In Gran Bretagna i medici dicono NO ad eutanasia e suicidio assistito

Molte cose interessanti emergono da uno studio che si basa su una revisione della letteratura scientifica sulla propensione dei medici britannici in tema di eutanasia e suicidio assistito. Una su tutte: la maggioranza dice no alla legalizzazione. Intanto, ovviamente, continuano le pressioni di politica e dintorni.
La maggioranza dei medici del Regno Unito è contraria alla legalizzazione di eutanasia attiva e suicidio assistito. E’ questo il risultato ottenuto da un team del dipartimento di Medicina palliativa del Milford Care Centre, un hospice con sede in Irlanda. Il lavoro, dal titolo “Gli atteggiamenti dei medici britannici verso l’eutanasia e il suicidio assistito: una revisione sistematica della letteratura”, è stato da poco pubblicato sul Palliative Medicine Journal. In esso si riporta un’analisi dei risultati di alcuni articoli risalenti al periodo che va dal 1990 al 2010 e riguardanti proprio la sensibilità dei medici in tema di morte procurata. Da dieci degli undici articoli esaminati a proposito di eutanasia attiva emerge una maggioranza che si oppone alla legalizzazione, così come maggioritaria è, in otto articoli su dieci, l’opinione dei medici che dichiarano la loro contrarietà al suicidio assistito. Tra i fattori che determinano l’atteggiamento dei medici, oltre alla loro religiosità, vi sono anche questioni più strettamente mediche: lo sviluppo delle cure palliative e la necessità delle adeguate garanzie una volta che si introducano pratiche eutanasiche, ad esempio, sono motivi che inducono i medici a negare il loro supporto alla “buona morte”.
Secondo gli autori dell’articolo, inoltre, sarebbe opportuno condurre un’ indagine più dettagliata su altri aspetti che influenzano le opinioni dei medici, quali ad esempio la preoccupazione che la legalizzazione dell’eutanasia costituisca un primo passo verso un’apertura indiscriminata al “diritto a morire” e quella in merito a casi di depressione e demenza.
Dai risultati emerge anche che, anche qualora eutanasia o suicidio assistito fossero legalizzati, meno di un quarto dei medici si dice disposto a collaborare attivamente a questo tipo di pratiche. Da uno degli articoli analizzati, inoltre, si evidenzia come l’opposizione alla morte procurata venga manifestata dalla maggioranza degli interpellati anche quando si ha a che fare con pazienti malati terminali.
In Gran Bretagna, il dibattito su eutanasia e suicidio assistito è stato sempre molto acceso. Nel 1993 Anthony Bland muore a nove giorni dalla sospensione di alimentazione e idratazione artificiale, dopo quattro anni di stato vegetativo, grazie al parere favorevole dell’Alta Corte che accolse le istanze dei parenti del ragazzo. Nel 2006, la Camera dei Lord boccia una legge che avrebbe aperto al suicidio assistito per i malati terminali. Dopo sette ore di accese discussioni, 148 dei 248 votanti respingono il testo: i sostenitori della legge parlarono di inutile “allarmismo” su un provvedimento che “avrebbe risolto il problema delle sofferenze dei pazienti”. Risalgono al 2009 le linee guida del direttore della Procura generale, Keir Starmer, secondo le quali l’aiuto a morire costituisce reato solo nel caso in cui chi assiste il suicida trae beneficio dal decesso dello stesso. Sono due i casi in cui tali linee guida hanno trovato applicazione: i genitori di Daniel James, che hanno accompagnato il figlio a suicidarsi in Svizzera nel 2009, e Michael Bateman, che ha aiutato la moglie a togliersi la vita, non sono stati incriminati e per essi non è stato avviato alcun procedimento penale.
Anche in Scozia il tentativo di legalizzare l’eutanasia si è scontrato con la volontà parlamentare il primo dicembre scorso: con 85 voti contrari – solo 16 quelli a favore – fu respinto l'”End of life assistance bill”, la legge che avrebbe depenalizzato eutanasia e suicidio assistito. Il “diritto a morire” dignitosamente sarebbe stato garantito ai malati terminali e a tutti i soggetti affetti da gravi malattie degenerative senza speranza di miglioramento.
(da Avvenire del 17-03-2011)

Considerazioni sulle Dat

Leggo con un senso di profondo stupore la replica del presidente del Movimento per la Vita alle ineccepibili argomentazioni di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, cui vanno aggiunte le preoccupanti ed altrettanto stringenti informazioni e considerazioni dell’on. Mantovano, sulla proposta di legge in materia di fine vita e i relativi emendamenti.

 Quella replica fa sorgere in me alcune pressanti domande. La prima è la seguente: non si rende conto l’on. Casini di quanto pericolosa, controproducente, illogica, e per di più sovversiva dell’ordinamento costituzionale vigente, sia la sua affermazione secondo cui "i giuristi sanno che l’ordinamento effettivo non è quello che sembra (e sottolineo questo "sembra") a qualcuno di loro, ma quello che risulta dall’interpretazione giurisprudenziale"? A me, viceversa, i professori che ho avuto all’università avevano sempre insegnato – così come peraltro ho sempre ritenuto – che l’operatore del diritto – e tale è prima di ogni altro il giudice – deve rapportarsi con un contesto normativo oggettivo che lo precede e lo trascende. Determinare tale contesto, e dunque stabilire "l’ordinamento (giuridico) effettivo", è compito del potere politico-legislativo, e cioè del Parlamento, e non di quello giudiziario. Il dovere e la funzione del giudice, invece, consistono nell’individuare e nell’applicare con la maggior possibile precisione – in base a criteri che sarebbe qui fuor di luogo illustrare, ma sempre di natura logico-conoscitiva, mai volitiva, e dunque arbitraria – la disciplina prevista dall’ordinamento giuridico ai singoli casi concreti.

Con quest’opera euristica, e cioè di ricerca della soluzione esatta, e quindi giusta, sia pur solo nel ristretto senso di conforme al diritto vigente, una magistratura che non debordi dalle sue funzioni contribuisce anche a garantire quel bene inestimabile che è la certezza del diritto. Questo, e precisamente questo, vuol dire la Costituzione quando all’articolo 101 stabilisce che "i giudici sono soggetti alla legge". Ed è soltanto nel presupposto di questa soggezione che la stessa Carta fondamentale all’articolo 101 garantisce all’ordine giudiziario l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere e agli articoli 104 e 105 istituisce, con compiti ben precisi e ristretti, il Consiglio superiore della magistratura. Preso invece come l’intende il presidente del Movimento per la Vita, il vocabolo "interpretazione" perde il suo sin qui pacifico significato per assumere quello, addirittura contrario, di arbitraria (e insisto su questo aggettivo) espressione di volontà da parte di un sedicente interprete, che in realtà esorbita dalle sue competenze ed invade il campo del legislatore, usurpandone le funzioni.

