ZEIGEIST: CONTROINFORMAZIONE O CIALTRONERIA? Il nuovo movimento che predica la falsità del Cristianesimo

“Più inizi a porti domande su tutto ciò che crediamo di comprendere… su da dove veniamo, su ciò che pensiamo delle nostre azioni… e più inizi a vedere che ci è stato mentito: ogni istituzione ci ha mentito…”.

      (ZEITGEIST, The Movie)

 Il nostro tempo potrebbe essere definito anche come l’epoca della sfiducia radicale. A fronte della caduta delle grandi ideologie e della perdita di credito subita dalle istituzioni politiche, scientifiche, statali e religiose, la reazione di molti nostri contemporanei, infatti, sembra indirizzarsi verso una generalizzata critica per tutto quello che, con espressione inflazionata ma efficace, viene spregiativamente definito “cultura ufficiale”.

Questo atteggiamento non può sempre essere biasimato.

Il discredito in cui è caduta l’informazione mass-mediatica accusata di manipolare e ingannare l’opinione pubblica, l’arroganza di un potere economico ogni giorno più invadente e disumano, l’ottuso conservatorismo e la sottomissione ai poteri forti da parte dei rappresentanti della “scienza”, i sacrosanti dubbi sulle vere cause e sugli autentici scopi di molti avvenimenti della storia più recente, il fariseismo e/o il secolarismo imperante presso istituzioni e personalità religiose, sembrerebbero infatti giustificare le ragioni di uno scetticismo così diffuso.

Il discredito verso la “cultura ufficiale”, d’altronde, genera per reazione una sorta di autodifesa che, giovandosi dei mezzi di comunicazioni più recenti, si concretizza nella creazione di spazi di “controinformazione”, di gruppi, blog e servizi informativi “non allineati”, dove il bisogno represso di verità si esplica in tutte le forme possibili. Questo mare magnum dove si trova tutto e il contrario di tutto, dove la notizia più interessante può sovente mescolarsi alla menzogna e al delirio, dove la limpidezza di intenti può trovar posto al pari dell’inganno e delle motivazioni più oscure e inquietanti, è anche il luogo sociologico dove vedono la luce veri e propri movimenti di pensiero destinati a catalizzare l’interesse di vaste masse. Fra questi movimenti, uno dei più noti (ma anche dei più ambigui), è certamente il movimento ZEITGEIST, che col suo programma di radicale messa in discussione della politica, della cultura e della religione ha conquistato milioni di simpatizzanti in tutto il mondo.

– Cosa predica ZEITGEIST?

Il termine tedesco Zeitgeist, letteralmente “spirito del tempo”, è stato scelto per indicare un movimento d’idee che si prefiggerebbe una radicale messa in discussione della cultura “dominante” in tutte le sue forme. Il movimento nasce di fatto a partire da tre documentari prodotti dall’americano Peter Joseph (Zeitgeist:the Movie del 2007, Zeitgeist:Addendum del 2008 e Zeitgeist:Moving Forward del 2011), distribuiti gratuitamente sul web allo scopo di favorirne una più capillare diffusione. Mescolando elementi di socialismo utopico (abolizione della moneta e delle banche), ecologismo, suggestioni New Age e cospirazionismo, lo scopo dei film sembra essere apparentemente quella di promuovere un radicale e scetticismo verso ogni forma di “autorità”, a partire dalla rivelazione pubblica di “verità nascoste”.

D’altronde, i contenuti di questi filmati sono vari e non di rado interessanti, benché caratterizzati dalla continua mescolanza di informazioni e illazioni. Il tono accattivante dei commenti, la perentorietà delle affermazioni -che solo di rado vengono suffragate da pezze d’appoggio, ma sono costantemente proposte in maniera assertiva come dati acquisiti- creano peraltro nello spettatore una disposizione ad accettare tutto il contenuto del messaggio come verosimile e condivisibile. I temi trattati spaziano dal ruolo delle banche nel potere politico all’usura e al signoraggio, dai dubbi sulla versione ufficiale della tragedia dell’11 settembre alla critica dell’economia. Il nucleo più corposo, tuttavia, è costituito da una serrata e implacabile critica religiosa –indirizzata quasi esclusivamente contro il Cristianesimo- dove 2000 anni di fede in Cristo vengono derubricati come strumento di dominio oppressivo sulle coscienze, di annichilimento della felicità e, soprattutto …come clamoroso e ignobile inganno storico!

Falsità del Cristianesimo? Un ingegnoso esempio di fanta-mitologia.

Non c’è dubbio che lo scopo principale di Zeitgeist sia, prima d’ogni altra cosa, una messa in discussione radicale del Cristianesimo. A tal scopo, l’autore (o gli autori) dei filmati rispolverano soprattutto la vecchia teoria mitica di ottocentesca memoria, per cui la stessa figura di Cristo non sarebbe altro che la mera riproposizione di antiche figure mitiche, come le divinità solari presenti nei culti dei popoli mediterranei.

Ed è così che, mescolando abilmente mezze verità con vere e proprie bufale, Zeitgeist riesce a produrre uno “spot” pseudo-storico che nessun esperto prenderebbe sul serio, ma che può risultare decisamente accattivante agli occhi di un “non addetto ai lavori”.

Alcuni dei dati ostentati con tanti sicumera nei film Zeitgeist, per la loro palese inconsistenza storico-religiosa, sembrerebbero persino gettare un ragionevole dubbio sulla buona fede degli autori: é questo, ad esempio, il caso del presunto parallelismo tra la figura del dio egizio Horus e Gesù. Nel corso dei filmati, infatti, si afferma che il dio Horus avrebbe avuto 12 discepoli, avrebbe operato miracoli e sarebbe stato “crocefisso” (!) per poi risorgere dopo tre giorni[1] …insomma, una vera e propria fanta-mitologia inventata di sanapianta ad uso e consumo delle proprie ipotesi, utilizzata però con molta spregiudicatezza per accusare il Cristianesimo di “plagio”!

Analoghi esempi di tale atteggiamento si susseguono a spron battuto nel corso delle produzioni targate Zeitgeist, dove in un florilegio di forzature o di autentiche mistificazioni, si afferma ad esempio che anche il dio frigio Attis –nume microasiatico della generazione e della rigenerazione- sarebbe stato crocefisso (?) oppure, saltando all’Antico Testamento, che il nome Mosè –in realtà di evidente origine egizia[2]– null’altro sarebbe che la translitterazione del cretese Minos o del sanscrito Manu (sorprendente esempi di fanta-etimologia, tanto suggestiva quanto inconsistente). …e tutto questo, alla faccia delle rassicuranti dichiarazioni dell’autore che, allo scopo di apparire più convincente, dichiara di “non voler essere offensivo ma di voler basarsi SUI FATTI. Di non voler ferire sentimenti, ma di voler essere ACCADEMICAMENTE CORRETTO” (!).

