrorista

Prendano pure nota, gli osservatori internazionali dei diritti umani, perché da oggi c’è un diritto fondamentale in più da tutelare: il ricorso alla fecondazione assistita. Che deve essere garantito a chiunque, costi quel che costi. Lo si è stabilito nel magico regno zapateriano – noto laboratorio internazionale di perversioni – dove hanno riconosciuto a tali Fernando Garcia Jodrà e Nerea Bengoa, due terroristi dell’Eta condannati all’ergastolo, il diritto di risolvere i loro problemi di fertilità – spalleggiati dalla sanità pubblica e dunque gratis – ricorrendo alla fecondazione assistita. Il colmo è che in Spagna, a quanto pare, le sole ad indignarsi sono state le oltre 145 coppie in lista d’attesa, che si sono sentite scavalcate dalla coppietta ergastolana.

Come a dire: il problema non è se sia giusto o meno concedere a due terroristi di amoreggiare liberamente tra le sbarre, né tanto meno se sia immorale il ricorso alla fecondazione, qualora il loro copulare di costoro si rivelasse infecondo: lo scandalo sarebbe tutto e solo nella corsia preferenziale della quale i due ergastolani avrebbero beneficiato; per il resto, nulla di strano. Quindi nessuno si domanda più, tanto meno in Andalusia, se la fecondazione assistita sia una pratica accettabile, se sia giusto sottoporre la donna a quel massacro farmaceutico chiamato iperstimolazione ovarica e se sia giusto creare e distruggere un numero imprecisato di esseri umani. Tutti dubbi da bigotti, non scherziamo: il concepimento in vitro è un diritto da assicurare sempre e comunque. O almeno così si dice in Spagna; ma, conoscendo il posto – e soprattutto l’illuminato galantuomo che lo governa –, qualche dubbio viene.

Biologicamente, ho tre genitori. Giuridicamente, ne ho due. In pratica, non lo so.

E’ stato pubblicato sulla rivista Nature il risultato relativo ad una nuova sperimentazione che consente la creazione di embrioni umani usando il Dna di tre persone diverse: due madri e un padre. Il team di ricercatori, guidati da Douglass Turnbull dell’Università di Newcastle, si sono posti come obiettivo quello di arrivare alla formazione di un bebè “disease-free”, cioè a prova di malattie ereditarie. Insomma, un piccolo geneticamente modificato per eliminare le circa 150 malattie conosciute che sono generate da un difetto del mitocondrio materno, ovvero dalla centrale energetica della cellula. Secondo l’annuncio degli scienziati, un bambino passato attraverso questa manipolazione potrebbe nascere in Gran Bretagna entro tre anni.

Come hanno agito concretamente i ricercatori? Essi hanno utilizzato gli ovociti di due donne. In primo luogo è stato prelevato il nucleo dall’ovocita di una donna non portatrice di malattie mitocondriali: in questo modo si è ottenuto un ovocita che contiene esclusivamente Dna mitocondriale non a rischio. Quindi, dall’ovocita della donna portatrice di malattie mitocondriali è stato prelevato il nucleo, così come è stato prelevato il Dna dell’uomo. I Dna della donna e dell’uomo sono stati così trasferiti nell’ovocita con il Dna mitocondriale sano e in questo ambiente senza rischi ha avuto inizio il processo di fecondazione vero e proprio, con la fusione dei patrimoni genetici dei due genitori. Gli embrioni ottenuti da questa manipolazione, sono poi stati fatti sviluppare dai 6 agli 8 giorni, per testarne la capacità di crescita e per poter eseguire l’esame del Dna, atto a capire a quali persone appartenesse il patrimonio genetico. Secondo quanto ha rilevato il genetista Giuseppe Novelli, dell’università di Roma Tor Vergata “dire che l’embrione ha tre genitori è sbagliato perché il Dna mitocondriale, che è quello donato dalla persona esterna, non ha nessuna influenza sullo sviluppo successivo”; infatti, anche se i Dna sono tre, i genitori restano comunque due, perché il Dna mitocondriale, con appena 37 geni, costituisce davvero una frazione piccolissima, rispetto ai circa 23.000 geni contenuti nel Dna del nucleo.
Insomma, sono trascorsi vent’anni dalla prima nascita con diagnosi genetica preimpianto e questo è il risultato.