Mi domando ancora: posta questa sua concezione di quello che egli chiama "l’ordinamento giuridico effettivo", implicitamente ma chiaramente riconoscendone la legittimità, come può l’on. Casini non rendersi conto degli esiti del proprio pensiero? Se e quando verrà varata la nuova legge, ed i giudici, molto probabilmente, la "interpreteranno" giungendo ai medesimi mortiferi risultanti cui abbiamo assistito nel caso di Eluana – con uno strappo normativo che per i motivi nitidamente illustrati da Gnocchi, Palmaro e Mantovano, sarebbe meno grave e vistoso – egli, per un minimo di coerenza logica, dovrà rispettosamente chinare il capo e riconoscere che quella sentenza e con essa le altre che verosimilmente la accompagneranno e la seguiranno – magari previo qualche ricorso alla Corte costituzionale, agevolato da innegabili fessure che caratterizzano il progetto in questione – costituiranno appunto "l’ordinamento (giuridico) effettivo".

 Il rischio è tanto maggiore ove si consideri che le citate fessure, se passeranno le modifiche segnalate dall’on. Mantovano nella sua lettera apparsa su "Il Foglio" del 25 febbraio 2011, si trasformeranno in enormi, irreparabili squarci. La verità è che non si può non condividere l’affermazione di Gnocchi e Palmaro secondo cui gli articoli 575 (omicidio), 579 (omicidio del consenziente), 580 (istigazione o aiuto al suicidio) e 593 (omissione di soccorso) del codice penale costituiscono un inequivocabile complesso normativo, catafratto a tutela della intangibilità e sacralità della vita umana, quale presupposto di ogni altro diritto.

Un complesso che non può essere scavalcato se non sulla base di una ferma e determinata volontà disapplicativa. Altrochè l’asserito vuoto normativo, strumentalmente invocato dalla Cassazione nella sentenza sul caso Englaro per arrogarsi una competenza che esplicitamente essa stessa riconosce rientrare nell’ambito delle attribuzioni del legislatore, per giunta nella più delicata delle materie: quella della vita! Ne è prova il fatto che nella citata sentenza, la numero 21748 del 2007, il diritto penale italiano non è neppur menzionato, quasi appartenesse ad un altro pianeta, o quasi che tra esso e il diritto civile vi fosse una assoluta incomunicabilità. In compenso vi sono menzionate, fra l’altro, una sentenza dell’House of Lords, una della Corte Suprema del New Jersey e una relativa allo stato del Missouri, tutte citazioni molto trendy in clima di diffusa anglofonia, ma che ad un povero giurista di provincia non sembrano sufficienti a giustificare la totale dimenticanza del codice penale italiano, e proprio in articoli fondamentali.

Dalle due domande sin qui rivolte all’on. Casini ne scaturisce una terza, peraltro in esse già implicita: non si rende egli conto che la sua identificazione fra "interpretazione giurisprudenziale" e "ordinamento (giuridico) effettivo" sovverte il nostro sistema costituzionale, fondato sulla divisione dei poteri (dove per giunta la magistratura non è un potere vero e proprio ma un "ordine") e, al limite, svuota completamente le prerogative del Parlamento, cancellando di riflesso la sovranità popolare per sostituirvi l’arbitrio, e dunque la tirannia, dei giudici? Al punto in cui siamo giunti non si può più sottacere la cruda verità: ci troviamo di fronte ad una magistratura che deborda sistematicamente dalle proprie competenze, giungendo a teorizzare ripetutamente, al suo massimo livello, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che "la figura dell’eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzione riservata al legislatore è di rilievo meramente teorico" perché "secondo le più recenti e accreditate teorie" l’ "attività interpretativa", e cioè quella del giudice "non ha una funzione meramente euristica" (vale a dire, come si diceva, di ricerca del significato del precetto), "ma si sostanzia in opera creativa della volontà di legge nel caso concreto" (ex plurimis, Cass. Sez. Un. 14.7.2005 nr. 14811).

Per dirla alla buona: poiché il giudice ha l’ultima parola su tutti i casi concreti, se "in base alle più recenti e accreditate teorie" fatte proprie dalla Cassazione, il suo ruolo interpretativo è da intendersi come "creativo", se ne desume che la "volontà di legge" è sempre la sua. Se ne desume, magari un po’ brutalmente, che i parlamentari possono andare tranquillamente a scaldarsi al sole dei tropici. In questo ordine di idee sempre le Sezioni Unite (sentenza n. 27335 del 2008), sia pure in un contesto penosamente contraddittorio, hanno enunciato lo stesso concetto, valorizzando "recenti teorie post illuministiche".

Dove per teorie post illuministiche si allude con tutta evidenza a teorie che escludono la dottrina della separazione dei poteri formulata da Montesquieu. Peccato però che, a prescindere da ogni giudizio di valore, lo schema costituzionale di Montesquieu sia quello su cui è costruita la nostra Carta costituzionale, che senza di esso verrebbe praticamente abrogata, dato che il Parlamento, titolare del potere legislativo, è il luogo e il mezzo attraverso cui, in linea primaria, si esprime la sovranità popolare. L’on. Casini, con la sua concezione del diritto, legittima ed avvalora, per il passato e per il futuro, le infrazioni dell’ordine costituzionale di cui la magistratura si è resa responsabile in questi ultimi anni, e di cui, date le citate premesse dottrinali, con ogni probabilità si renderà responsabile anche in avvenire.

E ciò con l’aggravamento che forse la più flagrante di tali violazioni dovrebbe averlo particolarmente colpito quale presidente del Movimento per la Vita. Alludo all’assalto permanente cui viene sottoposta la famosa "legge 40" sulla procreazione medicalmente assistita. Un assalto più volte accoratamente denunciato dal quotidiano cattolico "Avvenire" che, ad esempio, nel supplemento "E’ vita" del 10 febbraio 2011, parla di una vera e propria "catena di smontaggio" e si domanda "quale strategia alberga dietro questi interventi demolitori di una legge che … si vuole rendere radicalmente iniqua".

 La particolare gravità istituzionale di questi assalti consiste nel fatto che la detta legge non solo fu approvata dopo annosa discussione e con sofferta decisione del Parlamento, ma venne anche implicitamente, eppur inequivocabilmente, confermata dal popolo con clamorosissimo "flop" del relativo referendum abrogativo. Lo sfregio alla sovranità popolare legittimato in nome della vittoria di un concorso appare qui più che altrove in chiarissima luce. Del resto, tornando al caso Englaro, val la pena di ricordare che, commentando l’esito della procedura che portò alla morte una giovane donna, l’on. Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato e proveniente dalle file della magistratura, a quanto riferì il Corriere della Sera del 10 luglio 2008, così testualmente si espresse: "Non possono essere i giudici a prendere decisioni così importanti. Serve una legge sul testamento biologico".