Naturalmente, i filmati Zeitgeist contengono anche dati storico-religiosi autentici utilizzati, come spesso accade in questi casi, per avvallare la credibilità di tutto il contesto. Così, ad esempio, è innegabile che esistano alcune analogie simboliche tra le vicende evangeliche e i miti di altre tradizioni spirituali; ma tali analogie, lungi dall’essere banalmente interpretabili come “scopiazzature”, rimandano piuttosto ad un comune sottofondo di simboli e di archetipi che sottende a tutta l’esperienza religiosa umana[3]. Un patrimonio comune che, tuttavia, è ben lungi dal poter dimostrare l’infondatezza storica della figura di Gesù. E d’altronde, così sembrerebbero pensarla anche gli autori di Zeigeist, che se avessero avuto abbastanza dati “reali” a sostegno delle loro tesi, non avrebbero evidentemente sentito il bisogno di inventarne di falsi…

– Ma il loro vero scopo é…

Ma a questo punto, al cospetto di una tale opera di mistificazione bella e buona, riecheggia quasi spontaneamente l’inquietante frase che più di un secolo fa si lasciò “scappare” dalla bocca Elena Petrovna Blavatsky: “nostro scopo non è di restaurare l’Induismo, ma di cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra”[4]. Proprio quella Blavatsky la quale, fondatrice di una Società Teosofica nata mescolando centoni di tradizioni orientali malcomprese con vaghe reminescenze di gnosticismo occidentale, può essere idealmente posta a capostipite di quella corrente neospiritualista confluita più di recente nello “stato di spirito” collettivo noto come New Age. Un movimento New Age dove, a fronte di una sbandierata proposta di “nuova spiritualità”, si cela più probabilmente l’interesse di chi, nella prospettiva della creazione (e imposizione?) di un Nuovo Ordine Mondiale, ha tutto lo scopo di omologare le varie identità religiose e culturali in un melting pot informe e inoffensivo. Una New Age dove, non a caso, è centrale quell’attesa della nuova Età dell’Acquario che dovrebbe sostituire la vecchia Età dei Pesci caratterizzata dal Cristianesimo: proprio il genere di suggestioni a cui attingono a piene mani gli autori di Zeitgeist.

Purtroppo però, a fronte di una diffusissima (e spesso coltivata) ignoranza di massa sulle tematiche religiose, accade ormai fin troppo spesso che certe “attraenti interpretazioni” finiscano per irretire un numero sempre crescente di persone; e, cosa ancor più dannosa, esse finiscono per ingannare soprattutto i più sensibili e intelligenti fra i nostri contemporanei, ovvero quei “cercatori di verità” a cui, sempre più spesso, il mare magnum della sottocultura contemporanea sembra offrire solo pallide parodie o interessate menzogne.       

 

 

 



[1] E’ probabile, inoltre, che in questo specifico caso, l’autore di Zeitgeist abbia per ignoranza sovrapposto (o letteralmente confuso) il mito di Horus con quello di Osiride: è Osiride, infatti, a venir ingannato e ucciso dal fratellastro Tifone-Set e a risorgere successivamente grazie alla magia di Iside. Anche nel mito di Osiride, tuttavia, non appare minimamente alcun “racconto di crocefissione”.

[2] Il nome Mosé rimanda, con ogni probabilità, all’antico termine egizio Mòsis (figlio). Come abbiano fatto gli autori di Zeitgeist a ricondurlo ad una radice cretese o indiana, questo è un vero mistero.

[3] Che il simbolo della Croce, ad esempio, possieda un significato sacro in una moltitudine di culture pre e post-cristiane, è un dato di fatto; ma questo non impedisce affatto che ”la croce” sia stata anche uno strumento di supplizio il cui utilizzo è tristemente documentato dagli storici antichi. In una prospettiva di fede, in effetti, non vi è nulla di strano che gli episodi della vita di Cristo possano essere, al tempo stesso, storicamente concreti quando significativamente simbolici. Chi ha occhi per vedere…

[4] Dichiarazione della Blavatsky, rilasciata sulla rivista The Medium and Daybreak, London 1893, p.23

Gli studi dello psicanalista Claudio Risé rivalutano la figura paterna, “assente inaccettabile”

 

di Elisabetta Pittino

Se quello che i mortali desiderano, potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”, dice Telemaco, figlio di Ulisse, esprimendo l’angoscia del figlio senza padre.

Ma chi è veramente il padre? Il prof. Claudio Risé, psicanalista, docente di Sociologia dei processi culturali e delle comunicazioni all’Università dell’Insubria (Varese), esperto della figura paterna, risponde così: “Il padre è colui che è consapevole della sua natura di co-creatore della vita in un disegno di felicità che si esplica secondo due aspetti. L’aspetto dinamico si configura come spinta originaria, donativa e vitale, atto maschile per eccellenza: il padre è colui che mette in moto il processo di creazione, è colui che realizza il getto del dono creativo, capace di promuovere una nuova vita e la stessa continuazione della vita. Il secondo è un aspetto di accoglimento, cioè di disponibilità alla fondazione e rifondazione della personalità del figlio, disponibilità alla quale il padre, roccia e rifugio, deve essere sempre aperto e che presuppone una disposizione all’accoglimento del figlio e all’offerta di rifornimento di energie allo stesso. Quindi il padre, come creatore, presenta da una parte un lato direttamente propulsivo, dinamico e attivo, dall’altra un lato di accoglimento che, proprio per la sua capacità di apertura, è in grado di fornire, silenziosamente e per lungo tempo, le energie necessarie alla crescita dei figli. Le due dinamiche, della spinta e dell’accoglimento, portano alla nascita del senso di appartenenza”.

L’esperienza dell’appartenenza, il fatto che io vengo da quella storia, da quell’amore per la vita, da quel padre, è costitutiva della personalità. “Solo a partire da un’appartenenza posso immaginare un destino. Solo se vengo da qualche parte posso andare verso una direzione”.

