Chi sono, certi giudici, per decidere sulla vita e sulla morte di una donna indifesa come Eluana? Chi sono? Basta vincere un concorso per divenire detentori delle sorti dell’esistenza altrui? Basta superare un pur complesso colloquio per diventare signori sui più deboli? L’uomo togato può tutto? Sono questi gli interrogativi più urgenti che gli italiani devono porsi sulla loro magistratura, altro che le intercettazioni. Altro che separazione delle carriere, altro che i processi di Berlusconi. La gente deve sapere che oggi, nell’anno del Signore 2009, in Italia vige – causa vergognosa Legge ad personam formulata mediante sentenza – la più prolungata e dolorosa delle condanne a morte: quella per fame e per sete. Le tanto aberrate condanne a morte, siano esse per iniezione, per sedia elettrica o per fucilazione, sono salutari scorciatoie rispetto a quello che toccherebbe a chi si trovasse immobilizzato, senza cibo e senza acqua, consapevole di una morte che sopraggiunge, passo dopo passo, in un’agonia che non conosce tregua. E chi sono certi giudici per potersi arrogare il diritto di infliggere un simile martirio? I vincitori di un concorso. Un concorso.
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Eluana, una vita da salvare dalla morte (e dai media).
Dopo le prime indiscrezioni, che parlavano di ospedali toscani e piemontesi, ora pare anche la casa di cura “Città di Udine”, in Friuli, sia sul punto di rifiutarsi di ospitare Eluana Englaro. A farsi avanti, si mormora, sarebbe a questo punto la regione Emilia Romagna, nella quale – se tali voci troveranno conferma – la povera Eluana verrà trasportata, e lì le verranno tolti i sostegni vitali che la mantengono in vita, e cioè alimentazione e idratazione. Non c’è infatti – urge ribadirlo – alcuna spina da staccare: Eluana dorme, si sveglia, apre gli occhi, respira autonomamente, e da qualche settimana le è tornato, dopo anni, anche il ciclo mestruale. A detta di medici che l’anno visitata, sarebbe in grado persino di deglutire autonomamente. Insomma, Eluana è viva, non è affatto in coma. E non è nemmeno, come molti media si accaniscono a ripetere, in stato vegetativo permanente: a partire dal 1996, infatti, a “permanente” – su indicazione dell’International Working Party di Londra – larga pare della letteratura medica internazionale ha preferito adottare il termine “persistente”. Una scelta, questa, dettata in particolare dai diversi miracolosi “risvegli” verificatisi: Patricia White Bull, ad esempio, è uscita dallo stato vegetativo dopo 16 anni, lasciando senza parole gli stessi medici che la seguivano. Questi ed altri straordinari casi, dicevamo, per quanto rari hanno di fatto costretto medici e ricercatori a ripensare molte delle categorie e delle classificazioni adottate sino a pochi anni addietro. All’indomani della sentenza n. 21748, che la Corte di Cassazione emanò lo scorso 10 Ottobre, peraltro facilitando di molto i successivi pronunciamenti su Eluana, Vincenzo Carpino, presidente dell’A.a.r.o.i. – acronimo che sta per Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – si trovò non a caso costretto ad ammettere che in realtà “non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza uno stato vegetativo permanente. Mancano parametri scientifici e quindi protocolli di riferimento”. Se poi si desse un’occhiata all’articolo 1 della recente Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili, definite come soggette a “menomazioni fisiche fisiche, mentali, intellettive o sensoriale di lunga durata”, si potrebbe inoltre comprendere come, di fatto, Eluana sia da considerarsi a tutti gli effetti una persona disabile, dal momento che lo stato vegetativo persistente non è di per sé una malattia, bensì una gravissima forma di disabilità. Questo è talmente vero che se alla povera giovane venissero sospese alimentazione e idratazione, la causa della morte risulterebbe essere la disidratazione, non certo altro; la stessa disidratazione che ucciderebbe qualunque essere umano privato di cibo ed acqua. Ci vuole quindi un bel coraggio a definire alimentazione e idratazione “terapie” o, peggio ancora, “accanimento terapeutico”: se proprio si volessero etichettare cibo ed acqua come terapie, sarebbe curioso capire di quale patologie, dette terapie, sarebbero il rimedio; la vita umana, in specifiche condizioni, sarebbe forse da considerarsi una patologia da curare? Il solo buon senso, evidentemente, basta e avanza a ripudiare ogni ipotesi simile. Ma l’aspetto forse più grave di tutta la vicenda di Eluana, a parer mio, è la sovraesposizione mediatica del padre Beppino, sempre pronto a ripetere ai microfoni le proprie ragioni, a scapito dell’immagine della madre della giovane. Eluana, ad oggi, ha una madre? Se sì, che cosa pensa la signora Englaro delle battaglie del marito? E’ curioso notare come le telecamere, all’occorrenza invadenti fino al punto di mostrare, quasi in diretta, l’agonia del Welby di turno, non solo evitino accuratamente di mostrare Eluana – forse perché così l’Italia intera capirebbe che si tratta di una persona, non certo di un “vegetale” – ma non si siano pressoché mai interessate del parere della madre. In tempi di incessanti “fughe di notizie” e di quotidiane violazioni della privacy, un simile atteggiamento, educato e rispettoso, non può che meravigliare. E insospettire. Ripeto: quand’anche la signora Englaro sposasse in toto le posizioni del marito – cosa verosimile – questo non costituirebbe comunque una valida ragione per infliggere alla poveretta il supplizio della disidratazione, ma certo aiuterebbe, giacchè si tratta di una vicenda di pubblico dominio da anni, ad inquadrare meglio la situazione. Allo stesso modo, sarebbe tempo di capire, se c’è, quale ragione spinge i media ad intervistare solo vescovi, cardinali e più in generale membri del clero. Ci sono fior di magistrati, professori universitari, medici e studiosi pronti a spiegare le ragioni per cui trovano ripugnante e inumano sottrarre a Eluana alimentazione e idratazione; eppure, a loro, viene puntualmente preferito il pur autorevole parere di alti prelati vaticani: per quale ragione? Sorge il sospetto che l’immagine