E in realtà il protagonismo della magistratura svuota e condanna all’irrilevanza, insieme con l’opera del Parlamento, anche le battaglie dell’opposizione, ridotta a un ruolo di supporto e subalterno rispetto a un vero e proprio partito dei giudici. Il commento dell’on. Finocchiaro comporta in via logica un’ulteriore deduzione: posto che la morte per abbandono di Eluana è innegabilmente in inscindibile nesso causale con la sentenza della Corte di Cassazione e col decreto della Corte di Appello di Milano che decisero il suo caso, se, come sostiene quella senatrice, tali pronunce furono emanate in difetto di una legge che le autorizzasse, e dunque contra legem, che si dovrà dire dei giudici che la emanarono?

Altrochè l’immunità parlamentare, tanto esecrata specialmente dai giudici. In realtà non si riesce a capire per quale misterioso principio giuridico qualunque decisione di P.M. o di giudice, anche se presa in evidente e sfacciata mala fede – poniamo una condanna all’ergastolo – sol perché riveste la forma di provvedimento giudiziario vada sostanzialmente sempre e comunque esente da pena. La verità è che la proposta di legge sul fine vita rischia di giustificare i mortiferi provvedimenti che la hanno motivata, lasciando, almeno in qualche misura, intendere che il difetto era nella legge e non nei giudici che l’hanno violata. Il problema principale infatti non è nella legislazione, ma nella magistratura.

Una nuova magistratura animata da nefasto protagonismo, che, a partire dai tempi di "Mani pulite", con lenta erosione e fornendosi reciproci sostegni, paradossalmente appellandosi – anche con indecorose sceneggiate – alla Costituzione, ne ha gradualmente stravolto l’ordinamento snaturandone vieppiù le istituzioni, fin quasi a sovvertirle. Una magistratura siffatta va ricondotta con estrema urgenza nei suoi argini, con misure ben più appropriate e decise di quelle messe in cantiere – tra i suoi incostituzionali schiamazzi – dall’attuale governo. Va peraltro detto che già la possibilità accordata al medico dall’art. 3 del progetto base di sospendere l’idratazione e l’alimentazione, apre al medesimo la via di una valutazione discrezionale, difficilissima da contestare.

E chi poi effettuerebbe contestazioni se fossero gli stessi congiunti ad insistere per l’abbandono terapeutico? Senza contare, a tacer d’altro, che il testamento biologico introdotto sotto nuova sigla schiude vastissimi spazi di intervento ad una Corte Costituzionale di cui sono ben note le propensioni. Il tutto con il risultato di ridurre la legge ad una mera cortina fumogena. Per quanto concerne specificamente il fine vita, a mio avviso, in attesa delle auspicate riforme, l’unica soluzione è metterci una temporanea pezza con un articolo unico che, in caso di incoscienza o incapacità del paziente, vieti sempre e comunque con congrua pena, salvo altra maggiore nel caso che il fatto costituisca più grave reato, la sospensione di alimentazione ed idratazione, anche artificiali. Lector quidam Il Foglio, 16 marzo 2011

Fermate la legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, tutelate la vita!

di Pietro Ceci

(si ringrazia per la documentazione Giovanni Ceroni)

Lunedì 7 marzo è iniziato alla Camera il dibattito sul Ddl Calabrò, riguardante le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato, e di dichiarazioni anticipate di trattamento”- Molta confusione è stata fatta nel descrivere le implicazioni di questa legge, tanto che si sono formate tre diverse correnti di pensiero. La prima, quella dei laicisti che non vogliono questa legge, considerandola non abbastanza liberale. La seconda corrente, rappresentata da moltissimi politici cattolici e da gran parte del centro e del centrodestra, che sta portando avanti la campagna per l’approvazione di questa legge. C’è poi una terza corrente di pensiero, costituita da coloro che sono contrari a questa legge, laici e cattolici, perché temono che essa possa aprire una breccia per l’eutanasia passiva nelle normative del nostro Stato, per i motivi che andremo fra poco a trattare. A quest’ultima corrente di pensiero aderiscono Giuliano Ferrara, gli intellettuali che gravitano attorno al quotidiano “Il Foglio” e gli attivisti pro-life che fanno parte del “Comitato Verità e Vita”. Come vedremo, la tesi più ragionevole è quella di questo terzo gruppo di pensatori.

Quelle strane analogie con la legge 194…

Analizzando approfonditamente il testo della legge, si può osservare come essa presenti un inganno analogo a quello della legge 194/78 sull’aborto: Nell’ art.1 si sostiene infatti che essa “riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile ed indisponibile” come la legge che legalizzò l’aborto sosteneva nel suo primo articolo“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.”. Entrambe quindi partono da una premessa apparentemente rispettosa della vita. Invece, come nei punti successivi al primo la 194 introduceva l’aborto legale, la legge ora in discussione apre al testamento biologico.

C’era bisogno di questa legge sul finevita?

Non erano necessarie le DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento). Prima di tutto il nostro ordinamento ha un presidio molto forte in difesa della persona umana contro il pericolo di abbandono terapeutico e di eutanasia, in quanto sono puniti l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio. Inoltre in Italia il Codice di Deontologia Medica prevede che il personale sanitario debba evitare sia l’accanimento sia l’abbandono terapeutico. I difensori di questa legge sostengono che essa debba essere approvata per evitare altri casi Eluana Englaro(la ragazza in stato vegetativo lasciata morire di fame e di sete nel febbraio 2009 per la sospensione di idratazione e alimentazione). Come già detto però, essendo già tutelata la vita in questi casi, ed essendo in particolare vietata la sospensione di idratazione e nutrizione per i disabili (anche grazie alla Convenzione di Oviedo del 1997), la legge da ricercarsi doveva essere finalizzata al contrasto delle “sentenze creative” dei giudici, perché il problema è insorto proprio sul terreno giudiziario e là va risolto. Infatti la legge molto probabilmente non eviterà le sentenze creative, in quanto il testo della stessa contiene molte ambiguità ed è per questo soggetta a diversa interpretazione. Se invece si voleva a tutti i costi una legge sulla tutela del fine-vita, sarebbe bastato un unico articolo: “E’ vietato sospendere la nutrizione e l’idratazione ai soggetti incapaci”. Invece nel testo arrivato alla Camera, il divieto di sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione è solo uno specchio per le allodole, studiato ad arte per convincere i cattolici a credere che questa sia una legge buona e giusta. Purtroppo non è così: mettendo un paletto ne vengono scardinati molti altri.