Secondo Risè lo sguardo che spinge (l’aspetto dinamico) è ben rappresentato nel San Giuseppe del Beato Angelico, mentre la funzione di accoglimento è magistralmente rappresentata nel Figliol Prodigo del Guercino, in cui il padre è raffigurato mentre è dedito alla cura del figlio, per metterlo in grado di ripartire nella vita. In due libri Il padre l’assente inaccettabile, prima, e Il mestiere di Padre, poi, Risé riscopre la figura paterna, “assente inaccettabile” della nostra società, con l’intenzione di contribuire ad una speranza: che il padre ritorni.

Perché il padre è diventato un “fantasma” nella società occidentale? Quali sono le conseguenze psicologiche e sociali di questo processo? Secondo Risé oggi c’è “nostalgia dello sguardo paterno… di un padre più coraggioso del corporate man, dell’uomo di azienda. Più coraggioso negli affetti, ed in particolare, in quello verso i figli. Un padre, insomma che non abbia paura di fare il suo mestiere”.

Continua Risé: “Il padre è oggi emotivamente assente, spesso addirittura respinto in una grigia terra di nessuno, da cui non può più guardare, comunicare coi figli, né loro con lui. La figura del padre è, infatti, costitutiva della creazione, della vita, e del suo sviluppo. Senza una significativa presenza paterna l’organismo vitale tende ad indebolirsi, ed a perdere interesse alla stessa esistenza. Tutto l’umano assume una forma definita, ed acquista il suo dinamismo, nel segno del padre, che lo genera, così come acquista tranquillità e sicurezza affettiva nell’esperienza della madre positiva, che lo accoglie. Ecco perché oggi proviamo, tutti, più o meno consciamente, nostalgia di questa presenza”.

La paternità e, quindi, la mascolinità si imparano attraverso un’esperienza che bisogna fare in una relazione affettiva con il padre. “La principale conseguenza di questa assenza è la perdita di identità del giovane uomo occidentale”. “La speranza è – scrive Risé – che i due libri insieme, possano dare un preciso e valido aiuto al grande popolo di persone responsabili, uomini e donne, oggi impegnato a trasformare quel fantasma ambiguo di padre, che ha preso forma nell’ultima parte del ’900 in Occidente, in una realtà di carne e di sangue, di pensiero e d’azione. Un soggetto autenticamente paterno, dotato di un suo sentire, e di una sua precisa conoscenza, e competenza, affettiva, e spirituale. Un padre che, proprio perché ama i figli, ed è profondamente affettivo, non si sottrae alla sua funzione di fornire loro indicazioni, norme, visioni del mondo. Un materiale di conoscenze e valori che spesso i figli rifiuteranno, o accantoneranno per lungo tempo nella loro vita. Un dono paterno di cui hanno tuttavia assoluto bisogno, per costruire, nel confronto con esso, la propria sicurezza, e la propria libertà”.

A tutti quelli che non hanno potuto fare l’esperienza del padre: c’è San Giuseppe, c’è Dio che è Padre, Abbà, papà e noi siamo suoi figli. In nome di questa speranza invitiamo i lettori a prendere visione ed a sottoscrivere il Documento per il Padre: http://www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm.

 Non abbiate paura di essere padri! da: L’Ottimista

Femminilità liberata?

Il corpo femminile è svilito da  una “ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità.” Così indicava l’appello per la mobilitazione “se non ora quando”, ma sarei curioso di sapere a quale tipo di valore si vorrebbe legata la dignità sessuale della donna.


Le femministe degli anni d’oro nella loro rivista “Effe” – maggio 1976 – parlavano di una sessualità “libera, attiva, che mira anche ad altro , e che non può contentarsi di una parità tra i sessi che si svolga solo nella sfera intima e privata. Una sessualità che ammetta tranquillamente certe differenze, che dichiari le proprie eventuali “devianze”, che si confessi senza paure”.

Da questa definizione il passo verso il nudo femminile "come oggetto di scambio sessuale" non è poi così lungo: cosa resta, infatti, della dignità del corpo femminile dopo la liberazione sessuale auspicata 35 anni fa dalle femministe di "Effe"?

Nulla, a meno che non si voglia sostenere che l’unica libertà è quella di fare come pare e piace. Ma d’altra parte il vento del “vietato vietare” era decisamente impetuoso, ad esempio nel 1967 a Firenze, in vista del congresso del Partito Radicale, veniva distribuito un volantino in cui era scritto che “la società spinge il suo autoritarismo fino a sindacare sul diritto dell’individuo a disporre liberamente del proprio corpo, a godere del piacere dei sensi.

Tutto cominciò nei mitici anni ’60 dove sulle ali della filosofia di Marcuse si teorizzava che liberando gli istinti si potevano eliminare contemporaneamente dominio e autorità, fossero di tipo familiare, civile o religioso.

Durante quegli anni parlare di verginità, biancheria intima, anticoncezionali e posizioni del kamasutra diventa un fatto normale, sulle ali della battaglia per una femminilità forte compaiono diversi segni che testimoniano il nuovo modo di essere donne, ad esempio la minigonna e i collant, i roghi dei reggiseno e la comparsa del primo topless a Saint Tropez nel 1970. In quegli anni la psichiatria dava manforte alla rivoluzione sessuale teorizzando la necessità “scientifica” di questa liberazione dell’individuo, lo psicoanalista inglese David Cooper rivolgendosi alle donne affermava che si può amare un altro essere solo a condizione di amare totalmente sé stessi al punto da masturbarsi veramente fino all’orgasmo.

Così nel 1973 sul libro “Donnità – Cronache del femminismo romano” a pag. 7 si trova scritto lo slogan “faremo figli se ne avremo voglia”, coerente con l’idea che il piacere del corpo nulla ha a che fare con il concepimento.  Siamo ovviamente agli antipodi di quanto indicava nel 1968 la lettera enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI dove si sottolineava il nesso inscindibile tra significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale; non è un caso che la battaglia per l’aborto e per gli anticoncezionali prende vigore proprio da quegli ambienti di liberazione della sessualità femminile. E’ del 1975 la chiusura del “famoso ambulatorio” CISA di Firenze (Centro Italiano di sterilizzazione aborto) fondato da Adele Faccio e per cui finì agli arresti anche l’allora ventisettenne Emma Bonino.

Da tutte queste battaglie forse l’unica cosa che è stata veramente “liberata” è l’idolatria per il piacere fine a sé stesso, deriva di uno strano concetto di libertà che poi si è paradossalmente incontrato anche con un certo edonismo capitalistico.

