Ancora sulle diverse reazioni al suicidio di Roberta Tatafiore.

Il suicidio a freddo di Roberta Tatafiore, in seguito e con una certa correlazione al dibattito sull’eutanasia, o suicidio assistito, ha scatenato molteplici prese di posizioni.

Ne riporto due, una indicativa dell’atteggiamento ideologico del mondo femminista, cui Roberta apparteneva, e  che ha da sempre stravolto il concetto di libertà; l’altra, più umana, più vera, e riassumibile in poche parole: nessuno ha il diritto di uccidersi, perchè non siamo creature isolate, ma nasciamo, cresciamo, viviamo, in relazione con gli altri, dal grembo materno in poi. La vita non è nostra: dobbiamo renderne conto a Dio, o, quantomeno, a chi ci ama. Solo così siamo liberi, dell’unico fine cui la libertà è preordinata: la  ricerca del Bene, dell’Amore, della Verità.

 

 

 Repubblica 19.4.09 Una lettera a Repubblica di Blume Gra, nipote della Tatafiore

 Ho letto da poco il servizio sul suicidio di Roberta Tatafiore. Io sono la nipote di Roberta, la conoscevo bene e l’amavo. Ma credo che non ci sia nessuna libertà in quello che Roberta ha fatto; c’è la depressione profonda e la "gelida determinazione" che l’ha portata fuori dal mondo e dagli affetti. Credo che l’unica vera umana libertà che Roberta aveva era quella di continuare a vivere. Invece ha scelto un atto violento che in chi resta lascia solo disperazione e incredulità. Non c’entra nulla la letteratura, né la creazione artistica. Il suo memoriale non è un regalo, come dice Anna Bravo, ma la lucida affermazione che la speranza non esiste, eppure Roberta era viva e se stava male aveva la possibilità di curarsi e non solo quella di suicidarsi. E di questo forse le femministe di 40 anni fa dovrebbero rendersi conto.

Repubblica 16.4.09 Anna Bravo, storica delle donne, femminista di antica data.

 Una scelta di libertà che non rinnega il suo istinto vitale "Scelta estrema di libertà" «Il modo scelto per morire non rinnega certo la sua vitalità», dice Anna Bravo, storica delle donne e voce originale del femminismo. «Questo memoriale lasciato agli amici non è servito soltanto ad accompagnare Roberta durante i suoi ultimi giorni, ma è soprattutto un regalo fatto agli altri. Ci sta dicendo che nella vita c´è anche la morte, e che lei l´ha vissuta in questo modo». In quale modo? «Come scelta estrema di libertà. Roberta era tra gli spiriti più liberi che abbia mai conosciuto, sempre fedele a se stessa, capace di uno sguardo singolare sulle cose del mondo. In fondo l´aveva anche detto: in caso di difficoltà del vivere, sul comodino ci sono sempre le pasticche. Quelle pasticche le ha prese, e ha voluto condividere con noi questo suo gesto».

Il suicidio di Roberta Tatafiore

Qualche giorno fa è morta suicida Roberta Tatafiore, storica esponente del femminismo italiano. Si è uccisa a freddo, dopo essersi recata in un albergo, aver lasciato un lungo memoriale inviato a 4 amici, forse per una pubblicazione postuma.

Il suo, hanno scritto amici e amiche femministe- su tutti i più importanti quotidiani, segno che era molto conosciuta in certi ambienti, a sinistra e a destra, dove era stata introdotta da Giordano Bruno Guerri e da Il Secolo di AN, per cui scriveva abitudinariamente-,è stato il gesto di una donna “libera”, sino alla fine. Lei, infatti, hanno sostenuto, credeva nella libertà, sino a considerare esperienze di libertà non solo l’aborto, ma anche l’omosessaulità, lo scambismo e la prostituzione.

Poco prima di morire aveva scritto un lungo articolo su Eluana Englaro che iniziava così. A corpo freddo (di Eluana) e a mente raggelata (la mia) mi interrogo sulle ragioni dell’esito paradossale del cosiddetto Caso Englaro : il padre di Eluana è riuscito sì a liberare sua figlia da una vita-non vita (e in questo gli va tutta la mia solidarietà), ma a un prezzo molto alto: avremo la legge peggiore che esista al mondo sulle volontà di fine vita, malgrado la grande mobilitazione di tante teste competenti e intelligenti e dei sempre generosi Radicali per far sì che ciò non avvenga. A meno di clamorosi cambiamenti durante l’iter accelerato della legge, dopo la legge la libertà di donne e uomini farà un passo indietro altrettanto clamoroso. La vittoria del padre di Eluana per sua figlia, sancita dai tribunali, si rovescerà in una sconfitta per tutti – sancita dal parlamento. Una vittoria di Pirro, politicamente parlando. Anche in altri paesi, quelli ai quali dovremmo somigliare, è aumentata la presa del potere religioso (segnatamente cattolico) che pretende di azzerare il pluralismo etico, insito in qualsiasi società, e di imporre erga omnes una morale confessionale. Ma da noi la Chiesa si incontra con la maggioranza del ceto politico, tanto di governo quanto di opposizione, e riesce a far sì che la sua visione morale venga sussunta nelle leggi emanate da governo e parlamento. ..

Senza entrare nel merito di questa triste scelta, che desta pena in ognuno, restano al sottoscritto alcune domande: quanta tristezza ha portato il femminismo? Quanta ipocrisia e banalità intorno alla parola “libertà” ? Non c’è idolo più triste e sanguinario, della libertà svincolata dalla verità: come può essere stato un gesto di libertà quello che ha posto fine alla vita, e cioè alla possibilità stessa della libertà?

Penso che il suicidio della Tatafiore sia l’esito disperato di una vita impegnata, secondo l’ideologia femminista, a “liberare” la donna dalla prigionia del matrimonio e della procreazione, della famiglia e dei figli, in nome del “libero amore”, che è la faccenda più sporca, egoista e infelice che ci sia. Infatti nessuno ha parlato nè di figli, nè di marito: solo della sua decisione, non libera ma disperata, di andare a morire da sola, in un albergo, ancora nel pieno delle forze, e della fama.

Ma un suicidio così, a freddo, non è un rinnegare, sebbene implicitamente, la propria stessa vita, dal momento che, come dicevano i nostri nonni, si muore come si è vissuti ?

Roberta Tatafiore collaborò per lungo tempo con Il Manifesto e con Noi Donne, Radio Radicale, la rai e la Televisione della Svizzera italiana. Fu la fondatrice, nel 1983 di “Lucciole” prima rivista ad affrontare i temi della prostituzione visti dalle prostitute stesse. Da lì nacquero poi i suoi primi scritti sul mercato del sesso: “Sesso al lavoro” (Il Saggiatore ’94) e “Uomini di piacere” (Frontiera ’98). Tra gli altri libri ricordiamo anche “De bello fallico”. Ultimamente scriveva soprattutto per Il Secolo, di AN, ma anche per Foglio e Giornale. Ecco la frase tipica con cui è stata salutata la sua scelta dagli ambienti femministi e gay: “una libertaria tutta d\’un pezzo, che ha scelto di mettere fine alla propria vita in piena autonomia”.