Gli inganni delle DAT

 La legge, contenendo in sé la legittimazione del testamento biologico, mette in discussione l’indisponibilità della vita umana, principio cardine del diritto naturale, da sempre difeso dalla morale cattolica. Nell’ art.3 infatti si stabilisce che con le DAT “il dichiarante esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari in previsione di un’eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere”(con cui si amplia la validità delle DAT non solo agli stati vegetativi, ma anche a malattie come la Sindrome di Alzheimer) e “dichiara il proprio orientamento circa l’attivazione o non attivazione di trattamenti sanitari”. Questo articolo, presentato come garanzia dell’autonomia decisionale, in realtà è esattamente il contrario. Legittimando le DAT si permette che ognuno possa decidere nel presente le terapie che intende rifiutare in un eventuale stato futuro di incapacità di intendere e di volere. Nel momento in cui le DAT verranno attuate, non si rispetterà l’autonomia decisionale attuale del paziente, ma ci si metterà a servizio di un’altra volontà, che era appartenuta a quella persona in un altro momento e in un altro contesto. Lo Stato Italiano, giustamente, ha sempre garantito il consenso informato per le terapie. Tuttavia quest’ultimo è un consenso attuale, attraverso cui il paziente acconsente nel presente all’attivazione contemporanea di un trattamento sanitario. Con le DAT invece si pretende di fare affidamento a ciò che uno ha scritto mesi, magari anni prima, in una situazione psicofisica forse completamente diversa. Ciò costituisce un’assurdità, in quanto la scienza conferma che la volontà è soggetta a frequenti cambiamenti. Spesso capita che nel tempo i pazienti cambino idea rispetto alle cure a cui vorrebbero o non vorrebbero essere sottoposti, ma negli stati di incoscienza essi sono impossibilitati a comunicarci l’eventuale mutamento di volontà.

Un grande interrogativo morale che sorge spontaneo è relativo allo stato in cui si redigono le dichiarazioni anticipate di trattamento.. Infatti coloro che le scrivono da sani, non essendo in punto di morte, non si rendono conto di ciò che stanno decidendo. Come confermano ricerche scientifiche, quando si sta per morire ci si sente più attaccati alla vita. L’eutanasia è la tentazione dei sani. E’ emblematica la storia di Sylvie Ménard, allieva di Umberto Veronesi, in passato responsabile di un reparto dell’Istituto di tumori di Milano ed in prima linea nella battaglia per la legalizzazione dell’eutanasia. In seguito all’insorgere di un cancro, però cambiò del tutto la sua volontà :”Adesso che per me la morte non è più un concetto virtuale non ho nessuna voglia di andarmene(…). Anche se concluderò la mia vita in un letto con le ossa che rischiano di sbriciolarsi, io ora voglio vivere fino in fondo la mia esistenza”. Disse inoltre “Da sana l’avrei sottoscritto (Il testamento biologico, ndr), ora l’avrei voluto stracciare”. Immaginiamo che situazione terribile quella di chi non fosse più in grado di comunicare il cambiamento di volontà. Se al contrario le DAT vengono scritte quando il soggetto estensore è già affetto dalla patologia, si va parimenti incontro ad un’altra difficoltà, in quanto da malati si è fortemente condizionati dalla sofferenza e dalla paura e non si può scegliere lucidamente il proprio bene. Ezekiel Emanuel, bioeticista di Harvard, pubblicò sulla rivista Jama del 2000 le sue ricerche su 988 malati terminali. Di questi solo il 10% era inizialmente favorevole all’eutanasia per se stesso. Dopo qualche mese la metà di tale 10% aveva già cambiato idea e alla fine dell’indagine, solo uno dei 988 malati terminali era morto per suicidio assistito. E questo non era tra quelli che inizialmente desideravano l’eutanasia: ecco un altro che, seppure in negativo, aveva cambiato volontà . Per i sostenitori della legge ora in esame alla Camera, essa non sarebbe malvagia e le DAT non sarebbero equiparabili al testamento biologico, perché non sono vincolanti per il singolo medico .(art.7). Tuttavia la non vincolatività non è una garanzia dell’inviolabilità della vita: se il paziente si troverà di fronte un medico pro-choice, o peggio ancora un radicale, si può essere certi che questi non ci penserà due volte a mettere in atto le volontà di rifiuto delle terapie vitali espresse nelle DAT. L’implicazione sconvolgente di questa legge è che il medico che eseguirà le volontà di rifiuto delle terapie in base a un testamento biologico, agirà legittimamente per l’ordinamento generale! Per questo non potrà essere perseguibile penalmente, e sarà aperta la strada all’eutanasia passiva.

Vita e morte di inabili e minorenni dipenderanno da altri

Una ulteriore problematicità che presenta il Ddl Calabrò, che è un altro attacco all’autonomia del paziente, deriva dal fatto che il curatore può decidere per il disabile, i genitori per i figli minori, come riscontrabile dall’articolo 2. Si assegna a terze persone una decisione sulla vita e sulla morte del paziente che non può decidere da sé. Essi potranno rifiutare per l’assistito qualsiasi terapia, perchè secondo i commi 1,6,7 dell’art.2 (art.2, comma 7 “ Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dagli esercenti la potestà parentale o la tutela”) ogni trattamento sanitario, anche le terapie salvavita, per essere attivate avranno bisogno dell’approvazione dei tutori di questi soggetti. Così viene annullata completamente la dignità del paziente inabile o minorenne, perché anche in assenza di un testamento biologico sarà del tutto in balìa delle volontà dei suoi tutori. *** Concludo con l’auspicio che il disegno di legge all’esame della Camera venga bocciato. Sarebbe lodevole una legge che tutelasse davvero la vita nel momento della sua fine, promuovendo le cure palliative e il sostegno alle famiglie dei malati, ma purtroppo non è questo il caso del Ddl Calabrò. E’ necessario recuperare il rispetto della dignità della persona, che rimane tale anche in situazioni di così grande precarietà, quando non è più in grado né di intendere né di volere. Coloro che hanno a cuore la tutela della vita, e i cattolici in particolare, non cadano nell’inganno del finto pietismo e non facciano il gioco di una società che fa di tutto per abbandonare a se stessi e alla morte i malati, perché non vuole farsi carico dei più deboli. Torniamo a conferire dignità e valore al malato: nessuno se si sente amato e voluto chiede di morire.