La morale si fonda su quello in cui si crede, ma vorrei osare dire che si radica nel soggetto delle nostre preghiere. A tal proposito sul libro citato “Donnità…” (1973) si trova questa frase: “se mai ci verrà voglia di pregare questa sarà la nostra preghiera: Madre ti ringrazio di avermi fatto donna.” Amen.

Femminismo d’alto bordo

Provate ad andare su un qualsiasi motore di ricerca della rete, cliccate sulla funzione ‘ricerca immagini’ e digitate ‘femministe sulla vostra tastiera.

Troverete una sfilza di foto ottenute in tempi e luoghi diversi, il simbolo più ricorrente sono le mani unite a mimare l’organo genitale femminile, ma non mancano i seni al vento.

Ricordo ancora una puntata del Maurizio Costanzo Show, il programma condotto dal campione della tolleranza ideologica, in cui una prostituta fu invitata ad illustrare la sua scelta. Mi ricordo il senso delle sue parole: perché rinunciare ad un mestiere che le consentiva di guadagnare in una sola serata il corrispettivo di un intero usurante mese di lavoro come operaia?

Perché sfiancarsi ad accudire marito e figli, quando invece il mestiere di prostituta la metteva in contatto con personaggi importanti e facoltosi?

Un unico filo comune lega quelle rivendicazioni femministe alla scelta della prostituta sotto i riflettori: l’autodeterminazione, quello stesso principio espresso nell’arcaico slogan "il corpo è mio e lo gestisco io".

L’apparato mediatico e ideologico relativista ha per decenni sostenuto in tutte le salse quel principio di autodeterminazione sciolto da ogni istanza veritativa pervicacemente negata in tutte le circostanze: non esiste né vero, né falso, ma solo opinioni, il bene di un’azione non consiste nel contenuto della scelta, ma nella libertà di effettuare la scelta.

 Per anni si sono adoperati per accreditare il sesso pre ed extramatrimoniale, il sesso adolescenziale, l’educazione alla sessualità liberata dal peso della fecondità, il sesso sulle copertine, il sesso nel cinema, il sesso in ogni spazio. Sesso nelle scuole coi distributori di preservativi, fuori dalle scuole con le prescrizioni a catena di pillole del giorno dopo, nemmeno la consacrazione religiosa doveva restarne immune; il celibato ecclesiastico è sempre stato giustamente percepito come una silenziosa, intollerabile testimonianza vivente del credere nel regno dei cieli.

 Il corpo delle donne dal ’68 della rivoluzione sessuale è stato fino ad oggi esposto per sottrarlo al pudore, ritenuto segno di sottomissione all’oppressione della società dei maschi.

Oggi le donne scendono in piazza per protestare a difesa della loro dignità che dicono essere stata sfregiata. Verrebbe da dire ‘finalmente!’; hanno capito che non può esserci vera libertà senza verità? Hanno compreso che uomo e donna hanno una dignità grande rispettata da certe azioni e violata da altre?

Avranno cominciato a comprendere che esiste un significato intrinseco proprio di un’azione, che esso non necessariamente corrisponde a quello attribuito dall’intenzione, che fare sesso non è lo stesso che fare l’amore, quello vero, quello che vuol dire voglio il tuo bene donandomi tutto a te e prendendo tutta te, ora e per sempre?

Con un po’ di ottimismo se la manifestazione di oggi fosse sincera ci si potrebbe aspettare di vedere sventolare i librettini della lettera apostolica di Papa Giovanni Paolo II ‘Mulieris dignitatem’ e persino osare sperare di vedere i cortei trasformarsi in processioni.

E invece niente di tutto questo accadrà. Oggi si manifesterà avendo nel cuore lo stesso principio di autodeterminazione delle femministe di quarant’anni fa, le più giovani delle quali oggi sono nonne: del proprio corpo la donna può farci quel che vuole, tutto va bene, ogni cosa è lecita, basta che non lo conceda al cavaliere

Gianrico Carofiglio scorda il comunismo

Gianrico Carofiglio ha un occhio solo, il sinistro. Lo scrittore magistrato è autore di un libretto sulla neolingua, ora molto citato, La manomissione delle parole, in realtà dedicato a Berlusconi e a suo padre putativo, il Nazifascismo.

Ma presentandolo in copertina il tema è omesso: esempio lampante di mano­missione della parole. Nel libro Carofi­glio ignora l’esistenza del comunismo che fu la prima fabbrica del ’900 di paro­le distorte, elevando la menzogna a si­stema, come provò Solzenicyn: è vero ciò che serve al Partito, è falso ciò che nuoce al Medesimo.

Gli eredi del comu­nismo sono ancora in servizio ma lui non li vede. Il giudice con un occhio so­lo non nomina mai il Terrore, la dittatu­ra giacobina, la meccanica della Rivolu­zione che, come spiegò Cochin, mani­pola la verità e la realtà. Il giudice mono­culare afferma che 1984 di Orwell è un romanzo sulle parole distorte nei regi­mi nazifascisti; ma Orwell, in 1984 co­me ne La fattoria degli animali , pensa­va a Stalin e al comunismo egualitario dove «alcuni sono più uguali degli al­tri ». Ma di questo non c’è traccia.

Il giu­dice- scrittore guercio non vede il comu­nismo che chiamava democrazia la dit­tatura, pace lo sterminio di classe, liber­tà l’oppressione dei popoli, uguaglian­za la servitù al Partito, e verità (pravda) la menzogna militante. L’uso a rovescio di fatti e parole ha un grazioso nome so­vietico, Disinformazia, ma il giudice emiplegico lo ignora. Per Carofiglio la neolingua l’ha inventata il nazifasci­smo e poi il berlusconismo, suo erede. Carofiglio cita frasi, bugie e slogan di Berlusconi e dei suoi fan di cui sarebbe gioco da bambini trovare l’equivalente nella propaganda avversa della sini­stra.

Perché la propaganda distorce la realtà da ambo le parti. Ma lui detesta gli imparziali e dice di preferire i parti­giani e i ribelli. Io temo un giudice che dice di odiare chi non parteggia, perché vuol dire che odia la giustizia, per defini­zione imparziale. Carofiglio ha un oc­chio solo, il sinistro, e detesta chi vuol vedere le cose per intero. Dio ci scampi dai giudici monoculari con l’aggravan­te di essere scrittori. di Marcello Veneziani, su Il Giornale

Vendola dà lezioni di sobrietà

Nichi Vendola: “Ho uno stile di vita abbastanza sobrio, credo che in 37 anni di vita politica nessuno abbia potuto riscontrare atteggiamenti che dessero pubblico scandalo…”.