Naturalmente tale ricerca ha generato reazioni contrastanti. Da un lato c’è chi sostiene che questa nuova tecnica sia una grandissima opportunità, perché permette a molte donne di mettere al mondo bambini non affetti da patologie ereditarie. “Quello che abbiamo fatto è come cambiare la batteria di un portatile. L’approvvigionamento energetico ora funziona correttamente, ma nessuna delle informazioni sul unità del disco è stata cambiata”, sostiene Turnbull, che ha guidato la ricerca. Dall’altra parte, c’è chi vede questi continui progressi tecnico-scientifici con perplessità, giudicandoli come non leciti e come possibile fonte di derive eugenetiche; e per appartenere a questa categoria non serve essere cattolici, anzi. Già nel marzo del 2007, Giuliano Ferrara aveva pubblicato sulla rivista Panorama un articolo intitolato “Siamo laici: rifiutiamo l’eugenetica”, in cui concludeva con questa riflessione: “E tutti ci domandiamo se valga la pena di costruire un mondo in cui il diritto eguale alla vita, tutelato per tutti, sia sacrificato sull’altare idolatrico della ricerca senza limiti, fino alla creazione di ibridi umanoidi, fino a quella logica diagnostica che non è più usata per curare, e per sradicare la malattia entro i limiti del possibile, ma per sopprimere il malato oltre i limiti di un disegno moralmente impossibile“.

In Italia, Ignazio Marino, presidente della commissione Sanità del Senato, ha commentato così la notizia arrivata dall’Inghilterra: “Nessun problema etico nella creazione di un embrione con tre genitori, perché in realtà i genitori sono due e restano due”.
Di diverso avviso è la deputata del Pdl, Isabella Bertolini: “Tre genitori per un solo bambino? Un’oscenità di cui non pensavo l’uomo fosse capace. Il rischio che la scienza sia ormai preda di un’ inaccettabile deriva eugenetica si fa sempre più concreto. La paura del dolore e della sofferenza non giustifica mostruose degenerazioni che intaccano e distruggono il concetto stesso di genitorialità, di famiglia e che rischiano di causare uno smarrimento incurabile nel bambino che nascerà“.
Secondo Claudio Giorlandino, presidente della Societa’ italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale e presidente del Forum delle associazioni di diagnosi, genetica e riproduzione: “Fino a quando queste metodologie si applicheranno in paesi ad alta civiltà democratica, come l’Inghilterra, non ci saranno rischi di mostruosità o derive innaturali e verranno utilizzate ai fini del bene e della cura della malattia con massimo rispetto per l’uomo”.

Ma siamo poi così sicuri che essere tutti perfetti sia meglio? Perché questa società ha così paura della sofferenza, della malattia, di correre dei rischi? Come bisogna reagire di fronte ad un uomo che sempre più spesso vuole sostituirsi a Dio?

Per dirla con Annalena: di questo passo “si eliminano i down, si eliminano le ragazzine, si eliminano gli autistici, fino a che non nascerà più nessuno, nemmeno un nevrotico qualunque” (Il Foglio, 15 febbraio 2008).

Gameti in vendita

Di seguito potete leggere un mio articolo di oggi, pubblicato nell’inserto "E’ vita" di Avvenire. Trovate alcuni link che vi prego di visitare per vedere l’orrore a cui si va incontro se si apre alla fecondazione eterologa e quindi alla vendita di gameti (donazione di ovuli e sperma). Figli su misura, parti del corpo umano in vendita, mercato della fertilità. Queste le frontiere del progresso. Donatrici di ovuli in vetrina. Banche del seme e di cellule uovo. Istituzionalizzazione statale della donazione di gameti. Un elenco impressionante di storture disumane.

ECCO L’ARTICOLO – Il recente pronunciamento con il quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Austria per il divieto di fecondazione eterologa vigente attualmente in quel Paese (e previsto anche dalla legge 40 italiana), riapre il dibattito attorno a questa pratica e a ciò che ad essa è legato a doppio filo: la donazione di gameti, molto diffusa in alcuni Paesi. Nel Regno Unito, ad esempio, esiste il National Gamete Donation Trust (http://www.ngdt.co.uk/), un programma finanziato dal governo, ideato nel 1998 “per alleviare la scarsità di donatori di gameti” a livello nazionale. Se si cercano le indicazioni specifiche per procedere alla scelta dei gameti per la fecondazione eterologa, la strada “istituzionale” suggerita dal National Gamete Donation Trust porta direttamente alla Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), l’agenzia competente in materia di fecondazione assistita. Proprio sul sito della HFEA esiste una guida (http://guide.hfea.gov.uk/guide/) per la ricerca della clinica che meglio risponde ai requisiti richiesti da chi ha scelto la via dell’eterologa. Anche negli Stati Uniti esistono moltissimi centri specializzati che mettono a disposizione dei pazienti la propria esperienza in materia di donazione di gameti e fecondazione eterologa.