Eutanasia, l’inganno dei “casi limite”

Ma il diritto di morire non dovrebbe riguardare, semmai, solo i “casi limite”? Domanda ovvia, si potrebbe rilevare. Il punto è che sono anni che i fautori dell’autodeterminazione ci rassicurano sul fatto che mai e poi mai l’eutanasia, una volta legalizzata, potrebbe sconfinare in abusi, mentre, purtroppo per loro (e per noi), la realtà dice ben altro. Nella civilissima Olanda, il Rapporto Remmelink, primo rapporto ufficiale commissionato dal Governo sulla “dolce morte”, rivelò che almeno un terzo dei 5.000 pazienti ai quali, già nel lontano ‘91, era stata somministrata la “dolce morte”, non aveva dato alcun esplicito consenso e ben 400 ammalati non avevano neppure accennato alla questione con il loro medico personale. Scusate, e l’autodeterminazione? Dettagli, evidentemente.

Analogamente non si capisce perché si insita nel parlare di “casi limite” per quanto riguarda la possibilità di chiedere di essere aiutati a morire. Non lo si capisce perché basterebbe dare un’occhiata a quel che succede, per dire, nella vicina Svizzera, dove il suicidio assistito è legale e dove, giusto poche settimane fa, Andrè Rieder, uomo di 56 anni afflitto da sindrome maniaco-depressiva, è stato ucciso e pure ripreso, mentre spirava, per un documentario in programma alla televisione svizzera tedesca. Una morte in diretta in piena regola, insomma. Caso limite anche il suo? Adesso ci mettiamo ad ammazzare i depressi? Sarebbe bene chiarirci su questo punto, perché sono anni che si recano mortalmente in Svizzera persone che, pur non essendo affatto incurabili, vengono aiutate a morire. Un paio di anni fa il quotidiano The Guardian ottenne un elenco di 114 persone inglesi recatesi in terra elvetica per morire: tra queste, alcune erano malate all’addome, altre al fegato, altre ancora di artrite. Di malati terminali, insomma, neppure l’ombra.

E c’è poco di che stupirsi: una volta che s’inizia a discettare del diritto a morire per alcuni, rarissimi “casi limite”, anche se lo si fa in Paesi di proverbiale efficienza come l’Olanda, si finisce inevitabilmente per inaugurare scenari inquietanti. Per diffondere una vera e propria cultura della morte. Se così non fosse non ci si spiegherebbe come mai proprio in Olanda, al St Pieters en Bloklands, un centro anziani di Amerfott, si sia deliberatamente deciso di non rianimare i pazienti al di sopra di 70 anni. Né si potrebbe comprendere come mai si sia affermato, sempre in terra olandese guarda caso, Per volontà propria, un movimento che si batte per chiedere ed ottenere il “suicidio assistito” per quanti, superati i 70 anni, si sentissero “stanchi di vivere”.

La tendenza è talmente grave e crescente che Lucien Israël, luminare francese non credente, osservando gli scenari contemporanei, pochi anni fa, nel corso di un’intervista, ebbe ad avvertire: «Se questa tendenza continua […] gli anziani dovranno difendersi dai giovani. Ma non solo: dovranno anche difendersi da medici e infermieri. Forse si comporteranno come gli anziani olandesi che, oggi, vengono a cercare protezione in Francia e in Italia. Può darsi che un giorno i nostri anziani saranno costretti a cercare rifugio nel Benin» (Contro l’eutanasia, Lindau, Torino 2007, p.86). Domanda: se anche non credenti come Israël hanno capito e denunciato l’inganno eutanasico, cosa stiamo aspettando a ribellarci contro la "dolce morte"? Perché insistiamo con la tiritera dell’autodeterminazione e ne trascuriamo gli effetti collaterali? E’ davvero il caso di ascoltare altre prediche di Roberto Saviano in materia? E dire che basterebbe volgere lo sguardo nella vicina Svizzera per aprire gli occhi…

La legge sul testamento biologico è un clamoroso autogol

di Alessandro Gnocchi & Mario Palmaro

In splendida solitudine, come sempre: non si ringrazierà mai abbastanza Giuliano Ferrara per quanto ha scritto a proposito della legge sul testamento biologico smarcandosi dai contendenti di una diatriba fatta di paralogismi. Il corretto uso di ragione, si sa, oggi porta a esser soli, o quasi. Soli, ma ragionevoli, e quindi illuminanti. Ferrara ha ragione da vendere perché la legge sul testamento biologico è un clamoroso autogol, un classico esempio di eterogenesi dei fini. La vogliono i nemici dell’eutanasia e dell’abbandono terapeutico, ma approvandola faranno il gioco proprio della trasversale “compagnia della buona morte” cui si oppongono.
Questo colossale paralogismo ha due radici fondamentali: un errore di ordine tecnico giuridico, e un difetto di dialogo interno al mondo cattolico stesso. Dopo la vicenda Englaro, con il suo contorno di decisioni della magistratura, molti sostengono che non vi sarebbero più dubbi: ci vuole una legge sul c.d. “fine vita”. Lo si sostiene anche autorevolmente, come nel caso del presidente del Movimento per la Vita Italiano, Carlo Casini.
Molti cattolici e molti pro life pensano che, se la legge verrà approvata, il rischio eutanasia sarà scongiurato. Un’illusione forse pia, ma di sicuro irragionevole, tipica di chi sta facendo il gioco del giaguaro, credendo magari di combatterlo.
Basta por mente ad alcuni elementi della questione.

Primo. Il nostro ordinamento continua ad avere un presidio molto solido contro l’eutanasia e l’abbandono terapeutico nelle norme del Codice Penale regolarmente in vigore, soprattutto gli articoli sull’omicidio del consenziente e sull’istigazione al suicidio. Alcuni giudici, per altro civili e non penali, hanno assunto provvedimenti che ignorano questo profilo. Ma allora era precisamente sul terreno giudiziario e dei poteri della magistratura che si doveva condurre la battaglia, contrastando le “sentenze creative” e censurando le forzature togate.
Secondo. Lo scopo dei settori ideologizzati della magistratura favorevoli all’eutanasia è proprio quello di spingere il Parlamento a fare una legge e a riconoscere il testamento biologico. E se stessimo facendo proprio il gioco dei nostri avversari?
Terzo. Può darsi che serva una legge, ma non qualunque legge. I parlamentari stiano molto attenti all’inserimento di emendamenti peggiorativi, che trasformerebbero il testo sulle DAT in una legge sull’eutanasia in incognita.
Quarto. Anche ammettendo che il testo sulle DAT di prossima discussione non venga stravolto, esso comporta il riconoscimento solenne da parte della legge della efficacia e validità del testamento biologico. E contiene ulteriori “zone grigie” che andranno ben oltre il principio di autonomia del paziente. Se una legge proprio si voleva votare, ne bastava una fatta di un unico articolo, che vietasse la sospensione di alimentazione e idratazione ai soggetti incapaci. Punto.
Quinto. Se il problema sono le “sentenze creative”, con ogni probabilità esse non saranno scongiurate dalla legge sulle DAT, ma al contrario si moltiplicheranno, e si assisterà a quello stesso stillicidio di ricorsi, anche in sede costituzionale, che dal 2004 a oggi hanno smontato come una Matrioska la legge 40 sulla fecondazione artificiale.
Sesto. Il testamento biologico non è mai stato nelle corde del mondo cattolico, che lo ha spesso visto con sospetto, come primo passo verso l’eutanasia. Ora questa legge potrebbe essere approvata con l’etichetta di “provvedimento che piace ai vescovi”, esattamente come accadde con la legge 40. Attenzione agli effetti diseducativi, e alla confusione pedagogica per i fedeli. Non vorremmo che nelle parrocchie arrivassero, dopo la “provetta cattolica perché omologa”, anche le “DAT cattoliche” perché votate dai parlamentari cristiani.
Settimo. Un intervento legislativo si poteva fare, ma molto più semplice e snello. Un testo che vietasse l’interruzione di ogni trattamento vitale in pazienti privi di conoscenza, garantendo così, per esempio, alimentazione, idratazione, ventilazione, come cure doverose da parte del buon medico ippocratico. Senza aprire porte o finestre al mostro giuridico che si chiama testamento biologico, una piovra dai mille tentacoli che, una volta liberata, farà strage del principio di indisponibilità della vita umana.