Se esistesse il diritto di morire

Se esistesse il diritto di morire, dovrebbe valere sempre e per tutti: per l’anziano solo, per il genitore depresso, per il disoccupato, per l’adolescente deluso da una storia d’amore; altrimenti che diritto sarebbe?

Se esistesse il diritto di morire, lo Stato dovrebbe garantirlo come si deve, con efficienza, recapitando preventivamente a tutti cianuro a domicilio.

Se esistesse il diritto di morire, dovremmo ricordarlo a tutti, con bei cartelloni colorati all’angolo delle strade.

Se esistesse il diritto di morire, i medici farebbero meglio ad indossare camici color corvo, così da dare un tocco di professionalità al loro nuovo lavoro.

Se esistesse il diritto di morire, dovremmo costruire le case di riposo il più vicino possibile ai cimiteri, se non altro per risparmiare sulla benzina e contrastare l’effetto serra.

Se esistesse il diritto di morire, risolveremmo finalmente l’annoso problema delle pensioni, baby e non.

Se esistesse il diritto a morire, dovremmo filantropicamente farcene carico anche per chi ha difficoltà ad esprimere le proprie volontà, se no gli amici a che servono?

Se esistesse il diritto di morire, potremmo riciclare il Cottolengo e trasformarlo in un bella sala giochi per ragazzi sani e forti.

Se esistesse il diritto di morire, dovremmo cancellare dai nostri dizionari la parola “speranza” e farla sostituire con “illusione”.

Se esistesse il diritto di morire, non dovremmo però toccare la nostra amata Costituzione, infatti c’è già scritto tutto quanto nell’articolo 32, o almeno così dicono.

Se esistesse il diritto di morire, in breve tempo, vivere diventerebbe una di quelle condotte scomode, da fare in silenzio, senza calpestare la sensibilità altrui.

Se esistesse il diritto di morire, quel romantico e umanissimo sentimento che è la tristezza perderebbe tutto il suo senso, perché la felicità diventerebbe condizione necessaria per vivere.

Se esistesse il diritto di morire, le lacrime in pubblico dovrebbero essere multate, infatti qualora uno avesse un problema – qualsiasi problema – avrebbe già la soluzione in tasca, senza bisogno di molestare nessuno.

Se esistesse il diritto di morire, l’unica buona ragione per fermare un suicida sarebbe non essersi prima assicurati che costui non abbia con sé dell’esplosivo: coi tempi che corrono non si sa mai.

Se esistesse questo diritto, quasi più nessuno direbbe ti amo da morire; se infatti uno già non volesse la sua vita, donandogli pure la propria gli si farebbe il peggiore dei torti.
Sarebbe cattiveria allo stato puro.

Beppino Englaro svela le sue idee politiche. Ci scrive Matteo Carnieletto.

 Avevamo detto chiaramente: dietro Beppino ci sono le sue idee, e la politica e coloro che lo hanno sostenuto, e che lui ha sempre ringraziato: i sostentori dell’eutanasia legale e della giustezza del suicidio in nome dell’autodeterminazione. Eluana, poveretta, abbandonata subito dal padre, centra ben poco. Oggi sul Corriere Beppino ricorda il suo culto per Loris Fortuna, il parlamentare che portò l’aborto legale e che fece i primi disegni di legge per …l’eutanasia! 

p.s In questi giorni hanno intervistato molti dei genitori, mariti o mogli degli oltre 2500 persone in uno stato come Eluana: le loro risposte: allora, se lui è un eroe, noi siamo dei delinquenti, che fanno soffrire i nostri cari! Oppure: tutti i giornali su un caso, perchè si vuole la morte, ma quando noi chiediamo aiuto, nessuno ci ascolta e ha interesse per noi (nenache lo Stato, che pure potrebbe aiutarci). Oppure: se l’eutanasia diventa culturalmente accettata, inevitabilmente chi vorrà vivere verrà considerato un egoista che pesa sulla società, e si sentirà in colpa… Per ora nessuno, comunque ha chiesto l’eutanasia: ma i radicali sono già alla caccia di un nuovo caso, per trasformarlo, mediaticamente, in un grimaldello per l’eutanasia.  

 

Englaro e la politica «Con Eluana ho conosciuto la sorella di Amato, ho sempre stimato Giuliano. Fini mi sorprende in positivo»

Beppino: vorrei che rinascesse il Psi «Sono cresciuto nel culto di Loris Fortuna e ricordo Craxi con entusiasmo. Candidarmi? Mai»

MILANO — Papà Beppino non si ferma. Testamento biologico e libertà individuali: il suo futuro. Perché non è finita. Non ancora. «Ho lottato per mia figlia, ma ora che è morta non me ne starò a guardare». Solo da cittadino. Nulla di più. Englaro scende in campo. Parteciperà a trasmissioni televisive (stasera da Fabio Fazio), interverrà a convegni (oggi in diretta telefonica con la manifestazione a Roma organizzata da Micromega), esprimerà la sua opinione. Presto attraverso una fondazione con il nome di Eluana. In ogni caso, sotto una pioggia di critiche. Che, in parte, sono già arrivate. «Lo so. Mi accusano ingiustamente di usare la mia storia per fare politica. Ma non mi interessa. Con tutto quello che ho passato, non mi faccio spaventare, non sono certo gli altri a dirmi cosa fare e cosa no». La sua esperienza al servizio della collettività. La storia di Eluana, «un approfondimento unico che la sorte gli ha riservato». L’incidente stradale nel 1992, l’iter giudiziario iniziato nel 1996, l’epilogo oltre dieci anni dopo.

Ma alla base due principi fissi: libertà individuale e autodeterminazione. Englaro li proclama sin dalla mattina dopo lo schianto che ha ridotto la figlia in fin di vita. Idee che non cambiano, nonostante i confronti serrati, gli scontri politici e ideologici, le minacce di morte. «Nessuno può decidere per la vita degli altri. Eluana aveva già deciso per sé»: il suo ritornello. Oggi Beppino si guarda indietro, oltre gli ultimi diciassette anni. Oltre l’uomo deciso e irriducibile che finora ha mostrato al mondo. E vede se stesso bambino, sulle ginocchia del padre Giobatta mentre per la prima volta sente parlare di socialismo. A Paluzza, in Carnia. Dove di fatto affondano le sue radici. Culturali e anche politiche. «Sono sempre stato socialista — racconta —, in famiglia ho respirato quest’aria ».