della Chiesa onnipotente e onnipresente sia, dopotutto, un artefatto mediatico gradito a molti, a partire dai quotidiani nazionali, abilissimi nel far passare l’idea dell’epocale duello che vedrebbe oggi contrapposti da un lato Beppino Englaro, la magistratura, i medici e la società civile tutta, persino taluni sacerdoti e suore “al passo coi tempi”, e dall’altro un’esigua ma potentissima pattuglia di prelati, il tutto – è il caso di dirlo – in perfetto stile Dan Brown. Posto che valori quali la dignità umana non possono in alcun modo e per nessuna ragione esser mai messi ai voti, andrebbe poi chiarito che senso abbia riproporre in continuazione sondaggi volti a sottolineare, per Eluana e per per altre delicate vicende, come la maggioranza delle persone sarebbe favorevole dell’eutanasia. Perché un sondaggio possa dirsi credibile andrebbero ricordati “dettagli” puntualmente taciuti, e cioè l’entità campione scelto, i metodi con i quali è stato ricavato, quali quesiti sono stati sottoposti e quanti soggetti hanno effettivamente risposto; può sembrare pignoleria ma non lo è affatto: da decenni la sociologia ha dimostrato come il consenso virtuale – chiamiamolo così – quando viene ribadito con insistenza, anche se non è tale, finisce col generare un consenso reale e diffuso. Ciò è tanto più ingannevole se si considera come questi sondaggi vengano di fatto somministrati focalizzando l’attenzione esclusivamente sul singolo caso pietoso, ignorando quindi come una eventuale Legge, giacchè la legge è per definizione sempre astratta e generale, potenzialmente andrebbe a normare non una, bensì infinite situazioni. Soprattutto innescherebbe quello che in gergo si chiama “china scivolosa”, ovvero una inevitabile degenerazione per cui, se all’inizio l’eutanasia venisse pensata per casi giudicati estremi, in un secondo momento andrebbe verosimilmente ad allargarsi, fino a generare scenari quali quelli visto in Belgio, dove pochi mesi addietro è stata depositato un disegno di legge che proponeva eutanasia attiva per i ritardati mentali, a prescindere da età e circostanza. L’imbianchino austriaco che scatenò la Seconda Guerra Mondiale era dello stesso avviso, tanto è vero che i primi ad essere spediti nelle sue camere a gas furono, guarda caso, i menomati e i portatori di handicap. Al di là di queste terribili ma innegabili analogie, reali ragioni per legalizzare l’eutanasia per le persone in stato vegetativo, in un futuro purtroppo non lontano, potrebbero divenire anche i costi: la gestione di una persona in stato vege
tativo, infatti, può arrivare a costare fino a 150.000 Euro annui,e se si considera che in Italia vi sono almeno 3.000 persone come Eluana, non ci vuole molto a immaginare come, a maggior ragione in tempi di crisi economica, a qualche cinico politico certi risparmi apparire allettanti. Tornando alla nostra analisi su come viene gestito il dibattito in Italia, non si capisce infine per che motivo, quando si parla di Eluana, i primi a finire in televisione in rappresentanza del mondo medico siano sempre Umberto Veronesi e Ignazio Marino, e cioè un oncologo e un chirurgo. Senza nulla togliere alla loro riconosciuta autorevolezza, sarebbe tempo che le televisioni dessero spazio a chi, di persone in stato vegetativo persistente, si occupa da tanti anni, come ad esempio Giovanni Battista Guizzetti, responsabile di un reparto che accoglie ben venti soggetti in stato vegetativo presso il Centro don Orione di Bergamo. Diversamente, perché non chiamare a Porta a Porta a parlare di Eluana anche un buon ortopedico o un ginecologo di fama? Si tratterebbe, con ogni evidenza, di un parere fuori luogo; stranamente, però, detto ragionamento sembra non valere per Marino e Veronesi, che in qualità di medici prestati alla politica si atteggiano pure – non si è mai capito in base a che titolo – a esperti di bioetica. Occorre ripensare, e in fretta, il nostro modo di guardare a situazioni difficili come quella che vive la povera Eluana, dando realmente la precedenza ad una informazione corretta e completa, altrimenti finiremo tutti col convincerci che, al di fuori di una vita produttiva e vincente almeno in apparenza, non esistano altre soluzioni che cercare la morte, mentre invece, l’unica vera soluzione rimane, prima di ogni terapia medica, sempre la stessa: l’amore. Bertrand Russel ha scritto:”Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti”.
Perché i ‘padroni del vapore’ vogliono a tutti i costi l’eutanasia legale
Nel 2050, gli italiani saranno 40 milioni. Di questi, un terzo sarà costituito da ultrasettantenni, con 8 milioni di ultraottantenni e 2 milioni di ultranovantenni. Non mi soffermo sulle cause del disastro sociale che ci attende: dico solo che si tratta del risultato più prevedibile e ovvio di una diffusione spaventosa, terrificante dell’immoralità sessuale, con la normalizzazione culturale e giuridica dei mortali peccati di fornicazione, contraccezione, aborto, persino sterilizzazione (solo in Germania, ogni anno vi ricorrono 30.000 uomini). Il processo di rapido invecchiamento della popolazione avviene in un contesto segnato, come noto, da una progressiva privatizzazione di essenziali funzioni pubbliche, prima fra le quali la sanità. Orbene, appare evidente a chiunque come la prospettiva di dover sostenere molto presto l’impatto economico di immensi gerontocomi faccia storcere il naso ai ‘padroni del vapore’ della grande finanza. La spiegazione dell’ormai incalzante campagna mediatica e politica per la legalizzazione dell’eutanasia è tutta qui. Com’è logico, l’eutanasia sarà introdotta inizialmente per pochi, circoscritti casi pietosi, e solo in caso di esplicito consenso del malato o della sua famiglia. Ma teniamo ben presente che l’obbiettivo reale del movimento pro-eutanasia – un obbiettivo da raggiungere gradualmente, in modo da anestetizzare l’opinione pubblica – è quello di rendere un giorno obbligatoria, coercibile l’eliminazione genocidaria di anziani e malati ormai ‘inutili’ ed eccessivamente costosi. Ai sostenitori più ingenui ed emotivi dell’eutanasia va posta una domanda: nel 2050, quanti anni avrete?
No all’eutanasia: una battaglia Nobile.