Tutto questo nel mondo cattolico italiano non si può dire. Invece che ragionare al proprio interno, si preferisce para-ragionare con i propri avversari. Eppure, fino al famoso discorso del Cardinale Angelo Bagnasco del settembre 2008, nel quale le DAT furono “sdoganate”, tutto il mondo pro life italiano e internazionale, i bioeticisti cattolici, le persone di buona volontà in genere contrarie all’eutanasia, tutti erano parimenti contrari al testamento biologico. Quel discorso ha provocato un repentino, irragionevole e immotivato “capovolgimento” di fronte, e gran parte dei contrari alle DAT hanno iniziato a sostenerle. Giuliano Ferrara, Francesco Agnoli, il Comitato Verità e Vita e altre voci si sono levate in dissenso. Sono state sbertucciate dalla stampa cattolica ufficiale. Il guaio è che si è voluto evitare un confronto aperto e pubblico con queste voci, nonostante nella base, nel popolo, serpeggi una diffusa inquietudine di fronte al testo sulle DAT. Il quotidiano dei vescovi, Avvenire, in tutti questi anni ha totalmente ignorato le posizioni di chi, all’interno del mondo pro life, contesta la legge sul Testamento biologico. Si vuole marciare a ranghi serrati e a testa bassa verso l’approvazione delle DAT, facendo finta che non esistano problemi, anche gravi, nell’impianto della legge. Ma soffocare la verità nella culla non è mai un buon segno per chi quella verità dovrebbe servirla, costi quello che costi. Anche per questo motivo è facile prevedere che la legge, una volta approvata, si trasformerà in un incubo per tutti coloro che hanno a cuore il diritto alla vita di ogni malato. E magari ci si troverà davanti a cattolici che, come Binding e Hoche nel 1930, parleranno di “vite senza qualità”.

Il Foglio, 23 febbraio 2011 

Eluana, due anni dopo

Amy Pickard, Christa Lily Smith, Patricia White Bull, Donald Herbert, Jan Grzebsky, Jesse Ramirez, Sarah Scantlin, Terry Wallis. Otto nomi che non dicono nulla, che non abbiamo sentito prima d’ora e che, verosimilmente, non sentiremo più. Ma sono otto nomi importanti, perché si tratta di persone che, per anni – qualcuno addirittura per due decenni – sono vissute ferme, inchiodate ad un letto o ad una carrozzella; fino a che, come per miracolo, si son “risvegliate”. Certo, nessuno di loro ha partecipato alle Olimpiadi, ma son tutti, in qualche modo, tornati a comunicare. A vivere, si potrebbe impropriamente aggiungere.

Questa possibilità – minima, siamo d’accordo – di ritorno al reale, ad Eluana Englaro, l’8 febbraio di due anni fa, è stata sottratta per sempre dopo che i giudici della Cassazione, con la sentenza n. 21748, stabilirono che il suo stato vegetativo era irreversibile, riesumando un aggettivo da molti anni abbandonato dalla letteratura scientifica. Vanno capiti: avevano solo la consulenza del neurologo Defanti – guarda caso consulente di Beppino Englaro -, e se la sono fatta bastare. A nulla infatti valsero, a suo tempo, i tentativi di sottoporla alla Risonanza magnetica funzionale, prodigiosa tecnica che avrebbe permesso di valutare scientificamente lo stato cerebrale della giovane. Niente da fare: si decretò, basandosi su un unico parere – per di più di parte – che lei era come già morta. E che in quanto tale, in quanto sgambetto vivente alla drammatica Weltanschauung di chi crede alla coincidenza tra vita e salute, andava eliminata.

Così, in un cortocircuito logico e inumano, Eluana, una donna sana di 65 chili, che aveva regolarmente le mestruazioni, che respirava e viveva autonomamente, che apriva gli occhi di giorno e li chiudeva di sera, è stata lasciata senza nutrimento. E lei, forse irritata dalle miserie di questo mondo, è morta lasciando dietro sé risposte molto più terribili delle domande che tutti, fino a quel momento, s’erano fatti pensando alla sua vita di donna troppo disabile per essere viva. I medici che assistevano il padre Beppino per mesi avevano assicurato a tutti che il cervello di Eluana «come quello di Terri Schiavo» era «ridotto alla metà del suo peso», che avrebbe avuto «le dimensioni poco più grandi di quelle di una noce».

Ebbene, in seguito all’autopsia, si scoprì che il cervello di Eluana pesava come quello di una persona normale. Ad essersi rimpicciolito, semmai, è stato il nostro cuore, che non abbiamo impedito che spirasse nel più atroce dei modi: nella solitudine di una stanza, senza nessuno accanto a lei, in posizione fetale, alla ricerca di quel ventre d’amore che le era stato negato. Se puoi, da lassù, perdonaci, cara Eluana. Non sei tu ad essere morta, il 9 febbraio di due anni fa.

Englaro rilascia un’intervista al “Corriere della Sera”

di Alessandro Gnocchi & Mario Palmaro

“Un po’ crudeli”: questo sarebbero state, secondo Beppino Englaro, le suore Misericodine di Lecco che per 17 anni si sono prese cura di sua figlia Eluana. In un intervista pubblicata ieri dal “Corriere della Sera”, Englaro ha spiegato che “per molti versi le suore si sono comportate in maniera splendida, non ci si può augurare cure migliori, più misericordia, ma non era questo il problema: avevano visto consumarsi anche la mamma di Eluana accanto al suo letto. Volendola lì con loro, erano state un po’ crudeli con Eluana e con sua madre e io invece dovevo difendere mia figlia e mia moglie”.