Ed è visitando i siti di alcune di queste cliniche che si riceve l’impressione di trovarsi in un autentico ipermercato della fertilità. Il Genetics & IVF Institute (GIVF), in Virginia, si presenta come uno dei più grandi centri per la cura dell’infertilità al mondo. Sul sito dell’istituto, che offre “il parco donatrici di ovuli immediatamente disponibili” più grande degli Stati Uniti, è possibile consultare il catalogo per la scelta dell’ovulo (http://www.donoregg1.com/search/search.cfm), dove si trovano foto della donatrice, con informazioni generali (altezza, peso, colore di occhi e capelli, razza, etnia) e più dettagliate (studi fatti, attuale impiego, hobby e interessi, storia clinica, abitudini alimentari). Il GIVF fornisce servizi anche per l’infertilità maschile, attraverso una banca del seme, con catalogo consultabile del tutto analogo al precedente (http://207.196.21.119/shoppingcart/search.cfm), con un’unica differenza: alcune informazioni sul donatore sono a pagamento.

Le cliniche si preoccupano anche dell’abbattimento dei costi e dei tempi di attesa: la Shady Grove Fertility, che ha sedi sparse in tutti gli Usa, ha ideato l’International Donor Egg Program (http://www.internationaldonoregg.com/), un programma di condivisione dei gameti femminili che garantisce una risposta più immediata ai bisogni delle pazienti e il rimborso nel caso in cui il ciclo di fecondazione artificiale non esiti nel figlio desiderato. L’attività di donazione degli ovuli è regolarmente monitorata negli Stati Uniti: ogni anno i Centri di controllo e prevenzione delle malattie, collegati al Dipartimento della sanità statunitense, pubblica un report sulle attività legate alla fecondazione assistita. In esso, si possono trovare molti dati relativi alla fecondazione eterologa: dalle età delle donne che vi ricorrono alla percentuale di successi.

Il rischio tumore per le donne che accedono alla fiv.

Mi collego brevemente all’articolo di Giuliano, sul rischio tumore per le donne che accedono alla fiv. A suo tempo in piena battaglia referendaria, scrivevo, parlando di Carlo Flamigni, massima autorità in Italia in campo di fiv, su posizioni radicali (membro anche dello Uaar, gironalista di Unità e e Liberazione):

 " Flamigni (nel suo La procreazione assistita, Il Mulino) afferma che l’iperstimolazione ovarica sulla donna, preliminare a qualsiasi operazione di Fiv, è "una sindrome pericolosa persino per la vita" (p.29), "una complicanza abbastanza pericolosa" (p.36).

Infatti "l’ovaio cresce in modo anomalo fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone. Successivamente, e soprattutto se l’iperstimolazione è grave, si forma un’ascite e compaiono raccolte di liquido nelle cavità pleuriche e nel pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talchè esiste addirittura un rischio di vita nei casi più sfortunati" (p.63-64).

Qui Flamigni dimentica di rammentare l’esistenza anche di un rischio tumore, ai genitali o alle mammelle, magari nel lungo periodo ("Le Scienze", Settembre 2004).

Tralascia inoltre di spiegare che l’iperstimolazione costringe la donna a produrre non un ovulo, come avverrebbe in natura, ma, forzatamente, molti di più, cosicchè "il 40-50% degli ovociti ottenuti con processo di iperovulazione presenta un cariotipo alterato" e può di conseguenza determinare "malformazioni congenite" nel nascituro (G.Carbone, "La fecondazione extracorporea", ESD; Kallen, Olausson, Nygren, "Neonatal outcome in pregnancies after ovarian stimulation", Obstet Gynecol.2002, University of Lund, Sweden).

Ma proseguiamo nella lettura del nostro autore: "una complicazione molto frequente è anche la gravidanza tubarica…altre complicazioni possono conseguire all’anestesia, alla laparoscopia e al prelievo degli ovociti, che può essere causa di una lesione vascolare o della rottura di una cisti endometriosica misconosciuta. Le gravidanze multiple…sono in effetti una complicazione sgradevole e, talora, pericolosa"(p.65)"…

e si potrebbe continuare a lungo, perchè il rischio tumore, è solo il più eclatante. Si veda in proposito l’ammissione di Chiara Valentini, di Repubblica, su posizioni ultra-radicali, nel suo La fecondazione proibita, Feltrinelli.