Deve fare mente locale, recuperare pezzi di memoria, tornare indietro nel tempo, scavalcando i meandri della sua lunghissima battaglia giudiziaria. Ma poi tutto torna a galla. E ritrova quel filo sottile che lo lega al passato e lo condurrà nel futuro. «Con mio padre parlavo di Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio e autore della prima proposta sulla depenalizzazione dell’aborto. Per noi friulani resta un leader. Poi ho sempre avuto in mente il partito socialista, del quale Bettino Craxi prese le redini nel 1976. Ricordo l’entusiasmo di quegli anni, vedevo in lui il segretario capace di rilanciare il Psi, dandogli vigore, forza e peso politico. Era una ventata nuova, si capiva che sarebbe diventato trainante a livello nazionale. Il culmine fu quando divenne presidente del Consiglio». Orgoglio socialista. Beppino non lo nasconde. Ammira Bettino Craxi, nonostante le sue vicissitudini. «Non parlo di quello che gli è successo dopo. Ma politicamente ne ero affascinato. Ricordo quando, durante la crisi di Sigonella, Craxi non cedette alle richieste del governo americano. Fu il momento più bello». I due si incontrano a Roma, in un ristorante. «Fu spontaneo per entrambi alzarci e stringerci la mano. C’era anche mia moglie». A differenza di suo fratello Armando, segretario del Psi carnico, Beppino non fa politica, ma da lontano segue gli eventi. Fa amicizia con Roberta Breda, deputato eletto nel collegio di Udine: «Era una socialista e una donna eccezionale. Fu triste quando morì di cancro. Era così giovane. Andai al suo funerale».

Poi il rapporto stretto con la sorella di Giuliano Amato: «Frequentava la spiaggia di Pesaro dove andavo con Eluana. Lei conosceva mia figlia. Parlavamo di Amato, che ho sempre stimato: lo chiamavo "testa d’uovo". In lui percepivo l’intellighentia del Psi». Passano gli anni, il partito si sfalda.

Ma Englaro continua a votare i socialisti ovunque essi siano. «L’ho fatto anche quando si sono associati alla "Rosa nel pugno"». E non perde la speranza: «Spero in una rinascita del partito socialista, come un partito liberale all’avanguardia, riformista, da contrapporre ai conservatori. Mi dicono tutti che è un’illusione. Ma questo è il mio sogno. Come si fa a buttare all’aria oltre cento anni di storia?». I sogni nel cassetto, da un lato. Dall’altro, la vita: «Ho sempre creduto nella libertà nel sociale. E questo si è verificato nella vicenda di Eluana. Non a caso, l’aiuto è arrivato proprio da socialisti».

Non è più un segreto: sono l’ex deputato Gabriele Renzulli (ora Pd) e il senatore pdl Ferruccio Saro ad aprirgli la strada del Friuli. Con loro Renzo Tondo, attuale governatore pdl. Settimane di fuoco. Tra dispute politiche, insulti, ma anche posizioni di tutto rispetto: «Ringrazierò per sempre il presidente Napolitano che non ha firmato il decreto. Non dimenticherò l’intervento di Gianfranco Fini: una sorpresa inaspettata. È stato un momento storico senza precedenti. È stato come dire: "Insomma, siamo o no in uno Stato di diritto?"». Quel filo sottile che non si spezza continua oggi nell’impegno civile. «Ho una mia idea sul testamento biologico. La futura legge dovrebbe prevedere la possibilità di nominare un curatore speciale ». Una figura non nuova che richiama il nome di Franca Alessio, che lo fu per Eluana. Ma Englaro pensa ancora a lei. «Se dovessi perdere la coscienza, Franca Alessio si occuperà di decidere per me nel dialogo con il medico, con la possibilità di sospendere qualsiasi trattamento. Solo così non mi succederà quello che è accaduto a mia figlia». Nessuna scadenza nel mandato: «Non ce ne sarà bisogno, il curatore dovrebbe agire sotto il controllo del tribunale». Gli appuntamenti sono tanti. È ora di chiudere. Nessun ripensamento su un’eventuale candidatura: «Non lo farei mai, neppure se tornasse il grande partito socialista ». Corriere della sera, 21/2/2009

Lettera di Matteo Carnieletto:

 È passata ormai un po’ di tempo dalla morte di Eluana Englaro. I volti della sinistra e del mondo laicista che avevano ordinato il silenzio su questa morte parlano già di referendum e di mobilitazioni di massa in favore del diritto alla morte. Ma esiste un diritto di questo tipo? Noi crediamo di no e pensiamo che questo tipo di idee provengano da piccole minoranze e non dalla maggioranza del popolo italiano. Leggiamo nel numero di dicembre di Erasmo, rivista del Grande Oriente d’Italia, un articolo che Umberto Veronesi aveva scritto per Repubblica. L’esimio professore inizia la sua trattazione partendo dal fatto che Eluana «ha parlato semplicemente e chiaramente: «Io non voglio esistere così», diceva indicando il suo amico in coma vegetativo, riferendosi inequivocabilmente a quel corpo che stava davanti a lei, a come lo vedeva e lo percepiva, provandone terrore. Non ci sono giochi di parole: proprio quello ad ogni costo non voleva Eluana, e da lì dobbiamo ripartire, per non perderci nella "tragedia degli equivoci"».

Come giustamente fa notare Veronesi non dobbiamo perderci nella tragedia degli equivoci e ci sembra giusto aggiungere qualche dettaglio che il professore sembra dimenticare. Pietro Crisafulli, per molto tempo amico e confidente del padre di Eluana, scrive: “Beppino Englaro si confidò a tal punto da confessarmi, in presenza di altre persone, che ‘non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire’. In effetti, Beppino, nella sua lunga confessione mi disse che alla fine, si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni. Che non era più in grado di sopportare la sofferenza e che in tutti questi anni non aveva mai visto miglioramenti. Entro’ anche nel dettaglio spiegandomi che i danni celebrali erano gravissimi e che l’unica soluzione ERA FARLA MORIRE e che proprio per il suo caso, voleva combattere fino in fondo in modo che fosse fatta una legge, proprio inerente al testamento biologico”. Il professor Veronesi deve riconoscere che Eluana non voleva morire.