Proprio così, “un po’ crudeli”. In quel desolato e desolante “un po’” è racchiusa tutta l’incomprensione che il mondo di oggi riserva alla gratuità del bene. Può anche sembrare strano che un mondo impegnato a trovare la giustificazione a qualsiasi tipo di male, chiuda gli occhi davanti alle ragioni di un atto di bontà. Può sembrare strano, ma non lo è perché questo mondo, tenendo lo sguardo costantemente puntato in terra, si priva della possibilità di comprendere la vera ragione del bene, che non è umana. L’uomo, lasciato da solo, difficilmente compie qualcosa di buono. E se lo fa, lo fa per caso.

“Amerai il tuo prossimo come te stesso” è un comandamento divino e viene subito dopo quello di amare “il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutta la tua mente”. Non è difficile immaginare che chi non crede, come Beppino Englaro, se considera “un po’ crudeli” le suore che hanno curato sua figlia, finisca per considerare infinitamente crudele chiunque consegni all’uomo un comandamento siffatto. Ma, in questa visione che esclude dal proprio orizzonte la carità, diventa inevitabile contabilizzare le cose della vita attraverso le dosi di crudeltà che riservano ai propri giorni. E il prossimo finisce inevitabilmente per essere visto solo come dispensatore di dolore, “un po’ crudele”.

Un mondo senza Dio non può essere un mondo buono: a suo modo, Englaro dà una lezione straordinaria agli atei di tutti i tempi, più efficace di tante argomentazioni apologetiche. E forse, senza volerlo dichiarare, la dà anche a se stesso. Lo si comprende quando nell’intervista dice: “Ci è mancata molto una persona: io e Eluana avremmo voluto dialogare con padre David Maria Turoldo, che era mio conterraneo e veniva ogni tanto anche a Lecco: sapevamo che la Chiesa gliene aveva fatte di tutti i colori, ma che non per questo lui aveva perso la sua fede. Turoldo era la persona che avremmo voluto incontrare, ma non c’è stato il tempo, era malato e nel febbraio 1992 è morto. Lui ci poteva capire. Avremmo voluto parlare di fede, ma solo con un personaggio di quel livello”.
Purtroppo, questa domanda contiene la negazione dell’apertura che pur farebbe intravedere. Anche in questo caso si tratta di un dettaglio, nascosto là dove Englaro confida la volontà di parlare della fede, “ma solo con un personaggio di quel livello”. Quel “ma” è il segno di un orgoglio ancora troppo grande per sentirsi figlio di un Dio che si è umiliato fino a farsi uomo e morire in croce. Chissà se un intellettuale disobbediente come padre Turoldo lo avrebbe saputo insegnare a questo allievo. Le suore Misericordine di Lecco ci hanno provato per 17 anni, sicuramente continuano a farlo e non vi sono ancora riuscite. E’ vero che non sono del livello di un padre Turolodo, ma, stia certo Englaro, hanno argomenti ben più potenti di qualsiasi intellettuale.

Libero, 7 febbraio 2011

Una clinica, mille eutanasie

Pensate che oltre 2600 eutanasie all’anno siano poche? Ecco la clinica che fa per voi.

 Il meccanismo eutanasico è ben oleato in Olanda, come provano le cifre che ogni anno parlano di un aumento dei casi registrati intorno al 10%. Ma coloro che da sempre lottano per una diffusione sempre più massiccia del “diritto di morire” sembrano non accontentarsi. Lo dimostra la recente iniziativa promossa dalla NVEE, l’Associazione olandese per il diritto a morire, che ha dichiarato che entro il 2012 intende aprire una clinica per aiutare tutte quelle persone che non trovano un medico disposto all’assistenza nell’ambito della “dolce morte”. Secondo le stime, si tratterebbe di una clinica capace di assistere ogni anno oltre mille persone, tra le quali sarebbero comprese non solo malati terminali, ma anche pazienti psichiatrici e affetti da demenza. Per capire che si tratta di una vera e propria macchina pensata per procurare serialmente la morte a chi lo desidera, è sufficiente ricordare che, nel 2009, le morti per eutanasia e per suicidio assistito in Olanda sono state poco più di 2600.

 Una clinica, dunque, capace di gestire oltre un terzo dei casi mediamente registrati. L’Associazione dei medici olandesi ha manifestato tutto il proprio scetticismo per il progetto della NVEE. Un portavoce ha dichiarato che la clinica renderebbe la morte “troppo facile”, spingendo il paziente in un tunnel in cui l’unica via di uscita per le scelte di fine vita è la morte stessa. Molte perplessità sono state sollevate anche in merito alla possibilità di monitoraggio dell’attività della clinica, soprattutto per quanto riguarda il rispetto delle linee guida della legge sull’eutanasia in Olanda.

 La NVEE è alla caccia di finanziatori per la clinica, che secondo le ambizioni dell’associazione olandese dovrebbe essere costruita in prossimità di un ospedale o di un hospice per malati terminali. L’idea fu resa nota ad agosto scorso e, secondo la direttrice della NVEE Petra de Jong, trova fondamento nei risultati di una ricerca condotta dalla stessa associazione, che ha dimostrato che già nell’80% delle strutture sanitarie si procede all’eutanasia. Un’idea che si fa dunque sempre più concreta. Non va dimenticato che in Olanda è ancora vivo il dibattito sulla proposta di estendere il diritto all’eutanasia agli ultrasettantenni, che nel marzo scorso ha raccolto oltre centomila firme. Firme che sono sul tavolo del governo, che ha dichiarato che non sono in calendario discussione su eventuali modifiche della legge, ma che si trova sotto pressione su più fronti. (da Avvenire del 3 febbraio 2011)

La morte (illegale) degli Ottimati

Se ho capito bene, c’è grande allarme, da parte di molti politici e intellettuali italiani, per quel rispetto delle leggi che in Italia verrebbe spesso minacciato, anche a livello istituzionale, da prassi discutibili e financo lesive del dettato normativo. Saremmo insomma in presenza di consuetudini – ad opera primariamente del mondo politico e governativo – in aperto contrasto con la legge. Consuetudini che sarebbe pertanto opportuno ed urgente arrestare. “Illegale” è così divenuto l’aggettivo principe, assicura il trasversale partito degli Onesti, per sondare quel che resta del nostro Paese, per dividere il buono dal marcio, il limpido dal criminale. E allora per quale ragione nessuno di questi rispettabili cultori della norma e della decenza ha avuto nulla da ridire sulle continue messe in onda, in diversi reti televisive, dello spot pro-eutanasia curato da Exit International?