Abituati come siamo a commentare una politica grigia e arroccata sui propri privilegi, fatichiamo a trovare le giuste parole per raccontare il coraggio di Henri di Nassau-Weilburg, il monarca lussemburghese che, rifiutandosi di firmare il testo della Legge che aprirebbe le porte all’eutanasia nel suo Paese, sta paralizzando consuetudini che i più – realisticamente – credevano infrangibili. Un disegno di Legge viene presentato in Parlamento, viene discusso, ritoccato, approvato e promulgato. A questa fin troppo nota ritualità parlamentare, Henri di Lussemburgo ha deciso di opporsi, e lo ha fatto non senza valide ragioni; da cattolico, infatti, non se l’è sentita di chiudere gli occhi davanti a una Legge che, se entrasse in vigore, introdurrebbe anche in Lussemburgo la “dolce morte”. Coi tempi che corrono – il lettore converrà – il gesto del monarca Lussemburghese acquista un sapore antico, quasi eroico, e ci ricorda come esistano ancora ideali, e non soltanto ideologie. E ci chiede anche – assai più seriamente delle barbare urla di Grillo e Di Pietro -di credere a una politica diversa, realmente fondata sui valori. Dalle nostre parti, purtroppo, politici cattolici di tanta, luminosa coerenza il Parlamento non li ospita da tempo. Al di là del divorziato Casini che difende la famiglia, vale la pena rammentare le ben più gravi gesta di Romano Prodi, il “cattolico adulto” per antonomasia, capace, da Presidente della Commissione Europea, di sottoscrivere uno stanziamento di 32 milioni di euro in favore di politiche abortiste. E che dire di Ignazio Marino, il chirurgo prestato alla bioetica che ama conversare col Cardinal Martini, ma ignora l’esistenza dell’eutanasia passiva? Siamo distanti anni luce dal monarca Lussemburghese, ma questo non ci autorizza a disperare; anzi, deve servirci da stimolo, da fiato per una rinnovata rincorsa verso vette valoriali altissime, com’è quella per la tutela incondizionata della vita. Ezra Pound ha scritto:”Se un uomo non è disposto a rischiare per le proprie idee o queste non valgono nulla o non vale nulla lui“.
Eluana, vittima del “Patto di morte”
“Con Eluana io avevo fatto un patto e l’ho rispettato. Ho rispettato e onorato la parola che avevo dato a mia figlia”. Così ha ribadito ancora una volta in questi giorni il signor Englaro, il padre di Eluana.. Un incredibile patto di morte, senza testimoni, senza firme, un patto di sangue e onore, come nelle più cupe tragedie pagane. Un patto faustiano tra un’adolescente che – forse- si lascia sfuggire qualche battuta sull’inopportunità di vivere da invalidi, e uno strano padre pronto a cogliere in quelle frasi di diciassettenne una volontà testamentaria. Sembra tutto assurdo, eppure è proprio a causa di questo patto segreto che Eluana sta per essere terminata, sta per andare incontro- se non interverranno fatti nuovi o addirittura miracolosi, alla morte per fame e sete. Una situazione in cui si fa passare per morte “naturale” la morte per sete e per mancanza di nutrimento, che tutto è fuorchè “naturale”.
Una situazione in cui si dà a un tutore, autorizzato dalla legge a intervenire su quelli che sono i beni disponibili di un incapace, la possibilità di decidere della sopravvivenza del tutelato, come se la vita non fosse (per la nostra Costituzione, non per motivi confessionali) il bene indisponibile per eccellenza. Non possono esistere simili patti, o comunque non possono essere ritenuti validi da quello “Stato di diritto” che secondo Englaro è riuscito a imporre le sue ragioni. Quale diritto? Quello di smettere di alimentare una donna, quello di lasciare che la sua vita se ne vada piano, che si spenga come un lume acceso che ostinatamente ripete che la vita c’è. Togliere la vita ad una persona, solo perché malata o disabile o incosciente, é una pratica inaccettabile in ogni paese che voglia continuare a rientrare nel novero di quelli civili. I giudici di uno Stato di diritto normale, autentico, avrebbero ascoltato il signor Englaro, avrebbero preso atto della sua tragedia, avrebbero prestato attenzione e comprensione al suo dramma, al dolore quasi rabbioso di chi aveva posto tante aspettative in quella figlia unica e aveva visto sfumare quei sogni. Chi scrive è da anni presidente del Centro Aiuto alla Vita di Lecco, e in questa veste anni fa pubblicamente rivolsi un appello al signor Englaro perché accettasse una figlia diversa da quella si era immaginata. Gli chiesi un atto nobile, eroico, un sacrificio- quello di accettare Eluana così com’era diventata, affinché il suo caso personale non venisse utilizzato per introdurre in Italia l’eutanasia, mettendo così a rischio la vita di tante persone, delle tante eluane, ma anche di anziani, disabili, persone deboli che potrebbero essere eliminate. In questi giorni si è avvertito un clima strano, quasi di rassegnazione, di fronte a questa vicenda. Addirittura da parte di qualche ecclesiastico è giunto un invito al silenzio. Invece occorre una vivacissima mobilitazione: la partita non è affatto finita, e ciò anzitutto perché,: nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, la sentenza della Cassazione in realtà non è propriamente una condanna a morte. E’ una “licenza di uccidere” che delega ad un privato cittadino la possibilità di eseguirla. Nessuno è obbligato a farlo, né medico, né infermiere, né lo stesso Englaro padre. La sentenza non obbliga a togliere o a far togliere il sondino: dà facoltà di farlo impunemente, cioè senza risponderne penalmente. Occorre allora invitare ad una massiccia disobbedienza civile di fronte a questa sentenza, rigettando sul piano morale e civile questa espressione del potere giudiziario che ha voluto acconsentire ad una richiesta di soppressione di un essere umano, ultima espressione dell’ ideologia del potere dell’uomo sull’ uomo, del forte sul debole. Il Diritto di morire non è contemplato nella Costituzione.
Chiediamo quindi la moratoria a tempo indeterminato della sentenza: nessuno la applichi, nessun operatore sanitario, nessuna persona. . La solidarietà intorno ad Eluana deve aumentare in un crescendo di attenzioni. “’Chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva”: hanno detto le suore della clinica di Lecco, dove loro continuano a servire la vita di Eluana Englaro, come di tutti i pazienti, e hanno affermato la disponibilita’ a continuare a farlo. E’ anche per questo che abbiamo fatto appello, nei confronti di Eluana, di una sorta di Habeas corpus, principio del sistema giuridico anglosassone che nel corso della storia è stato un importante strumento per la salvaguardia della libertà individuale contro l’azione arbitraria dello stato. Abbiamo chiesto che sia possibile diffondere immagini di Eluana com’è oggi. Perché in questi anni di Eluana sono state mostrate in pubblico, sui Media, solo le foto della sua adolescenza, quasi a voler dare l’idea che quella, e solo quella, era Eluana. Mostrare questa donna oggi, per come è, nelle condizioni di inferma amorevolmente assistita, potrebbe servire a comprendere meglio questo caso, a far vedere che si tratta di una persona viva, e non di una sorta di vegetale la cui esistenza considerata inutile deve avere termine. Naturalmente i legali di parte parlerebbero di inaccettabile violazione della privacy. Siamo di fronte ad una situazione eccezionale, inaudita, per cui è stata data l’autorizzazione a far morire una persona, e si parla di privacy? Si pretende che Eluana scompaia alla vista, sia rimossa, e- fatto ancor più grave- si vorrebbe che la questione della morte procurata (dicono che non bisogna usare il termine omicidio!)di una persona fosse un fatto strettamente privato. In realtà è impressionante l’uso strategico delle immagini nei casi eticamente sensibili: basti pensare al caso-Welby: non passava giorno che fossero mostrate le sue immagini a letto, con inquadrature che insistevano sulle macchine, sui cavi, per indurre negli spettatori la convinzione di un’artificiosità di tale tipo di vita. Per Eluana invece il contrario: nessuna immagine, anche perché la donna non è attaccata a nessuna macchina, non ha alcun supporto: è un’invalida in carrozzina, come migliaia di persone ammalate, diversamente abili, o anziani. Vedere Eluana toccherebbe il cuore a molte persone e potrebbe suscitare un movimento di solidarietà ancora più vasto di quello esistente.