Scrive il dottor Morte Veronesi: “Resta da vedere perché mai dovremmo mettere in dubbio il lavoro paziente e meticoloso dei nostri giudici che hanno ricostruito questa volontà, emettendo una sentenza che sapevano perfettamente sarebbe stata altamente impopolare. E perché mai un padre adorante verso la propria "bambina", come dice Beppe Englaro, avrebbe dovuto battersi per anni per realizzare tale volontà, affrontando la gogna mediatica e la distruzione della sua vita personale?” A queste domande vorremmo rispondere noi. Il lavoro paziente e meticoloso dei giudici si è già rivelato fallace. Le parole di Crisafulli dimostrano che Eluana non ha mai detto di voler morire e che tutto è stato organizzato affinché venisse introdotta in Italia se non una legge mortifera, almeno una discussione su questa. Le posizioni che la Massoneria ha espresso in materia di aborto ed eutanasia sono abbastanza note; basti ricordare qualche frase del due volte Gran Maestro della Loggia di Francia, Pierre Simon: “Amare veramente la vita, rispettarla, implica che bisogna avere talora il coraggio di rifiutarla. L’eutanasia è spesso oggetto di una domanda molto profonda dei genitori, soprattutto delle madri. Certe, angosciate davanti alla loro gravidanza, non danno pace finché non ci strappano questa promessa: di non lasciare vivere un bambino che sia anormale senza possibilità di cura”. Come è umano il due volte Gran maestro di Parigi! Ci ricorda tanto una frase simile scritta qualche decennio prima: “Si garantisca una morte pietosa ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano”. Queste parole potrebbero essere state pronunciate da un qualsiasi sostenitore dell’eutanasia, da un Pannella o un Veronesi. In realtà sono state proferite da Adolf Hitler. Già questa semplice similitudine tra due diverse ideologie della morte – quella massonica e quella nazionalsocialista – dovrebbe far sorgere in noi qualche opposizione nei confronti dell’eutanasia.

Nel giorno in cui scriviamo si è tenuta a Roma una manifestazione No Vat. alla quale hanno partecipato associazioni laiche, antifasciste e omosessuali. Su Repubblica ci viene spiegato che il corteo è stato organizzato da un movimento “nato per iniziativa di alcune soggettività lesbiche, gay, trans e femministe”, chiamato Facciamo Breccia. Che omosessuali e partito radicale vadano a braccetto (non solo in senso figurato) è cosa nota. Ma perché è stato organizzato questo No Vat.? Uno degli organizzatori ha detto: “Siamo scesi in piazza per rivendicare la libertà di scelta responsabile in ogni fase della vita, l’abolizione dell’ora di religione nelle scuole e la piena cittadinanza per lesbiche, trans, gay e migranti". Chiediamo al gentile organizzatore di Facciamo Breccia come si possa rivendicare la libertà di scelta in ogni fase della vita. Per esempio un bambino che non ha ancora sviluppato la mente per ragionare come può scegliere liberamente? Attendiamo risposta. L’ora di religione non è obbligatoria nelle scuole; lo studente può decidere se partecipare o meno alle lezioni. Questo, tra l’altro, accade solo per questa disciplina e non c’è nessuno che, per esempio, possa chiedere l’esonero dalla lezione di matematica. Per quanto riguarda la piena cittadinanza per lesbiche, trans, ecc., che io sappia, un omosessuale rimane cittadino italiano e non passa ad un’altra cittadinanza perché dell’altra sponda. Sul sito di Facciamo Breccia possiamo leggere che il Vaticano attacca le forme di vita, i corpi reali e la loro dignità, in nome di una astratta e normativa "difesa della vita". Chi vuole la morte di una persona per fame e sete difende la libertà dell’uomo? Per carità!

Matteo Carnieletto

Maurizio Mori, lo sponsor di Beppino, e la compagnia della dolce morte.

Avvenire e il Foglio sono stati gli unici giornali a voler guardare più in là, rispetto a quello che è successo in questi giorni ad Eluana Englaro. Tutti hanno puntato i riflettori sul mero fatto in sé, lasciando spazio in buona parte al sentimento, cosicchè l’Italia si è divisa sul dolore di Beppino e sulla condizione di una giovane donna ridotta in uno stato pietoso (e, per questo, degno di pietà). Si è così assistito a persone che hanno applaudito la morte di Eluana, ritenendo che essa rappresentasse una forma di liberazione, e abbiamo ascoltato e letto richieste di riconoscimenti civili, e di un posto in parlamento, per Beppino. Non si è voluto guardare, però, alle implicazioni di quanto è avvenuto, alle conseguenze a lungo termine del caso certamente pietoso e drammatico.

 Forse si è peccato di ingenuità, forse di disinformazione voluta. Eppure vi erano segnali da approfondire: la tenacia e la determinazione di Beppino, per tanti e tanti anni, potevano venire da lui e solo da lui? La denuncia del Crisafulli, secondo cui Beppino era spalleggiato e sostenuto dai radicali, e sperava proprio in questo, non era degna di un approfondimento? Perchè Beppino ha per tanti anni aspettato pazientemente, quando, se avesse voluto davvero “liberare” sua figlia, e solo quello, lo avrebbe potuto fare, almeno dopo l’ordinanza, da solo, a casa sua, senza continuare a cercare un luogo pubblico, ufficiale, per consacrare il fatto (non sapendo quanto tempo la ricerca avrebbe impiegato)? Ad analizzare meglio i fatti si sarebbe potuto capire che la compagnia della dolce morte, che dolce non è stata, che ha seguito Eluana e ha sostenuto Beppino nelle infinite e sfinenti battaglie legali e mediatiche, non era una compagnia spontanea, nata all’improvviso, sull’onda della pietà per Eluana e Beppino, ma un sodalizio ben più antico, che da molto tempo si batte per la legalizzazione dell’eutanasia. Possibile che non abbia detto nulla, ai più, il fatto che a spalleggiare Beppino ci fossero membri di Politeia, da Carlo Defanti a Maurizio Mori, da anni e anni in prima linea per la legalizzazione dell’eutanasia in nome dell’autodeterminazione.

 Il Defanti, nel suo Soglie, come ricordato dal Foglio, sosteneva già tempo orsono che sulle decisioni di fine vita “non dovrebbero esserci limiti alla libertà individuale, se non in presenza di danno agli altri”, dimostrando di avere ben chiara una meta: l’eutanasia legale, appunto, e non solo nei casi estremi! A sua volta Maurizio Mori, docente di bioetica all’università di Torino e Pisa, ben prima di queste ultime vicende, intervistato dall’associazione Walter Tobagi, affermava: “Senz’altro più controversa resta invece la questione relativa allo stato vegetativo persistente, perché si tratta di persone che ormai hanno perso le funzioni superiori del cervello, ma rimane il tronco encefalico, per cui si ha ancora respirazione autonoma e questo permette di resistere anni, anche decenni. Questi sono casi non ancora previsti, perché non rientrano nella definizione di "morte cerebrale", anche se per loro non c’è speranza di ritorno a vita cosciente. Ora, in questo caso uno potrebbe richiedere appunto la sospensione delle terapie oppure di lasciare i propri resti corporei, mortali (bodily remains li chiamano in inglese perché a quel punto non si può neanche più parlare di "corpo") ad esempio, per la sperimentazione scientifica, per testare nuovi farmaci. Ormai la persona non c’è più, non c’è neanche più la capacità di provare piacere o dolore… Ecco, può sembrare brutale, ma secondo me sono già morti, indipendentemente dal fatto che respirino: sono morti in quanto persone, non in quanto esseri umani. La distinzione tra essere umano e persona per me è fondamentale: non tutti gli esseri umani sono persone...”.