Così il castissimo Nichi Vendola, uno dei tanti moralisti d’occasione.

Nella foto di sopra una sua partecipazione ad un gay pride con Pecoraro Scanio.

Nelle foto sotto alcune foto, tra le più moderate, che documentano la sobrietà e la castità dei gay pride di cui Vendola è assiduo frequentatore ed organizzatore.

Una nuova moda dilaga: distruggere la famiglia

La saga Uccidiamo la famiglia si arricchisce di giorno in giorno di nuovi protagonisti.
Se qualche mese fa la paladina indiscussa della nuova serie era la cinquantaquattrenne Gianna Nannini che, prossima al parto, ostentava sulla prima pagina di Vanity Fair il suo pancione da mamma-single, in questi ultimi giorni, invece, ad aggiudicarsi la parte di protagonisti sono stati Elton John – che con il suo “compagno” ha adottato un bambino – e Nicole Kidman che è diventata mamma ma che, paradossalmente, nei mesi passati non ha potuto sfoggiare un ventre gravido: la “figlia biologica” dell’attrice, infatti, è stata ospitata per nove mesi nell’utero di un’altra donna. 

Un altro connotato non secondario di questa moderna saga degli orrori è che il nome di volta in volta assegnato ai nuovi nati deve essere rigorosamente escluso dal martirologio cristiano, prassi – quest’ultima – denunciata non più tardi di dieci giorni fa anche da papa Benedetto XVI.
Nella scelta di come chiamare il/la proprio/a figlioletto/a, allora, c’è chi opta per il nome un profumo (Chanel), chi per una denominazione commerciale (Apple), chi per la firma di una birra (Bud)… In ogni caso la regola d’oro per dare al proprio figlio un nome “in” è: essere il più possibile originali, scegliere rigorosamente tra un repertorio di nominativi stranieri, e naturalmente evitare tutti quegli appellativi contenuti nella Bibbia, perché implicitamente demodé.

L’impressione di chi scrive è che, andando avanti di questo passo, tra qualche anno a fare notizia sarà il fatto che un Bebé sia nato da un uomo ed una donna, regolarmente sposati (meglio se in chiesa, ma lungi da noi fare prospettive troppo rosee e intrinsecamente pericolose, dato che c’è chi si sposa in chiesa solo e unicamente perché: “La cerimonia in Comune è triste”), possibilmente con un’età inferiore ai trent’anni, e – perché non osare? – magari già al secondo o terzo figlio.
Quadretto, questo, idilliaco e ormai irrealizzabile? Sogni proibiti di una retrograda che crede nei valori tradizionali e che è convinta che se per natura servono un padre e una madre un motivo ci dovrà pur essere? Può darsi.

In ogni caso, per fortuna che in Italia ci sono i ciellini che salvano le belle famiglie numerose di un tempo, composte da un padre, una madre e una selva di bambini.

La riabilitazione dei valori tradizionali

Ma guarda un po’ chi si rivedono: i vecchi e tanto deprecati valori tradizionali.
A rispolverarli in Gran Bretagna, questa volta, non è stato il solito parroco anglicano di campagna un po’ bigotto, né il raffinato esponente del movimento tradizionalista anglocattolico Forward in Faith, o l’occhiuto preside baciapile di una piccola scuola cattolica, ma nientemeno che il noto psicologo scozzese Professor Tommy MacKay. E non si tratta davvero di un quisque de populo.

MacKay non è soltanto un insigne cattedratico, un profondo esploratore dell’animo umano, un luminare di livello nazionale, un’autorità in tema di psicologia nelle aule giudiziarie, ma è stato anche ex presidente della British Psychology Society, ed un prestigioso e ascoltato consulente dei governi di Sua Maestà britannica. A lui si deve, tra l’altro, la redazione delle Scotland’s educational psychology guidelines, le linee guida dell’educazione psicologica della Scozia, e tra i vari meriti che può vantare c’è anche quello di essere stato personalmente lodato dall’ex premier laburista Gordon Brown, suo convinto estimatore, che gli ha addirittura riconosciuto la veste di eroe, dedicandogli un capitolo nel suo libro Britain’s Everyday Heroes. MacKay è stato un guru della psicologia moderna apprezzato da liberal e progressisti. Per questo ha fatto un certo scalpore la sua uscita sui valori tradizionali, e non poteva, ovviamente, passare inosservata. Chiamato a pronunciarsi sui dati relativi alla violenza dei giovani verso gli adulti, il professor MacKay ha scioccato l’opinione pubblica, resuscitando proprio concetti ed ideali considerati ormai definitivamente archiviati dalla storia, nella visione relativista e politically correct della società post-moderna.

Quei dati, a onor del vero, mostrano un quadro impressionante. Nel 2009 sono state 1.572 le denuncie sulle violenze domestiche perpetrate da minorenni nei confronti degli adulti, il 17 per cento in più rispetto all’anno precedente ed il triplo rispetto alle cifre degli ultimi dieci anni. Nelle scuole, invece, sono state registrate decine di migliaia di atti di violenza degli studenti nei confronti di insegnanti e compagni di scuola. Per essere più precisi, sono state circa 17.000, nelle scuole elementari, le sospensioni di alunni fino ad undici anni di età, mentre hanno superato le 63.000 nelle scuole superiori. Il fenomeno non ha risparmiato neppure i più piccoli. Secondo i dati ufficiali forniti dal Ministero dell’Educazione, infatti, sono stati 1.240 i casi di sospensione, nel biennio 2008-2009, che hanno coinvolto alunni di quattro anni.
Di fronte ad una così preoccupante situazione, lo psicologo professore della Strathclyde University non ha esitato a parlare della necessità sociale di concetti come “rispetto”, “autorità”, “sacrificio”, “onore”, “patriottismo”, e persino “valori religiosi”.
“Negli ultimi anni”, questa l’analisi di Tommy MacKay, “c’è stata una sostanziale perdita del rispetto per i genitori, per le autorità scolastiche, e per i valori trasmessi dalla Chiesa”. Perciò, secondo l’insigne psicologo, “i genitori hanno il dovere di fornire i fondamenti di quei valori tradizionali, instillando nei propri figli il senso del rispetto per la loro autorità, e del rispetto per gli altri”.
In questa perdita del senso di autorità, MacKay intravvede una responsabilità anche a carico dei genitori degli studenti: “Nelle passate generazioni, il padre e la madre se la prendevano con il proprio figlio, quando questi aveva problemi a scuola. Oggi se la prendono con gli insegnanti”.
I genitori che si comportano in quel modo, in realtà, sono i primi a non possedere il senso dell’autorità e del rispetto delle istituzioni, e non hanno, quindi, nulla da trasmettere ai propri figli. Il punto è che nel vuoto intergenerazionale di ideali, può crescere soltanto l’erba velenosa della violenza.