Paolo Gulisano, medico di Lecco.
Pareri giuridici sul caso Eluana.
Francamente di fronte alla condanna a morte per fame e per sete inflitta ad Eluana Englaro dai giudici della Repubblica italiana (Corte di Appello di Milano e Suprema Corte di Cassazione) con delega ad un privato cittadino per l’esecuzione, sulle prime mi sono rallegrato di non essere più componente attivo della magistratura italiana, avendo scelto il pensionamento con un paio di anni di anticipo.
Tuttavia non ho tardato a mutare di avviso e a dispiacermene, perché se non avessi anticipato i tempi, sarei, in questo mese di novembre dell’anno non più di Grazia 2008, tuttora in servizio e potrei presentare con più che legittimo sdegno le mie dimissioni da una corporazione che include nel suo seno troppi protagonisti che tutto sono tranne che la “voce della legge”, dal momento che la pur necessaria opera interpretativa viene, di fatto, utilizzata per la creazione di norme che non hanno mai avuto, attraverso l’approvazione del Parlamento, l’avallo del consenso popolare, ma sono solo l’espressione dell’ideologia di una piccola casta dotata di troppo e troppo incontrollato potere. So perfettamente che il fenomeno è antico quanto la legge e che già i nostri padri ritenevano (comunque con palese disapprovazione) che troppo spesso il diritto “aequat quadrata rotundis” e “facit de albo nigro” (credo non importi tradurre), ma con quest’ultima decisione si è andati davvero troppo oltre nell’attività creativa del diritto da parte della giurisprudenza.
D’accordo, esistono l’interpretazione estensiva, l’analogia e tutti gli altri amminicoli strumentali indispensabili nel lavoro di applicazione del diritto ai casi concreti, ma sfido chiunque a trovare nel nostro ordinamento giuridico (a parte il caso dell’aborto, sul quale si è fino ad oggi glissato con sottili distinzioni fra feto, zigote e momento di acquisizione dello status di persona) una norma che anche indirettamente autorizzi la soppressione di un essere umano. E un’altra che attribuisca questo potere ai giudici della Repubblica. In realtà le stesse disquisizioni sull’accanimento terapeutico (comunque non ricorrente nel caso, non avendo natura di cure nel senso medico del termine la nutrizione e l’idratazione) sono, allo stato, del tutto fuor di luogo, dal momento che non esistono leggi che lo prevedano per punirlo, vietarlo o regolarlo. Sono sempre stato contrario alla pena di morte anche nei confronti dei peggiori colpevoli e, nelle discussioni con gli amici, ho sempre sostenuto che piuttosto che irrogare una condanna capitale avrei presentato le mie dimissioni. In realtà mi ritenevo al sicuro e parlavo per semplice amore di tesi, perché la morte non rientrava più fra le sanzioni previste dal nostro ordinamento, e, in ogni caso, la mia attività giudiziaria si svolgeva di massima nel settore civile. Adesso scopro con orrore che mi sarebbe potuto accadere di fare parte di un collegio capace di condannare a morte a maggioranza (il mio voto sarebbe comunque mancato) un essere umano. Per fortuna (ma è consolazione da poco)non sono l’unico a indignarmi.
Un comunicato di “Medicina & Persona” parla del “primo caso di omicidio legale in Italia”. A sua volta L’Associazione fra Operatori Sanitari denuncia la gravità di una sentenza che prova come “ormai certi giudici aggirano le leggi – anche quelle esistenti – e creano una nuova era, quella dell’etica del più forte sul più debole, con l’ausilio del diritto”. Purtroppo di fronte al montare delle critiche e dell’indignazione il Consiglio Superiore della Magistratura non ha trovato di meglio che aprire una pratica a difesa dei magistrati della Cassazione. Farebbe meglio a interrogarsi sui limiti della giurisdizione. Francesco Mario Agnoli (magistrato, ex componente Csm, su la Voce della Romagna)
IL DIRITTO STRUMENTO DI VITA
AVALLATA L’EUTANASIA SENZA IL CORAGGIO DI CHIAMARLA PER NOME
di FRANCESCO D’AGOSTINO (Avvenire 14.11.08)
Ci sarà modo nei prossimi giorni di approfondire la valenza propriamente giuridica della sentenza della Cassazione sul ‘caso Eluana’. Avremo modo di verificare se l’agonia cui Eluana appare or?mai irrimediabilmente condannata sarà paragona?bile a quella, atroce per la sua lunghezza, di Terry Schiavo. Per ora limitiamoci a richiamare le obiettive ricadute biogiuridiche e soprattutto bioetiche di questa sentenza. Ribadisco: bioetiche e non teologiche, non dogmatiche, non spirituali, non religiose. Non perché queste ricadute non ci siano (anzi, sono le più importanti), ma perché prima di ap?prodare al piano della teologia e della spiritualità abbiamo il dovere, come cittadini di una società laica e pluralista, di soffermarci e di ragionare pacatamente sul piano della comune ragione umana, quel piano che tutti ci accomuna, credenti e non credenti, quel piano che i magistrati di Cassazione han?no obiettivamente offeso.
A seguito dell’iter processuale cui questa sentenza sembra aver posto fine è stato introdotto in Italia un principio che non solo non appartiene alla nostra tra?dizione giuridica, ma che ripugna alla logica stessa del diritto: quello della disponibilità della vita uma?na e soprattutto della vita umana malata. In poche parole, i magistrati hanno avallato l’eutanasia, senza avere il coraggio di chiamarla con il suo nome.