Nessuno conosceva questi scritti, queste idee così spesso ripetute dal Mori, e ormai divenute un leit motiv della cosiddetta bioetica laica? Nessuno ha paura di un’uomo che spiega la distinzione tra essere umano e persona, e in nome della sua personale definizione, toglie dignità ad un nostro simile? Eppure siamo tanto vicini all’anniversario di quei diritti dell’uomo tanto pomposamente dichiarati, quanto palesemente dimenticati. Proprio riguardo a quella dichiarazione,che nacque anche in seguito alla fine del nazismo e del suo programma eutanasico, sempre Mori, affermava: “Trovo invece fuorviante rifarsi, in modo spesso ossessivo, ai diritti dell’uomo, ipotizzando, addirittura, di aggiungere una postilla sulla bioetica. I diritti dell’uomo sono nati in un’epoca in cui questi problemi non c’erano, perché non c’era stata la rivoluzione medico-biologica. Basterebbe osservare che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, i termini "persona", "individuo", "essere umano" sono usati come normali sinonimi, cosa che andava benissimo fino a quando la scienza non ci ha costretto a vedere meglio i fenomeni di cui abbiamo parlato prima. Molti dei problemi che oggi noi ci troviamo ad affrontare a mio giudizio dipendono dal superamento e dall’abbandono di quello che io chiamo "il principio di sacralità della vita", che non equivale affatto a non uccidere” (http://www.geocities.com/centrotobagi/rightcol.html#motore).

 

Tutti d’accordo, nulla da dire, nessuna riflessione da fare su queste dichiarazioni, neppure dopo che la morte di Eluana è stata nuovamente salutata dal Mori, sull’Unità del 10 febbraio 2009, come la fine del principio della sacralità della vita, come un evento simbolico analogo alla breccia di porta Pia? Breccia per cosa, se non per l’eutanasia?

Un’ultima considerazione: se il fine di Mori e compagnia è combiare il concetto di diritti umani e distinguere tra persone ed esseri umani, cioè tra diritti e diritti, dignità e dignità, allora è evidente che il richiamo continuo alla libertà di scelta, all’autodeterminazione, è un inganno. Eluana andava uccisa non perchè avesse scelto lei, il che è tutto da verificare, ma appunto perchè la sacralità della vita e dei diritti va abolita, e, inoltre, non era più persona. A quanti e in nome di cosa, verrà in futuro tolta la qualifica di persone e di vite sacre? (Avvenire, 19/2/2009)

La dolce morte non è per nulla dolce, e Veronesi mente, come mentivano sui feti.

Eluana, senza cibo e senza acqua, ha sofferto. Non per nulla le hanno doto dosi non indifferenti di sedativi, per calmare crampi, contratture e dolori. Questo ormai è pacifico. Prima dicevano e spergiuravano che non c’era bisogno. Nel suo "Il diritto di morire", Mondadori, Umberto Veronesi, massimo esponente del movimento pro eutanasia in Italia, giurava, parlando della morte di Terry Schiavo: "Mi sembra che la conclusione che se ne può trarre sia chiara, e tale da rimuovere l’angoscia: le persone in stato vegetativo permanente, così come non avvertono di essere idratate e alimentate, così non avvertono di non esserlo più. Qualunque cosa possa sembrarci, la realtà è che non soffrono, perchè non sono più capaci neppure di soffrire". (p.71,72)

A parte le ripetizioni continue, il concetto è chiaro, rassicurante ma ingannatorio. Come fidarci di questi venditori della dolce morte, che di dolce non ha nulla?

 

 

L’anestesista De Monte: “Non soffrirà. E’ morta 17 anni fa” “Unità, (4/2/2009).

Ma se è già morta, perchè il cuore batte, respira, deglutisce ecc.? Perchè uccidere chi è già morto. E se non soffre, perchè serve un anestesista?

Perchè De Monte mente.

La medicina è una scienza empirica: l’altro caso di una donna lasciata morire di fame e sete è Terry Schiavo. Genitori e fratello hanno continuamente detto che Terry soffriva terribilmente…E comunque non era morta, prima che la uccidessero.

Tanto è vero che a Eluana, quello che spiegava che non soffre, ha dato grosse dosi di “sedativi per calmare crampi e contratture” (Corriere della Sera, 9/2/2009). Sedativi, inteso?

Il neurologo Defanti decide di darle “farmaci sedativi per evitare spasmi o reazioni muscolari”, una “terapia sedativa e antidolorifica anche pesante” (Corriere 4/2/20009). Infatti sono in tanti a dire che soffrirà, eccome. Ad esempio Luciano Gattinoni, direttore del dipartimento di terapia intensiva del Politecnico di Milano (propone “dosi robuste di sedativi che però avranno effetti collaterali”). Che soffrirà molto, lo dicono anche Marco Perotti, direttore dell’istituto di tumori di Milano, il neurologo Giuseppe Nappi e molti altri…

Chi nega categoricamente che soffrirà? Maurizio Mori, fautore dell’eutanasia; De Monte, l’anestesista che la ucciderà;Mario Ricci, un altro sostenitore dell’eutansia (Corriere, 4/2/2009) e… Veronesi, che ovviamente, dà per certa anche lui la sua posizione, pur sapendo che non è così, quantomeno che non ha prove per dirlo. Dogmatici, benchè non vi siano motivi, se non ideologici, per esserlo…

L’ultimo giorno della vita di Eluana, scrive il Corriere, “si incomincia a compilare il registro della sofferenza. Dopo 24 ore le prime complicazioni: sabato pomeriggio Eluana respira a fatica, le mucose sono asciutte. Gli infermieri nebulizzano acqua. Domenica la situazione si complica: gli infermieri la girano ogni due ore, le nubulizzano acqua sulle mucose. Una cronista che la vede, Marinella Chirico, racconta che ‘è irriconoscibile, le sue orecchie hanno delle escoriazioni’. Eluana è già sedata. Il farmaco è il Delorazepam, iniettato sottocute. Lunedì le sue condizioni precipitano. Il registro della sofferenza parte all’una di notte…la sedazione prosegue. Nel pomeriggio la febbre sale. Eluana è debole, respira malissimo, è sempre sedata. Le urine sono scomparse. Alle 19.35 il cuore si ferma” (Corriere, 11/2/2009). Accanto il padre non c’è, da una settimana ormai…

Non ha sofferto? Lo stesso si diceva dei feti, all’epoca dell’aborto: non esistono, non sono persone, non soffrono, sono grumi di cellule. Gli stessi oggi, di allora. Oggi sappiamo che è il contrario. E qualche femminista storica, come Anna Bravo, pur rimanendo abortista, lo dice, con grande clamore, sulla rivista Genesis: “ci sono molte cose di cui allora si parlava poco o quasi niente. Che il feto fosse materia vivente, non implicava considerarlo una vita. Tuttavia non abbiamo mai discusso sul passaggio dall´una all´altra condizione. Né nei nostri documenti c´è mai traccia della sofferenza del feto prodotta dall´interruzione della gravidanza. Gli farà male? E quando? Dopo la ventiquattresima settimana? C´è modo di porvi rimedio? Ecco: non eravamo sfiorate da timori o inquietudini». Né allora né oggi.