Per inciso: qui la morale – sia essa cattolica, laica o laicista – non c’entra. Stiamo parlando della Legge dello Stato italiano. Da noi, infatti, l’eutanasia – laddove non sia presente l’esplicita richiesta del malato – è assimilabile, in generale, all’omicidio volontario (art. 575 c.p.). Se, invece, una richiesta di morte c’è e viene assecondata mediante iniezione letale, si configura la fattispecie prevista dall’art. 579 c.p. (Omicidio del consenziente), punito con reclusione da 6 a 15 anni. Parimenti, anche il suicidio assistito risulta essere un reato contemplato dall’ art. 580 c.p. (Istigazione o aiuto al suicidio). Dal momento che l’eutanasia è dunque un reato – e per giunta piuttosto grave-, come mai nessuno degli amici della Costituzione ha nulla da ridire sul fatto che, ormai da settimane, circoli uno stop televisivo – trasmesso, manco a dirlo, pure sulla televisione di Stato il 17 dicembre scorso! – che mira, complice l’efficace ma inconsistente ritornello del “diritto di scelta”, a sensibilizzare sull’opportunità di depenalizzare l’omicidio del consenziente?

Ripeto per chi si fosse messo in ascolto soltanto ora: stiamo parlando di omicidio del consenziente, un reato gravissimo. Com’è possibile accettare lezioni sulla sacralità della Legge e della Costituzione da Paolo Flores d’Arcais e compagni – che si rivendicano ogni due per tre avversari della depenalizzazione di qualsivoglia reato, compresi quelli finanziari – e non fiatare quando il direttore di Micromega si mobilita, parole sue, per «riportare nella discussione pubblica il tema del diritto all’eutanasia, sia sotto il profilo dei fondamenti filosofico-morali sia delle articolazioni e conseguenze giuridiche e politiche»? Non dobbiamo dimenticare che, se mai fosse riconosciuto il diritto all’eutanasia, non solo verrebbe depenalizzato quello che – occorre ripeterlo – oggi è a tutti gli effetti un grave reato, ma verrebbe pure introdotto, per lo Stato italiano, il dovere di assicurare a tutti i cittadini l’esercizio di quel diritto. E come si fa a garantire al cittadino x il diritto ad un’iniezione letale?

C’è un solo modo: prescrivendo che vi sia qualcuno – un parente, un conoscente o un medico – costretto ad assicurare attivamente, somministrando la “dolce morte”, tale diritto. Un abominio, converrete. Anche perché proporre che “solo ad alcuni” cittadini – ovvero quelli affetti da una non meglio precisata “malattia inguaribile” – vada garantito il diritto all’eutanasia, espressione dell’osannato “diritto di scelta", significherebbe, di fatto, violare la Costituzione, che all’art.3 stabilisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Ergo, l’eutanasia andrebbe garantita a tutti.

Riassumendo: molti giustizialisti avversano a suon di manifestazioni la depenalizzazione dei reati finanziari ma chiedono, in sostanza, che si depenalizzi il reato – ben più grave, essendo in gioco la vita di una persona e non il suo portafoglio– dell’omicidio del consenziente. E lo fanno senza rendersi conto che, se il diritto all’eutanasia, come loro auspicano, venisse riconosciuto e introdotto nel nostro ordinamento, dovrebbe essere garantito a tutti. In tal caso, dunque, non ci sarebbe, per legge, più alcuna possibilità per chiedere un ripensamento a chiunque richiedesse – per i motivi più diversi: malattia, depressione, perdita del lavoro, delusioni d’amore, solitudine – di morire, pena la possibilità d’essere denunciati per molestie. Senza contare, come abbiamo detto poc’anzi, che il diritto all’eutanasia sancirebbe espressamente l’obbligo, per qualcuno, di dover assicurare attivamente, pena altre sanzioni, il rispetto di questo diritto. Auguri. Davvero bella idea, l’eutanasia dei cultori della norma.

Zangrillo, un mastino contro l’eutanasia

A notte fonda, durante la trasmissione Matrix di ieri, è nata una stella pro-life: il dottor Alberto Zangrillo. Si sapeva già che il Direttore dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare presso l’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano non fosse allineato col pensiero radicale, ma la sua performance di ieri notte – chi ha resistito davanti alla televisione fino oltre l’una sa di che parlo- è stata fantastica, perfetta, da applausi. Il tema della trasmissione era il cosiddetto “fine vita” e in studio, oltre al Nostro, c’erano la radicale Rita Bernardini, Paola Binetti, il cronista Pino Ciociola e il senatore Ignazio Marino. Manco a dirlo, quest’ultimo non ha perso occasione, con la sua solita arietta da saputello, per incensare il testamento biologico e per dire che – purtroppo, a detta sua – in Italia non si può sottrarre alimentazione e idratazione e nemmeno il respiratore ai pazienti che lo richiedono, pena l’avvio di azioni penali. Pronta la reazione di Zangrillo: in trent’anni di attività, ha replicato, non ho mai staccato una volta il respiratore ad un paziente, nemmeno in casi di malati terminali, per la semplice ragione che esistono altre modalità – per esempio la graduale sospensione della somministrazione di farmaci – per evitare ogni accanimento terapeutico ed accompagnare alla morte pazienti oramai prossimi al decesso. Di più: Zangrillo ha pure spiegato che, sulla base della sua esperienza, il testamento biologico non serve.

Zangrillo 1, Marino 0. Ma è dopo una interruzione pubblicitaria, nella seconda parte di Matrix, che il dottore genevose ha sganciato le bombe più pesanti ricordando, senza troppi giri di parole ma con la precisione terminologica dello specialista, che “Eluana Englaro è stata uccisa”. Davanti a queste affermazioni, anche il conduttore, Alessio Vinci, è impallidito: ma è proprio sicuro, ha chiesto con aria stupita, di quello che sta dicendo? Implacabile la replica di Zangrillo, che non solo ha detto di esserne assolutamente certo, ma ha aggiunto che è tempo di smetterla coi giri di parole, perché sottrarre alimentazione e idratazione significa, di fatto, praticare l’eutanasia, uccidere. Inappuntabile. Persino Paola Binetti, davanti alle rasoiate di Zangrillo a Marino e Bernardini, è sembrata una timida dilettante. Non osiamo immaginare cosa sarebbe capitato a Fazio e Saviano se avessero invitato il Nostro a “Vieni via con me”. Probabilmente sarebbero stati costretti a rimangiarsi in diretta, a mo’ di alimentazione forzata, tutte le loro fesserie.

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