Non è vero che il caso Eluana sia riconducibile al legittimo rifiuto di un trattamento sanitario: alimentare un malato non è sottoporlo a un ‘trattamento’, ma prendersi cura di lui, in una forma simbolica ben più alta di quella stessa della medicina. E comunque, il solo fatto che esista l’opinione diffusa, anche tra autorevoli medici e scienziati, secondo cui alimen?tare e idratare un malato in stato vegetativo è una forma primaria di sostegno vitale e non una terapia in senso stretto, avrebbe dovuto indurre tutti (e i giu?dici di Cassazione in primo luogo) ad adottare un criterio interpretativo restrittivo e non estensivo dell’articolo 32, 2? comma, della Costituzione, che riconosce sì al paziente, come ormai a tutti è noto, il diritto di rifiutare trattamenti sanitari coercitivi, ma non gli dà il diritto di disporre della propria vita. Continueremo a sentirci ripetere che con questa sentenza si è reso omaggio alla volontà di Eluana. A parte il fatto che la Cassazione ha ritenuto accettabili, per fornire la prova di tale volontà, testimonianze e indicazioni sullo stile di vita della povera ragazza che sarebbero ritenute risibili ove si dovesse accertare una volontà testamentaria di tipo patrimoniale (ma la vita non conta più del denaro?), si deve instancabilmente ribadire che l’autodeterminazione non può avere rilievo quando si concretizza per una scelta irreversibile come quella della morte.
? la vita, infatti, e non la morte l’orizzonte nel quale si colloca il diritto. Se diciamo no alla pena capitale, non è perché riteniamo che non sia possibile che esistano criminali che la meritino, ma perché è atroce che attraverso una condanna giudiziaria il diritto si faccia strumento di morte.
La Cassazione, probabilmente con serena inconsapevolezza, a tanto invece è giunta. E ancora. Confermando che al padre di Eluana va riconosciuto il potere di ordinare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione della figlia, la Cassazione ha alterato irrimediabilmente la figura del tutore, cioè di colui cui il diritto affida il compito di tutelare soggetti fragili, deboli, incapaci, inabilitati, interdetti, alla condizione però di agire sempre e comunque nel loro esclusivo interesse. Condannandola a morire di inedia, il tutore non solo sottrae a Eluana il bene della vita, ma soffoca ogni sia pur minima speranza di poter fuoriuscire da uno stato, come quello vegetativo, che non a caso la scienza definisce ‘permanente’, non ‘irreversibile’.
Né va sottaciuto il fatto che, con la sua decisione, la Cassazione ha contribuito a offuscare il concetto, già in sé estremamente complesso, di accanimento terapeutico, inducendo l’opinione pubblica a ritene?re ciò che non è, cioè che l’assistenza prestata a Eluana, per consentirle di sopravvivere, fosse futile, sproporzionata, indebitamente invasiva, caratterizzata dall’uso di tecnologie sofisticate. Non è così che si rende omaggio alla verità.
Ma forse l’esito più devastante di questa sentenza sarà quello simbolico: essa avallerà l’opinione aberrante secondo la quale la sospensione dell’alimentazione sarebbe giustificata dal fatto che, in quanto preda di uno stato vegetativo persistente, Eluana avrebbe perso la propria dignità.
? un messaggio devastante, oltre che colpevolmente umiliante per i tanti altri malati in stato vegetativo (e per le loro famiglie). Nessuna malattia, nemmeno la più grave, può erodere la dignità dell’uomo, né sospendere i suoi diritti fondamentali o incrinare il suo diritto alla vita. Che il signor Englaro, e con lui i magistrati che hanno avallato le sue richieste, abbiano perso questa nobile e antica consapevolezza, prima che suscitare critiche o sdegno suscita un profondo dolore.
Eluana, la morte e i deliri di Umberto Veronesi.
Siamo veramente in un’epoca strana. Da una parte schiere di medici, filosofi e opinionisti spiegano che a breve la morte verrà sconfitta. Potremo vivere sino a 120 anni, ha dichiarato più volte Umberto Veronesi; si stanno aprendo dinanzi a noi prospettive nuove, inaudite, l’allungamento indeterminato, forse addirittura l’immortalità, scrivono lo storico e giornalista Aldo Schiavone nel suo “Storia e destino” e il biologo Edoardo Boncinelli nel suo “Verso l’immortalità?”. Le “Terre nuove e cieli nuovi” del Vangelo divengono sinonimo di onnipotenza tecnologica e medica, e in molti parlano di una nuova “Terra Promessa”, intendendo appunto questo pianeta Terra, e l’immortalità su di esso.
Extended life, eternal life: così si intitolava un simposio di 150 scienziati e filosofi svoltosi in America nel 2000. Fioriscono, contemporaneamente, le società di crionica, per il congelamento dei defunti, in vista di un loro futuro risveglio; prendono piede estropiani e transumanisti, che ritengono che la tecnica possa condurre l’uomo all’onnipotenza e all’immortalità; migliaia e migliaia di americani ingurgitano sempre più volentieri l’ormone della crescita, la somatropina, perché allungherebbe la vita e renderebbe più forti, un po’ come l’antico elisir di giovinezza. Politici e scienziati promettono miracoli indicibili tramite la terapia genica e le cellule staminali embrionali, senza per il vero che sino ad ora si vedano grandi risultati. Ebbene, nello stesso tempo, talvolta le stesse identiche persone che prospettano queste “magnifiche sorti e progressive”, simili a mio parere ai “costruttori di Dio” che nella Russia comunista imbalsamarono Lenin sperando poi di poterlo risvegliare, per sempre, grazie alle scoperte scientifiche, devono affrontare i terribili casi di una Terry Schiavo o di una Eluana Englaro.