Primi effetti del caso Englaro.

Anche in Trentino migliaia di persone dichiarano in internet la propria volontà di autodeterminazione formulando un improvvisato testamento biologico. Leggiamo, al riguardo, affermazioni deliranti di questo tenore: ” nel caso in cui perdessi coscienza e dovessi essere curato e alimentato, dopo 24 settimane sospendete ogni cura e alimentazione, lasciandomi andare.” Questo significherebbe che, con buona pace dei parenti di qualsiasi grado e disperando di ogni possibile cura, dopo soli 5 mesi il soggetto in questione dovrebbe morire. E’ evidente come soltanto una concezione individualistica o piuttosto solipsistica della vita possa generare idee di questo tipo, idee, che se accolte, porterebbero ad impedire che l’amore e la speranza possano esercitarsi vero i propri cari. Questo è uno degli innumerevoli costi occulti cui una poco meditata legge sul testamento biologico potrebbe dar corso. E’ bene meditare profondamente prima di accampare diritti su stessi che prescindano dal fatto che ogni uomo vive con e attraverso gli altri.

Che pensare di Beppino Englaro?

Che pensare di un padre che lascia morire la figlia di fame e sete? Non me lo sarei chiesto così, se Beppino Englaro la avesse uccisa in un raptus di disperazione. Non me lo sarei chiesto, con tanta ansia, se l’idea gli fosse venuta dopo 17 anni, e non subito, o quasi, come molte testimonianze sembrano indicare. Non lo avrei fatto, se dopo la sentenza, la avesse presa, portata a casa e lasciata morire, a insaputa del mondo, “per lei”, nella follia del dolore. Invece un padre che subito si mette in moto, cerca avvocati e trasmissioni, politici e alleati, che scrive libri, frequenta di continuo radicali, avvocati e tv, mi lascia perplesso. Mi fa sospettare che il Crisafulli, mai smentito, abbia perfettamente ragione. Mi atterrisce che Beppino abbia voluto tenerla in vita, lui che voleva “liberarla”, finché non ha trovato una struttura pubblica che ratificasse quella morte come buona e giusta. Se non ci fosse stata la casa di riposo La quiete, quiete eterna si intende, ad “accoglierla”, Beppino avrebbe cercato ancora, con pervicace ostinazione, ritardando all’infinito l’operazione “salvifica”. Perchè, se era solo l’amore per la volontà, come diceva lui, della figlia? Eppure lui sapeva che Eluana non soffriva, che era accudita con amore, e che invece, chi la ha fatta morire, la ha sedata abbondantemente, sapendo evidentemente quanto dolore comportino disidratazione e fame. Quello che mi ha sconvolto, alla fine, è stata ancora una notizia, letta sul Corriere, piccola piccola: “Alle 20.10 (del 9 febbraio, lunedì, ndr) Eluana muore. Suo padre l’ha vista l’ultima volta martedì” (Corriere, 10/2/2009). Si sapeva che sarebbe morta presto, che erano i suoi ultimi giorni, eppure Beppino, per una intera settimana, forse l’ultima di sua figlia, non le è rimasto accanto, mai! Ecco, su di lui non voglio dire altro, ma certo, vorrei che “padre” significasse qualcos’altro: abnegazione, sacrificio, amore senza limiti e senza fine. Non è un’utopia: ce ne sono tanti che ci riescono. Quei tanti fanno il mondo più bello e più civile, a differenza dei difensori delle sentenze dubbie, e i promotori dell’eutanasia. Di una cosa sono certo: Beppino non ha trovato la quiete, e forse rimarrà tormentato tutta la vita dal rimorso. E certo non avrà più accanto radicali, sostenitori dell’eutanasia, difensori dei diritti a poco prezzo. Sarà lasciato solo. Più probabilmente, spero, avrà le preghiere di quelle suore che amavano sua figlia, e che per 17 anni la hanno servita e onorata, nella sua fragilità. Avrà, benchè misere, anche le mie, perchè trovi la vera pace e la vera libertà.

 

p.s Non me lo sarei chiesto, così, se non fosse che per molti, specie a sinistra, è diventato un eroe, e hanno chiesto per lui medaglie al valore civile e un posto di senatore a vita…se non fosse divenuto un simbolo…

A me sembra un bell’esempio quello di Rolando Ciacci, qui sotto:

 "Mia figlia è come Eluana chiede solo acqua e amore"

Chiara è un’altra Eluana. Dal 1° febbraio del 1999 la sua vita si chiama stato vegetativo persistente. Il papà Rolando e la mamma Lucia l’hanno portata a casa, a Grosseto. È da nove anni che Chiara vive con loro, accudita e coccolata giorno e notte. «A giugno compirà 33 anni. Era bella come il sole. Anche ora lo è».

La battaglia quotidiana di Rolando Ciacci è perché Chiara continui a stare accanto a loro. «Basta che viva: è la nostra luce». Che cosa è successo a sua figlia? «Un incidente stradale molto grave. Aveva 22 anni. Arresto cardiaco, l’hanno salvata col defibrillatore, è rimasta 43 giorni in rianimazione. È stata ricoverata a Innsbruck, poi a Grosseto e a Ferrara. Dopo quasi un anno l’abbiamo portata a casa».

 Perché? «Tutti i medici hanno riconosciuto la gravità della situazione di Chiara, tutti hanno detto che non si riprenderà. Però hanno anche aggiunto: se c’è una speranza che recuperi parzialmente potrà accadere soltanto fra le mura domestiche, gli affetti e il calore della sua famiglia. La pensavano così anche in Austria, dove passano per essere più freddi di noi. Comunque non l’avrei mai lasciata in ospedale, la mia Chiara. Se uno vuol bene ai suoi figli li porta a casa, con sé. Non fa come Beppino Englaro».

 Non è d’accordo con lui? «Sono presidente dell’Associazione gravi cerebrolesioni acquisite onlus di Grosseto, abbiamo fatto ricorso alla Corte europea contro la sentenza su Eluana e siamo pronti a denunciare il suo omicidio. Abbiamo già attivato gli avvocati».