Particolarmente interessante è anche l’analisi che MacKay fa delle divise scolastiche, sostenendo l’utilità del loro obbligo non solo perche “esse eliminano tra gli studenti ogni forma di stupida competizione basata sulle griffe di moda”, ma soprattutto perche “rappresentano un segno di appartenenza ad un’esperienza più grande e più importante del proprio “io”, e della propria personale “self-expression“”. Le divise, secondo lo psicologo scozzese, rappresentano, infatti, l’istituzione scolastica, la sua autorità ed i suoi valori, piuttosto che il particolare del singolo individuo.

L’analisi si allarga, poi, ad una visione più ampia, quando MacKay afferma che “il declino sistematico dei valori tradizionali registratosi negli ultimi trent’anni è stato direttamente proporzionale all’aumento dei problemi nella società in generale, i cui effetti si sono drammaticamente evidenziati in ambiti particolari quali, ad esempio, quello scolastico e familiare”. Da qui il suo ammonimento sul fatto che l’attuale società “sta perdendo i propri punti di ancoraggio”, e la denuncia dell’esistenza di “una vera e propria bomba ad orologeria che rischia di far esplodere un comportamento psicopatologico di massa”.

MacKay intravvede anche nella profonda crisi che attualmente vive l’attività di volontariato in Gran Bretagna, la pericolosa deriva individualista delle nuove generazioni, “che hanno definitivamente perduto il senso dell’impegno disinteressato e del sacrificio generoso per gli altri”. Oggi, quello che sembra prevalere sempre più è il “cult of self” (il culto di sé), e la “celebrity culture“, che appare ormai come l’orizzonte più ambito delle aspirazioni di milioni di persone. Una triste “corsa al ribasso” degli ideali umani.
Tra gli antidoti alla deriva individualista, Tommy MacKay sdogana persino il valore datato e alquanto demodé del “patriottismo”, rivalutandolo come “un efficace fattore sociale positivo”, perché capace di rappresentare “una nobile idea connessa ad una dimensione comunitaria ben più ampia della propria famiglia o della propria scuola”.

La spietata analisi revisionista del professor MacKay ha inferto un colpo mortale alla psicologia educativa progressista nata dal sessantotto e dai suoi falsi miti, quella, tanto per intenderci, che propugnava un rapporto paritario tra genitori e figli, in cui entrambi dovevano trattarsi da amici e chiamarsi per nome, in cui non vi erano ruoli predefiniti, non esisteva il concetto di autorità, ed il dissenso era considerato una normale espressione comunicativa. Non è difficile, infatti, identificare l’attuale disastro proprio in quel fenomeno storico della fine degli anni ’60 che, insieme alla Riforma protestante e all’Illuminismo, ha tragicamente influito nella società occidentale. I dati allarmanti oggetto delle riflessioni di MacKay riguardano i nipotini della generazione del sessantotto, quella che teorizzava la contestazione di ogni forma di autorità (a cominciare da scuola e famiglia), che idolatrava la rivoluzione, che invocava la “fantasia al potere”, lo slogan “vietato vietare”, l’assemblearismo permanente, l’autogestione, la coscienza critica dei giovani, il mito del dissenso, la formula magica delle tre M (Marx, Mao, Marcuse), e che finiva per trovare nella via anarchica l’unico sbocco logico e l’unica vera proposta alternativa.

Non è un caso che la contestazione sessantottina dell’autorità abbia avuto come principali obiettivi la scuola e la famiglia, se si considera che la radice etimologica del termine autorità deriva dal verbo latino augere, che significa far crescere, a cui, tra l’altro, è riconducibile la parola autor, ossia colui che fa nascere, e la parola augustus, ovvero colui che fa crescere. Lo stesso valore semantico del termine autorità, quindi, contiene in sé l’elemento fondante della famiglia, in cui genitori sono autori dei figli in senso biologico (autor), e l’elemento fondante della scuola, in cui gli insegnanti sono coloro che aiutano a far crescere (augustus) in senso culturale le giovani generazioni.

In quella folle orgia dell’irrazionale che fu il sessantotto, la scuola non era più considerata come un luogo educativo e un’affascinante esperienza di crescita della personalità, ma, secondo la celebre definizione del filosofo marxista Louis Althusser, come il primo “apparato ideologico di stato”, un’esecrabile forma di autoritarismo da abbattere. La famiglia, poi, grazie soprattutto al contributo dell’antipsichiatria inglese, era identificata come la sentina di tutti i mali, l’incubatrice di personalità autoritarie e conformistiche, la prima struttura sociale da contestare ed emancipare, attraverso il dissenso, la rivolta, la de-costruzione.
David Cooper, uno dei fondatori dell’antipsichiatria, nel suo celebre libro-manifesto dal titolo sintomatico di La morte della famiglia (1971), afferma che non vi è più bisogno di padri o di madri, ma “solo di “maternage” e “paternage“”, ovvero di funzioni materne e paterne, che possono benissimo essere svolte da altri soggetti (fratelli, nonni, parenti, amici, ecc.) diversi dai genitori biologici.

Cooper ritiene pure che uno dei tabù di questo antiquato istituto sia costituito dalla “implicita proibizione di esperimentare la propria solitudine nel mondo”, perché, infatti, attraverso la deviante gabbia sociale della famiglia l’individuo “viene costretto a vivere “agglutinativamente” incollato ad altre persone”, “passivamente sottomesso all’invasione da parte degli altri familiari”, e “privato della linfa vitale della propria solitudine”. Da qui la necessità di una lucida strategia per “distruggere una reale, oggettiva situazione persecutoria nella quale ognuno di noi è intrappolato prima ancora di esistere”.

Oggi si vedono i frutti avvelenati di quel delirio, e persino personalità del calibro di Tommy MacKay arrivano – se pur in ritardo – a rivalutare i già esecrabili valori tradizionali, oggetto della furia iconoclasta dei sessantottini.