Devono confrontarsi col fatto che la stessa medicina cui viene affidato l’incarico, oggi, da molti, di fungere da ultima utopia, non è onnipotente, ed anzi, talvolta, lungi dal risolvere ogni problema, ci mette dinanzi a dilemmi terribili. Eluana Englaro, questa ragazza che da anni e annorum è alimentata tramite sondino, è un richiamo terribile alla realtà: nessuna immortalità terrestre, per fortuna, ma il dolore e la morte come destino dell’uomo. Il dilemma vero, allora, non è se staccare o meno la spina, se far morire Eluana in mezzo ad atroci tormenti, quelli della fame e della sete, ma è questo: la morte di Eluana è l’ultima parola, è il destino ultimo? Per il credente no. Per chi crede Eluana vive ora una condizione permessa, non certo voluta, da Dio. Permessa ma anche accompagnata: Dio è accanto ad Eluana, e non le chiede più di quanto Lei possa sopportare. Il “Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola”, le sta accanto, in un modo misterioso che non conosciamo, ma che abbiamo sperimentato tante volte nella vita. Perchè abbiamo fatto esperienza del suo amore fedele, sappiamo che non può venire a mancare. Tutto passa, tutto finisce, solo Dio resta. Ma per il non credente? Che diritto ho, io che credo, di imporre la mia visione della vita e della morte al povero padre di Eluana? Qui sta il punto centrale del dibattito odierno. Un dibattito coperto dal sentimentalismo, dalla banalità delle frasi fatte, dalla contrapposizione ideologica. Personalmente sono contrario all’uccisione di Eluana (la vogliamo chiamare col suo nome?), perché vi è un principio inderogabile, non uccidere, che non può patire eccezioni, né per chi considera questa vita un momento di passaggio, né, tanto più, per chi ne fa l’unica realtà esistente, cioè l’unico valore in gioco.
Immaginiamo che si introduca il principio che ognuno può decidere della sua morte, che un genitore o un amico, o chiunque altro, può decidere per me, in nome del fatto che io stesso avrei deciso così. In quali circostanze, per quali malattie? Potremo scegliere l’eutanasia solo per malattie fisiche o anche per una depressione o una delusione? Chi fisserà di volta in volta i limiti, una volta sfondato l’unico limite certo, quello del confine tra la vita e la morte? Quale potere diverrà così soggettivo e tirannico da dover legiferare non sulla tutela della vita, ma sulla tutela della morte? Facciamo un passo indietro, nella nostra storia: sarebbero mai nati gli ospedali, nella nostra civiltà, se avessero prevalso il pensiero spartano, o quello galtoniano, o quello nazista, per cui il malato è bene che muoia, perchè è improduttivo, inutile e rovina la razza? Sarebbe mai nato, se la vita e la morte fossero stati considerati solamente questioni individuali, in nome del fatto che ognuno decide per sé? L’ospedale occidentale è nato dalla carità cristiana, che si piega su ogni miseria e su ogni malato, qualsiasi sia la sua condizione; che ha fatto del dolore e della morte non solo una esperienza individuale, ma comunitaria, solidale. Non è nato per sconfiggere la morte, ma per accompagnare la vita, sino alla su conclusione naturale. Sarebbe mai nato, se l’ottica fosse stata quella individualista di oggi? Oggi, chi dinanzi ad Eluana afferma il principio eutanasico, è come coloro che discettano dell’immortalità prossima ventura: ha perso il senso della vita, ed è ossessionato dal non senso della morte. Crede di sconfiggerla, rendendola eterna, oppure decidendo lui il momento finale. In un modo o nell’altro cerca di affermare qualcosa che non è vero, che non è reale, che non corrisponde alla natura dell’uomo: il nostro dominio sulla vita (da: “Radici cristiane”).
Concludo con quattro frasi su cui mi sembra opportuno meditare.
Lo psichiatra americano Leo Alexander, a cui fu commissionato uno studio sui piani eutanasici del nazismo, scriveva: “Qualunque proporzione abbiano assunto alla fine i crimini nazisti, a chi li ha studiati appare ormai chiaro che iniziarono a piccoli passi. All’inizio si trattò solo di un piccolo spostamento nell’atteggiamento di fondo dei medici. Il primo passo fu l’accettazione dell’idea, fondamentale nel movimento pro eutanasia, che può esistere una vita non degna di essere vissuta. Questo atteggiamento, all’inizio, riguardava esclusivamente i malati molto gravi e cronici. Gradualmente la sfera di chi poteva essere incluso nella categoria si andò allargando fino a comprendere gli individui socialmente improduttivi, quelli ideologicamente indesiderabili…”.
Umberto Veronesi, ex ministro della Sanità, grande testimonial del testamento biologico, capolista Pd in Lombardia, nel suo “L’ombra e la luce” (Biblioteca di Repubblica, 2005), scriveva: “Considero la morte nient’altro che un evento biologico. E’ la rigenerazione, il lasciare spazio agli altri, come fanno quegli animali che da vecchi, si staccano dal branco per andare a morire soli” (p. 30).
Sempre Veronesi ne “La libertà della vita”, Raffaello Cortina, 2007, dopo aver difeso la clonazione riproduttiva, scrive: “Dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri”, per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni sparissero” (p. 39).
Sempre Umberto Veronsei, ne Il diritto di morire, Mondadori, 2005: “Forse molti ricordano un libro affascinante di Hans Ruesch, Il paese delle ombre lunghe, che racconta la vita degli eschimesi. Quando la vecchia madre , ormai priva di denti, capisce che non può più nemmeno essere utile per ammorbidire le pelli di foca masticandole e che rappresenta la classica bocca in più (sic!) nel gruppo di poverissimi cacciatori…accetta per tacita intesa di farsi lasciare indietro sulla sterminata distesa di neve, e accoglie con riconoscenza e senza amarezza le poche provviste che i giovani possono lasciarle. Nella scena c’è tutta l’accettazione delle leggi di natura, che sono più forti dei sentimenti e cui occorre obbedire se non si vuol perire” (p.28-29).
UN ORRORE CHE CI DIVORER?
Per la prima volta, dopo mesi, oggi mi fa paura il foglio bianco. Non riesco a scrivere. Osservo la foto di Eluana e penso che dentro quegli occhi che ti guardano e non ti vedono c’è tutto il mistero della vita e della morte. C’è il senso della nostra esistenza. Ci sono i nostri ricordi, il passato, il futuro, c’è il nostro credo e la nostra speranza. Ho conosciuto da vicino il dramma del coma, sono entrato in quelle stanze piene di scienza e vuote di speranza, ho accarezzato mani vive sapendo che quelle mani non avrebbero potuto accarezzarmi mai più. So cosa significa fissare un volto caro sapendo che è lo stesso eppure ormai non ti riguarda, so cosa vuol dire il dramma di quei tratti che restano così vicini eppure diventano immensamente lontani, sempre familiari eppure come già in un altro mondo.