Ha mai provato a parlare con Beppino Englaro? «No. E non vorrei. Lui vuol fare della figlia la pietra miliare dell’introduzione del testamento biologico in Italia. Non c’è compromesso: vuole che Eluana muoia, e che muoia nel modo più vergognoso. Non voglio parlargli».

 Lei è credente? «Sono cattolico, ma non c’entra. La sacralità della vita è un valore per tutti. A maggior ragione per una persona indifesa, come sono Chiara ed Eluana».

Qual è la condizione di sua figlia? «Ha il sondino per il cibo, ma respira da sola, ti guarda. Sente se le faccio il solletico. Le persone come lei e come Eluana non sono un legno con un cuore che batte: sono persone vive, che hanno il diritto di continuare a vivere. E noi genitori abbiamo l’obbligo di accudire i nostri figli: tanto più quando non stanno bene».

 Com’è la giornata di Chiara? «La vita è quello che è, certo non è più come prima. L’incidente di Chiara ci ha sconvolto l’esistenza, la routine. Mia moglie Lucia è eroica: trascorre ventiquattr’ore su ventiquattro con lei. Io durante il giorno lavoro, ho un negozio di fiori. Ho 67 anni, ma devo continuare perché la pensione è bassa, non basterebbe nemmeno per comprare le creme di Chiara. Quando arrivo a casa la alziamo, la mettiamo sulla carrozzina, le diamo da mangiare con la flebo. Se c’è bel tempo la portiamo fuori a fare un giro. In estate andiamo sempre cinque o sei settimane al mare. Guardi che lei se ne accorge».

 In che senso? «È un essere come noi: entri in casa e ti guarda, ti muovi e ti segue con gli occhi. Quando la spostiamo si vede che è contenta. Il distacco riguarda la comunicazione. Però a volte risponde con gli occhi». Risponde alle domande? «No, ma se le dici: “Chiudi gli occhi piano piano”, lei lo fa. Poi però pecchiamo di ingordigia, glielo richiediamo subito, e allora lei non lo fa più. I neurologi mi dicono: per sua figlia, per il suo cervello devastato muovere gli occhi è come scalare una montagna. Dopo deve riposarsi. Ma nessuno può dire che sia morta, o che non soffra. Ha solo bisogno di acqua e cibo: tutto qui».

 Riporterebbe Chiara in ospedale? «Mai. Mia figlia sta con me e mia moglie. C’è anche la sorella maggiore, sono sicuro che non l’abbandonerebbe mai. Io chiedo al Signore che ci mantenga in buona salute per Chiara. Lo supplico sempre: basta che viva. È la nostra luce. E chi si permette di spegnere queste luci non è un essere umano». Il Giornale, 9/2/2009

Requiscat in pace.

Isacco, Eluana e la mano che non è stata fermata

Una cittadina in età adulta, resa disabile 17 anni fa da un incidente, è stata eliminata in esecuzione di una sentenza. Contro l’ideologia mortifera la battaglia di credenti e “atei imprudenti” non poteva che essere persa La mano di Abramo sul collo di Isacco, che testimoniava la fede, qualcuno l’ha fermata. La mano dei volenterosi guerrieri culturali che hanno costituito l’associazione “per Eluana”, e le hanno tolto clinicamente la vita per celebrare l’ideologia della libertà di coscienza, anche presunta, non l’ha fermata nessuno. Una cittadina italiana in età adulta, resa disabile diciassette anni fa da un incidente stradale che le aveva tolto la capacità percettiva, senza staccare la spina della sua attività cerebrale e lasciandola per tutto questo tempo in uno stato abulico di sonno e di veglia, è stata fisicamente eliminata in esecuzione di una sentenza giudiziaria. Niente moratoria per la signora Englaro. Dopo il caso di Terri Schiavo, per la seconda volta in occidente una disabilità grave è curata con la morte su richiesta di una autorità tutoria (ieri un marito, oggi un padre). La Schiavo era reclamata dai suoi genitori, ma il marito la pensava diversamente, e nonostante la rivolta dell’esecutivo e del Congresso, anche lì l’ultima parola spettò a una corte giudiziaria. Anche lì la cerimonia dell’addio fu celebrata in pubblico, per affermare un modello morale moderno, che ha le sue radici nel disprezzo verso la vita umana mostrato dalle socialdemocrazie e dai totalitarismi convergenti, nella prima metà del Novecento, intorno alla maledizione dell’eugenetica. In Italia c’è stato un clamoroso e benedetto sussulto della classe dirigente, contraddetto e reso vano con disprezzo da una casta di funzionari dell’ideologia secolarista che odiano ogni possibile lezione di umanità laica e di carità cristiana. Qui a reclamare Eluana, che è morta presto fuori di quel suo ambiente, sottoposta a una forma molto asettica e moderna di tortura, c’erano le suorine misericordine della clinica Beato Talamoni di Lecco. A loro vanno le nostre condoglianze. Questo è un mondo in cui, da oriente a occidente, la vita è trattata in relazione all’onnipotenza dei desideri personali. Non voglio un figlio, lo abortisco perché me lo consente la mia libera coscienza. Lo stato non lo vuole femmina, e impone di abortirlo per ragioni utilitaristiche. Non lo voglio potenzialmente malato, ed è la deriva eugenetica in atto con il contributo ideologico della tecnoscienza. Anche piccoli difetti possono determinare una condanna a morte. I vecchi sono in cura, ancora per qualche tempo, ma la cura delle loro disabilità, e domani l’assunziuone responsabile della loro dipendenza totale dalla attenzione e dall’amore degli altri, viene messa in discussione da campagne pubbliche oblique, fondate su casi solo apparentemente privati, il cui scopo è l’introduzione anche in Italia di protocolli eutanasici. L’azione di carità che pervade la santità moderna, dalle suorine di Lecco tutrici di Eluana Englaro a Madre Teresa, è svillaneggiata e disprezzata sempre più apertamente come versione oscurantista e premoderna di una fede cristiana che logora la potenza semidivina dell’uomo tecnologico. Perfino grandi preti operosi, che fondano ospedali e scuole di filosofia, pensano che la cura non abbia senso senza la possibilità ravvicinata di guarigione, e che il conforto, la consolazione, l’attesa e la carezza siano paccottiglia residua di un passato che anche la chiesa deve imparare a dimenticare in nome degli idoli della scienza e della ricerca. La battaglia dei credenti e degli “atei imprudenti” contro la barbarica esecuzione di una disabile non poteva che essere perduta. E non poteva che essere data. Grazie a tutti coloro che questa battaglia hanno accostato e guardato con lo stesso sentimento di laica e razionale pietà di chi l’ha animata.