Il potere distruttivo dell’ideologia è davvero capace di effetti devastanti, salvo poi mostrare, attraverso le macerie prodotte, il proprio fallimento, e far rimpiangere tutto ciò contro cui si era scagliato. Il fenomeno dell’autocritica, del riflusso, della revisione è sempre positivo, ma anche sempre tardivo, perché nel frattempo intere generazioni di uomini sono state mandate al macero. Spiritualmente parlando. Da Cultura Cattolica.it, 15 gennaio 2011

Umberto Veronesi per la “pace”

A Milano il 18 e il 19 novembre 2010 si svolgerà la Seconda Conferenza Mondiale “Science for Peace” a cura della Fondazione Umberto Veronesi. Tra i partecipanti alla conferenza figurano diversi personaggi noti, sulla locandina di presentazione è infatti possibile leggere i nomi del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, del sindaco di Milano Letizia Moratti, del ministro degli esteri Franco Frattini, del filosofo (collaboratore di MicroMega, Corriere della Sera, La Stampa e Le Scienze) Telmo Pievani, del Vice Presidente del Senato On. Emma Bonino e, per ultimo ma non ultimo, del Presidente dell’IAI (Istituto Affari Internazionali) Stefano Silvestri.

Colpisce vedere così tante personalità della politica e della cultura riunite per promuovere la causa della pace. Ma cosa si intende per “pace” e, soprattutto, cosa intende con tale termine l’organizzatore dell’evento, il prof. Veronesi?
Sulla presentazione della conferenza leggiamo:

Molti si chiedono perché, come uomo di scienza, mi stia impegnando per la pace. La risposta è: per continuare a combattere il dolore. Come medico mi sono reso conto che il primo bisogno dell’uomo è l’eliminazione della sofferenza…

Alleviare le sofferenze delle persone è stata da sempre una preoccupazione della civiltà nata col cristianesimo, una preoccupazione che ha dato grandi frutti, opere che vanno dall’invenzione degli ospedali nel medioevo alla recente realizzazione di opere come la “Casa sollievo della sofferenza” voluta da Padre Pio nel 1940. Ma, come da lui affermato, il prof. Veronesi non cerca solo di sollevare gli uomini dalla sofferenza, nelle sue parole egli afferma un cosa molto diversa, egli afferma che “il primo bisogno dell’uomo è l’eliminazione della sofferenza…” In queste parole emerge tutta la diversità della concezione antropologica materialista rispetto a quella religiosa, eliminare la sofferenza è un atto di carità per una persona di fede, ma non risponde al più importante, al “primo” bisogno dell’uomo.

Il primo bisogno dell’uomo è invece la ricerca di significato, la richiesta di senso per la propria vita, la risposta al perché della morte. L’eliminazione della sofferenza, purtroppo, è destinata a rimanere un’utopia che per smettere di essere tale e realizzarsi dovrebbe passare inevitabilmente attraverso l’eliminazione della morte. Un’eliminazione della sofferenza che non passasse per la vittoria sulla morte ignorerebbe infatti la più grande delle sofferenze e sarebbe quindi destinata al fallimento.

 “Come medico mi sono reso conto che il primo bisogno dell’uomo è l’eliminazione della sofferenza…” dice Umberto Veronesi, e così rivela che nella sua visione del mondo, l’obiettivo principale (che giustamente definisce da medico) è una “anestesia” per l’intera umanità. Ma si tratta in realtà di un’idea di seconda mano, un’idea già pensata dallo scrittore inglese Aldous Huxley nel suo libro “Il mondo nuovo” del 1932, un romanzo distopico basato sulle idee eugenetiche e positiviste ereditate dalla fine dell’ottocento, un libro in cui vengono passate in rassegna tutte le idee scientiste, dall’eugenetica all’eutanasia, passando attraverso l’uso delle droghe, impiegate per eliminare la sofferenza psichica e sostituire la religione.

 Al congresso di Milano saranno invitati anche i rappresentanti di diverse religioni tra cui quella cattolica, ovviamente non sappiamo quali saranno i loro interventi, sarebbe bello però che qualcuno parlando di “sofferenza” ricordasse quello che al riguardo ci ha lasciato Leonardo Mondadori nel suo libro autobiografico “Conversione”:
«La vita, per alcuni è cupa, per altri grigia. Per me è radiosa. Ci sono molti elementi che concorrono alla luminosità della mia esistenza attuale: innanzitutto, un mattino di quattro anni fa ho scoperto, in un colpo solo, di avere un tumore alla tiroide e un carcinoide al pancreas e al fegato, per cui da allora devo sottopormi ogni giorno alla terapia dell’interferone. […] Eppure, godo di una vita cristiana vibrante. Ed è questa visione di fede che, malgrado tutto, rende la mia esistenza radiosa

Sarebbe inoltre bello che qualcuno parlando di “pace” ricordasse quello che diceva al riguardo Madre Teresa di Calcutta in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Pace nel 1979:
«Stiamo parlando di pace. Queste sono cose che distruggono la pace, ma io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto, perché è una guerra diretta – un’uccisione diretta – un omicidio commesso dalla madre stessa […] E oggi il più grande mezzo – il più grande distruttore della pace è l’aborto. E noi che stiamo qui – i nostri genitori ci hanno voluti. Non saremmo qui se i nostri genitori non lo avessero fatto. I nostri bambini li vogliamo, li amiamo, ma che cosa è di milioni di loro? Tante persone sono molto, molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa dove tanti ne muoiono, di malnutrizione, fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla

Ma purtroppo difficilmente parole come queste potranno essere udite, probabilmente prevarranno idee come quelle di Richard Dawkins che, commentando questo stesso discorso di Madre Teresa, senza spiegarne il senso, cosa che avrebbe richiesto solo di proseguirlo per qualche riga, afferma nel suo libro "L’illusione di Dio": «Quando ricevette il premio Nobel per la pace, nel suo discorso di ringraziamento madre Teresa di Calcutta disse: “Il più grande nemico della pace è l’aborto”. Che cosa? Come può una donna che emette giudizi così strampalati essere presa sul serio su qualsivoglia argomento e addirittura essere considerata una seria candidata al premio Nobel?»

Un altro libro di R. Dawkins, Il cappellano del diavolo, vede come curatore dell’edizione italiana Telmo Pievani, e quest’ultimo, come abbiamo visto, sarà protagonista della conferenza di Milano. Se, come tutto lascia prevedere, prevarranno idee come quelle di Dawkins, nonostante l’imponente dispendio di
risorse e i nomi “importanti” che interverranno, la conferenza di Milano edificherà su basi che non le permetteranno di fare molto per la causa della pace.