So che tutto questo lacera le coscienze, ci interroga nel profondo. Meriterebbe un po’ di silenzio, anziché la solita gazzarra. Ieri, dopo la sentenza della Cassazione, c’era chi esultava. Come si faccia a esultare per una giornata che profuma di angoscia e di morte, Dio solo lo sa. Verrebbe voglia di chiedere la moratoria delle dichiarazioni. Sono stato 50 giorni a interrogarmi di fronte al coma di mio padre, e mi sembrava impossibile da reggere. Dunque m’inchino di fronte al dolore disumano del papà di Eluana che da 16 anni vive immerso in un’angoscia che si rinnova. Daremo voce nel Giornale, come sempre, alla sua posizione. E daremo conto nei prossimi giorni delle opinioni di chi crede che di fronte al progredire della scienza è diventata irrinunciabile una legge sull’eutanasia. Ma io oggi, ve lo devo confessare, ho paura di questo foglio bianco. Scusate, ma lo penso: di una condanna a morte non avevo scritto mai.
Dicono che Eluana morirà dolcemente, e non è vero: morirà dopo una lunga agonia. Dicono che a Eluana staccheranno le spina, e non è vero: in realtà smetteranno di nutrirla. Dicono che era accanimento, e non è vero: non si accaniscono, le danno solo il cibo per vivere. Dicono che Eluana voleva così, e magari è vero: ma di quante Eluana dovremo occuparci d’ora in poi? Il fatto è che da ieri si può, con una sentenza di tribunale, smettere di dare da mangiare e da bere a una persona che non può nutrirsi da sola. Quanti malati gravi può riguardare? E se vale per Eluana perché non per Maria o Giovanna o Antongiulia? E se vale per chi è in coma perché non per un disabile psichico, incapace di intendere e di volere? Chi stabilisce qual è la vita che vale la pena di essere vissuta e quale invece può essere interrotta? Un giudice? E in base a quali codici?
Eluana mi commuove, la sua fine mi sgomenta, ma il “caso” mi atterrisce. Se penso a quello che accadrà alla ragazza rabbrividisco: saranno giorni di tormenti, come per Terri Schiavo. Ma se penso a quello che accadrà a noi, se possibile, rabbrividisco ancora di più. Perché il “caso” singolo, circondato da umana comprensione e ovvia pietà, rischia di diventare il grimaldello del liberatutti, il lasciapassare per ogni esagerazione. ? sempre stato così. Quando si parlava dell’aborto, per esempio, spesso si citavano casi limite: ragazze stuprate, minorenni, magari in condizioni di disagio. Non volete ammettere l’interruzione di gravidanza in queste situazioni? Poi, una volta ammessa, se n’è fatta una pratica consueta, un’abitudine, il surrogato del preservativo. Succederà così anche con l’eutanasia? Durante quei 50 giorni attorno al letto di mio padre, sono stato tentato più volte di chiedere ai medici di interrompere l’agonia. Non escludo che l’abbiano fatto, non escludo che lo facciano regolarmente. In cuor mio, forse, l’approvo pure: la disperazione merita sempre comprensione. Ma usare la disperazione per scavalcare il Parlamento e introdurre, via tribunale, il diritto di uccidere chi non si può nutrire da solo non è comprensione. ? un errore e un orrore. Anzi, di più: è un orrore mostruoso, che ci divorerà.
Mario Giordano – Il Giornale, 14 novembre 2008
Un giurista scrive al Sussidiario sul caso Englaro.
Caro Direttore, dinnanzi ad alcune diversità di vedute se intervenire o meno per legge per porre rimedio ai nefasti esiti della sentenza della Cassazione (e della Corte d’Appello di Milano che ne dà attuazione) sul caso Englaro, formulo alcune brevi osservazioni. Il codice deontologico dei medici sicuramente dà risposta negativa ai comportamenti tenuti sia nel caso Welby, dove il medico si è fatto strumento di attuazione della volontà del paziente di porre fine alla sua esistenza, sia nel caso Englaro dove il padre-tutore chiede che un medico stacchi il sondino di sostentamento della figlia. In entrambe le vicende, tuttavia, la giurisprudenza – di merito, nel caso Welby, e di legittimità nel caso Englaro – hanno consentito tali situazioni. Per via giurisprudenziale sono stati a riguardo introdotti due istituti giuridici che sintetizzo così: l’esimente dell’adempimento del dovere di attuare un c.d. diritto di autodeterminazione del paziente, che esclude la punibilità nel reato di omicidio del consenziente (caso Welby); il testamento biologico presunto, che, in caso di irreversibilità dello stato vegetativo del paziente, legittima il tutore a porre in essere l’interruzione dell’alimentazione artificiale (caso Englaro). Che fare dinnanzi a questo progressivo scivolamento della libertà di rifiuto di intervento sul proprio corpo, trasformato dalla giurisprudenza in “diritto di autodeterminazione”, attuabile da terzi (caso Welby), e, in caso di irreversibilità dello stato vegetativo del paziente, addirittura desumibile da testimonianze e presunzioni (caso Englaro)? Certamente la via maestra è il ravvedimento dei giudici di legittimità, che tornando sui propri passi, ripristinino l’interpretazione corretta della libertà di consenso all’intervento, che è prerogativa personalissima, non delegabile a terzi, non esercitabile se non dal suo titolare nell’imminenza dell’intervento medico.
E a questo esito sono chiamati a prodigarsi tutti quelli che hanno a cuore che il nostro ordinamento continui a porre al centro la libertà e l’integrità della persona con la sua soggettività giuridica, non trasformandola in un oggetto disponibile, come se fosse una cosa. Nel breve periodo, tuttavia, la Cassazione verrà chiamata non già a rivedere le sue posizioni – essendo in questo senso necessario un altro drammatico caso che arrivi, di grado in grado, fino ai giudici supremi – ma a verificare che la Corte d’Appello di Milano abbia applicato correttamente i pur inaccettabili principi descritti (irreversibilità della condizione vegetativa del paziente, ricostruzione per presunzioni della sua volontà). ? questo il senso del ricorso della Procura avverso il decreto di autorizzazione del distacco del sondino da parte dei giudici d’Appello. E dalle notizie che giungono sembra che sia soprattutto il tema dell’irreversibilità dello stato vegetativo ad essere sub iudice. Quale che sia la decisione della Cassazione su questo punto, rimarrà comunque intatta l’impostazione giurisprudenziale data alla vicenda che – ripeto – è riassumibile nell’aver i giudici di legittimità introdotto per sentenza la figura del testamento biologico presunto, che nel caso Englaro opera come esimente del reato di omicidio (del consenziente?) e che probabilmente troverà proseliti in altri giudizi di merito.