Giuliano Ferrara, il Foglio, 10/2/2009

 Ciao Elu, un pezzo d’Italia muore con te 

 Diceva Jean Cocteau che il verbo amare è uno dei più difficili da coniugare: il suo passato non è semplice, il suo presente non è indicativo e il suo futuro non è che condizionale. Poche figlie sono state più amate di Eluana Englaro, nata a Lecco il 25 novembre 1970 e morta per fame e per sete a Udine il 9 febbraio 2009. L’ha amata disperatamente sua madre, al punto da voler scomparire con lei dalla scena pubblica ben prima che questa catastrofe collettiva avesse un prologo e un epilogo. L’ha amata suo padre, tanto da pretendere per lei la morte pur di sottrarla alla cosiddetta «non vita». L’hanno amata suor Albina e le suore misericordine di Lecco, che l’hanno accudita con eroica abnegazione per 17 anni e se la sono vista portar via con la forza, avendo solo il tempo d’inviarle un’ultima carezza via etere, dal Tg1: «Eluana, non avere paura di quello che ti succederà». L’hanno amata i medici, che si sono prodigati prima per restituirla alla sua gioventù, poi per alleviarne le sofferenze e infine per «liberarla» dal suo corpo trasformatosi in gabbia. L’hanno amata i magistrati, che hanno decretato che cosa fosse buono e giusto per lei. L’hanno amata gli amici, che si sono presentati puntualmente nelle corti di giustizia per parlare a suo nome, per testimoniare che Eluana aveva detto così, che Eluana avrebbe voluto cosà. L’ha amata il signor presidente della Repubblica, che con accenti dolentissimi s’è preoccupato acciocché la sostanza non avesse a prevalere sulla forma. L’hanno amata gli eletti dal popolo, anche se non fino al punto di rinunciare al loro week-end. L’hanno amata i giornali, che si sono industriati per spiegare ai lettori argomenti per lo più oscuri alla maggioranza di coloro che vi lavorano. L’abbiamo amata noi, gli italiani, equamente divisi fra quelli che fino all’ultimo non si sono rassegnati a vederla condannata al più atroce dei supplizi e quelli che hanno ostinatamente cercato in tutti i modi di farla ammazzare per il suo bene. Povera Eluana, uccisa dall’eccesso di amore! Accadde la stessa cosa ad Alessandro Magno, di cui i libri di storia ancor oggi narrano che morì grazie all’aiuto di troppi medici. Proprio come te. L’evidenza, sotto gli occhi di tutti, è che gli italiani non sanno più coniugare il verbo amare. Né al passato, né al presente, né al futuro. Dovrebbero andare a ripetizione. Già, ma da chi? Io un’idea, politicamente scorretta ai limiti dell’osceno, mi permetto di suggerirla: da Dio. Sì dall’Onnipotente, un tempo Onnipresente, che invece è divenuto il Grande Assente in questa nostra società, e non certo per Sua volontà. Ma poiché il signor Beppino Englaro ha spiegato che nessuno gli può imporre i valori della trascendenza, mi fermo sull’uscio del suo cuore, da ieri sera più vuoto che mai. Se solo questo padre sventurato ce l’avesse consentito, se solo avesse lasciato che sua figlia continuasse a sperimentare lo scandalo di mani pietose che per anni l’hanno lavata, pettinata, nutrita, vestita, girata nel letto, portata a spasso in giardino, oggi avrei provato a consolarlo, pur reputandolo il primo responsabile di questa tragedia, con le parole di don Primo Mazzolari, un parroco di campagna col quale si sarebbe inteso al primo sguardo: «Due mani che mi prendono quando più nessuna mano mi tiene: ecco Dio». Può non crederci, ma dalle 20.10 di ieri sera Eluana è in mani sicure. E anche con le parole di un Papa che passava per buono e che un giorno confortò così i malati radunati davanti al santuario della Madonna di Loreto: «La vita è un pellegrinaggio. Siamo fatti di cielo: ci soffermiamo un po’ su questa terra per poi riprendere il nostro cammino». Può non crederci, ma sua figlia era fatta più di cielo che di materia. Purtroppo gli uomini del terzo millennio ormai bastano a loro stessi. Hanno la Costituzione, il Parlamento, le Leggi, la Società Civile, la Laicità, le Opinioni, la Libertà di Coscienza e insomma un po’ tutto quel che gli serve per essere felici su questa Terra. Non hanno più bisogno di Dio. Per questo Dio è stato abrogato. Allora ascoltino almeno le parole di uno psicoanalista, Carl Gustav Jung. Così saggio da ricordare a se stesso e ai suoi pazienti che «il timor di Dio è l’inizio della sapienza». Così lungimirante da far scolpire sei parole nella pietra sulla porta della propria casa: «Vocatus atque non vocatus, Deus aderit». Invocato o non invocato, Dio verrà. Giorno d’ira, sarà quel giorno. stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Per i becchini laici di Eluana

Dove avete lasciato spumante e bicchieri? Insomma, dov’è la festa? Suvvia, cari amici laicisti, professionisti del buonismo che non siete altro, non vorrete farci credere che non avete pensato a nessuna festa, proprio ora che Eluana ha accolto il vostro appello, e se n’è andata. Avete tifato senza sosta per la morte chiamandola ipocritamente libertà di cura; avete invocato l’autodeterminazione di un padre scambiandola per quella della figlia; avete portato in piazza il dramma di Eluana intimando a chi dissentiva dalle vostre menti illuminate di tenersi alla larga da faccende private. E proprio ora che il vostro macabro progetto ha trovato compimento, strano ma vero, parlate di silenzio, di rispetto. Ma di che rispetto andate cianciando? Dov’eravate quando Eluana è stata barbaramente strappata dall’amore delle suore che per quindici anni – lontano dal vostro ipocrita silenzio di queste ore, nel silenzio autentico dell’amore – l’hanno accudita senza fiatare? Fate almeno la bella figura di nascondervi, e di piantarla con la manfrina del testamento biologico: uccidendo Eluana avete dimostrato, complice l’iniqua sentenza della Corte di Milano, che le dichiarazioni di fine vita non servono affatto, perché già ora basta una frase detta così, senza registrazioni né testimonianze certe, per esser condannati al supplizio della disidratazione. Voi invece volete una legge a tutti i costi perché sapete, come diceva Tacito, che più uno Stato legifera e più è corrotto. E a voi la corruzione morale piace, dite la verità. Incapaci come siete a dare senso alla vita di una giovane disabile, non vi resta che l’effimera rincorsa al capriccio legalizzato, nella speranza di contagiare col vostro vuoto chi vuoto come voi, per il momento, ancora non è. Così, per sentirvi meno soli, soli come siete ora, senza nulla da festeggiare, con una battaglia persa tra le mani. Già, perché non vi siete nemmeno accorti che Eluana, nella sua infinita debolezza aveva più vita di voi che della vita, in fondo, non sapete che farvene.

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