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. La pace che io vi do non è come quella del mondo…” Gv.14,27

MicroMega: perché un nome esoterico per una rivista materialista?

Articolo semiserio sulla nota pubblicazione:
? in edicola il n?7/2010 di MicroMega, e puntualmente spara ad alzo zero sulla religione. Il volume inizia infatti con una citazione di Proudhon: “La scienza non ha fatto progressi che dopo aver eliminato Dio”. Non è da meno il primo articolo che è titolato “Miseria della Fede” di Peter Atkins. Rispettivamente una balla grossolana la prima e un’affermazione opinabile la seconda, una tesi sostenuta da una “fiera dei luoghi comuni” a cui si potrebbe facilmente obiettare contrapponendo alla “miseria” della fede gli “splendori” dell’ateismo firmati da Stalin e Pol Pot.
Ma chi sono quelli di MicroMega?
Una definizione che MicroMega si è data è quella di essere “uno strumento per pensare e per cambiare, contro i conformismi dominanti”, parole queste in cui cogliamo una contraddizione: per essere veramente anticonformisti oggi bisognerebbe parlare a favore della Fede e della Chiesa Cattolica. Ma questi sono dettagli, quello che più incuriosisce è la scelta del titolo stesso della rivista: “MicroMega”.

Micromega (con la seconda ‘m’ minuscola) è il titolo di un racconto di Voltaire, al riguardo siamo autorizzati a pensare che, poiché la rivista è stata fondata da un filosofo come Paolo Flores d’Arcais, la scelta del nome non possa non essere stata profondamente ponderata. Riducendo ai contenuti essenziali il racconto di Voltaire a cui si fa riferimento, troviamo che il protagonista, Micromega, partito dalla stella Sirio in cui vive, giunge sul pianeta Saturno dove stringe un’amicizia con un suo abitante. Insieme a questi si dirige quindi su Giove e infine sulla Terra, dove scopre degli esseri minuscoli chiamati Uomini e ai quali, prima di partire, dona un libro contenente il “senso della vita”. La storia di riferimento della nota rivista però, lungi dall’essere una vicenda che propone il razionalismo materialista, altro non è che la descrizione di un viaggio iniziatico.

La stella di origine, Sirio, è infatti quella che nelle tradizioni esoteriche rappresenta la dea egizia Iside e che il più grande occultista del novecento, Aleister Crowley, riteneva così importane da riattivare un antico ordine iniziatico a lei dedicato, l’Astrum Argenteum. Un solo elemento però non può essere determinante nella lettura del racconto, troviamo allora il riferimento a Saturno e Giove, anche in questo caso dei significati cari al mondo dell’esoterismo, infatti, rinunciando in questa sede ad approfondirne i significati, Saturno e Giove sono i due pianeti simbolicamente rappresentati nell’opera alchemica “Melancholia” di D?rer. Il breve racconto di Voltaire sarebbe dunque l’indicazione del cammino iniziatico da compiere per giungere al “senso della vita”.

Ma poteva veramente essere questo il significato che Voltaire voleva dare al suo racconto? Un significato di questo genere sarebbe possibile solo in un ambito culturale permeato di esoterismo, corrisponde questo alla formazione culturale di Voltaire? Dal sito del Grande Oriente d’Italia http://www.goirsaa.it/goirsaa_Voltaire.htm possiamo apprendere che Voltaire fu iniziato alla massoneria nella loggia delle “Nove Sorelle”, l’iniziazione avvenne in una commovente cerimonia nella quale, per via della tarda età, venne sostenuto dal “fratello” americano Beniamino Franklin, e sebbene questo avvenisse pochi mesi prima della dipartita, testimonia la vicinanza del filosofo ad ambienti dell’esoterismo massonico caratterizzato dai noti riti egizi nei quali Iside e Osiride sono di casa.

Nel racconto Micromega vediamo inoltre che la filosofia che riscuote l’approvazione del visitatore di Sirio è quella di Locke, curiosamente troviamo che anche il filosofo inglese viene indicato come fratello massone dallo stesso sito del Grande Oriente. Sia Locke che Voltaire poi, “en passant”, da buoni oppositori dell’oscurantismo clericale, liberi dai pregiudizi cattolici, facevano affari con il commercio di schiavi. Forse è a questo tipo di libertà che pensa il prof. Atkins quando nel suo articolo “Miseria della fede” afferma:
A quanti non piace che l’idea che le libertà personali debbano essere violate dalle decisioni di un grande vecchio tribale (come un papa o un mullah)e limitate in nome di raccolte di antichi racconti e popolari e miti noti come “sacre scritture” di una marca dell’altra, sarebbe d’aiuto se certi aspetti del comportamento umano e il concetto di “bene” fossero rischiarati da un pensiero oggettivo.”.
Evidentemente ai tempi di Locke e Voltaire il “pensiero oggettivo” vedeva la schiavitù come un “bene” e quindi il pensiero del “vecchio tribale”, chiamato Papa, era un’ingerenza nella libertà dell’uomo moderno. Oggi probabilmente anche il prof. Atkins, come i pontefici del settecento, vede la schiavitù come un “male”, ma domani chissà… con buona pace del pensiero oggettivo da lui auspicato.

Aggiungiamo infine, anche se ovviamente si tratta di una coincidenza, che lo stesso Proudhon, con la cui grossolana citazione sulla religione si apre il numero 7/2010 di MicroMega, era un fratello massone. Quando si dice il caso…
Avviandoci alla conclusione, una cosa che possiamo dire con certezza, è che Voltaire era ferventemente anticattolico così come lo era Locke, e come è la rivista, in questo la scelta di riferirsi a Voltaire è pienamente coerente.

Le critiche di MicroMega alla Fede appaiono come il frutto di un pregiudizio e di un’avversione secolare, esse non vengono da posizioni neutrali: aveva torto Francis Bacon quando presumeva che la “scienza” avrebbe fatto a meno di avere degli “Idola”.
E adesso sappiamo quali sono gli “Idola” di MicroMega.

Ma ovviamente si è voluto solo scherzare, come tutti sanno, il titolo “MicroMega” vuol dire solamente “PiccoloGrande” e la linea editoriale della pubblicazione è assolutamente neutrale, oggettiva e libera da pregiudizi anticattolici.
Ma cosa voglia significare veramente il titolo “PiccoloGrande”, a meno che non ce lo voglia spiegare lo stesso Paolo Flores d’Arcais, rimane, almeno per il momento, un mistero.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.