A questo punto si tratta di decidere se aspettare una prossima e lontana Cassazione che cambi orientamento, oppure considerare l’intervento del legislatore, se non addirittura quello della Corte costituzionale che potrebbe comunque essere investita nel corso di un altro procedimento della questione di legittimità costituzionale di norme del codice civile – come quelle sulla rappresentanza e sulla tutela degli incapaci – ove interpretate in contrasto con il diritto alla vita. Come potrebbe intervenire, dunque, il legislatore? Non certamente con una normativa sul testamento biologico, espressione paradossale e ambigua, come se d’un tratto si potesse disporre per testamento di un bene giuridicamente indisponibile, il bios, la vita appunto. Un intervento legislativo secco e lineare (con normativa ad hoc oppure inserito in un provvedimento più ampio sull’alleanza medico-paziente o sulla tutela della vita umana in sofferenza) dovrebbe riaffermare i tre principi disattesi dai giudici di Cassazione, e cioè che: 1) il consenso informato riguarda solo le persone consapevoli e coscienti, in grado di esprimerlo ed esercitarlo personalmente; 2) tutto ciò che dovesse essere stato espresso in precedenza non è vincolante per il medico e non può in alcun modo riguardare il rifiuto di terapie, di trattamenti salvavita, di alimentazione e idratazione anche artificiali; 3) nessuno può farsi esecutore della volontà del paziente di interrompere un trattamento vitale. Così dando stabilità normativa all’unica ipotesi tollerata dalla Costituzione italiana e cioè che il rifiuto di un intervento sul proprio corpo sia esercitato personalmente e in piena autonomia rispetto all’attivazione e alla persistenza temporale. A questo punto anche i magistrati più spregiudicati e creativi non potranno che tornare ad applicare il principio che sulla vita umana i giudici non decidono. (Alberto Gambino, Professore ordinario di Diritto privato all’Università Europea di Roma)
Nessuna pietà per Eluana
Ai tre giudici della Prima sezione della Corte d’Appello di Milano sono bastate 61 pagine per sciogliere il rompicapo sul quale, da decenni, studiosi di bioetica da ogni parte del mondo profondono le loro energie; 61 pagine che, in larga parte, riprendono la sentenza n. 21748 ( Relatore A. Giusti) che la Corte di Cassazione ha emesso lo scorso 10 Ottobre. Chi avesse letto quella sentenza, che rappresenta una vera e propria svolta per la nostra giurisprudenza, certo ne ricorderà le contraddizioni, incautamente confermate due giorni fa.
Anzitutto, in quella sentenza la Cassazione ha stabilito, in barba a diversi pronunciamenti del Comitato Nazionale di Bioetica, che alimentazione e idratazione non sono, come il buon senso stesso ci suggerisce, sostegni vitali, bensì soluzioni terapeutiche. Non contenti, i giudici si son spinti fino a definire l’irreversibilità di uno stato vegetativo. Straordinario: così facendo, la magistratura è riuscita dove anche la comunità scientifica, al momento, è incapace. Infatti, come ha giustamente ricordato anche Vincenzo Carpino, presidente dell’Aaroi, acronimo che sta per Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani, “non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza uno stato vegetativo permanente. Mancano parametri scientifici e quindi protocolli di riferimento” (Corriere della Sera, 17/10/07, p.3). E’comprensibile che i medici, dopo casi come quello di Jan Gbzebsky, svegliatosi dal coma dopo 19 anni, non se la sentano di definire, per lo stato vegetativo permanente, parametri di irreversibilità. Parametri che invece esistono per definire la morte cerebrale totale, quella che purtroppo definisce l’irreversibilità del coma.
La differenza tra morte cerebrale totale e morte corticale, cioè quella che determina gli stati vegetativi come quello di Eluana, è nota da tempo: la stessa Legge sui trapianti vi fa riferimento. Col pronunciamento della Cassazione, però, questa dicotomia, che i medici conoscono bene, è stata giuridicamente distrutta. Sulla base di queste a dir poco strampalate valutazioni, i magistrati hanno poi stabilito che, poiché vi sarebbero testimonianze convergenti che riferirebbero la contrarietà espressa da Eluana ad essere mantenuta in vita qualora si fosse trovata in stato vegetativo, giustizia vuole che queste volontà vengano rispettate.
I nodi critici, già presenti nelle traballanti premesse della sopraccitata sentenza, esplodono qui in tutta la loro gravità: com’è possibile ricostruire, affidandosi a testimonianze risalenti a decenni fa, la volontà di una persona, per giunta su un argomento spinoso quale è lo stato vegetativo che – lo ricordiamo – è cosa altra da coma irreversibile? Ma soprattutto com’è possibile che le volontà – espresse oralmente in circostanze non meglio precisate – di una persona, possano decretarne il destino?
Altro che testamento biologico, qui siamo alla barbarie: d’ora in poi, se l’obbrobrio posto in essere dalla Corte d’Appello di Milano dovesse essere confermato, ciascuna delle 1500 persone che in Italia vivono la stessa condizione di Eluana è da considerarsi in pericolo; basterebbe infatti che un loro congiunto si facesse avanti rammentando – a nome dell’interessato in stato vegetativo – un presunto interesse di quest’ultimo a rifiutare tale condizione, e il malcapitato sarebbe lasciato morire, proprio come toccherà alla povera Eluana, di fame e di sete, in una straziante agonia.
Il paradosso è che quanti vedono in questo infausto pronunciamento della magistratura un successo, hanno pure il coraggio di evocare espressioni strappalacrime come “morte dignitosa”, evidentemente inconsapevoli di quanto atroce possa essere un travaglio quale sarà quello di Eluana qualora il padre, forte del nullaosta della magistratura, decidesse di procedere con la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione.
A intristire, se possibile, ancor più questa dolorosa vicenda, ci si è messa pure la macchina mediatica, sempre pronta a sacrificare il dolore altrui sull’altare della notizia; per giunta, l’informazione di stampa e telegiornali ha tratteggiato la vicenda di Eluana, travisandola, come uno scontro tra la magistratura italiana – quella sì Sacra e Indipendente – e il sempre pugnace “Vaticano”.
Chi lo spiega ai giornalisti che il Vaticano è uno Stato e che non sono solo “le gerarchie ecclesiastiche” a propugnare ragioni – peraltro sostenibilissime sul piano razionale – di indisponibilità della vita umana? La storia della crociata tra laici e cattolici, francamente, ha fatto il suo tempo.
Meglio concentrarsi sulla realtà delle cose e pregare per l’unica vera vittima di questa triste storia, lei che, mentre il mondo si affanna a programmarle il destino, respira immobile in un letto, abbracciata ogni giorno di più dall’Amore del Padre.