A pagina 95 la Valentini riporta la storia  di Brigitte Fanny Cohen, specialista di medicina del canale tv France 2, sottopostasi inutilmente a iperstimolazione ovarica per avere un figlio con Fiv. La Valentini racconta che durante una conferenza stampa la Cohen spinge un medico ad ammettere il rischio tumore connesso a tale pratica. Poi gli chiede: "Perché non avvertite le pazienti?". E il medico: "Se lo dicessimo nessuna farebbe più la fecondazione artificiale" .

 P.S: Le scienze citato, in un articolo a firma di Nora Frontali, dirigente presso l’istituto superiore di sanità e di Flavia Zucco, del CNR, scriveva tra l’altro che in seguito alla iperstimolazione ovarica  sulle donne "vi sono stati anche casi mortali"; poi: " I rischi della Pma per le madri comprendono sia complicazioni della gravidanza sia effetti a lungo termine. Le prime, come la sindrome da iperstimolazione ovarica, l’aumentata frequenza di gravidanze ectopiche e di aborti, sono ormai ben note (agli addetti, non al grande pubblico e spesso neppure a chi vi ricorre, ndr), senza contare  che le gravidanze multiple comportano di per sè un amento di stress, morbilità e mortalità anche tra le madri…si sospetta anche che l’intenso trattamento con ormoni a cui sono sottoposte le donne per il prelievo di ovociti possa provocare un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella".

Otto figli, otto vittime della tecnica

Se ne parla, un poco, ma senza che nessuno si ravveda. Eppure la donna single, con otto figli, ottenuti tramite fecondazione assistita, dovrebbe far riflettere. Otto figli concepiti senza un padre, prematuri, sicuramente malati, sicuramente destinati a grandi sofferenze fisiche e psicologiche. Era successo più volte, anche in Italia, prima della legge 40. Ma non sento nessuno che lo dica…Otto bambini sacrificati al desiderio folle di una madre senza testa, e dall’avidità senza scrupoli di medici che non sfigurano dinanzi a Mengele. Mostri in camice bianco, ben pagati. Vogliamo dirlo?

No, continueranno gli slogans indioti: la scienza non si ferma, libertà di scelta, no intrusioni della Chiesa….

Chi lo difende il buon senso, il diritto di chi non ha voce, il diritto naturale?

 

 

Nuovi studi sui rischi per i bimbi nati con Pma

Esce in questi giorni uno studio eseguito da ricercatori americani del Centro nazionale su difetti congeniti e disabilità evolutive (Nbdps) che riapre il dibattito etico sui temi della fecondazione in vitro, finora limitato al tema della liceità morale della fecondazione extracorporea e all’eliminazione di embrioni umani soprannumerari o malati. Lo studio ("Human Reproduction", novembre 2008) riporta infatti che i bimbi dati dopo fecondazione in vitro (Fiv) hanno un rischio di certe malformazioni maggiore degli altri. Il problema era già stato sollevato dalla garante per l’infanzia del parlamento francese, Claire Brisset, su "L’Express" del 16 gennaio 2003: "Per l’Icsi (tecnica di procreazione artificiale, ndr) bisogna assolutamente procedere ad una valutazione retrospettiva di questa tecnica di cui non conosciamo gli effetti. Abbiamo il diritto di rischiare di concepire figli che rischiano di essere ipofertili senza aver pesato cosa questo significhi? La tecnica è efficace. La gente è contenta. Siamo nel breve periodo. Auspico una moratoria finché non abbiamo abbastanza informazioni".

E le faceva eco sulla stessa rivista il presidente del Comitato nazionale francese di bioetica, Didier Sicard: "Oggi si sacralizza il desiderio degli adulti. Certe tecniche di fecondazione fanno correre dei rischi ai bambini che nasceranno". Veniva dunque auspicato anche in ambito procreativo il principio di precauzione. La letteratura scientifica aveva infatti iniziato a mostrare i dati sulla salute dei bambini; e i dati avevano iniziato ad interessare la comunità scientifica e a generare una certa preoccupazione, tanto che sulla rivista "Nature" Kendall Powell aveva pubblicato un articolo significativamente intitolato "Semi di dubbio" in cui così concludeva: "Viste le preoccupazioni esistenti e la potenzialità per ulteriori spiacevoli sorprese, alcuni ricercatori richiedono fondi per progetti per investigare la biologia di fecondazione e impianto, per studi sugli effetti delle manipolazioni su ovociti ed embrioni e per studi epidemiologici più ampi e migliori". Da allora gli studi si susseguono. Alcuni mostrano che nella media lo sviluppo neurologico dei piccoli non avrà risentimenti e una recente review pubblicata dalla rivista "Lancet" (luglio 2007) afferma che "i bambini nati da Fiv a termine di gravidanza e sani, avranno uno sviluppo pari agli altri". Ma il "Lancet" riporta anche che in caso di Fiv "il maggior rischio dipende dalle nascite multiple. Il rischio di aborto è del 20-34% maggiore della popolazione generale. Il rischio di malattie da numero alterato dei cromosomi è maggiore così come il rischio di nascite premature è doppio rispetto alla popolazione normale; è anche aumentato il rischio di ritardo di crescita del feto". "Il rischio di malformazioni maggiori è 1,3 volte quello della popolazione generale" e c’è "anche un rischio maggiore di paralisi cerebrale". Anche altre review mostrano dati simili al "Lancet", come quella di Nancy Green su "Pediatrics" del 2004 o Jane Halliday su "Best Practice and Research Clinical Obstetrics and Gynecology" del 2008. In realtà le percentuali di bambini con malformazioni nella popolazione generale (4% dei nati) o paralisi cerebrale (2% dei nati) sono relativamente basse e un loro incremento di 1,3 volte – come nel caso delle malformazioni – non è clamoroso. Ma non è neppure trascurabile, come sottolineano le riviste citate, e proprio questo fa entrare nel dibattito il principio di precauzione che richiama alla necessità di studi prospettici, al miglioramento delle procedure e all’analisi attenta del percorso fin qui intrapreso, come ad esempio suggeriscono Pavels e Knowels sulla laica rivista di bioetica "Hasting Center Report" o il documento "Reproduction and Responsibility" del Comitato di bioetica del presidente americano. Quanto abbiamo riportato introduce sulla scena del dibattito etico riproduttivo un personaggio centrale forse poco considerato finora: il figlio, i rischi grandi o piccoli che lui corre e che i genitori accettano in sua vece. Pavels e Knowels, parlando dei rischi posti dalla Fiv sui bimbi, spiegano che "i futuri genitori devono bilanciare il loro desiderio di creare un bambino col loro desiderio di proteggerlo da rischi prevenibili" tema su cui il Los Angeles Times si è concentrato l’11 agosto scorso in un articolo intitolato: "Bimbi, la via facile? Le tecnologie riproduttive non dovrebbero essere intraprese alla leggera. Possono porre rischi per il nascituro". Questo apre la porta ad una seria riflessione sui diritti di quest’ultimo e sulla tutela che necessita rispetto alle possibili difficoltà conseguenti alla Fiv, tra cui anche l’assenza ex lege di un genitore in caso di fecondazione eterologa, o la possibilità di sterilità ereditata in conseguenza della sterilità del genitore, fino addirittura alla scelta da parte dei genitori di concepirlo non "sano" ma con una qualche anomalia che i genitori suppongono desiderabile (vedi il caso della madre non udente che ha voluto concepire un figlio sordo usando il seme di un donatore sordo anche lui, "Journal of Medical Ethics" ottobre 2002). S’impone allora una riflessione sull’etica dell’accettare rischi per conto del bambino per compiere il proprio umano desiderio. È una riflessione ormai in atto perché nel mondo cresce un’impellente domanda di approfondimento e di prudenza nel mettere le mani nel cuore della vita umana, come mostra un sondaggio dell’ente inglese Human Fertilisation Embriology Authority il quale ha riportato nel novembre 2005 che, mentre l’85% delle persone ritengono che la Fiv rappresenti un importante avanzamento scientifico, solo il 50% ritiene che i vantaggi compensino i rischi. Questa riflessione riporta il figlio al centro della discussione etica, non più come un "diritto" (nessuna persona è un diritto per un’altra) ma come un soggetto personale e necessitante di tutela e cautela sin nell’atto del suo concepimento. E forse è proprio dall’approfondimento dell’interesse del bambino il punto da cui si può partire per un dibattito sereno sull’etica della fecondazione umana. Carlo Bellieni, neonatologo, università di Siena (©L’Osservatore Romano – 10 gennaio 2009)

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